Omosessualita’, verso la liberazione (di Gerard J.M. van den Aardweg)

libertaL’omosessualità continua a esser vista, dal vasto pubblico, alla luce di idee preconcette infondate e sorpassate, da cui non sono purtroppo esenti nemmeno categorie di professionisti per i quali una migliore informazione sarebbe un corredo auspicabile, per non dire un requisito indispensabile: medici, psicologi, sociologi, sacerdoti, giornalisti. Sono varie le ragioni ditale ignoranza: una di queste è la scarsità di persone che si occupano di ricerca e terapia dell’omosessualità a livello professionale; al che si aggiunge. in diversi Paesi, una carenza di aggiornamento della psichiatria e della psicologia. Da questa situazione trae profitto la strategia di «emancipazione» degli omosessuali militanti – fiancheggiati dall’ establishment progressista» occidentale e dai corifei della «liberazione» sessuale – per inculcare nel pubblico certi dogmi di stampo libertario: «L’ omosessualità è una normale variante della sessualità umana; l’unico problema sta nella discriminazione sociale»; «omosessuali si nasce», o ancora (il che, in fondo, equivale alla precedente affermazione «nell’ insorgere dell’omosessualità è decisiva la prima infanzia» e «l’omosessuale non può cambiare né, tantomeno, guarire».
Soprattutto quest’ultima affermazione esprime un atteggiamento fatalistico nei confronti dell’omosessualità che è al giorno d’oggi enormemente diffuso. Anche cattolici bene intenzionati, che riconoscono senza mezzi termini il disordine oggettivo degli atti omosessuali, non sanno che la genesi psichica di questa condizione sessuale è tutt’altro che misteriosa e la sua terapia tutt ‘altro che impossibile; nella direzione spirituale incoraggiano giustamente le persone affette da tali tendenze a vivere la castità e il dominio di sé stessi, ma ritengono di fatto impossibile un cambiamento radicale.

Una genesi non misteriosa
Eppure la realtà, per fortuna, non è così triste: ed è un peccato che finora tanto pochi siano, anche in àmbito cattolico, gli psicologi, i medici e gli psichiatri che hanno preso seriamente atto dei risultati della ricerca e che ne fanno uso nel trattamento di persone afflitte da questo problema. A tale omissione dobbiamo la longevità del mito della misteriosa genesi psichica dell’omosessualità e gli ostacoli che intralciano il cammino della terapia (del comportamento, non si tratta di una malattia). Quanti sono, infatti, al giorno d’oggi, gli esperti che, quando hanno a che fare con un paziente con tendenze omosessuali, si impegnano sistematicamente a orientano verso un cambiamento? In un Paese grande ed evoluto come la Germania non arriviamo a contarne nemmeno cinque… Ecco perché resiste il mito dell’irrecuperabilità, ed ecco perché numerosissimi medici, psicologi e sociologi possono continuare a permettersi di obiettare: «Io, un omosessuale guarito, non l’ho mai visto».
Possiamo tuttavia ricordare almeno due categorie di persone che oggi si impegnano con particolare energia nel trattamento dell’omosessualità: la prima è formata da un discreto numero di psicologi, psichiatri e psicanalisti, che si possono qualificate come psico-terapeuti di orientamento psicodinamico; l’altra consiste di certi gruppi cristiani, per lo più protestanti, che si ispirano per questo loro impegno al testo biblico. Di tali gruppi alcuni si servono delle conoscenze acquisite attraverso l’esperienza degli psicoterapeuti, e sono già state fatte modeste ma promettenti esperienze di collaborazione complementare tra le due categorie, come avviene ogni anno nei due congressi che l’organizzazione americana «Exodus International» tiene su questo tema rispettivamente in America e in Europa. E, questo, un processo cui guardare con, interesse e soddisfazione, perché la pratica dell’esperienza terapeutica insegna che un paziente animato da una motivazione religiosa, e che cresce nelle virtù umane e teologali, fa passi avanti molto più rapidi. Quanto più l’ omosessuale orienta alla fede in Dio la propria vita, tanto più ne vede chiaro il senso, purifica la propria coscienza e fortifica la volontà nella lotta contro le proprie tendenze disordinate. Ma è anche vero che, sul piano prettamente umano, perché il paziente migliori gli è necessaria una certa conoscenza psicologica dell’origine, struttura e dinamica del problema, una conoscenza del proprio carattere e in particolare di quegli aspetti della propria personalità che soffrono di uno sviluppo incompleto.
Stekel & Adler
Prima di procedere a una descrizione succinta dello status quaestionis in merito al trattamento terapeutico dell’omosessualità (in quanto sintomo/comportamento indesiderato, ripetiamo non e’ una malattia) ritengo utile considerarne brevemente anche la genesi storica, che risale a quasi un secolo fa. Anche se già nel secolo scorso furono fatti alcuni tentativi di chiarire l’origine psichica dell’omosessualità, fu la corrente di pensiero imperniata sulla psicanalisi freudiana ad apportare i primi notevoli progressi. Progressi dovuti non certo alle formulazioni originali delle teorie freudiane, che ormai risultano insostenibili, ma all’enunciazione di alcuni concetti fondamentali che hanno avuto una grande efficacia orientatrice. Per esempio, la convinzione che le cause sono da localizzare negli anni della gioventù e che la relazione con i genitori riveste un ruolo importante in questo processo, oppure la costatazione che nell’omosessuale, come in genere in altri pazienti affetti da disturbi sessuali, si riconosce nella maggior pane dei casi una personalità bloccata, fissata in una forma di vita sessuale immatura e infantile.
Quanto alla terapia, se ne intravedeva già a quei tempi la possibilità, anche se Freud dovette riconoscere che un processo curativo completo non si poteva ancora dare che in pochi casi. Chi fece passi avanti furono invece – ciascuno a suo modo – certi suoi allievi, come Wilhelm Stekel e Alfred Adler. Stekel (1922), che aveva una notevole esperienza clinica di pazienti con problemi sessuali di ogni genere, descrisse l’omosessualità come un «infantilismo psichico», affine alla psiconeurosi, suscettibile di considerevoli miglioramenti e persino, a volte, di guarigione.
Adler (1917) fu il primo a mettere l’omosessualità in relazione con un complesso di inferiorità nei confronti del proprio sesso, che quindi nell’ uomo si manifesta come un complesso di mancanza di virilità. Negli ultimi decenni si sono viste confermate soprattutto le idee di Adler, alla luce di ricerche, anàmnesi e test psicologici. Anche se le preferenze dei vari studiosi differiscono nel mettere in maggior rilievo questo o quel fattore generico e psicodinamico, esiste un consenso in linea di massima nel concepire l’omosessualità come una reazione a difficoltà di identificarsi col proprio sesso, un «problema di identità sessuale» (gender identity problem). La persona di sesso maschile con tendenze omosessuali è uno che non riesce a riconoscersi pienamente come uomo o ragazzo, perché non si sente all’altezza di questo ruolo; lo stesso vale per la donna lesbica nei confronti della propria identità femminile.

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Dalle osservazioni di Adler derivano alcune indicazioni che ritroviamo in forme di terapia sviluppate molto più tardi, come quella, per esempio (nel caso di un uomo), di stimolare una fiducia virile in sé stesso e quella di lottare contro la tendenza a rifuggire da comportamenti, attività e interessi appartenenti al mondo maschile.

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Desideri inappagati
Le ricerche empiriche di Bieber e altri (1962) hanno contribuito a correggere alcune idee di stampo psicanalitico in merito all’origine e alla struttura dell’omosessualità. Vale a dire che si è notato quanto sia importante, perché un figlio si identifichi positivamente col suo ruolo sessuale, il fatto che abbia stima per il genitore dello stesso sesso; tradotto in termini di terapia dell’omosessualità questo vuol dire che si deve incoraggiare un maturo atteggiamento di accettazione nei confronti di questo genitore (v. anche Nicolosi 1991) e spesso anche correggere un atteggiamento infantile nei confronti del genitore di sesso opposto. Bieber ha messo inoltre in evidenza che l’adulto omosessuale è uno che non ha vissuto i suoi anni di gioventù ben inserito nella vita di gruppo dei giovani dello stesso sesso. E il caso del ragazzo che sente che le attività dei maschi della sua età non fanno per lui, o della ragazza che sente di stare in una posizione di inferiorità nell’ambiente delle coetanee. Tali esperienze giovanili portano il bambino o il ragazzo a drammatizzare la propria situazione e ad agognare l’affetto di quelle persone dello stesso sesso dalle quali non si sente accettato o dalla cui compagnia si sente escluso. Le fantasie omosessuali traggono spesso origine da questo bisogno – erotizzato – di attenzione e, di fatto, è in tale forma che si cristallizzano nella vita dell’interessato. Lo psichiatra olandese Arndt (1961) riassume questo stato di cose in una formula: «Dentro l’omosessuale vive un povero bimbo che si strugge di desideri inappagati».

Esperienze terapeutiche
A questo punto è importante precisare che, quando parliamo di terapia dell’ omosessualità non dobbiamo pensare soltanto a un cambiamento dell’ affettività sessuale in quanto tale; una vera terapia deve andare molto più a fondo, perché quest’affettività modificata non è che uno degli elementi di un fenomeno molto più ampio di una personalità che anche in molti altri aspetti è rimasta immatura. Pertanto la terapia deve puntare a insegnare al paziente a riconoscere e combattere tutta una gamma di espressioni di egocentrismo infantile, di timori, di sentimenti di inferiorità, di reazioni di protesta, di motivazioni egocentriche nell’impostare l’amicizia e le relazioni sociali, di abitudini a cercare compensazioni consolatorie, di affettazioni infantili, e soprattutto un atteggiamento infantile di autocompassione e un impulso a vedere la propria vita in chiave di tragedia e di sofferenza. Infatti anche nella sfera emotiva diventiamo tanto più adulti quanto più cresciamo in quella fiducia in noi stessi, come uomini o donne, che è tipica dell’adulto, e ci sentiamo intimamente a nostro agio nel nostro ruolo di uomo (per esempio assumendoci responsabilità da padri) o di donna (per esempio assumendoci responsabilità da madri).

Soltanto chi si sente uomo, ed è felice di esserlo, sarà in grado di sentire coscientemente attrazione per l’altro sesso: il che vale, mutatis mutandis, per la donna. Pertanto una terapia non si può dire pienamente riuscita se l’unico suo risultato è stato quello di ridurre o far sparire le emozioni omosessuali e non si è arrivati a formare nel paziente una personalità complessivamente più equilibrata, meno neurotica, più adulta e meno egocentrica.
Tanto per dare un esempio tipico, ricordo un giovane che contava già alcuni anni di relazioni omosessuali: dopo un certo periodo di trattamento riuscì a smettere tale tipo di contatti. Ma solo più o meno due anni più tardi si poté dire che non coltivava più fantasie omosessuali e aveva vinto l’ abitudine alla masturbazione che prima si manifestava in lui quasi come un’ ossessione compulsiva. Cominciò a spasimare sempre meno per certi suoi idoli e a sentirsi sempre più uguale agli altri uomini, liberandosi a poco a poco dall’impulso interiore a desiderarne l’attenzione e l’affetto. Nei confronti di sé stesso si fece forte ed esigente, riducendo le reazioni di autocommiserazione, come per esempio quelle che gli venivano quando rimaneva solo. Nei confronti di sua madre, donna dominante e ipersentimentale, acquistò maggiore indipendenza. Allo scoraggiamento cronico e piagnucoloso di prima subentrarono coraggio e voglia di vivere, ottimismo e vigore. Questo cambiamento totale del suo comportamento fu notato da tutti nel suo ambiente. Durante questo processo di lotta costruttiva contro i propri infantilismi, con il terapeuta che gli faceva da «allenatore», a poco a poco affiorarono in lui sentimenti di attrazione sessuale verso una certa ragazza; e questo avvenne in maniera spontanea e inattesa, senza che lui si fosse mai prospettato coscientemente emozioni o comportamenti eterosessuali, proprio come avviene in un giovane quando raggiunge la pubertà. Bisogna infatti precisare che gli istinti eterosessuali, nell’omosessuale, ci sono; solo che vengono bloccati dal suo complesso di inferiorità omosessuale. Persino nel caso dei cosiddetti «transessuali», cioè uomini che hanno la sensazione di avere anima di donna e corpo di uomo, ma in realtà soffrono di un grave complesso omosessuale di inferiorità, si conquistano vittorie decisive del genere, anche se è vero che questo processo può richiedere anni di lotta e molto coraggio.
La maggior parte dei pazienti che lo vogliono veramente e si danno sistematicamente da fare migliorano nel giro di uno o due anni e a poco a poco diminuiscono o spariscono del tutto le loro ossessioni omosessuali, aumentano la gioia di vivere e un senso generale di benessere. mentre si attenua l’egocentrismo. Alcuni, per il momento ancora una minoranza di coloro che si sottopongono alla terapia, evolvono fino a diventare totalmente eterosessuali; altri mantengono saltuari episodi di attrazione omosessuale, che sono molto più sporadici via via che prende piede in loro un’affettività eterosessuale. Si contano già casi di persone che sono state in grado di innamorarsi, sposarsi e mettere in piedi una bella famiglia. Nei miei studi usciti nel 1986 e nel 1992 si trovano alcuni dati statistici su risultati della terapia.

Oltre la compassione
 Cito sempre volentieri un caso che è tanto più significativo in quanto viene raccontato dalla controparte, cioè da uno psichiatra olandese che milita nel movimento di «emancipazione» omosessuale. Si tratta della guarigione radicale di una donna che era lesbica. Il suo miglioramento cominciò il giorno che con folgorante chiarezza capì quanto fosse vero ciò che un sacerdote dotato di buon senso psicologico le aveva detto: «È che sei rimasta una bambina!». Il processo di cambiamento, la lotta, durò alcuni anni, ma poi poté testimoniare che la sua omosessualità era totalmente scomparsa: «Come una gamba amputata, che non può tornare mai più». Questa donna si rivolgeva con questa testimonianza al suddetto psichiatra, che nelle sue pubblicazioni affermava l’inguaribilità dell’omosessualità.
Gli raccontava la sua vita per spiegargli quanto il suo pessimismo nei confronti di una possibilità terapeutica fosse fuori luogo. Fatti del genere sono anche un esempio di come sia sbagliato l’atteggiamento di non pochi ecclesiastici investiti di cura d’anime che, in buona fede, ma vittime probabilmente della scarsa diffusione di cui godono le esperienze terapeutiche di cui stiamo parlando, ritengono che la maniera migliore per aiutare persone con tendenze omosessuali sia quella di insegnar loro la rassegnazione e l’accettazione del sacrificio che comporta questa loro situazione, anziché incoraggiarle a lottare con pazienza e perseveranza per uscirne. Oltre che ignoranza, questo atteggiamento dimostra una grande ingenuità, giacché è difficilissimo, per non dire impossibile, convivere con le proprie tendenze omosessuali senza lasciarsene trascinare; la loro forza compulsiva trae origine da un focolaio di infezione profondo: fintanto che resti presente, la vita dell’omosessuale è e rimane una storia di amarezze e di infelicità. Per tale ragione il cammino della liberazione, per l’ omosessuale, non passa attraverso la compassione, e men che meno passa attraverso il riconoscimento della «normalità» delle relazioni omosessuali propugnato da alcuni potenti movimenti nel mondo occidentale. L’egocentrismo e l’infantilismo che affliggono l’omosessuale in una continua ansia di «ricevere» attenzione e affetto gli rendono impossibile «darsi» in una vera amicizia.

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Nessun fatalismo
Non bisogna lasciarsi indurre a conclusioni fatalistiche di incurabilità nemmeno dalla presenza di casi nei quali le tendenze omosessuali raggiungono una forza ossessiva irresistibile, o siamo in presenza di una neurosi molto grave o di una quasi-psicosi. Dobbiamo ammettere che per il momento, con tali persone, il massimo risultato che si può sperare di ottenere è l’ astensione da relazioni sessuali e una relativa stabilità di comportamento, ma qui vale lo stesso discorso che per le diverse fobie e neurosi ossessivo-compulsive: le une sono più facili da vincere che le altre; di conseguenza la terapia ha in certi casi più successo che in altri. E con questo? Anche la medicina ha a che fare con malattie, come l’asma o l’ artrite reumatoide, che allo stato attuale delle conoscenze non sempre si possono guarire. Ma nessun medico serio si sentirebbe di concludere che non ha senso sottoporre tali pazienti a un trattamento o studiare nuove terapie. Detto in sintesi: le tendenze omosessuali si possono considerevolmente correggere e le guarigioni radicali sono tutt’altro che rare; il fatalismo nei confronti della terapia è pertanto infondato. Anzi, avremmo fatto già molti più passi avanti se fossero più numerosi i terapeuti interessati al trattamento della neurosi omosessuale.
Apparente realismo
Neanche per scherzo è lecito pensare che lo sforzo che questa correzione delle proprie tendenze richiede all’omosessuale sia una prova troppo ardua, e che dunque sia più realistico o comprensivo l’atteggiamento di chi suggerisce a lui di «accettarsi» e alla società di «accettarlo» così com’è.  Di realismo e di comprensione in questo atteggiamento c’è soltanto l’ apparenza. Anche per gli omosessuali più gravi non c’è altro cammino di liberazione che la lotta per correggere le proprie tendenze deviate. Il cedimento a questa neurosi sessuale, la caccia di contatti e relazioni per loro natura instabili e frustranti, fa scivolare alla lunga in una spirale di profonda insoddisfazione, in una vita miserabile di delusioni e infelicità, mascherate da una ostentata e chiassosa allegria apparente, lungo il cammino della distruzione psichica e della disperazione. È doloroso costatare quanti siano gli assistenti sociali, i medici, i terapeuti, nonché i pastori di anime che ignorano il desiderio di cambiare che arde in molte persone con tendenze omosessuali. Eppure oggi abbiamo fenomeni come la crescita del movimento internazionale «ex-gay», a cui aderiscono omosessuali che non sono disposti a rassegnarsi a questa loro situazione; spuntato negli Stati Uniti come un autentico movimento di base, si è organizzato in enti come il già ricordato «Exodus International» (eretto nel 1976, con sede a St. Raphael, California, e con Exodus Standard come organo) e «Courage», con sede a New York e Washington.
Omosessuali ed ex-omosessuali vi convengono per aiutarsi a promuovere negli interessati il miglioramento, un cambio radicale di vita. Anche queste sono prove dell’esistenza di un gran numero di persone disposte a lottare e a non perdere la speranza.
Omosessualità: verso la liberazione di Gerard J.M. van den Aardweg Apparso in Studi cattolici n. 394, anno XXXVII, dicembre 1993.
Bibliografia
A. Adler, Das Problem der Homosexualität, Ernst Reinhardt, Mtlnchen 1917. J.L. Arndt, Een bijdrage tot het inzicht in de homoseksualiteit [«Contributo alla conoscenza dell’omosessualità»], in «Geneeskundige bladen», 3, 1961. pp. 65-105. I. Bieber e altri, Homosexuality: A Psychoanalytic Study, Basic Books, New York 1962. J. NicoLosi, Reparative Therapy of Male Homosexuality, Jason Aronson, Northvale N.J. 1991. W. Siekel, Psychosexueller Infantilismus, Urban & Schwarzenberg, Wien 1922. G.J.M. van den Aardweg, Homosexuality and Hope, Servant Publications, Ann Arbor 1985; On the Origins and Treatment of Homosexuality, Praeger, New York 1986; Das Drama des gewöhnlichen Homosexuellen, Hänssler Verlag, Neuhausen-Stuttgart 1992 (II ed.).