Pericolo mortale: l’arma era ancora carica (dal Diario di Elisabetta Canori Mora)

Ero incinta della prima figlia, già erano scorsi sette mesi di questa, quando la giustizia di Dio, giustamente irritata contro di me, voleva punire la mia audacia con tremendo castigo del suo giusto furore: s’interpose la misericordia infinita del mio Dio e, per mezzo di Gesù crocifisso, mi liberò da mortale colpo. Crocifisso mio Gesù, amor mio, già piombata sarei nell’inferno, se voi prodigiosamente non mi aveste liberato. Quali e quante sono le obbligazioni che vi professo, amor mio, vi rendo infiniti ringraziamenti.
Ecco il fatto come fu. Al mio consorte fu regalata un’arma da fuoco (pistola), una mattina si alzò di buonora, prese quest’arma. Io ancora non mi ero levata dal letto, lo pregai a volere scaricare quell’arma, mentre per essere inesperto di quella, credevo potesse piuttosto offenderlo che difenderlo. Il suddetto per compiacermi, alla mia presenza scaricò quest’arma; dopo averla scaricata, per dimostrarmi la sua espertezza mirò l’arma verso di me.
Ecco si sente una voce che lo sgrida, e gli comanda di mirare altrove il colpo. Obbedì, contro sua voglia, mentre eravamo entrambi certi che l’arma fosse scarica; ma, cosa tremenda e insieme prodigiosa: l’arma era carica di altra palla, ancora capace di levarmi la vita. Colpì il mortale colpo l’immagine di un santissimo Crocifisso, che stava poco distante dal mio capo; il cristallo del piccolo quadro si fece in minutissimi pezzi, il muro restò bucato e il santissimo Crocifisso restò illeso.
Fu tale e tanto lo strepito del colpo, che parve una cannonata; come restammo storditi e spaventati non è possibile ridirlo. La puzza, il fumo che tramandò questo colpo non pareva cosa naturale. Accorsero spaventati i pigionanti, credendo che fosse rovinata la casa.
Eppure, chi lo crederebbe? non fu questo sufficiente a ricordare alla mia mente l’enorme delitto che avevo commesso. Mio Dio, quale pazienza avete esercitato verso di me! Siate benedetto in eterno.
1.3. Le figlie
Passato il nono mese detti alla luce una bambina; ricevuti i sacramenti di Battesimo e Cresima, dopo tre giorni di vita andò in Paradiso. Già era scorso il secondo anno del matrimonio, quando detti alla luce un’altra bambina, e questa ancora morta, munita dei santi sacramenti di Battesimo e Cresima, se ne andò in Paradiso.
Nello spazio di altri tre anni e mezzo circa detti alla luce altre due figlie, una dopo l’altra.
In questo tempo fui visitata dal Signore con varie tribolazioni; queste erano chiamate del mio Signore, ma io, ingrata, invece di dare ascolto alle sue chiamate, non pensavo ad altro che alle vanità del mondo; quando fui visitata dal mio Dio con una infermità penosissima di stomaco, che mi fece abbandonare la mia vanità. Tanto era gravoso il dolore, che non altro cercavo che solitudine; nove mesi continui sostenni il peso gravissimo di questa infermità.
Correva l’anno 1802 di agosto, circa il 25 del suddetto mese, correva l’anno 26 della mia età, dopo avere dato alla luce l’ultima figlia, erano passati cinquanta giorni, quando caddi inferma con il male di stomaco. Molto profittevole fu per la povera anima mia, mentre nella solitudine andavo detestando i miei peccati, chiedevo misericordia al Signore, senza ricordarmi però di essere spergiura di un Dio di infinita maestà. A ventun’anni passai allo stato matrimoniale.

dal Diario di Elisabetta Canori Mora

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