Luce accesa sulle indiane schiave

surrogata indiaLa maternità surrogata, che ha in India una roccaforte sia per la presenza di una abbondante richiesta locale sia per la relativa facilità e economicità della pratica a favore di stranieri, mostra nel grande Paese asiatico anche i suoi lati più oscuri. Il “consiglio” dato lo scorso ottobre dalla Corte Suprema agli indiani a non prestarsi a un uso di donne, strutture e personale per favorire la ricerca di prole da parte di coppie straniere resta lettera morta e il Parlamento di Nuova Delhi continua a puntare più sulla “moralizzazione” della pratica che sulla repressione di una catena di interessi e connivenze che favorisce e alimenta una “industria” da 900 milioni di euro l’anno.

Una catena di abusi che sono la faccia più oscura della surrogata, più profondi quanto maggiori sono l’arretratezza e la povertà di un Paese di 1,3 miliardi di individui in cui una donna che si presti a ospitare un figlio altrui nel suo grembo può guadagnare in nove mesi quanto in sei anni di duro lavoro. A questa condizione, non nuova ma che l’autrice ha voluto ridefinire attraverso la visita diretta a quattro cliniche specializzate nel Gujarat, il giornale progressista inglese The Guardian ha dedicato un servizio firmato da Julie Bindel, giornalista, scrittrice e femminista impegnata, apertamente contraria alla pratica della surrogata.

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Quello che emerge dal reportage conferma le peggiori ipotesi riguardo a una pratica che nei fatti è ben lontana dall’asetticità e dalle tutele che la propaganda di cliniche e procacciatori vorrebbero mostrare e anche dall’immagine che sovente – per necessità o paura – emerge dalle donne che si prestano a cedere il loro utero per una gravidanza surrogata. Donne che guadagnano una frazione di quanto la pratica costa ai “committenti”: 5mila euro, contro i 20mila e più versati complessivamente. Tuttavia, mentre buona parte delle madri surrogate provengono da classi povere, sovente da aree rurali anche se – come emerge nei grandi centri urbani – già impiegate come domestiche o baby sitter, le venditrici dei propri ovuli da fecondare sono donne di medio e alto livello sociale, ottima educazione e attentamente selezionate sul piano medico.

La Bindel ha raccolto testimonianze che indicano come gli embrioni siano impiantati su due o più madri surrogate e che, nel caso si avviino gravidanze multiple, l’aborto risolve imbarazzanti casi di abbondanza. Alle future partorienti sono dedicate strutture residenziali in cui vengono ospitate durante la gravidanza, pressoché isolate dall’esterno. Questo crea problemi, in particolare per coloro che arrivano da aree lontane del Paese e devono restare separate dal marito o dalla famiglia d’origine per lunghi periodi. Per questo a chi resta sono offerti incentivi mentre vengono negati i soldi per il ritorno a chi decide di rinunciare. Nell’impossibilità di scegliere sesso del nascituro e sue caratteristiche somatiche, dato l’anonimato delle donatrici di ovuli, è possibile scegliere la madre surrogata da catalogo e incontrarla per verificarne la compatibilità con le aspettative
Stefano Vecchia

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