Non voglio più l’eutanasia. Con degli amici vivere è degno

La storia di Stefano Gheller non interesserà ai più come ad esempio le stime e le previsioni sul Coronavirus, eppure per la portata e l’assoluta “anomalia” della vicenda potrebbe finire sulle prime pagine di mezzo mondo: due mesi fa il peso di una malattia terribile come la distrofia muscolare aveva portato il 47enne italiano alla decisione più sofferta possibile, ma anche la più liberante secondo lui in quel momento, il suicidio assistito. Voleva andare in Svizzera nella clinica “Dignitas”, la stessa di Dj Fabo, per poter porre fine alla sua vita di dolore costante: un’eutanasia a tutti gli effetti, con tanto di plauso da parte di chi vedeva in quella scelta la forma più massima di libertà. In 2 mesi, racconta oggi il Corriere della Sera con le parole stesse di Stefano, è cambiato tutto: «A fine novembre ero determinato ad andare a morire in Svizzera, avevo già contattato la clinica Dignitas. Lo avevo deciso dopo che i ladri avevano tentato di entrarmi in casa mentre io ero dentro, da solo, e mi sono accorto di quanto fossi vulnerabile e di come le cose non sarebbero mai migliorate». Lo racconta dalla casa popolare di Cassola, vicino Vicenza, dove vive ormai con la badante romena e dove ben sa che il suo futuro potrebbe vederlo non più in grado di masticare, di muovere un muscolo financo non riuscire a parlare.

DALL’EUTANASIA AL SOGNO DI NEW YORK: COME CAMBIA UN’AMICO

Dopo quell’episodio il suo sfogo fece “rumore” nel Vicentino, con tanto di intervista al Giornale di Vicenza dove affermava di voler imbracciare la via del suicidio assistito e dell’eutanasia in Svizzera. «Ed è incredibile quante cose siano cambiate da quel giorno», con i social che iniziano a mandare messaggi continui e attestati di stima e amicizia per quel dolorante 47enne malato cronico di distrofia. Lì cambia tutto perché, come racconta ancora Gheller, in prima battuta è stato invitato da ogni parte per conoscere questi nuovi amici che si “affacciavano” prima solo virtuali e poi in carne ed ossa. «Mi invitavano a pranzo, ad un concerto e a casa loro il giorno di Natale», racconta ancora ai quotidiani vicentini Stefano, «Lì sono andato con mia sorella Cristina, che ha 45 anni e la mia stessa malattia, pure lei è in sedia a rotelle». Un affetto inatteso e insperato che ha iniziato a “modificare” la sua decisione iniziale, a metterla in crisi: «ora voglio ricominciare a progettare, ho tre sogni. visitare New York, conoscere Madonna, andare all’Arena di Verona a un concerto di Marco Masini». Dal crowdfunding per realizzarli fino al racconto della sua vita, giorno per giorno, su Facebook: sono passati due mesi eppure l’insorgere dei nuovi amici lo ha profondamente cambiato. Non ha tolto lui il dolore, non migliorerà la sua malattia, ma ha ridonato la dignità di poter vivere accompagnato: «Non ho cambiato idea sul diritto al suicidio assistito, ma ho accantonato quel pensiero: se riesco a vivere con dignità, vivere è molto meglio che morire», spiega Stefano al CorSera dopo che pure si è approfondito il rapporto con il vescovo di Vicenza, Beniamino Pizziol, anche lui interessato alla storia di Stefano e lo ha pure raggiunto a casa per poterlo conoscere. La realtà resta difficile e per nulla “semplice”, dai soldi fino al futuro quando la malattia potrà peggiorare: ma c’è quel “nuovo inizio”, una compagnia sorta sull’orlo del baratro e che ha ridonato speranza. Un’anomalia incredibile, come la vita.

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