Pci, la storia occultata

Quanti anni dovranno ancora passare per studiare la storia d’Italia senza il rischio di finire in tribunale? La domanda sorge spontanea alla lettura del libro di Gianni Donno, La Gladio rossa del Pci (1945-1967) ed. Rubbettino. Non un libro di storia, ma un libro per gli storici. Contiene infatti 180 documenti inediti scelti fra le migliaia che Donno, in qualità di Consulente della Commissione Stragi, ha riesumato dagli archivi del Gabinetto del ministro degli Interni, per pubblicarli poi, previo assenso di Giovanni Pellegrino, a corredo della sua relazione. Nella modesta veste di una raccolta di fonti, per lo più rapporti di prefetture, segnalazioni dei Carabinieri, informative, lettere e note riservate – fonti da prendersi con beneficio d’inventario visto che la loro attendibilità non è dimostrata – il libro apre uno squarcio sulle attività militari clandestine del Partito Comunista italiano; restituisce come scrive Piero Craveri “la reale natura dei rapporti di forza che sottendono la storia dell’Italia contemporanea”, gettando una luce sinistra sul contributo alla democrazia repubblicana da parte di un partito come il Pci che mai rinunciò alla sua essenza leninista e rivoluzionaria.

Riuscire “costi quel che costi”

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Mostra, tanto per cominciare, padri della patria e costituenti integerrimi alle prese con l’attività cospirativa, nel segno di quella schizofrenia che un eufemismo definisce “doppia lealtà” per indicare la fedeltà alla Repubblica e la subordinazione all’Unione Sovietica. Una nota del 30 luglio 1948 trasmessa dal Capo gabinetto del ministro degli Interni al Prefetto di Bologna riporta: “Si sono riuniti a Bologna, presso la Federazione bolognese, tutti i dirigenti e i comandanti militari dell’Emilia Romagna. Presiedeva la riunione il Senatore Terracini. Ordine del giorno: Mobilitazione generale forze partigiane; Equipaggiamento e armamento; Trasferimenti e viaggi: Servizi collegamenti; Ordini di operazioni. Molto distesamente – continua la nota – il Sen. Terracini ha impostato il problema dei partigiani e, data lettura di una circolare a paragrafi della Direzione Generale di tutto il Mediterraneo, ha impartito i seguenti ordini prima di discutere l’ordine del giorno. Tutti comandanti con i loro uomini debbono sapere che il partito ha dato una parola d’onore al Cominform; questa parola è “riuscire costi quel che costi”. La data sarà comunicata tempestivamente in tutta l’Italia, e in tutte le regioni avrà l’immediato sopravvento: occorre dare gli ultimi ritocchi ai quadri operativi, dove si può esser certi che l’operazione sarà di facile riuscita. Nessuno di sua testa faccia azioni che possono compromettere tutto l’operato dei tecnici e dei compagni. Ognuno abbia il senso della responsabilità; cerchiamo di occulatare bene le armi, tenerle sempre in efficienza; il momento è vicino”. Che esistesse una struttura illegale e paramilitare del Partito Comunista è appurato da quando la caduta del Muro di Berlino ha fatto apprire un reperto archeologico il silenzio degli storici ufficiali come Paolo Spriano e i tentativi di minimizzarne la portata. Che si trattasse di una struttura offensiva, con funzioni di quinta colonna dell’Urss in Occidente, pronta all’insurrezione, addestrata per azioni di sabotaggio, infiltrazioni, spionaggio, raccolta di armi, e non un semplice apparato di vigilanza preposto alla difesa di sedi e dirigenti in caso di messa fuori legge del Pci, come vorrebbe la vulgata corrente, è la tesi di Gianni Donno. Diversamente da Victor Zaslavsky, l’altro consulente della Commissione Stragi che ha potuto consultare gli archivi sovietici, Donno è convinto che il braccio armato del Pci non si esaurisca nel 1953 con la morte di Stalin, ma continui a operare sino al 1967 – termine ad quem delle fonti da lui consultate – e forse pure oltre, cambiando semmai obiettivi e strategia in funzione del mutato contesto internazionale, col graduale abbandono dell’apparato militare di massa per un nucleo clandestino specializzato, che entrerà in stato d’allerta durante la crisi di Berlino del 1951 e del 1958, e la crisi dei missili a Cuba nel 1962.

L’archivio M

Ma l’aspetto più inquietante di tutta la vicenda riguarda la presunta scomparsa degli archivi del Pci. Un giallo a tinte forti che dimostra quanto sia difficile scrivere la storia del comunismo, che fu innanzitutto una storia segreta. Il responsabile dell’Istituto Gramsci, Silvio Pons, durante la presentazione del volume alla Biblioteca della Camera, ha ricordato che una parte degli archivi del Pci venne trasferita a Mosca, lì inventariata e quindi restituita al Gramsci dove oggi è consultabile come “Archivio M”. Pons ha anche avanzato l’ipotesi che nel corso dell’inventario siano potuti scomparire fascicoli compromettenti. Donno però è sicuro che l’episodio citato da Pons si riferisse alle carte relative al periodo tra le due guerre e non all’epoca post 1945. E aggiungendo al mistero l’enigma, ribadisce quanto scrive nel suo libro: di aver saputo da un parlamentare della Repubblica, che ne ebbe notizia da un deputato comunista, che “l’archivio segreto del Pci sarebbe conservato nell’abitazione di un antico fidato dirigente comunista”, notizia data per attendibile da un terzo parlamentare comunista, “in quanto proveniva da un esponente di spicco del partito, dirigente di un importante Istituto culturale a esso legato e imparentato col destinatario finale e custode dell’archivio segreto”. Ben vengano i documenti riesumati grazie alla franchigia di un organo giudiziario come la Commissione Stragi. Ben venga l’acribìa filologica dello storico. A condizione però che sia libero di indicare chiaramente le prove di ogni sua affermazione. Perciò più che una nuova Commissione Stragi, al servizio della magistratura, urge una missione di archivisti a servizio della storia, che andasse a Mosca a setacciare tutti i fondi d’archivio del Kgb, del Pcus, del Politburo relativi alla politica italiana nel dopoguerra, per riportarne indietro i microfilm da depositare all’Archivio di Stato. Questa sì che sarebbe una svolta per il ministero dei Beni culturali.

di Marina Valensise

Un libro riporta alla luce le attività militari clandestine del Pci. “Occultare bene le armi, tenerle sempre in efficienza, il momento è vicino” recita una nota del ’48 del capo Gabinetto del ministero degli Interni. E ancora ci si chiede che fine abbia fatto l’archivio del Pci Roma.

[Da “Tempi” n. 25, 21 Giugno 2001]