Martirio albanese

memoriale albaneseI documenti parlano di centoventi credenti vittime di un regime che voleva cancellare la fede del suo popolo.

Il suo vero nome e’ Shqiperi «il paese delle aquile». Ma l’Albania nel corso del Novecento ha conosciuto ben altri rapaci. Gli artigli che hanno dilaniato la popolazione albanese sono stati quelli dei comunisti al potere dal 1944 al 1991. Enver Hoxha, dittatore marxista, e’ riuscito a fare del piccolo stato albanese uno scolaro modello dei piu’ ferrei precetti comunisti. La repressione e’ stata esercitata con una ferocia che non ha nulla da invidiare ad altri regimi rossi. Grazie anche ai servizi segreti della «Sigurimi», il Kgb nazionale, nel periodo comunista circa un albanese su tre è stato o vittima, o carnefice al servizio del Partito. Tuttavia la furia di Hoxha e compagni si è scatenata con inaudita brutalità contro i credenti, in particolare contro i cattolici. Esce oggi in libreria un volume il cui titolo parla da solo: Hanno voluto uccidere Dio.

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La persecuzione contro la Chiesa cattolica in Albania (1944-1991)(Avagliano, pagine 268, euro 15). L’autore, Didier Rance, ha recuperato il profilo di più di centoventi martiri della fede. Hoxha s’impadronì del potere nel 1944. E i suoi bersagli preferiti diventarono subito il clero e i fedeli. Tutti i luoghi di culto furono presi d’assalto, profanati, bruciati o trasformati in depositi o magazzini. Vescovi e preti furono arrestati, malmenati in pubblico, inviati nei campi di lavoro. Le suore furono obbligate ad abbandonare l’abito: quelle che rifiutavano venivano gettate nei campi o inviate nude nelle strade della città dopo esser state torturate. I processi farsa a cui furono sottoposti i credenti venivano diffusi via radio e riassunti in uno speciale la domenica mattina all’ora della Messa. Il titolo della trasmissione era: «l’Ora gioiosa».

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E il sadismo continuava anche dopo la morte. I cadaveri dei suppliziati venivano gettati in fosse comuni e sotterrati in posti diversi per l’assurda paura di Hoxha e della sua cerchia di vederli «rinascere e uscire dalla loro tomba». Il risultato finale è stato un vero sterminio della fede, per cui già nel 1967 il regime poteva vantarsi sul giornale ufficiale di essere «il primo stato ateo del pianeta». Ed Enver Hoxha, dopo aver incassato le congratulazioni di Stalin, dichiarava con fermezza: «Il nostro partito ha prima piegato il braccio della chiesa cattolica e, adesso, gli abbiamo tagliato la testa». Ma le persecuzioni sarebbero andate avanti ancora per molti anni. Non fu certo facile soffocare il credo religioso di una terra che pare sia stata evangelizzata dallo stesso Paolo di Tarso e cristianizzata per secoli da francescani e gesuiti. «Ogni fascista portatore di un vestito clericale deve essere ucciso con una palla nella testa e senza processo».

Era questo uno dei motti del regime. Ma illuminante è la testimonianza di uno dei cardinali più perseguitati, Mikel Koliqi (morto nel 1979): «Il regime voleva costruire un “Uomo nuovo“, spoglio di tutte le sue radici. Ma la fede cattolica conferisce all’uomo una dignità che gli impedisce di tacitare la sua coscienza. Il cattolicesimo regolava così la vita della nazione. I nostri più grandi poeti e scrittori erano cattolici. Avevamo eccellenti scuole frequentate anche dai musulmani. Il regime comunista ha voluto decapitare tutta la classe dirigente ed intellettuale del Paese. Per cinquant’anni, la nostra letteratura è stata cancellata dai libri e dalla nostra memoria». Dopo la morte di Hoxha nel 1985, l’incubo per l’Albania è terminato solo nel 1992. Oggi c’è il forte sospetto che tanta storia debba ancor esser scritta. Come denuncia l’autore: «C’è stata una volontà sistematica del regime comunista di far sparire le tracce dei suoi crimini. Gli archivi dello stato comunista albanese permetteranno un giorno di scrivere con precisione la persecuzione. I sopravvissuti sono pochi e anziani. La loro memoria, molto precisa nel raccontare i fatti, lo è talvolta meno nel datarli: la perdita del senso del tempo era un principio della repressione».

Significativo l’esempio di padre Anton Luli, morto nel 1998, condannato all’isolamento per propaganda religiosa nel campo di lavoro di Shënkoll: aveva annotato le fasi della luna al fine di conservare la memoria delle feste liturgiche. Indicibili le torture per gli altri perseguitati citati nel testo. Per tutti vale il triste primato sottolineato da Giovanni Paolo II. «La storia non aveva ancora conosciuto ciò che accadde in Albania». Eppure l’allora Pontefice rimarcava l’eroico coraggio del piccolo gregge sopravvissuto, a prova che «fu vana la pretesa di sradicare Dio dai cuori degli uomini». Un Paese ora pronto a riprendere il volo, ma consapevole delle sue cicatrici. Scrisse Milovan Djilas, sostenitore del comunista jugoslavo Tito e poi oppositore: «Fra quarant’anni gli uomini si meraviglieranno delle realizzazioni grandiose compiute dal comunismo e si vergogneranno dei metodi usati per compierle». Alla fine, però, il comunismo lasciò anche in Albania solo vergogna. E un popolo di sopravvissuti in cerca di un gommone.

Di Antonio Giuliano

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