Nigeriane, perche’ i riti woodoo?

Il vudù (juju)

Le origini storico/geografiche del culto del vudù sono da individuare nell’attuale stato del Benin (regione particolarmente martoriata nei secoli passati dal fenomeno della tratta degli schiavi). Questo fenomeno ha accompagnato nei loro spostamenti coatti, ad opera delle carovane dei negrieri, gli schiavi. Tra i gruppi di schiavi il vudù ha avuto un importante ruolo di “collante” ricostruendo quell’identità etnico culturale che, la deportazione in altri continenti, invece, tendeva ad annientare. “Il vudù permette ai suoi fedeli di trovare una forma rudimentale di vita collettiva…” (A. Métraux, Il Vodu ad Haiti, p 58). Queste esperienze, una volta esportate dal paese di origine, si riprodussero in forme nuove con il conseguente aumento del numero delle divinità (questi culti, secondo recenti studi si sono riprodotti in forme inconsuete e impreviste a Milano, Berlino, Parigi con un crescente numero di adepti). Un aspetto importante, che è quello che più da vicino ci riguarda, è che molte persone danno al vudù lo stesso significato di un atto di stregoneria; si attribuisce ad esso una valenza negativa rispetto al significato originale (molte ragazze nigeriane hanno subito una atto di vudù che viene interpretato come un vincolo di schiavitù).

F. Couchard in “Identitè culturelle, religion et pratique vauddou en Haiti” sottolinea questo ruolo controverso: il vudù è «pilastro della cultura popolare, ma anche luogo di lacerazioni, di rotture, di scissioni della società ». Quest’interpretazione è lontana, però, da quelli che sono i suoi significati originali. Il vudù ha avuto, infatti, soprattutto un significato di culto religioso, ma insieme ha avuto anche un’applicazione terapeutica e protettiva. Malattie endemiche, sfortuna e disgrazie venivano infatti scongiurate con sacrifici ed offerte e permettevano nel contempo di venire in contatto col soprannaturale. “In Benin le celebrazioni del vudù sono una festa a carattere nazionale (che si celebra ogni anno a gennaio); esistono scuole private riconosciute dallo Stato dove centinaia di bambini vengono istruiti alle pratiche religiose del vudù; sono presenti sacerdoti e luoghi di culto ai quali afferiscono in gran numero postulanti, malati ecc. (E. K. Tall, 1995, “Dynamique des cultes voduns et du Christianisme cèleste au Sud Benin”, Cashiers des Sciences Humaines, 31,4 pp. 797-824). Il rito assumeva, quindi, un valore collettivo. Nella cultura originaria la valenza dei rituali vudù è estremamente positiva: infatti ribadisce una sorta di protezione per i singoli e la comunità nei confronti di una quotidianità contrassegnata dalla durezza delle condizioni di vita.

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Al di là dell’aspetto antropologico, e al di là dell’idea occidentale (che attribuisce ai rituali vudù una connotazione negativa) l’uso attuale che le ragazze nigeriane fanno del vudù assume un significato nuovo più individuale, banalizzato, privo di riferimenti alla natura religiosa del culto molto vicino al nostro concetto di rituale magico stregonesco.

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Il culto di Mami Wata

Mami Wata è il nome di una delle divinità delle acque, dei fiumi e degli oceani largamente presente, non solo nelle culture del Golfo di Guinea ma di molte regioni dell’Africa subsahariana. Comunque questa divinità viene raffigurata come una sirena bella e curata. Diverse donne nigeriane avviate alla prostituzione in Italia, appartenenti al gruppo etnico Edo e provenienti da Benin City, hanno raccontato di essere state sottoposte a riti di possessione di Mami Wata. Secondo una casistica che ha preso in considerazione diversi soggetti la sintomatologia del culto di Mami Wata si esprimerebbe in sensazione di acqua che scorre lungo la testa ed il collo, in sogni “acquatici” . E’ importante tenere presente che una volta superato l’ostacolo comunicativo tra culture differenti, per le ragazze abbandonare il tradizionale culto per una nuova religione o trascurare i rituali e le attenzioni che la divinità meriterebbe non è un passaggio a costo zero (per lo meno non lo è a livello psicologico). Ci sono conseguenze e contraddizioni che prima o poi andranno affrontate. L’operatore si deve infatti accostare a questo universo con grande cautela proprio per evitare di creare nella ragazza scompensi e fratture difficilmente rimarginabili. Il culto infatti rappresenta un patrimonio di significati e concetti che hanno radici molto profonde pertanto per la ragazza abiurare il culto può simboleggiare una sorta di sacrilegio e compromettere il suo delicato equilibrio psicologico, già fortemente messo alla prova dal tipo di vita che conduce sulla strada. Il culto di Mami Wata si accompagna all’idea di salute o al dono di poter guarire, ma anche ad immagini di ricchezza individuale. Ma il legame con questa divinità è perverso infatti quanto promette in termini di benefici individuali, toglie in termini di rapporti sociali. Queste esperienze di possessione snaturano gli originali rapporti di parentela creando spesso conflitti all’interno della famiglia d’origine, per creare legami con madame. A livello psicologico invece si possono notare nelle ragazze sottoposte a questi vincoli comportamenti definiti “bizzarri”. Per l’operatore è necessario conoscere quest’aspetto della vita delle ragazze tenendo presente che questi elementi e questi legami con questa sorta di mondo parallelo possono anche essere i soli a loro disposizione per comunicare la propria sofferenza e le proprie angosce.