Rispondono ai suoni, altro che vegetali!

Lo studio fece il giro del mondo, appena un anno fa, all’indomani della sua pubblicazione sul New England journal of medicine. Allora un gruppo di studiosi inglesi – coordinati dal celebre team belga di Liegi che fa capo a Steven Laureys – dimostrò come le diagnosi effettuate su pazienti in stato vegetativo in oltre il 40% dei casi fossero sbagliate. Si evidenziò come quasi la metà di quei pazienti non fossero affatto «vegetativi» ma in stato di minima coscienza o in sindrome «locked-in», entrambe condizioni in cui, a differenza dello stato vegetativo, sono presenti e riscontrabili evidenti segnali di coscienza. Ecco perché nei due casi l’errore in questione risulta particolarmente grave: il paziente in stato di minima coscienza avverte gli stimoli esterni, e così quello locked-in, che addirittura appare a tutti gli effetti come incosciente ma in realtà comprende tutto rimanendo – come dice la stessa parola – «chiuso in se stesso».
Proprio su questi pazienti s’è concentrata negli ultimi mesi l’attenzione degli esperti dell’Università di Liegi, che – sulle riviste Nature prima e Science poi – hanno annunciato nei giorni scorsi una nuova «rivoluzione ». Trattasi di un test capace di identificare con chiarezza il tipo di disturbo di coscienza presente nel paziente. A metterlo a punto la studiosa Mèlanie Boly, che ha sottoposto i pazienti affetti da danni cerebrali a un esame basato su particolari stimolazioni sonore. Niente di troppo complicato: solo un elettroencefalografo, qualche calcolo matematico e – questo sì, fondamentale – la convinzione che un paziente in stato di incoscienza non sia un vegetale, non un peso per la medicina e la scienza, quanto piuttosto una risorsa e una sfida. Alcune melodie irregolari sono state fatte ascoltare a 8 persone con diagnosi di stato vegetativo, a 13 persone in minima coscienza e a un gruppo di controllo sano. Tutti i soggetti, durante le diverse stimolazioni, sono stati sottoposti a un’elettroencefalogramma per «leggere» l’attività cerebrale attraverso elettrodi posti sul cuoio capelluto. Quando gli esperti hanno messo a confronto le diverse risposte ai suoni, hanno scoperto che il cervello di pazienti sani e in stato di minima coscienza avevano generato un segnale molto più lungo rispetto ai pazienti in stato vegetativo. Ora sarà necessario ampliare le dimensioni della sperimentazione per ipotizzare l’utilizzo di questo test nella pratica clinica. Ma la possibilità di distinguere i disturbi della coscienza e individuarne le caratteristiche è un progresso finora impensabile in questo campo. Che ha bisogno più che mai di chiarezza.

Viviana Daloiso*

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