Novità in tema di maternità: il Rapporto CeDAP e la risoluzione del Parlamento Ue

Il Rapporto annuale sull’evento nascita in Italia, pubblicato il 15 giugno dal Ministero della salute, illustra l’analisi dei dati rilevati per l’anno 2019 dal flusso informativo del Certificato di Assistenza al Parto (CeDAP), così come previsto dal Regolamento che ha istituito tale rilevazione ( il Decreto del Ministro della sanità 16 luglio 2001, n.349, recante “Modificazioni al certificato di assistenza al parto, per la rilevazione dei dati di sanità pubblica e statistici di base relativi agli eventi di nascita, alla natimortalità ed ai nati affetti da malformazioni”).

Il certificato di assistenza al parto viene redatto, entro il decimo giorno dalla nascita, a cura dell’ostetrica o del medico che ha assistito il parto o del medico responsabile dell’unità operativa in cui è avvenuta la nascita, ed è conservato, in originale, presso la Direzione sanitaria degli Istituti di cura pubblici e privati in cui è avvenuto il parto. Le importanti informazioni sanitarie, epidemiologiche e socio-demografiche relative all’evento nascita raccolte tramite i certificati, sono dati indispensabili ai fini della programmazione sanitaria, nazionale e regionale, nell’area materno-infantile.

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Come evidenziato nel Rapporto, la fecondità mantiene l’andamento decrescente degli anni precedenti: nel 2019 il numero medio di figli per donna scende a 1,22 (rispetto a 1,46 del 2010).

Nel corso del 2019 è, poi, proseguito l’ormai costante calo delle nascite in tutto il Paese: il fenomeno “è in larga misura l’effetto della modificazione della struttura per età della popolazione femminile ed in parte dipende dalla diminuzione della propensione ad avere figli”, ed è destinato a peggiorare nella prossima rilevazione (quella per l’anno 2020) a causa della pandemia da Covid-19.

Rispetto al calo delle nascite, nel Rapporto si sottolinea che “le cittadine straniere hanno finora compensato questo squilibrio strutturale” anche se, negli ultimi anni, si nota una diminuzione della fecondità anche delle donne straniere. Per quanto riguarda il luogo del parto, l’88,8% dei parti è avvenuto negli Istituti di cura pubblici ed equiparati.

Si conferma per il 2019 il ricorso eccessivo all’espletamento del parto per via chirurgica: in media, il 31,8% dei parti è avvenuto con taglio cesareo, con notevoli differenze regionali. Il parto cesareo è più frequente nelle donne con cittadinanza italiana rispetto alle donne straniere: si ricorre al taglio cesareo nel 27,1% dei parti di madri straniere e nel 32,9% dei parti di madri italiane.

Il Rapporto evidenzia, per quanto riguarda l’età del parto, una età media della madre di 33 anni per le italiane (mentre scende a 30,7 anni per le cittadine straniere). L’età media al primo figlio è, invece, per le donne italiane, quasi in tutte le Regioni, superiore a 31 anni, con variazioni sensibili tra le regioni del Nord e quelle del Sud.

Per quanto riguarda la PMA nel 2019, delle 415.070 schede pervenute, 12.729 sono relative a gravidanze in cui sono state effettuate tali tecniche: il ricorso alla PMA risulta effettuato, in media, 3,06 gravidanze ogni 100.

Dai dati si ricava che la tecnica più utilizzata è stata la fecondazione in vitro con successivo trasferimento di embrioni nell’utero (FIVET), che riguarda il 41,2 % dei casi, seguita dal metodo di fecondazione in vitro tramite iniezione di spermatozoo in citoplasma (ICSI), che riguarda il 32,8% dei casi. Si rileva che “l’utilizzo delle varie metodiche è molto variabile dal punto di vista territoriale”. Nelle gravidanze con PMA il ricorso al taglio cesareo si è verificato nel 48,8% di casi e la percentuale di parti plurimi in gravidanze medicalmente assistite (12,0%) è sensibilmente superiore a quella registrata nel totale delle gravidanze (1,6%).

Si segnala, in tema di PMA, un recente articolo pubblicato su Human Reproduction – Children conceived by ART grow differently in early life than naturally conceived children but reach the same height and weight by age 17. Reassuring? Not so sure”- che si interroga sullo stato di salute dei bambini nati con l’uso delle tecniche di procreazione assistita.

Se quella fotografata dal Rapporto CeDAP è la situazione della maternità in Italia nel 2019, in Europa è stata di recente approvata dal Parlamento UE una risoluzione, “La salute e i diritti riproduttivi e sessuali nell’Unione, nel quadro della salute delle donne”, presentata dal deputato croato Pedrag Fred Matic.

La risoluzione, comunque non vincolante per gli Stati, invece che fronteggiare il problema del calo delle nascite in Europa e tutelare la vita fin dall’inizio, mostra l’adesione a una specifica visione della vita umana e della salute, qualificando l’interruzione di gravidanza diritto umano e «servizio medico essenziale».  Nel testo si esortano gli Stati membri ad assicurare l’accesso universale all’aborto sicuro e legale: si invitano, così, “gli Stati membri a rivedere le loro disposizioni giuridiche nazionali sull’aborto e ad allinearle alle norme internazionali sui diritti umani… garantendo che l’aborto su richiesta sia legale nelle prime fasi della gravidanza e, quando necessario, anche oltre …esorta gli Stati membri a promuovere le migliori pratiche nell’assistenza sanitaria stabilendo servizi in materia di salute sessuale e riproduttiva disponibili a livello di assistenza primaria, con sistemi di riferimento in atto per tutte le cure di livello superiore richieste”.

La risoluzione, inoltre, nel definire le strade per affrontare l’infertilità, estende il problema oltre la coppia formata da soggetti di sesso diverso, includendo pertanto anche le coppie eterosessuali, con preoccupanti aperture in tema di fecondazione eterologa tra coppie dello stesso sesso e maternità surrogata (pratiche non consentite in Italia dalla legge n. 40). Si legge nel testo, infatti, “che è possibile che le donne lesbiche e bisessuali non siano in grado di dimostrare la propria “infertilità”, vedendosi dunque negato l’accesso alle tecnologie di riproduzione assistita” …”in talune circostanze, anche uomini transgender e persone non binarie possono essere in stato di gravidanza e dovrebbero, in tal caso, beneficiare di misure di assistenza alla gravidanza e al parto, senza essere discriminati sulla base della loro identità”.  

La risoluzione colpisce anche l’obiezione di coscienza, baluardo a difesa della libertà del medico: si legge, infatti, che “l’obiezione di coscienza individuale non può interferire con il diritto del paziente di avere pieno accesso all’assistenza e ai servizi sanitari; invita gli Stati membri e i prestatori di assistenza sanitaria a tenere conto delle suddette circostanze nella distribuzione geografica dei servizi sanitari da essi offerti…”

I Paesi UE sono anche incoraggiati a garantire una “completa” educazione sessuale nelle scuole primarie e secondarie, al fine di garantire tali “diritti”. Preoccupa anche in questo caso il tentativo di fornire ai minori una visione ideologica e parziale del diritto alla salute, nonché una concezione distorta dalle maternità e della famiglia. 

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