Perche’ tu sia felice e goda di lunga vita sulla terra (Galliano)

sofferenzaQuesta sera tratteremo alcuni argomenti cari al movimento carismatico: la salute, la malattia e la sofferenza. Molte volte facciamo confusione su questi temi, è bene quindi rifletterci sulla base di quanto è contenuto nella Sacra Scrittura, per acquisirne una maggiore conoscenza.

La salute
Il termine salute deriva dal latino salvus che significa essere integro e denota uno stato di piena vitalità ed efficienza dell’uomo. Il libro del Siracide dice (Sir. 30, 15 ): salute e vigore valgono più dell’oro, un corpo robusto più di un’immensa fortuna. La salute non è soltanto l’assenza della malattia ma è un bene a se stante che fa parte dell’uomo e che l’uomo deve apprezzare e tutelare, usando tutti i mezzi per non perderla o per cercare di recuperarla. Il termine e il concetto di salute non fa quindi solo riferimento alla sanità fisica. Quando nella Bibbia incontriamo il termine salute, questo significa salvezza e fa riferimento al corpo, alla psiche e allo spirito. Quando noi parliamo di salute, la prima salute è quella spirituale (salvezza) perché per la salute intesa in senso fisico si usa un altro termine che è sanus che significa sano. Il termine salute quindi riguarda l’uomo nella sua completezza, nella sua pienezza.
Cosa dice la Bibbia a riguardo della salute?
La esalta come un bene inestimabile. Il libro del Siracide dice (Sir. 30, 14 e 16): “Non c’è ricchezza migliore della salute del corpo. Meglio un povero di aspetto sano che un ricco malato nel suo corpo”. E’ dono di Dio destinato a tramandarsi nelle generazioni. Da Dio proviene il benessere sulla terra. La salute è un bene che bisogna salvaguardare, non va disprezzata, cioè non vanno messe in atto delle azioni che possono portare a perdere la salute.
Ancora leggiamo nel libro del Siracide: curati prima di ammalarti. Questa è una promessa specifica legata all’osservanza del comandamento del Signore: “Perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra” (Esodo 15,26)..8 La Sacra Scrittura esalta la salute di Mosè che parlava faccia a faccia con Dio e dice che Mosè non è morto di malattia perché “gli occhi non si erano spenti e il vigore non era venuto meno”. Mosè morì per comando del Signore (Dt. 34,10). Nell’Antico Testamento si dice che “al popolo d’Israele il piede non si è gonfiato” e ciò significa che chi cammina nella via del Signore resta in buona salute ( Dt. 8,4). Il Nuovo Testamento presenta Gesù come il depositario della salute universale. In Luca 6, 19 leggiamo: “Da Lui usciva una forza che guariva tutti”. Gesù, assumendo la natura umana, è venuto a prendere su di sé le nostre malattie, è venuto a caricare su di sé la nostra infermità per riversare, attraverso il suo corpo che è la chiesa, che è l’eucarestia, la sua salute dentro di noi. La salute ha un valore teofanico cioè manifesta Dio. Ireneo ci dice: “La gloria di Dio è l’uomo vivente”. E nel cantico di Ezechia è detto :” Il vivente, il vivente ti rende grazie, come io faccio oggi” ( Isaia 38,19).
Questo è il valore “kerigmatico”, ossia relativo al kerigma che è un segno della venuta del Regno di Dio sulla terra. Le guarigioni sono un segno che il Regno di Dio è in mezzo a noi. Isaia dice: allora si apriranno gli occhi dei ciechi, si apriranno le orecchie dei sordi, lo zoppo salterà ( Isaia 36,5-6). Gesù, quando Giovanni il battista gli manda a dire “sei tu il messia o dobbiamo aspettarne un altro” gli fa rispondere: “I ciechi recuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti resuscitano” ( Mt 11,4-5). Ha un valore escatologico, cioè rappresenta un segno della vita futura, di ciò che sarà del mondo futuro come è descritto dal Libro dell’Apocalisse: tergerà ogni lacrima dai loro occhi, non ci sarà più morte né malattie né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate (Ap 21,4).
La mancanza di salute è una condizione propria di questo mondo, ma nel mondo futuro tutto questo non ci sarà. Le lettere del Nuovo Testamento terminano con queste parole, (3° lettera di Giovanni, capitolo 2): “State bene, … Carissimo faccio voti che tutto vada bene e che tu sia in buona salute”. La lettera di Giacomo dice: “Siate integri e perfetti” (Gc 1,4). Nel vangelo di Matteo ( 28,9) le prime parole che Gesù pronunzia dopo la resurrezione sono: “Salute a voi”, nel senso augurare buona salute.

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La malattia
Il termine malattia deriva dal latino infirmitas che significa non fermo, non integro; la malattia non ci fa rimanere nell’integrità dello stato originale di salute. Per quanto riguarda la malattia dobbiamo esaminare la dimensione psicologica e soggettiva.. Quando una persona si ammala tende a tenere tre tipi di comportamenti: ribellione, cedimento e accettazione.
1. Ribellione: la persona si ammala e si ribella a questa malattia e a Dio. La ribellione a Dio a causa della malattia dipende dal fatto che in fondo la persona malata non conosce Dio. Ci si chiede perché Dio l’abbia punito mandando la malattia, o perché Dio abbia permesso questa malattia. Noi spesso ce la prendiamo con Dio e con i suoi rappresentanti, siano essi preti, suore, o persone che fanno un cammino di fede. La ribellione ci mette contro l’unica persona che ci può guarire: Dio, Gesù. La preghiera di guarigione che dobbiamo chiedere per l’ammalato è quella di far comprendere prima di tutto al malato che Dio è dalla sua parte, che il nostro Dio è “Emmanuele” cioè Dio con noi. Dio è solidale con noi e quindi noi non dobbiamo essergli ribelli, dobbiamo piuttosto concludere una alleanza con Lui. Ecco che allora la preghiera di guarigione deve essere volta prima di tutto a fare entrare Dio nella nostra malattia.
2. La rassegnazione: il cedimento della persona ammalata che si lascia andare e che si considera ormai inutile e buona a niente e a nessuno. Spesso si tratta di persone instabili di carattere; anche questo è un atteggiamento negativo perché impedisce alle forze di guarigione di svolgere la loro azione a beneficio dell’ammalato; la prima guarigione avviene infatti dentro di noi attraverso lo sviluppo di quelle energie che permettono al corpo di guarire. Nell’abbandono alla malattia rifiutiamo in un certo senso di mettere in moto quelle dinamiche di vita che sono dentro di noi. La preghiera di guarigione deve risvegliare queste forze interiori.
3. L’accettazione: l’ultimo atteggiamento che dobbiamo esaminare è quello di chi accetta la malattia e la combatte, di chi riconosce la malattia e mette in moto tutti quei meccanismi di difesa, sia dal punto di vista naturale, sia dal punto di vista spirituale, per uscirne. Sono persone che combattono dal di dentro. Per combattere bene la malattia dobbiamo prima di tutto accettarla, conoscerla e poi dal di dentro combatterla. Sappiamo come questo può anche essere una via per accrescere la fede e per conoscere meglio il Signore e iniziare il cammino di guarigione. Le persone che riescono a tenere questo comportamento sono persone interiormente sane ma con un corpo malato che si adoperano per guarire attraverso la preghiera.
La malattia poi, in casi molto particolari, diventa mezzo di redenzione. Si tratta di casi riferibili solo ad anime scelte che comprendono che per loro non c’è guarigione poiché quella malattia associa le loro sofferenze alla passione di Gesù. Allora quando sentiamo dire che la malattia è un dono di Dio, dobbiamo fare molta attenzione perché si tratta di casi molto particolari di anime – solo in questi casi infatti è possibile parlare della malattia come di un dono di Dio – che soffrono, ma soffrono insieme a Gesù. Sono come i martiri che venivano provati con tormenti terribili, ma soffrivano senza soffrire perchè era Gesù che soffriva in loro.
Dobbiamo anche considerare un altro aspetto: i malati hanno una ipersensibilità e la Sacra Scrittura ci dice che il malato riesce a comprendere lo stato d’animo delle persone che vivono insieme a lui. Quindi quando stiamo accanto ad un malato dobbiamo stare attenti ai nostri sentimenti perché il malato ha una sensibilità speciale e comprende ciò che in condizioni normali non si potrebbe comprendere.

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La dimensione religiosa o teologica della malattia.
Nelle culture primitive la malattia è sempre stata considerata come una punizione conseguente ad un peccato o per opera di spiriti cattivi o perché spiriti buoni non sono stati serviti come si doveva. Questo concetto è entrato anche nella Bibbia. Tutto il Vecchio Testamento riporta il concetto della punizione di Dio e del suo castigo; addirittura Elia disse al re Ioram “ Ecco, il Signore farà cadere un grave disastro sul tuo popolo, sui tuoi figli … tu soffrirai gravi malattie” ( 2 Cronache 21,12-19).
Nel Nuovo Testamento la dimensione religiosa della malattia cambia e vediamo che esiste una relazione tra la malattia e satana; Gesù, operando esorcismi e liberazioni, guarisce anche delle persone: il muto, il sordo, l’epilettico, la donna ricurva con riferimento alla quale Lui stesso dice “questa figlia di Abramo che satana ha tenuto legata per diciotto anni non doveva essere sciolta in giorno di sabato?” ( Lc 13,16). Nel Nuovo Testamento vediamo che Gesù non promette a nessuno la malattia e dove arriva Lui il malato guarisce. Tuttavia, se finora abbiamo visto che tutto l’Antico Testamento indica la malattia come punizione, c’è un libro che presenta qualcosa di sorprendente: è il libro di Giobbe che narra la vicenda di quest’uomo colpito dalla malattia.
Il libro di Giobbe è spesso preso a riferimento quando si debba trovare una giustificazione alle malattie che colpiscono uomini “giusti”. Il risultato è che si arriva ad esasperare ancora di più il malato perché questo testo sacro viene spesso inteso in modo non corretto. Se leggiamo la storia di Giobbe vediamo che i suoi amici hanno sempre cercato di comprendere perché proprio lui si fosse ammalato; ma il solo risultato che hanno ottenuto è stato quello di esasperare ancora di più Giobbe. Nessuno fra essi si è messo a pregare per la guarigione fisica dell’amico. Rileggendo con maggiore attenzione il testo, si scopre, al capitolo 33, un versetto quasi nascosto, che recita: “ ma se vi è un angelo presso di lui, un protettore tra mille per mostrare all’uomo il suo dovere, abbia pietà di lui e dica: scampalo dal scendere dalla fossa. Ho trovato il riscatto; allora la sua carne sarà più fresca che in gioventù, supplicherà Dio e questi gli userà benevolenza, gli mostrerà il suo volto in giubilo” (Gb 33,23-26) .. E’ un passo molto importante perché indica una azione di intercessione: “se vi è un angelo presso di lui” che dica “scampalo” cioè liberalo, guariscilo. Ho trovato riscatto.
Cosa è questo riscatto? E’ Gesù. Isaia ci dice infatti: il castigo che ci da salvezza si è abbattuto su di Lui, per le sue piaghe siamo stati guariti, quando offrirà se stesso per noi ( Isaia 53,9). Questo passo è ripreso da Pietro (Nuovo Testamento) che, nella prima lettera dice: per le sue piaghe siete stati guariti (1 Pt 2,24). Allora noi, secondo quanto dice il libro di Giobbe (se vi è un angelo presso di lui) dobbiamo essere degli angeli presso i malati e intercedere dicendo: “scampalo dal discendere dalla fossa, liberalo dalla morte, ho trovato riscatto”. Il riscatto che dobbiamo presentare al Padre è Gesù.

La sofferenza
L’ultimo aspetto che dobbiamo considerare è la sofferenza. La malattia porta sofferenza e dolore. Però non soltanto la malattia e la sofferenza portano dolore perché queste possono manifestarsi nella vita dell’uomo anche attraverso altri eventi. Gesù non ha promesso malattie a nessuno, anzi nell’Antico Testamento si legge – Siracide 38,9:” figlio non avvilirti nella malattia ma prega il Signore e Lui ti guarirà”, Gesù non ha promesso a nessuno malattie ma a chi lo segue ha promesso sofferenze. Bisogna essere chiari: Gesù ha promesso sofferenze ma solo a chi lo segue. “Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in Me; voi avrete tribolazioni in questo mondo ma abbiate fiducia, Io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). Le beatitudini, la Magna Charta del cristianesimo, recitano: beati gli afflitti, beati i perseguitati … e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi…. Beati significa felici. Noi siamo felici in queste situazioni oppure alla prima “persecuzione” reagiamo in modo non conforme al vangelo?. Gesù ha detto anche: chi vuole venire dietro di Me prenda la sua croce. Croce non significa malattia ma persecuzione, incomprensione, fallimenti. Il Papa, nella enciclica “Salvifici doloris” dell’11 febbraio 1984 scrive “la vastità e la multiformità della sofferenza morale non sono minori di quella fisica; al tempo stesso essa è meno identificata e meno raggiungibile dalla terapia” (nr.5).
San Paolo in Romani 9, 2 dice : ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua per i miei fratelli separati dalla chiesa (gli ebrei che non hanno accolto Gesù). Seguire il Signore ci introduce in questa sofferenza e tutti coloro che seguono il Signore sperimenteranno questa sofferenza interiore, morale, questa persecuzione, questa croce. La croce non è quindi una malattia ma è un dolore interiore che Gesù ha prospettato a tutti coloro che lo seguono.. Gesù parla tre volte della croce e ne parla prima di entrare in Gerusalemme: dice vado a Gerusalemme dove sarò torturato, schiaffeggiato, beffato, schernito, oltraggiato, ucciso ma poi il terzo giorno risusciterò. La prima volta gli apostoli non lo ascoltano, addirittura Pietro viene chiamato satana da Gesù quando afferma che non succederà nulla di tutto quello che Gesù andava dicendo. Gesù sa che doveva passare attraverso questa sofferenza. A Emmaus spiegherà ai due discepoli: “non bisognava che il Cristo sopportasse tutte queste sofferenze per entrare nella sua gloria” (Sc 24,25).
Santa Caterina da Siena diceva: non c’è amore senza dolore”. L’amore è entrare nel conflitto, entrare nel dolore, e vivere la sofferenza interiore ma viverla con Gesù. Palo diceva:” perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi” ( Col 1,24). E’ la sofferenza dell’evangelizzazione. La nostra natura umana e i nostri progetti a volte entrano in conflitto con l’evangelizzazione e con il vivere il Vangelo nelle varie realtà della nostra vita. Questo dipende dal fatto che noi costituiamo un amalgama di culture e di spiritualità differenti che ci provocano della sofferenza poiché il relazionarci con le altre persone provoca sempre una certa sofferenza; ma in questo consiste l’amore. Questa sofferenza non ci deve limitare e bloccare ma dobbiamo essere lieti delle sofferenze che sopportiamo per gli altri, come di ce San Paolo: “io sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi”. Paolo continua dicendo: sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione (2Cor 7,4).
Quando noi, nelle nostre tribolazioni, nelle difficoltà che incontriamo, non siamo pieni di gioia, allora significa che non stiamo vivendo la situazione insieme a Gesù. La chiave per vivere le tribolazioni nella gioia del Signore è solo l’amore. Il santo Silvano del monte Athos, che ha vissuto l’inferno spirituale, chiede al Signore di essere liberato ma il Signore gli risponde “lascia la tua anima nell’inferno e non disperare”. Quando noi entriamo nell’inferno di altre persone di cui condividiamo la sofferenza, soffriamo anche noi insieme a loro. Ma anche noi, come ha fatto Gesù, che scendendo nell’inferno ha spezzato le catene, è solo scendendo nell’inferno che noi possiamo spezzare le catene delle persone che vogliamo aiutare..

Concludo con una preghiera di San Gregorio: “dammi forza, o Cristo, il tuo servo è distrutto, la mia voce che ti cantava tace. Come lo permetti? Dammi forza e non abbandonare il tuo ministro. Voglio di nuovo riavere la salute, cantare le tue lodi, santificare il tuo nome, ti prego mia forza non mi lasciare; se nella tempesta mi è venuta meno la fede (la capacità di rispondere in ogni situazione anche e soprattutto negativa, con amore) voglio ritornare a te”. Amen.
(Padre Giuseppe Galliano)

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