Maternità surrogata o “per altri” e utero in affitto: tra tecnologia e rischi

E’ tornato di attualità nelle scorse settimane il tema della “maternità surrogata” o “per altri”, alternative semantiche alla definizione più diffusa di “utero in affitto”. Tutte queste definizioni peccano per superficialità e non si adattano a descrivere un fenomeno denso di incognite e intriso di problematiche etiche, giuridiche e cliniche in gran parte irrisolte.

E’ qui in discussione infatti il concetto stesso di maternità, inteso come insieme di relazioni genetiche e biologiche da una parte e relazionali ed affettive dall’altro. Questi elementi, un tempo coincidenti, oggi sono distinti e in alcuni casi potenzialmente conflittuali per le possibilità tecniche offerte dal progresso delle tecnologie applicate alla riproduzione.

E’ molto difficile stabilire con certezza quale elemento deve essere considerato prioritario di fronte ad una riproduzione dissociata, che diversifica la maternità biologica da quella genetica e da quella affettiva. Il dibattito si è tenuto su un livello di contrapposizioni ideologiche e sono intervenuti giuristi e bioeticisti nel tentativo di dare elementi di analisi e di valutazione.

Quello che non è stato sufficientemente messo a fuoco è il fatto che la maternità intesa come sistema biologico complesso che garantisce crescita e sviluppo intrauterino del prodotto del concepimento, non è un evento passivo e non è paragonabile ad un trapianto di organo o di tessuti. La crescita in utero dell’embrione prima e del feto dopo comporta una serie di modificazioni decisive e non sempre prevedibili per una serie di possibili interventi e modificazioni della espressione genica che rientrano nel contesto degli eventi epigenetici. In alcuni casi queste modifiche possono essere rilevanti e indurre distorsioni nei processi di sviluppo e danni biologici. Non sempre tali danni sono diagnosticabili precocemente in epoca prenatale e possono rendersi manifesti nelle fasi avanzate della gestazione o dopo la nascita.

Ciò rende legittima una domanda: basta la possibilità tecnica di indurre una gravidanza in laboratorio in grado di svilupparsi in una madre “surrogata”, per rendere lecita e sicura tale procedura? Nel caso di danni o di alterazioni impreviste e non diagnosticate qual è il destino di questo neonato e di questa persona nella famiglia e nella società?

Queste domande aprono temi etici e giuridici non risolti, aggravati dal fatto che in genere tali transazioni prevedono conti e costi economici. Il vulnus che si crea intorno ai diritti di questi bambini non è oggetto di approfondite analisi come sarebbe auspicabile e necessario.

Qui non si tratta infatti di negare o di discutere il diritto di coppie etero o omogenitoriali ad avere un figlio all’interno della loro unione, si tratta di tenere in debita considerazione i diritti del bambino. E’ noto che alcune tecniche di PMA, ad esempio l’iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi (ICSI), possono indurre alterazioni epigenetiche sull’embrione, in particolar modo sull’imprinting genomico, e che ciò può aumentare nel neonato il rischio di alterazioni dell’accrescimento intrauterino e di sindromi genetiche e neurologiche, come riferito da numerosi studi pubblicati dalla letteratura scientifica internazionale.  Gli eventi che si svolgono nel corso di una gravidanza non sono esenti da rischi per lo sviluppo anche in relazione ad una possibile sfavorevole interazione tra ambiente intrauterino e assetto genetico del prodotto del concepimento.

Giovanni Corsello

Presidente SIP

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