Perché no al ddl Zan

Molti politici di area cattolica hanno cercato di far sentire la loro voce fin dal primo momento in cui è stata calendarizzata la legge, prima alla Camera e poi al Senato. Gli atti parlamentari, gli interventi in aula e in commissione, le interviste, le dichiarazioni sui social: tutto può confermare quanto sia stata chiara, lucida e determinata la loro opposizione al ddl Zan, proprio in difesa della propria libertà di espressione e di decisione. Nessun dubbio e nessuna perplessità sulla tutela degli omo-trans-sessuali dalla violenza, ma con una costante e contestuale tutela della propria libertà di pensiero e di azione.

Eppure la vecchia maggioranza del governo Conte 2 non ha mai prestato nessuna attenzione alle nostre recriminazioni, scambiando per ostruzionismo quello che in realtà era il grido di libertà e la difesa di valori e principi radicati nella nostra cultura e nella nostra tradizione cattolica. Abbiamo assistito ad un capovolgimento radicale di certe posizioni, per cui coloro che venivano accusati di essere discriminanti – noi – sono diventati i discriminati: sempre noi.

Oggi ci vuole coraggio a criticare il ddl Zan perché tutto sembra evocare, con carattere di priorità assoluta, i diritti di minoranze che in realtà sono ampiamente tutelate dalle leggi attuali e da un’opinione pubblica schierata dalla loro parte, ma che non ha neppure letto la legge! Ne coglie però la crociata contro la violenza verso le persone Lgbtq+ e senza entrare nelle pieghe della legge la difende ad oltranza. Come sarebbe giusto se si trattasse solo di difesa dalla violenza!

Ignorano i più che in Senato è stata presentata una legge, firmata anche da me, che dice no alla violenza, senza intaccare i diritti di libertà di molte altre persone, associazioni e organizzazioni.

Nel ddl Zan la discriminazione è evidente, per esempio se si pensa all’imposizione anche alle scuole cattoliche della giornata sulla omo-transfobia, che contiene affermazioni in netto contrasto con la cultura e la tradizione cattolica. A cominciare dal diritto di ogni bambino ad avere una madre e un padre. Oppure a rispettare la diversità fisica delle donne e il loro diritto come atlete di confrontarsi con altre donne e non con atleti sedicenti donne, mentre hanno già partecipato ad altre gare come uomini. Gli esempi sui rischi che potrebbero creare moltissime discriminazioni nei confronti di persone che non condividono il ddl Zan sono tanti e sono noti, sono stati ripetutamente oggetto di cronaca e nulla hanno a che vedere con la violenza ai soggetti Lgbtq+.
Il principio di identità e la sanzione penale

Il ddl Zan pone in discussione il principio di identità, proprio mentre pretende di difenderlo, perché ne fa un vissuto esclusivamente soggettivo, in cui conta il come mi sento hic et nunc e non ciò che più oggettivamente sono. Manca qualsiasi ancoraggio a parametri oggettivi come quelli che la corporeità suggerisce. L’autopercezione a cui la legge fa ripetutamente riferimento non pone neppure termini temporali: da quanto tempo mi sento così, uomo o donna, trans, o altro; per quanto tempo ancora potrei sentirmi così e modificare la percezione che ho di me stesso?

Tutto sembra affidato a una transizione mai completata, fluida, per cui la sessualità appare quanto di più mutevole potrebbe esserci nell’evoluzione del desiderio e dell’attrazione verso l’altro, chiunque sia e a qualunque sesso o genere appartenga anche lui o lei! E in questa assoluta fluidità di percezione del sé si innesta la sanzione penale.

La sanzione penale prevista dal ddl Zan accentua le pene già fissate dalla legge Mancino perché accentua la gravità della provocazione non solo davanti a casi di evidente violenza, ma anche davanti a casi di una discriminazione percepita e non dimostrabile.

E a livello istituzionale, a scuola, nel Ssn, nello sport, nel mondo del lavoro, come si potrà tener conto di questa fluidità delle diverse identità che si susseguono in modo legato al vissuto soggettivo, ma non dimostrabile, soprattutto quando pretenderanno l’aggiornamento anagrafico, sulla propria carta di identità, passaporto, e altro documento identificativo. Quante volte nella vita si potrà cambiare la percezione della propria identità: una, due, cinque… cento volte! E ogni volta cambierà la raccolta dati che supporta le diverse banche dati e si dovranno modificare le statistiche e le classifiche che se ne ricavano.
In conclusione

Il ddl Zan non offre nessun ancoraggio ai dati oggettivi ma esalta la pura soggettività, creando notevoli difficoltà ad un dialogo che per essere attendibile avrebbe bisogno di riscontri nella realtà, perché solo così è credibile.

L’intervento del Vaticano sul piano normativo sembra invocare soprattutto parametri che hanno a che vedere con i principi etici; ma in realtà l’aspetto più importante dell’ennesima denuncia fatta a questa legge ne rivela soprattutto la debolezza sul piano della conoscenza e del riconoscimento delle persone e delle cose

Niente è più come sembra perché chiunque può anteporre al riscontro oggettivo il sentimento del proprio vissuto. Anche verità finora indiscusse come quella di madre e padre possono essere ribaltate da chiunque in qualunque momento pretendendo che la legge ratifichi non la realtà ma la propria proiezione nel sentire individuale. Io sono come mi sento e come mi sento oggi può essere diverso da come mi sono sentito ieri o posso sentirmi domani. Ed è anche su questo fronte che la legge va esaminata, rivalutata e modificata.

Paola Binetti

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