Quando il condannato a morte si converte

Occorrono prudenza e pudore per avvicinarsi alla mente e al cuore di Santa Caterina da Siene, grande mistica del Trecento. Troppo facile trascinarla sul lettino dello psicanalista e suggerire noi stessi le risposte alle nostre domande. A cinque anni, Caterina, figlia del tintore Jacopo Benin casa, aveva avuto la prima visione: Cristo in abiti pontificali le era apparso, in una luce folgorante, sopra la chiesa di San Domenico fra i santi Pietro, Paolo e Giovanni. Da allora la sua vita fu di continuo visitata da visioni, dalle quali traeva forza, coraggio e quella «pazienza» di cui molto parlava, avvertendone il significato primo di patire. Il patire è connaturato all’uomo, pensava; quell’uomo di cui il Creatore si era innamorato al punto di vestirsi della sua stessa carne e spargere il proprio sangue per la sua salvezza. Il sangue era veicolo dell’amore, la sua emanazione. Il sangue è di continuo nella mente di Caterina. È il sangue di Cristo che redime e che si mescola con quello dell’uomo da lui creato.

Nel sangue, creatura e Creatore si fanno una cosa sola. È insieme il sangue della sofferenza del Dio uomo e di quella dell’uomo, e quest’ultimo sangue è qualcosa che Caterina ben conosce nella realtà, poiché assiste i malati nel grande ospedale di Santa Maria della Scala.  A sette anni Caterina aveva fatto il voto di castità, ma non aveva mai voluto prendere il velo delle domenicane per non chiudersi in convento ed esercitare invece la carità in mezzo alla gente. Ancora oggi la cappella di Santa Caterina della Notte, nelle viscere dell’ospedale, conserva il giaciglio su cui la giovane si riposava, stremata dalle fatiche. Nell’ospedale, Caterina ha certamente visto più volte morire e ha confortato gli infermi nell’estremo cammino. Quando nel 1375 – la santa ha ventotto anni – le tocca di assistere non un malato terminale, ma un uomo condannato a morte. È soltanto la fiducia nella carità, «la quale fa questo, che ella s’inferma con quelli che sono infermi, piange con quelli che sono nel tempo del pianto del peccato mortale, e gode con quelli che godono», è solo questa sua abbondante risorsa a non far vacillare Caterina davanti a una prova sconvolgente. Il giorno dell’esecuzione, la giovane si accosta al ceppo e, «prima che giungesse ella, posai e distesi nel collo in sul ceppo».

Dona ora. Grazie!

Che cosa si aspettava, Caterina, in questo gesto estremo? Lo dice con franchezza nella lettera che detta al suo direttore spirituale, il padre domenicano Raimondo di Capua: «ma non mi venne fatto che io avessi l’effetto pieno di me». Aveva dunque sperato che le giungesse una visione rassicurante, che la togliesse dall’angoscia con lo spettacolo glorioso dell’accoglienza in cielo del condannato. La visione non le arrivò, l’«effetto» non fu pieno, malgrado la violenza di quella partecipazione.  Nei colloqui con il prigioniero Caterina aveva avuto accenti di gioiosa speranza di fronte alla morte certa: «Confortati, fratello mio dolce, ché tosto giungeremo alle nozze. Tu n’andrai bagnato nel sangue dolce del Figliuolo di Dio, col dolce nome di Gesù…». E gli aveva promesso: «Io t’aspetterò al luogo della giustizia». A quali nozze pensava, e perché usava quel plurale «giungeremo» e collegava quelle nozze alla sua presenza presso quel ceppo che l’avrebbe così terribilmente attratta, qualche giorno dopo, poche ore prima dell’esecuzione? Può darsi – ma non sappiamo – che le tornasse l’immagine dell’altra Caterina, la santa di Alessandria, che nella prigione in cui il padre l’aveva tenuta si era unita in nozze mistiche con il piccolo Gesù.

Il condannato sarebbe stato bagnato del sangue di Gesù e dunque perdeva la sua triste realtà terrena per trasfigurarsi. In lui Caterina si accingeva a vedere Gesù. La promessa di Caterina rincuorò il condannato. «Or pensate, padre e figliuolo, racconta a Padre Raimondo, che ‘l cuore suo perdé ogni timore, la faccia sua si trasmutò di tristezza in letizia; godeva, esultava e diceva: Onde mi viene tanta grazia, che la dolcezza dell’anima mia m’aspetterà al luogo santo della giustizia?». E subito dopo, quasi per sopire l’emozione ed esporre la redenzione ottenuta, commenta: «È giunto a tanto lume che chiama el luogo della giustizia santo!». Dunque la mente del condannato non era oscurata. Anzi si era illuminata di «tanto lume» da convertire la propria decapitazione in un atto sacrificale. Caterina è presente all’esecuzione, come aveva promesso. E racconta: «La bocca sua non diceva se non Gesù, e, Catarina. E, così (egli) dicendo, ricevetti il capo nelle mani mie, fermando l’occhio nella divina bontà e dicendo: Io voglio».  Con queste parole – «Io voglio» – Caterina compie il miracolo. La testa mozza grondante che ha accolto ancora palpitante nelle sue mani e che inonda di sangue la candida veste di terziaria, si trasmuta nell’incontro finale con la carità. «Io voglio» è il grido d’amore che fugge dal petto e che risponde all’invocazione del morente: «Gesù, e, Catarina». La visione, prima negata, ora arriva: «allora si vedeva Dio-e-Uomo, come si vedesse la chiarità del sole».

E Caterina continua il racconto, sollevandosi dalla terribile realtà terrena all’ineffabilità celeste. Il sangue del decapitato si confonde con quello del Cristo, il quale «stava aperto, e riceveva il sangue; nel sangue suo uno fuoco di desiderio santo». Così le apparve che il giovane partecipasse al «crociato amore» per il quale il Figlio di Dio aveva ricevuto «la penosa e obbrobriosa morte» e ne vide l’anima accolta nella ferita del costato del Crocifisso («nella bottega aperta nel costato suo»).  Patrona d’Europa, fra mistica e politica Caterina nasce a Siena, il 25 marzo 1347. Suo padre è il tintore Jacopo Benin casa, la madre Lapa di Puccio de’ Piacenti. Bambina, ha la prima visione (Cristo Pontefice con Pietro, Paolo e Giovanni), esperienza che la segna per tutta la vita. Nel 1363 riceve l’abito del Terz’ordine domenicano (mantellate, laiche). Ventenne, impara a leggere (anche se approssimativamente) e dal 1371 si uniscono a lei i primi discepoli. Affianca l’attività mistica e caritativa a quella civile, con le lettere inviate a personalità politiche di rilievo. Nel 1376 va ad Avignone: lì vede Gregorio XI, convincendolo al ritorno a Roma. Col Papa tratta la pace con Firenze. Caterina muore il 29 aprile 1380. Fu sepolta a S. Maria sopra Minerva. Fu canonizzata da Pio II nel 1461. Pio XII la proclamò (con San Francesco) Compatrona d’Italia nel 1939. Giovanni Paolo II l’ha proclamata Compatrona d’Europa il primo ottobre ’99.

Caterina Benincasa nacque in una Siena ghibellina, figlia dei modesti artigiani. Dotata di un temperamento battagliero e mistico, Caterina era apparsa subito ai genitori come una bambina strana, difficile da guidare e quasi impossibile da domare. Questa Santa manifestò fin dalla più tenera età un misticismo ed una devozione alla fede cristiana veramente singolari. Al tempo in cui crebbe, la Chiesa si era momentaneamente trasferita in Francia e Roma era senza Papa (scisma d’occidente). A sei anni ebbe la sua prima visione nella chiesa di San Domenico e da quel momento iniziò a dedicare tutto il suo tempo alla preghiera, costringendosi a rigidi digiuni di nascosto dai suoi genitori. Dopo un periodo iniziale di avversione, il padre di Caterina lasciò che la sua figlia preferita seguisse la sua ispirazione. Giunse così il momento per questa giovanissima ragazza di scegliere a quale ordine appartenere, e decise di affidarsi alla regola domenicana. Così a soli quindici anni vestì l’abito delle Mantellate. La sua sete di perfezione era inestinguibile, la sua volontà indomabile. Unico conforto, in questo periodo, furono le frequenti apparizioni di Gesù. Caterina sentiva che Gesù non l’aveva chiamata a sé unicamente perché, nel silenzio di un chiostro, bruciasse la propria vita tra preghiere e pratiche ascetiche. Fuori del convento c’era il mondo rissoso degli uomini che parevano aver dimenticato Dio e che bisognava riconquistare alla fede; c’era la Chiesa di Cristo travagliata da lotte interne che non giovano; c’erano i luoghi santi da liberare dal giogo dei musulmani.

Caterina, che aveva ripudiato la famiglia per non essere schiava degli affetti terreni, per amore di Gesù ritornò nel mondo per far sentire a tutti, alta e forte, la voce del suo sposo celeste.La via della santità non è facile. Quando Caterina uscì fuori dal suo riserbo e cominciò a parlare agli uomini circa quello che dovevano o non dovevano fare, le autorità ecclesiastiche iniziarono a preoccuparsi. Chi era quella ragazza quasi analfabeta, che si permetteva di dare consigli a chi ne sapeva tanto più di lei? Non si trattava forse di un’esaltata, una fanatica priva del senso della responsabilità? Nel 1374, a Firenze, si riunì il Capitolo generale dei Domenicani per sottoporre. a giudizio la figura e l’operato di Caterina.  Lo scontro tra i fautori e i nemici di Caterina fu lungo e accanito, ma si risolse col trionfo più completo della Santa, alla quale però il « Capitolo » ritenne opportuno affiancare stabilmente un consigliere spirituale nella persona del dotto Raimondo da Capua. Da quel momento, a ogni modo, Caterina poté con maggiore libertà e autorità dedicarsi alla propria missione, che era volta al conseguimento di tre obbiettivi principali: 1) far cessare le lotte intestine che insanguinavano le città di Italia; 2) predicare la crociata contro i musulmani per la liberazione dei Luoghi Santi; 3) convincere il papa ad abbandonare l’esilio di Avignone e ritornare a Roma. Caterina non aveva ricevuto da piccola alcuna istruzione. Ma ora, per realizzare la sua triplice missione, aveva bisogno di far giungere la sua parola dovunque, di intervenire in tutte le dispute più importanti del suo tempo. Come fare? Ascoltando unicamente il proprio cuore, la Santa superò ogni ostacolo, e nel modo più semplice: dettando lettere su lettere con le quali teneva testa a potenti e letterati, che rimanevano sbalorditi e ammirati dal «fuoco interiore» che traspariva dai fogli che giungevano loro.

Così Caterina, senza proporselo e senza nemmeno desiderarlo, conquistò un posto di rilievo anche nella letteratura italiana medioevale. Le sue lettere, infatti, ancora oggi non si possono leggere senza commozione; hanno ammiratori perfino tra gli studiosi che vedono in esse documenti importantissimi di carattere mistico-politico.  Per attuare la sua missione, Caterina non si valse soltanto degli scritti: dovunque le pareva necessario interveniva anche di persona. Nel 1376, per esempio, si recò ad Avignone, dove, con la sua irruente elo­quenza, riuscì a convincere il papa della necessità di riportare a Roma la sede del pontificato. Tutto ciò che Caterina fece, lo fece per amore: dal giorno della prima visione folgorante al giorno in cui ricevette le stimmate, il suo cuore bruciò d’una fiamma inestinguibile. Le «stimmate», che ricevette a Pisa, nel 1375, non sono che un marchio, un simbolo dell’amore che la legava a Gesù, allo «Sposo celeste», cui anelava di ricongiungersi al più presto.

Per questo, mentre percorreva l’Italia da un capo all’altro, mentre affrontava a viso aperto i governanti dell’epoca, esortandoli a non versare sangue cristiano, appena poteva ritirarsi nel silenzio di una cella tornava a essere una ragazza comune innamorata di Cristo. Santa dell’azione, accompagnò all’ascetismo una ferma volontà di vivere e di combattere nel mondo. Dedita senza posa alla cura degli appestati, fu una donna fortemente patriottica. È evidente che una vita così intensa e così aspra avrebbe facilmente logorato anche il fisico più robusto. Ma a Caterina nessuno poteva imporre nulla, nemmeno per il suo bene. Ella attraversò i tempi in cui visse come una stella cometa che si consuma nel suo splendore. E nel 1380, all’età di 33 anni, mentre si trovava a Roma, concluse il suo cammino terreno. Le sue ultime parole, rivolte a Gesù, furono: “Tu mi chiami, o Signore, o mio Amore. Eccomi… Io rimetto la mia anima nelle Tue mani”.

Corriere della Sera

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