Quel delitto chiamato aborto

Image by Daniel Reche from Pixabay

Votare un politico che è favorevole a leggi contro la vita umana è una grave forma di complicità con l’omicidio. Si tratta di una verità elementare e, per intenderci, lo dimostriamo con un esempio paradossale: poniamo che un politico o un intero partito, o un’alleanza di governo, proponga un programma che prevede la creazione di campi di concentramento per eliminare una certa categoria di persone. Ebbene: chi lo votasse sarebbe certamente corresponsabile del progetto criminale di unsimile governo.

Basta la ragione umana per capire come il banale gesto di una croce apposta sopra una scheda elettorale sia gravido di implicazioni morali. Ma — come sempre accade quando in gioco ci sono i temi dell’aborto, dell’eutanasia, della famiglia — la logica cede il posto al furore ideologico o, in alcuni, alla paura.

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Un genocidio al quale resistere

Ed è esattamente ciò che è accaduto qualche settimana fa, quando nel pieno della campagna elettorale per le elezioni italiane, il magistrato francese Jean Marie Le Mené ha ribadito a chiare lettere che votare un politico anti-vita significa diventare complici degli omicidi legalizzati che esso vuole realizzare. Le Mené è personaggio autorevolissimo: consigliere di stato in Francia, membro della Pontificia Accademia per la Vita e Presidente della Fondazione “Jérôme Lejeune”, intitolata al grande genetista transalpino che dedicò tutta la sua vita alla difesa dell’uomo concepito. Il magistrato francese — intervenendo in Vaticano come relatore al Congresso Internazionale “L’embrione umano nella fase del preimpianto” — ha avuto il merito di irrompere nel dibattito politico richiamando alcune verità scomode ma incontestabili. La prima: esiste un genocidio pianificato che colpisce ogni anno milioni di esseri umani concepiti, attraverso l’aborto chirurgico, le pillole abortive, la fecondazione artificiale e ogni altra pratica che mira all’eliminazione diretta e programmata dell’embrione.
Di fronte a questo genocidio — ha detto Le Mené — abbiamo il dovere di organizzare una vera e propria resistenza, che si attua innanzitutto nella cabina elettorale: «Votare a favore di un candidato le cui convinzioni non sono rispettose dell’embrione — ha detto lo studioso francese — costituisce un complicità con l’omicidio di quest’embrione, e quindi una grave mancanza di carità». Le Mené è andato oltre: i politici cristiani — ha ricordato — non devono limitansi a «non far niente», a essere passivi sull’argomento, cioè a evitare di promuovere leggi ingiuste. Hanno invece il preciso dovere di assumere iniziative legislative per la tutela dell’uomo concepito, anche nella fase che precede il suo impianto (o annidamento) nell’utero materno.

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II ruolo della Chiesa locale

Terzo concetto richiamato nella relazione del magistrato francese: il ruolo della Chiesa in questa difficile azione di salvataggio. Secondo Le Mené occorrerebbe «creare in ogni diocesi una struttura strategica specializzata nel rispetto della vita, distinta dalla cura pastorale per la famiglia, composta di esperti convinti dell’umanità e della personalità dell’embrione», in modo da diffondere «una resistenza attiva al genocidio programmato dell’embrione nella fase del preimpianto, anticamera della clonazione umana». Il Presidente della Fondazione Lejeune non lo dice apertamente, ma lo si può leggere fra le righe: occorre smuovere l’azione pastorale di alcune diocesi. tirandola fuori dalle acque chete del conformismo e lanciandola con coraggio sui sentieri meno rassicuranti della difesa della vita umana minacciata. Ma nella comunità cristiana tutti i cattolici sono pronti a questa mobilitazione? Le Mené coltiva qualche legittimo dubbio, e allora ecco che cosa propone: «Imporre a tutti coloro che hanno una funzione di insegnamento o una responsabilità pastorale nella Chiesa, anche a livello parrocchiale, il dovere di esprimersi sistematicamente prima di ogni consultazione elettorale, ed almeno una volta all’anno, sui temi della vita». Una grande mobilitazione delle strutture di base della Chiesa cattolica, dunque, quella auspicata dall’autorevole membro della Pontificia Accademia della Vita. Perché soltanto il cattolico «modello struzzo» potrebbe ignorare la rottura che oggi esiste fra la limpida e coraggiosa parola del Magistero della Chiesa e la adesione a questo stesso magistero da parte di alcune fette della comunità cattolica nel mondo. È arrivato il momento di fare chiarezza, di rimboccarsi le maniche e di agire. Partendo da una sana ortodossia sull’argomento: l’aborto è un omicidio.

Le parole sono pietre

Di fronte alla crudezza di una simile affermazione le coscienze sono costrette a rivelare ciò che nascondono. Lo dimostrano le reazioni scomposte che hanno accolto l’intervento di Le Mené. Quelle stillanti odio anticattolico di alcuni abituali nemici della Chiesa. Ma penso anche alle reazioni — imbarazzate — di qualche politico cattolico che ha così commentato l’intervento dello studioso francese: «NelIa sostanza ci sono affermazioni giuste e condivisibili, il tono pero e così contundente che non facilita la comprensione del valore della vita». Davvero? Per capire se questa critica è veritiera, siamo andati a rileggerci l’Evangelium vitae, l’enciclica di Giovanni Paolo II sul tema della vita minacciata. E abbiamo trovato questi “toni”: «Fra tutti i delitti che l’uomo può compiere contro la vita, l’aborto procurato presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente grave e deprecabile» (EV, n. 58). E poiché nella coscienza di molti «la percezione della sua gravità è andata progressivamente oscurandosi» il Papa proclama che «occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno … La gravità morale dell’aborto procurato appare in tutta la sua verità se si riconosce che si tratta di un omicidio… Chi viene soppresso e quanto di più innocente si possa immaginare» (EV, n. 58). Che dire: forse Giovanni Paolo II con questi toni non ci ha aiutato “nella comprensione del valore della vita”?

La tentazione del conformismo

Perché le parole di Le Mené hanno suscitato così tanto scalpore? Per una ragione molto semplice: stiamo progressivamente perdendo di vista la sostanziale identità che esiste fra un uomo concepito e un essere umano adulto. E, dunque, fra l’uccisione di un embrione di poche cellule e di un uomo di quarant’anni. Come tipici prodotti della mentalità contemporanea, preferiamo smorzare i toni, assumere un atteggiamento più conciliante e compromissorio con il pensiero dominante. Magari continuiamo a percepire che l’aborto è una cosa sbagliata, ma non siamo disposti a trarre le estreme conseguenze. E cioè a pensare e testimoniare che, se il concepito è un uomo come noi, allora la sua eliminazione equivale oggettivamente a un omicidio. È un’affermazione drammatica, tremenda, che ci mette in rotta di collisione con il mondo in cui viviamo: ci compromette, incrina amicizie consolidate, rapporti di lavoro, alleanze politiche.
Ci trasforma in segni di contraddizione, e noi non abbiamo più la forza ne la voglia di continuare a esserlo. Finendo cosi come quel sale insipido di cui parla il Vangelo: buono solo a essere gettato in terra e calpestato come cosa inutile..

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«L’amore di Dio non fa differenza fra il neoconcepito ancora nel grembo di sua madre, e il hambino, o il giovane, o l’uomo maturo o l’anziano. Non fa differenza perché in ognuno dl essi vede l’impronta della propria immagine e somiglianza (…). Questo amore sconfinato e quasi incomprensibile di Dio per l’uomo rivela fino a che punto la persona umana sia degna di essere amata in se stessa, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione – intelligenza, bellezza, salute, giovinezza, integrità e cosi via». (Benedetto XVI, Sala Clementina, Congresso Internazionale “L’embrione umano nella fase del preimpianto, Roma 27 febbraio 2006)

di Mario Palmaro – da «il Timone» n. 52, aprile 2006

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