Maternità surrogata, lʼora di dire basta

La maternità surrogata «offende in modo intollerabile la dignità delle donne e mina nel profondo le relazioni umane ». Il giudizio della Corte costituzionale è lapidario. La sentenza, emessa il 18 dicembre, riguarda il caso di una coppia sposata e di un bambino nato in India da maternità surrogata. Il marito è il padre genetico, ma la moglie è solo la «committente» e dunque non è la madre del piccolo, nonostante la trascrizione dell’atto di nascita lo affermi. Il Tribunale di Milano aveva sollevato la questione, poi la Corte d’appello, cui la coppia aveva fatto ricorso, ha chiesto l’intervento chiarificatore della Consulta. La quale nella sua risposta ha posto un punto fermo: la condanna della pratica della maternità surrogata come «disvalore», oltre ad aprire una nuova riflessione sulla filiazione da utero in affitto. In sintesi: l’esigenza di verità su come è venuto al mondo il bambino è rilevante quanto l’esigenza di rispettare la continuità affettiva con i «genitori committenti» con i quali è cresciuto. La valutazione spetta al giudice.

Le parole della Consulta non sono cadute nel vuoto. L’ampio e trasversale fronte che in Italia sta portando avanti la campagna internazionale per l’abolizione – laddove esista – dell’utero in affitto si è rimesso in moto. «Finalmente si sta imboccando la strada giusta – commenta Eleonora Cimbro, deputata già del Pd e ora in forza al gruppo Liberi e Uguali –. Con il voto sulle unioni civili si è cercato di sdoganare la pratica dell’adozione del figlio del partner, la stepchild adoption, che serviva a legittimare l’utero in affitto quasi come un meccanismo automatico. E invece no: al netto del rispetto per gli uomini e le donne che non possono avere bambini, l’idea che esista un diritto ad avere un figlio a ogni costo è inaccettabile ». Eleonora Cimbro era a Parigi,

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Lil 2 febbraio 2016, quando fu approvata la Carta che chiede l’abolizione universale della maternità surrogata. Era a Strasburgo, quando il Consiglio d’Europa nell’ottobre 2016 bocciò il cosiddetto Rapporto De Sutter che intendeva aprire il varco alla legalizzazione della maternità surrogata nei 47 Paesi membri. Ora, dice, la sentenza della Consulta è importante per arginare una certa deriva culturale che ritiene accettabile la pratica e per «aiutare chi deve decidere sul riconoscimento dei bambini nati all’estero da utero in affitto: ufficiali di stato civile, giudici…». Co- me proseguire la battaglia in Italia, dopo il confronto bipartisan alla Camera del marzo scorso, si vedrà nella prossima legislatura.

La sentenza «rimette sul tavolo ciò che molti tendono a rimuovere. Riconoscere la ‘verità’ come dato ineliminabile per valutare il benessere del minore è un elemento che va nella stessa direzione» imboccata dai pronunciamenti europei, aggiunge Fabrizia Giuliani,deputata Pd, e non può che rafforzare le posizioni di associazioni e forze politiche che si battono per la messa al bando dell’utero in affitto. Il nodo sono i figli: quando una coppia arriva in Italia con un bambino nato su commissione i margini di manovra sono strettissimi, sebbene il nostro ordinamento proibisca la maternità surrogata. «La sentenza della Corte – interviene Milena Santerini, deputata di Democrazia solidale – dice chiaramente che la gravidanza per altri (Gpa) è sfruttamento di una donna e di un bambino. Questo potrà orientare le decisioni degli ufficiali di stato civile. Purtroppo di fronte al fatto compiuto, cioè la presenza di un bambino, si accetta la situazione e si spiana la strada ad altri. Forse le nostre rappresentanze istituzionali all’estero potrebbero non chiudere gli occhi e segnalare. D’altra parte occorre sostenere le adozioni, smetterla di presentarle come difficili se non impossibili, ripartire con pat- ti bilaterali con i Paesi, rilanciare gli enti».

Più critica sulla sentenza è Eugenia Roccella, deputata di Idea: se sul piano dei princìpi è un «bel passo», su quello pratico a suo avviso non cambia nulla perché i giudici, nel bilanciare verità della filiazione (di chi è veramente figlio questo bambino?) e interesse del piccolo (con chi è cresciuto?), continueranno a privilegiare il secondo. Di fronte alla «pressione fortissima di associazioni e movimenti omosessuali maschili» per rendere accettabile l’utero in affitto serve invece una «forzatura legislativa»: una legge scritta da una maggioranza che non abbia timore di essere criticata. Una «legge penalizzante per chi porta in Italia un bambino nato da surrogata» in barba al divieto della legge 40. Quanto penalizzante? Fino a sottrarre il neonato alla coppia committente? «Una legge che preveda multe scoraggianti, percorsi severi di riconoscimento della filiazione, fino al non riconoscimento. Una buona cosa sarebbe l’obbligatorietà di dichiarare la ‘filiera’ che porti alla madre vera, la gestante».

Anche secondo Elena Centemero, deputata di Forza Italia, il riconoscimento della Corte costituzionale che la gravidanza per altri «utilizza il corpo della donna dissociando l’atto di dare la vita da chi la genera e dal bambino» ha fatto maturare i tempi per un dibattito in Parlamento «che metta in luce tutti i risvolti della maternità surrogata, in particolare quelli economici e di sfruttamento della povertà». Abbiamo leggi che vietano la surrogata, fa notare ancora l’onorevole Fabrizia Giuliani del Pd, «ma è in atto una campagna tesa a misconoscere il commercio dei neonati, la loro scambiabilità, l’immenso giro d’affari internazionale che gira attorno questa pratica. E dunque tende a consentire la sua diffusione, il turismo procreativo, la pubblicità… Ecco sul fronte della pubblicità, del contrasto ai messaggi delle agenzie di intermediazione, il Parlamento dovrebbe impegnarsi ancora».

Il mondo delle associazioni cattoliche è pronto a fare la sua parte: «Come donne, e in particolare come donne del Forum – dicono Maria Grazia Colombo ed Emma Ciccarelli,vicepresidenti del Forum delle associazioni familiari –, siamo soddisfatte della sentenza della Consulta, che conferma il divieto nel nostro Paese della maternità surrogata: un altro passo per ricostruire il vero e pieno rispetto della maternità, della paternità e della condizione di figli».

di Antonella Mariani – Avvenire

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