Partigiani all’assalto del don

C’era una volta una casa – alla Giovecca di Lugo, tra Ferrara e Ravenna – dove, una mattina del maggio 1945, fuori dalla porta fu appesa una tonaca.
C’era una volta, ma non è una favola. In quella dimora, la Casa Scardovi, si regolavano i conti malmessi di vent’anni di fascismo. In pratica, i «tribunali del popolo» partigiani e comunisti interrogavano, seviziavano e passavano per le armi i presunti «fascisti» rastrellati in varie località, anche lontane; si dice ne siano passate 300, di vittime, da quella casa. E il giorno dopo dagli indumenti appesi al gancio si capiva chi era stato giustiziato.
È rimasto anonimo il prete ucciso quella notte; un giornale scrisse che fu frustato con catene di bicicletta da un gruppo di donne. Comunque sia, la sua figura di «sacerdote ignoto» ben si presta a simboleggiare i confratelli vittima nell’incerto, sanguinoso crepuscolo tra dittatura e libertà.
Ufficialmente sono stati 729 i membri del clero italiano – dai vescovi ai seminaristi, dai religiosi ai fratelli laici – morti a causa della seconda guerra mondiale. 422 morirono prima dell’8 settembre 1943: cappellani militari uccisi in combattimento, parroci periti sotto i bombardamenti. 191 invece risultano morti durante la Resistenza, di cui la maggior parte (158) trucidati dai tedeschi e 33 dai repubblichini. Infine 108 furono le vittime dei comunisti: 53 caduti durante la Resistenza, 14 immediatamente prima del 25 aprile e 41 dopo. Addirittura 7 furono ammazzati nel 1946, uno nel 1947 e un altro nel ’51.
Analizzando le stesse cifre da un altro punto di vista, l’impressione di stranezza non muta: a fronte di 57 sacerdoti morti in combattimento, infatti, di 31 defunti in prigionia e 18 nei campi di concentramento; di contro ai 265 religiosi morti durante i bombardamenti, ai 49 scomparsi in servizio per malattia e ai 30 dispersi; ben 279 appartenenti al clero italiano sono rubricati alla voce «assassinati per rappresaglia o per odio di parte»: come dire che quasi il 40 % delle vittime belliche con la talare non furono stroncate dai colpi diretti della guerra, bensì per motivi più ideologici o addirittura «politici», che siano neri oppure rossi. Per fare un altro paragone significativo, almeno in cifre assolute: i decessi dei cappellani militari durante tutto il conflitto sono stati 148, mentre i parroci italiani morti violentemente furono 238 (più 41 viceparroci e 129 tra seminaristi, novizi e religiosi laici); quasi che per i sacerdoti il fronte sia stato meno pericoloso dell’ombra del campanile.
Restringendoci alle sole vittime dell’estremismo comunista, subito viene alla mente il famoso «triangolo della morte», dove i partigiani uccisero una trentina di preti: 8 in diocesi di Bologna, 4 a Modena, 8 a Reggio Emilia, 4 a Imola, 1 a Ravenna, uno a Carpi… Non c’è solo l’Emilia Romagna, tuttavia: la geografia del martirio sacerdotale si estende da Torino a Locri (dove un parroco fu ucciso nell’ottobre 1943 dai militi della «repubblica comunista» di Caulonia); dal Veneto alla Toscana. Un’altra zona di molte uccisioni è quella di Gorizia e l’Istria, dove non meno di una quindicina di religiosi finirono infoibati dai partigiani titini o dai comunisti italiani.
Perché questa vera e propria strage di sacerdoti, che qualcuno (il «laico» Paolo Mieli) oggi taccia d’«incredibile mattanza»? Per le vittime dei nazifascisti la risposta è quasi sempre chiara, delineata entro un orizzonte – se non giustificabile moralmente – almeno comprensibile dal punto di vista storico: si trattava in prevalenza di parroci che tentavano di difendere la loro gente dalle rappresaglie, era clero accomunato al suo popolo nelle stragi di interi paesi.
Mentre per i 108 sterminati dai partigiani le ragioni degli assassinii sono ben più sottili e nascoste, spesso indicibili. Epurazione? In verità, i sacerdoti il cui passato poteva essere ricondotto a un legame con la dittatura si contano su una sola mano: e si va in gradazioni assai varie dal fanatico don Tullio Calcagno, fucilato a Milano il 29 aprile 1945 (tuttavia era già stato scomunicato per i suoi eccessi mussoliniani), all’emiliano don Carlo Terenziani, cui s’addebitava solamente un antico servizio pastorale per la milizia fascista; un’altra quindicina erano stati cappellani militari, se questo da solo può essere segno d’adesione al regime. Fu sommaria «giustizia di popolo», insorto contro l’oppressore? Ma la maggioranza dei parroci venne piuttosto uccisa da isolati sicari, da anonimi killer che agivano di notte, a volte con l’inganno, a volte saccheggiando le canoniche…
Togliamo dunque dall’elenco dei 108 i sospetti fascisti e un’altra ventina di preti uccisi all’estero: i missionari fucilati dalle guardie rossi cinesi o ammazzati da partigiani albanesi o russi. Restano comunque almeno 70 sacerdoti assassinati dai «rossi» senza un motivo direttamente militare. Perché, allora? Per aiutare a spiegarlo ecco un altro numero, che nello stesso tempo è indice ideologico: 9 sacerdoti uccisi dai tedeschi sono stati insigniti di medaglie dalla Repubblica italiana; 5 sono le onorificenze destinate a preti uccisi dai nazifascisti. E ai 108 confratelli massacrati dai partigiani comunisti? Nulla! Sette martiri risultano bensì decorati dallo Stato, ma da quello fascista e prima dell’8 settembre.
Un’artefatta ideologia della Resistenza ha finora impedito, in oltre cinquant’anni, di riconoscere che almeno qualcuno di questi italiani con la tonaca ha eroicamente difeso la democrazia, la giustizia, la libertà di tutti. Il 60° della Liberazione, ormai vicino, sarebbe un’occasione per dare una medaglia anche ai preti delle foibe e del «triangolo rosso».

(2. continua)

di Roberto Beretta [Da “Avvenire”, 23 gennaio 2004]

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