Ombre rosse in canonica

«Se, dopo la liberazione, ogni compagno avesse ucciso il proprio parroco, ogni contadino il padrone, a quest’ora avremmo risolto il problema!». Citazione anonima da un discorso pronunciato nella Casa del popolo di San Giovanni in Persiceto (Bo), anno 1946.
Altro che Peppone e don Camillo, nemici sulla carta ma – in fondo in fondo – tutti tonaca e camicia (rossa)… I massacri dei preti nel dopoguerra da parte di partigiani comunisti sembrano testimoniare un preciso progetto, tutt’altro che democratico: il passaggio dalla guerra di liberazione alla lotta di classe; la conquista del potere con le armi ancor calde del 25 aprile in pugno; la trasformazione dello Stato in repubblica socialista e magari anche un po’ sovietica.
Storia vecchia, ipotesi controversa e tanto spessa smentita: gli eccidi furono malvagia farina del sacco di pochi masnadieri, non della maggioranza dei partigiani; le vendette private vennero deplorate e anzi vigorosamente proibite dai quadri dirigenti del Partito comunista; le violenze, insomma, non furono né autorizzate, né pianificate, né volute. E la soprascritta frase pronunciata a San Giovanni in Persiceto, così come tante altre similari, sono da attribuirsi agli eccessi di un periodo in cui il desiderio di ripristinare la giustizia e costruire una patria «nuova» faceva aggio persino sui tempi e i mezzi da usarsi.
Ma fu davvero così? Il parere di storici e testimoni contrasta tale versione, per lo meno in due dei triangoli più «caldi» della lotta anti-cattolica: l’Emilia e l’Istria (ma che dire, peraltro, dei crimini della cosiddetta «volante rossa» lombarda o di altre uccisioni in Piemonte?). Anzitutto la storiografia, anche quella più aperta a sinistra (vedi Norberto Bobbio o Claudio Pavone), sembra aver ormai acquisito che – accanto a una guerra di liberazione e a una guerra civile, contro i repubblichini di Salò – dal 1943 in poi venne combattuta una «guerra di classe» che non terminò affatto col 25 aprile.
Ermanno Gorrieri, partigiano «bianco» e in seguito ministro, in un’intervista ricordava così il clima del tempo: «Molti comunisti pensavano di arrivare al potere con la violenza, come era avvenuto in Russia nel 1917, e credevano che ciò fosse una conseguenza logica della lotta partigiana in montagna. A Modena i partigiani comunisti erano ancora armati e molti, ritenendo imminente la rivoluzione proletaria, uccidevano la gente, soprattutto preti, padroni agrari, esponenti democristiani». «In generale, è diffusa la convinzione che dopo la vittoria debba il nostro partito, e possa, fare la rivoluzione comunista per distruggere la borghesia», scriveva a metà 1944 un partigiano «rosso» in un rapporto al comando delle Brigate Garibaldi.
L’ex magistrato Paolo Scalini, autore di uno studio recente sulle esecuzioni sommarie in provincia di Ravenna, esprime parere non dissimile: «La violenza dei partigiani si è sviluppata non solo contro coloro che erano ritenuti complici dei fascisti, ma anche ed in misura notevole contro i “padroni” e i “capitalisti”». Giampaolo Pansa, nel best seller sui «vinti», sembra incline alla medesima posizione: «Bisognava prepararsi alla famosa ora X. Era ciò che pensavano molti ex partigiani dell’Emilia e della Romagna, e non solo loro… Anche i sacerdoti eliminati dopo la liberazione credo vadano messi sul conto della medesima, spietata convinzione. Prete uguale a borghese uguale a fascista: per molti, era un’equazione convincente».
Forse è eccessivo sostenere – come ritiene lo storico Marco Pirina – che «chi pianificò l’uccisione di preti lo fece con uno scopo ben preciso: scardinare il controllo culturale sulle masse proletarie. Furono scelti soprattutto parroci di campagna, dove più radicata era la tradizione religiosa»; però è difficile negare che «il movente – testimoniò un sacerdote emiliano – è stato identico per tutti: liberarsi di una presenza scomoda, castigare chi predicava pace, chi si adoperava per salvare vite umane, chi deplorava l’odio e le stragi. Tanti nostri preti hanno pagato con la vita una semplice espressione di dissenso pronunciata durante una predica, in chiesa. Molti altri sono stati uccisi solo perché indossavano una tonaca».
Non si tratta di sole opinioni, bensì di fatti che parlano da sé. «A quanto mi consta – notò il valente storico degli eccidi del clero emiliano, don Mino Martelli – né i partigiani democristiani (80 mila in Italia), né i repubblicani, né i socialisti, né i liberali hanno continuato a sparare dopo la guerra». Anche le modalità degli assassinii parlano chiaro: don Giuseppe Jemmi, per esempio, giovanissimo viceparroco di Felina (Re) con diversi agganci partigiani, viene ucciso nell’aprile 1945 due giorni dopo aver deprecato dal pulpito le violenze rosse: «Fratelli non ascoltate la tentazione della vendetta. Non siate i figli di Caino».
Lo stesso accade a don Giuseppe Lenzini, parroco a Crocette di Pavullo sull’Appennino modenese, che criticava in predica i «metodi estremisti di far fuori la gente»: una notte di luglio 1945 lo svegliano col solito pretesto del moribondo da confessare ma – siccome lui non abbocca – penetrano con una scala in canonica, lo scovano nascosto nel campanile, gli fracassano il cranio e lo finiscono col mitra.
Ma persino gli avvenimenti post mortem dei poveri martiri – ben raccolti da Giovanni Fantozzi in uno studio ancora inedito – fanno da teste a carico per un’imputazione ideologica. Ai funerali di don Alfonso Reggiani, per esempio, ucciso ad Amola di Piano (Bo) nel dicembre 1945 sulla base di un falso sospetto di delazione, osano partecipare solo 5 bambini e qualche donna: tale era il potere e la paura del Partito Comunista. Idem per don Tiso Galletti, trucidato dai due killer della «motocicletta della morte» a Spazzate Sassatelli (Im) il 18 maggio 1945: il parroco vicino testimonierà al processo che «per il funerale non c’era nessuno, tranne i famigliari e il campanaro. In fondo al viale c’era un giovane in bicicletta con il fazzoletto rosso al collo per controllare i presenti».
Addirittura due intellettuali di fede progressista, Davide Ferrario e Daniele Vicari autori del film Comunisti che indaga sulle ombre della Resistenza, ammettono che «il Pci allora non era un partito che poteva andare verso una democrazia borghese. Al tempo stesso faticava a lasciarsi alle spalle una cultura antidemocratica». Così se il 2 giugno 1945 – dopo l’uccisione a Nonantola di padre e figlio democristiani (e il più giovane partigiano) – fu il Pci stesso a distribuire a Reggio Emilia un manifesto: «Basta con i delitti»; subito la Dc potè replicare con analoga affissione: «Chi è l’autore di tutti i delitti?». 

(3. continua) 

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Ma Togliatti il “doppio” ha coperto i colpevoli?

E Togliatti? Il dibattito sul suo coinvolgimento nelle stragi di preti e cattolici, sulla “doppiezza” politica del Pci (che in pubblico chiedeva legalità e in privato finanziava le squadracce), è infinito e controverso. È vero che in un discorso della fine del 1944, per esempio, «il Migliore» auspicò un’alleanza tra cattolici e comunisti, sostenendo che i secondi non avevano nulla da temere dai primi; tuttavia il sospetto di opportunismo è dietro l’angolo. Inoltre Togliatti fu ministro della Giustizia nell’immediato dopoguerra e l’accusa è che abbia per lo meno coperto molti omicidi di sacerdoti, permettendo ai colpevoli d’espatriare: accadde nel caso di don Pessina, i cui presunti autori scapparono chi nella Jugoslavia di Tito, chi a Praga. Del resto, per esempio a Reggio Emilia – spiegano Giorgio e Paolo Pisanò ne Il triangolo della morte – i comunisti «erano padroni della provincia, controllavano una notevole forza armata, la Prefettura, il Comune, la polizia partigiana; potevano praticare liberamente la “giustizia popolare”». Pansa allarga l’osservazione a Modena: finché alla fine del 1946 De Gasperi non spedì laggiù i carabinieri, «l’ordine pubblico era nelle mani della polizia partigiana, quasi tutta comunista… L’ondata di crimini che investì la provincia non fu il frutto di un moto spontaneo e popolare di vendetta. Ma venne progettata, per non dire pianificata». Gorrieri pure testimonia: «Io so che molte federazioni provinciali erano divise. Però spesso hanno tollerato e coperto i delitti, aiutando magari i colpevoli a fuggire all’Est e tacendo su chi era in carcere innocente. Tutti, anche chi non erano d’accordo, hanno tenuto un atteggiamento per lo meno ambiguo». Indro Montanelli, a suo tempo “sconsigliato” di indagare sulle stragi rosse, così commentava quei fatti: «Se il partito ordina di uccidere, si uccide. E se il partito ordina di mandare in galera un altro, ce lo si lascia andare. Tutto questo, c’è chi lo trova “eroico” e “sublime”. Io lo trovo semplicemente infame». (R.Be)

il caso

La Romagna salvata dagli anticlericali

Perché tanti preti uccisi dai partigiani in Emilia e nessuno (o quasi) in Romagna? Alla domanda tenta una risposta interessante don Enzo Tramontani, già parroco nella zona di Ravenna, che trasmette la sua testimonianza così come invitiamo altri lettori a fare: «Una possibile lettura di questa circostanza singolare può trovarsi nella componente storica dell’anticlericalismo viscerale che ha caratterizzato la Romagna fin alla metà dell’Ottocento. L’idea mazziniana – pur connotandosi aspramente laica – non aveva mancato di proporre una propria etica. Forse per questi presupposti durante la cosiddetta “settimana rossa” del giugno 1914, mentre a nord di Ravenna si bruciavano chiese e municipi, le chiese a sud non solo sono state risparmiate, ma addirittura difese da vecchi anticlericali».

di Roberto Beretta [Da “Avvenire”, 29 gennaio 2004]

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