Perché l’intelligenza artificiale può far dimenticare chi siamo

Non è così intelligente come sembra, ma certamente è più furba. Di lei si fidano tutti, anche e soprattutto quelli che solo vagamente sanno come funzioni. Un successo eclatante considerando che ha così pochi anni di vita, ed è in continua ascesa. I giovani la adorano, gli anziani la temono, gli adulti l’adulano. E non esiste. È solo un concetto dal perimetro piuttosto liquido, anche se abbiamo preso l’abitudine di darle dei nomi: Gpt3, Dabus, Siri, Alexa. L’intelligenza artificiale non esiste, o forse esiste troppo e dove non dovrebbe. Tra tutte le tecnologie emergenti è la regina, con numeri da capogiro, investimenti massicci, risultati sulle pagine dei giornali. E non esiste. Lo ripeto, come un mantra, l’AI (Artificial Intelligence) non esiste. Materialmente sono innumerevoli sistemi matematici con infinite variabili, tante quante le sue concrete applicazioni, o quasi. Righe di parole e numeri a cui noi colleghiamo ogni giorno sempre di più la nostra esistenza. Ne parliamo e scriviamo come fosse una entità indipendente, come se avesse vita propria, come se si potesse muovere e sviluppare come un organismo vivente, come se avesse un pensiero autonomo, come se avesse propri piano di sviluppo. O di conquista. Ma non esiste.

Feuerbach scrisse tentando di dimostrare, con un certo successo di pubblico, che Dio non esiste, che è semplicemente una proiezione dei nostri desideri e delle nostre paure. Oggi si potrebbe discutere con lui se non sia il caso di applicare tutto il suo sistema non tanto all’Onnipotente classico, quanto piuttosto all’onnipotente della condizione digitale, l’Intelligenza Artificiale. Non ne sto parlando male, visto che ne potrei parlare più o meno come potrei fare insultando lo spigolo del mobile in cui ho maldestramente infilato il mignolo del piede sinistro. Sì, perché l’intelligenza artificiale non esiste. Ma non ce ne siamo ancora accorti ed invece dovremmo. Per il bene di tutti noi. L’AI è uno strumento, non neutrale, come siamo venuti dicendo su queste pagine rispetto a tutte le tecnologie emergenti. È uno strumento complesso, ma un po’ meno di quanto la nostra immaginazione ci restituisce. È uno strumento estremamente utile che ci permette di vivere molto meglio, con meno preoccupazioni, ansie o paure.

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Come i combustibili fossili della rivoluzione industriale, l’AI porta benessere a tutti, pur senza generare maggiore giustizia, ma generando certamente maggiore ricchezza complessiva e quindi con qualche briciola anche per gli ultimi. Sin qui oserei dire tutto bene. Ma come i combustibili fossili l’AI ha un rovescio della medaglia. Usando petrolio e carbone in modo massiccio abbiamo avvelenato il pianeta. Usando l’AI in modo massiccio rischiamo di avvelenare quanto abbiamo di più prezioso, forse più prezioso del pianeta stesso. L’umano. Niente film di fantascienza, né tentazioni luddiste. Usiamo l’intelligenza artificiale il più possibile e nei domini che più riteniamo utili e vantaggiosi. Ma usiamola cercando sempre di più e sempre meglio di darle una formalizzazione eticamente sostenibile e guarendo le falle che la fanno operare commettendo ingiustizie, azioni razziste, sessiste e via di nefandezze discorrendo. Ma teniamo presente sempre che essa non esiste e non deve esistere. Ma è tempo che mi spieghi: l’AI culturalmente ha assunto una sua identità e quasi personalità, è diventata un oggetto sociale con cui si interloquisce e, soprattutto, che consideriamo una di noi. Qui sta la questione, squisitamente culturale, ed incredibilmente tossica. Se consideriamo l’intelligenza artificiale un ente a sé, una nuova forma di personalità che si affianca a quella giuridica e umana, rischiamo di violentare in modo irreparabile la nostra dignità, che è tutto quello che abbiamo.

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Creare un nuovo dio rende l’essere umano schiavo. Sempre. E lo stiamo facendo: i giovani del World Economic Forum hanno dichiarato che preferiscono essere governati da un’AI che dalla politica attuale; l’Ufficio Brevetti del Sud Africa ha concesso che un brevetto avesse per titolare dell’invenzione un’AI. Due notizie che si sommano alle molte che evidenziano una direzione di pensiero tanto spensierata quanto sconsiderata. Se infatti le multinazionali sono e saranno spesso oggetti degli strali della società o di una sua parte, chiunque sa che si tratta di una finzione giuridica necessaria per tenere in piedi un certo sistema economico. Nessuno pensa di poter interloquire con una Spa, né di sposarla, se non in modo metaforico, ma nella consapevolezza della metafora. Con l’intelligenza artificiale, sempre più antropomorfa, sempre più capace di imitare l’intelligenza autentica, sempre più consistente nell’interpellarci su cosa davvero possiamo o non possiamo considerare intelligenza, sta avvenendo qualche cosa di differente. Stiamo abdicando. Non le funzioni pratiche, ma l’essenza concreta di quello che siamo.

Per molto meno di un piatto di lenticchie. L’AI fatta persona veicola con forza nel nostro immaginario, nella cultura popolare e dunque nelle nostre scelte singole e sociali, due concetti devastanti. Il primo che l’essere umano sia sostanzialmente una macchina, e come tale funzioni, possa essere montato, smontato, sostituito, venduto, comprato. In tutto o in parte. Il secondo è speculare: la macchina è un uomo. Con pari dignità, autonomia, sensibilità, diritti. Ma la storia ci ha insegnato che l’essere umano può sopravvivere a sé stesso, al suo limite, al suo peccato, solamente se conserva la sacralità della sua intangibile dignità. La tecnologia, che è fatta per superare ogni limite e non avere limiti, per non soccombere a sé stessa ha bisogno di essere arginata in ciò che può fare, soprattutto in ciò che deve fare. Tale argine non è tecnico o scientifico ma esclusivamente culturale. Se togliamo gli argini che cosa ci resta e, soprattutto, cosa può accadere? Se la platea dei diritti si amplia alle cose, se la sacralità della persona si applica agli oggetti, per quanto senzienti e sofisticati, cadiamo nell’idolatria. Che non sta a presidio di Dio che, geloso, si vede messo da parte. Essa è a presidio dell’essere umano, che pensa di potersi salvare con un vitello d’oro. Invece solo mettendosi in ascolto di una paternità che consegna le dieci parole è possibile l’unico dialogo fecondo e fondativo, quello con il Creatore e di lì con le altre creature.

Non sono in grado di prevedere se una AI con dignità e poteri umani voglia decidere un giorno di sterminarci. Anche se certi film più che spaventarci di tale possibile futuro, in realtà lo hanno reso così ridicolo da renderlo possibile, togliendoci ogni difesa. Sono invece convito, con buone ragioni anche biblicamente fondate, che dare all’AI dignità umana renda l’umano ancora più marginale e residuale, soprattutto l’umano fragile, incapace di competere con la macchina, povero, quello in cui si è incarnato Gesù tanto per capirci. Un’AI con dignità umana ci porta a pensare, e dunque scegliere, di essere macchine rinunciando ad essere umani. Il cavallo di Nerone non fu un buon senatore, mentre ottimi cavalli avrebbero permesso di giungere in senato a senatori provenienti da ogni parte dell’impero. L’AI non esiste. Mentre esistono diversi miliardi di persone sulla terra che grazie alle tecnologie di intelligenza artificiale, finalmente, potrebbero essere ascoltati, potrebbero mettere a frutto i loro talenti, concorrere al bene comune, vivere e morire in relazione. Credere. All’essere umano la dignità, all’AI il lavoro sporco. Senza rimpianti, anche perché lei, che è sporco, neppure lo sa.

Luca Peyron – Avvenire

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