Mathilde Salem

Una donna siriana, orientale, una manager indiscussa nel suo campo e ricca di humor, una donna moderna e “Serva di Dio” che, presto, vorremmo vedere beatificata, proprio come aveva predetto, il 27 febbraio 1961, l’arcivescovo Fattal quando Mathilde si spense: «Vai con Dio, Santa Mathilde!».

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Vivere e operare politicamente non significa, in primo luogo, schierarsi con un partito o un’ideologia di regime, significa posare lo sguardo sulla polis, sulla comunità in cui si vive, sulle sue esigenze concrete e spirituali: Mathilde Salem così visse per la sua patria, la Siria oggi dilaniata. Seppe dare impulsi e costruire una nuova civiltà, non solo profondendo a dismisura la ricchezza che segnava la sua famiglia di nascita e quella in cui entrò per via di matrimonio, ma pagando con la propria vita, in un cammino tutt’altro che facile e morbido che, nella sua ultima fase si trovò a combattere con un doloroso e crudo cancro.

Di primo acchito la reazione di Mathilde fu un atto di fede spontaneo: «Mio Dio, grazie!», che dovette però fare i conti con una realtà che si profilava sempre più ardua e a cui Mathilde reagì anche con violenza incontrollata, perché della sua propria pelle si trattava, ma si placò nella preghiera rivolta a Colei che l’accompagnò in tutta la sua vita: Maria, la Madre di Gesù.

Nella buona e nella cattiva sorte

Siriana orgogliosa e fiera, donna orientale attaccata ai costumi della sua stirpe, Mathilde Chelhot nata da agiata famiglia nel 1904 ad Aleppo, studiò dalle Suore Armene dell’Immacolata Concezione cui fu sempre grata per l’educazione ricevuta. Giovane sposa diciottenne di Georges Elias Salem, intraprendente industriale, visse una vita di coppia felice, di reciproca stima e di innamoramento sincero. Il grande dolore dei coniugi Salem, che vivevano una vita sociale ad alto livello, viaggiavano in Europa e frequentavano i grandi ambienti legati alle loro ditte, fu l’impossibilità di avere figli per il grave diabete di Georges.

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Mathilde seppe confortare il suo sposo, stargli accanto anche quando il suo carattere risentiva degli sbalzi di umore e della fatica di una vita professionale cui all’intraprendenza e alla capacità del fiuto commerciale non corrispondeva uno stato fisico adeguato. Ebbene, Mathilde, donna siriana per usi ancestrali e gusto proprio, con al vertice la leggendaria ospitalità orientale, si trasformò in una manager di successo, non rampante in proprio ma sempre al fianco del marito diventandone la consigliera e l’esecutrice dei progetti, con rigore tecnico e sguardo lungo sugli esiti di imprese commerciali azzardate o poco chiare.

Non mancarono delle prove che la divisero dall’amata famiglia Chelhot, in cui mai prevalse l’astio o il rancore, il cuore di Mathilde rimase libero e sofferente, attento alle esigenze dei suoi familiari Salem, dei nipoti che affiancò ed aiutò nelle loro rispettive scelte con affetto tenero e perspicace.

L’accumulo della fortuna però non fu l’obiettivo dei Salem, troppo vivo era il loro senso sociale di condivisione, animato da una fede cristiana e da una vita di preghiera intensa che non li distoglieva dai divertimenti tipici del loro censo, gioco incluso, in cui Mathilde eccelleva, guadagnando piuttosto che perdendo…

Il doloroso distacco dall’amato Geor-ges Elias divenne per Mathilde, inconsolabile ma serena, uno squarcio su di una realtà che avrebbe rivelato la sua profonda chiamata nella vita che le restava davanti: rifiutò ottimi partiti, con inclusa la possibilità di diventare madre vista ancora la sua giovane età, e si aprì invece ad una dedizione senza limiti verso i poveri, i bisognosi senza distinzione religiosa o di etnia.

I salesiani e la scuola professionale

Una carità moderna la sua, non di un’elemosina, sempre preziosa ma chiusa in se stessa, ma costruttiva e capace di auto educare, perché, osservando la situazione della popolazione siriana, capì che il futuro della gioventù sarebbe stato contrassegnato da una competenza professionale: solo il lavoro degno e sicuro  avrebbe plasmato diversamente il futuro della sua patria.

Allo scadere del «mandato francese» in Siria, nel 1945, i Fratelli Maristi dovettero abbandonare il loro bel collegio di Aleppo, che ospitava 800 allievi. Tramite l’Arcivescovo cattolico, Matilde spinse il consiglio di amministrazione della Fondazione a comprarlo: sarebbe stata la se-de della futura scuola professionale. Poi partì per Torino, e trattando direttamente con il Rettor Maggiore dei Salesiani, don Pietro Ricaldone, chiese che i figli di don Bosco venissero a gestire la scuola.

Mathilde, pur vivendo una vita orante intensa seppe coniugare le diverse sfaccettature della sua personalità: ricca proprietaria, manager acuta, madre per i piccoli orfani che lavava e pettinava, viaggiatrice attenta, donna elegante ed ospite gradevolissima e generosa.

Terziaria francescana si spogliò di ogni suo bene, dopo aver elargito somme favolose, e morì in una casa che più non era sua.

Nel 1947 la “Fondazione Georges Salem” passò nelle mani dei figli di don Bosco, che ancora oggi gestiscono l’opera educativa e trapassano nei loro allievi quanto a Mathilde stava più a cuore: l’amore di Dio che trasforma la vita di ciascuno.

L’ultimo tratto della sua vita su uno spogliamento, una kenosi totale, molto sofferente per il cancro che la divorava, mantenne un atteggiamento sereno e abbandonato, in lucido dono per l’unità dei cristiani e la santificazione dei preti; volle essere sepolta vicino all’amato consorte nella “Fondazione” in cui aveva profuso con infaticabile servizio, tutta la sua energia.

GRAZIE

Senza fede per noi cristiani non c’è vita

Quattro anni fa, appena sposata, rimasi incinta. Gioia immensa per me trentaduenne e per i miei familiari. Nell’ottobre 2003 venne a mancare mio papà. A questo lutto si aggiunse la perdita della mia bimba Maria Chiara Pia, nata il 31 ottobre 2003, per una gestosi sopravvenuta alla 28a settimana. Fu un dolore immenso per me e per mio marito. Le nostre speranze diminuirono sempre di più dopo due aborti spontanei all’ottava settimana. Fu allora che, dopo tanto pensare a vuoto per scoprire la causa di questi nostri dispiaceri, mi decisi di richiedere, tramite il B.S., l’abitino di san Domenico Savio. Appena invocai questo santo, rimasi incinta per la quarta volta, ma il 29 luglio 2007 ebbi un altro aborto spontaneo. Mio marito ed io attraversammo un momento di grande sconforto e di sfiducia nei confronti del Signore. Ma io mi rivolsi di nuovo a san Domenico Savio e a Maria Ausiliatrice, affinché venissero in nostro soccorso. A novembre rimasi di nuovo incinta. Recitai con fede la novena al santo e portai l’abitino, mentre per tutti i nove mesi rivolgevo la mia preghiera personale a Maria Ausiliatrice. Il 14 luglio 2007 finalmente, con parto cesareo, è nata Anna Maria Domenica Camilla. Ora ho messo nella sua culla l’abitino di Domenico Savio e la medaglietta di Maria Ausiliatrice, affinché proteggano sempre la piccola Anna.

Greco Erminia Rita, Montesilvano PS

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Differenze tra cattolici e Testimoni di Geova