Natale, la memoria di un mistero (Enzo Bianchi)

Ancora una volta, nonostante tutto, è Natale. Nulla di più scontato, potremmo pensare: in fondo, basta accordarsi per fissare una ricorrenza nel calendario e, senza fare nulla, essa puntualmente ritorna ogni anno, riproponendoci ogni volta quel messaggio che le avevamo affidato. Eppure non è affatto scontato che il Natale venga sempre celebrato con la stessa valenza, che ogni anno gli si attribuisca la medesima portata, che da quella festa si attenda sempre il solito messaggio.

E, infatti, Natale ha mostrato nel corso dei secoli e nel diffondersi geografico una capacità di adattamento eccezionale e continua ancora oggi ad assumere e rielaborare tradizioni diverse – da Gesù bambino a Babbo Natale, dal presepe all’albero addobbato, dalla messa di mezzanotte al pranzo in famiglia, dagli zampognari alle luminarie, dal cappone al panettone, dalla generosità solidale alla tenerezza verso i bambini… – accomunandole in una sorta di vulgata universale e contagiosa che abbraccia, almeno nei paesi occidentali, anche chi cristiano non è.
Del resto, se ci soffermassimo un attimo sui profondi mutamenti che ha conosciuto nel corso degli ultimi decenni, in un paese di antica presenza cristiana come l’Italia, il tempo che precede il Natale, ci stupiremmo del fatto che i cristiani riescano ancora a viverlo nella sua dimensione di mistero della loro fede: infatti, le settimane di Avvento, da memoria dell’attesa del ritorno glorioso di Cristo, sono divenute corsa febbrile all’acquisto dell’ultima trovata commerciale per non essere da meno di nessuno; la “novena” preparatoria, da occasione per rivisitare il progressivo venire incontro di Dio all’uomo nella storia, è diventata una sorta di tempo supplementare per rimediare a dimenticanze e portare a termine gli ultimi preparativi.

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Sì, ci ritroviamo impreparati a interiorizzare questa festa, finiamo per essere quasi catapultati in una celebrazione più grande di noi, di cui riusciamo a malapena ad afferrare alcuni brandelli di senso, lasciandoci sfuggire il cuore del messaggio.
Così, alcuni cristiani assistono smarriti allo svuotarsi di contenuto legato a questa festa e pensano di poterla vivere degnamente solo ritirandosi in disparte, cercando di custodirla intatta per loro, come patrimonio geloso che soffrirebbe ad essere esposto alla vista e alla considerazione dei non addetti. Altri, invece, si rallegrano del fatto che, come in ogni società evoluta che si rispetti, anche da noi i non credenti ricorrano ad alcuni elementi e riti della “religione civile” per ritrovare valori comuni e rinsaldare un’identità nazionale altrimenti sfilacciata: allora cercano di caricare questa festa di significati buoni per tutti i gusti, banalizzandola a minimo comune denominatore dell’occidente capace di nascondere un preoccupante vuoto di valori.
Eppure, nonostante tutto, Natale resta davvero una festa per tutti, l’occasione per riaccendere una speranza che riguarda tutti gli uomini. E questo non per una sorta di tacito consenso da cui ciascuno può trarre profitto, ma per la sua stessa natura di celebrazione cristiana. I cristiani, allora, non sono i padroni del Natale, ne sono piuttosto i custodi e i testimoni, sempre attenti a che il tesoro venga conservato nella sua integrità e purezza e, nel contempo, a che questa ricchezza resti accessibile e comprensibile a tutti nonostante il continuo mutare di contesti e sensibilità. Natale, infatti, è la memoria liturgica del mistero dell’incarnazione, cioè del “farsi uomo” di Dio, del suo assumere in tutto la nostra condizione umana: è, quindi, il ricordare il suo farsi vicino, vicinissimo alle miserie umane, il suo divenire “uno di noi”, solidale con i nostri affetti e i nostri limiti, abitato dalle nostre attese e dalle nostre sconfitte, minacciato come noi dalla morte e dalla conseguente rottura del vincolo di comunione.
Celebrare la nascita di un bambino di un’umile famiglia, avvenuta duemila anni fa nella provincia romana della Palestina, ricordare il rifiuto a essere accolto che il piccolo dovette patire, fare memoria delle minacce di morte da parte dei potenti che subì e del suo esilio forzato e, nel contempo, riaffermare che proprio quel piccolo figlio di uomo era il Figlio stesso di Dio, l’Emmanuele “Dio-con-noi”, proclamare che in quell’oscura contrada della Giudea risuonava l’inaudita vocazione dell’uomo a diventare Dio, a recuperare nella sua interezza il proprio essere “a immagine e somiglianza” del Creatore, significa annunciare che Dio non è lontano dall’umanità, anzi che l’ha amata e la ama al punto da divenirne parte a pieno titolo. È per amore dell’umanità che Dio è venuto attraverso Gesù in mezzo a noi, perché amare significa innanzitutto rivelare all’altro la sua bellezza.
Forse, tradurre questa verità di fede in termini parlanti per gli uomini e le donne di oggi può apparire impresa ardua, eppure basta farsi carico del proprio essere uomo, basta riconoscersi in solidarietà con il più povero, basta farsi prossimo di chi è nel bisogno, partendo dalle realtà più quotidiane, dalle persone che si hanno accanto, dagli eventi più banali della nostra esistenza, dal nostro comune bisogno di cibo, di affetto, di ascolto, di pace, di perdono… In fondo, la stessa consuetudine di scambiarci auguri e regali cosa significa se non cercare di dire all’altro che ci sta a cuore, che pensiamo a lui, che desideriamo che sia felice, che vorremmo essere nella gioia insieme, non l’uno senza l’altro, non l’uno contro l’altro?

Forse non è vero che a Natale il bambino di Betlemme ci muove tutti a tenerezza, forse non è vero che in questi giorni siamo tutti un po’ più buoni: forse è solo che la memoria di un Dio che si è fatto uomo ci riporta all’umanità nostra e dell’altro, persino del nemico; forse è solo che oggi siamo tutti un po’ più uomini, arricchiti della dignità che ci appartiene di diritto e che ci è stata restituita; forse è solo che a Natale riusciamo a intuire che la nostra condizione umana vale la pena di essere vissuta fino in fondo se persino Dio ha voluto farla sua. Sì, il Natale ci ricorda che “Dio si è fatto uomo per insegnarci a vivere da uomini in questo mondo”, dice san Paolo: Dio è venuto tra di noi vivendo nella nostra umanità perché noi diventassimo più uomini, imparando a vincere il male con il bene, la bruttezza con la bellezza di una vita segnata dall’amore e dalla comunione.
Enzo Bianchi

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