Riflessioni etiche sulla morte di Piergiorgio Welby

Nel corso di una conferenza stampa che si è svolta giovedì a Roma, il dottor Mario Riccio, medico anestesista dell’ospedale maggiore di Cremona e membro della Consulta di Bioetica di Milano, ha annunciato di aver staccato il respiratore artificiale di Piergiorgio Welby e di avergli somministrato i medicinali necessari per evitargli di soffrire.

Il signor Welby, di 61 anni, Co-presidente dell’Associazione “Luca Coscioni” e malato da lungo tempo di distrofia muscolare, aveva più volte lanciato appelli per il diritto all’eutanasia, cui avevano aderito i membri della sua Associazione organizzando di recente 60 veglie in tutta Italia e in alcune città europee.

Di fronte ad un evento che ha generato sgomento e diviso il mondo politico, ZENIT ha chiesto il commento del dottor Carlo Bellieni, neonatologo del Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena e membro corrispondente della Pontificia Accademia per la Vita.
Secondo Bellieni “è importantissimo conoscere dall’autopsia quale sia stata la causa di morte di Piergiorgio Welby, se sia stata una causa naturale oppure no. Bisogna infatti capire se siamo di fronte ad una azione premeditata per far morire un paziente”.
Tuttavia, il dottor Bellieni ha riferito di essere a conoscenza che “gli autori della vicenda sono già stati sentiti dalla Questura di Roma che accerterà i fatti”.
Circa il dibattito sull’opportunità o meno dell’Eutanasia, il neonatologo di Siena ha spiegato che “quello di dare la morte non è un atto curativo. Dare la morte non è un atto per far passare il dolore o far passare la sofferenza. Dare la morte è un reato”.
“Inoltre – ha sostenuto Bellieni – il dibattito che si è scatenato non ha fatto fare un passo in avanti a favore delle cure palliative, in favore della disabilità o di chi soffre. Tutti coloro che sono nelle condizioni di Welby non guadagnano nulla da questa situazione se non il rischio maggiore che gli stacchino la spina”.
Il membro della Pontificia Accademia sostiene che attualmente sta passando l’idea secondo cui “di fronte alla malattia si cerca di far sparire il malato, e questa è la cosa peggiore del mondo”.
L’eutanasia infatti “non risolve il problema di chi sta male, anzi in questa maniera il malato si sente più abbandonato, sempre più solo e sempre più costretto a dire voglio farla finita”, ha osservato.

A questo proposito Bellieni ha affermato che “qualche giorno fa due anziani signori hanno chiesto su un giornale di essere eutanasizzati perché per loro la vita era diventata insopportabile e oggi su Liberation, giornale delle sinistra francese, una signora con un grave handicap si è ribellata allo stato in cui la disabilità viene tenuta perché diceva che Telethon raccoglie fondi per evitare la nascita dei disabili ma non fa assolutamente niente per assistere ed aiutare la disabilità”.
Il neonatologo senese ha denunciato la grande quantità di fondi che vengono spesi per fare diagnosi prenatali che portano alla soppressione di feti down e disabili, e che non ci sono risorse da investire in centri che studiano come curare ed assistere i bambini down e disabili.
Il dottor Bellieni è fortemente critico contro quella cultura che in qualche modo giustifica soluzioni eugenetiche, come quelle proposte dal filosofo australiano Peter Singer, il quale recentemente intervistato dal quotidiano “L’Unità” ha riproposto il modello utilitaristico.
“In altre parole – ha spiegato il neonatologo – Singer giustifica la soppressione dei disabili in maniera che i genitori possano fare il cosiddetto figlio di sostituzione. Posizioni che offendono profondamente tutte le famiglie che hanno figli disabili”.

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“Alla disabilità non si risponde con la fuga, alla disabilità si risponde con la presenza, le cure e la ricerca scientifica”, ha continuato Bellieni, spiegando inoltre che “soluzioni facili come l’eutanasia non apportano nessun giovamento dal punto di vista clinico e della ricerca scientifica”
“Se di fronte alla difficoltà della malattia c’è la scappatoia di far decidere al malato di chiedere la morte – ha precisato poi – allora tutto crolla”.
Bellieni ha concluso spiegando che “se c’è la scappatoia di non far nascere il bambino che sta male, non si fanno le ricerche per farlo guarire. Infatti non ci sono stanziamenti di fondi per curare la sindrome down”.
Infatti, “il solo istituto di ricerca per la terapia della sindrome down è a Parigi, ed è l’Istituto ‘Jerome Le Jeune’, dopodiché in tutto il mondo decine e centinaia di miliardi vengono spesi per fare lo screening prenatale e fare la soppressione dei feti down, ma non un soldo viene speso per cercare una terapia, che pure, come tutte le cose, nessuno può escludere”.

Carlo Bellieni – Zenit

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