Saman Abbas morta cercando libertà

La ragazza di origini pachistane voleva essere una ragazza italiana e ci chiedeva aiuto. Perché nessuno di noi ha sentito la sua battaglia come primaria, fondamentale, urgentissima, politica?

Non esiste, oggi, niente di più urgente dei diritti e della vita già orribilmente calpestata di Saman Abbas, che viveva a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, e che aveva chiesto aiuto, con fiducia, a tutti noi. Agli assistenti sociali, prima, e poi, poco prima di essere uccisa, ai carabinieri, sfuggendo per qualche minuto al controllo di sua madre. Non esiste niente di più urgente del diritto di una ragazza, appena maggiorenne, a vivere secondo i suoi desideri e la sua libertà. Il diritto di studiare (mentre il padre le impediva di andare a scuola), il diritto di non sposare un cugino, il diritto di non tornare in Pakistan, il diritto di non dormire sul marciapiede per punizione, il diritto di non essere picchiata, segregata, umiliata, spaventata e uccisa in nome di una ferocia misogina travestita da religione. Il diritto di Samman e di tutte le altre, ma anche il diritto del fratello minore di Samman, che ha avuto il coraggio di parlare e di raccontare tutto il dolore e l’impotenza e la paura solo quando ha capito che suo zio e suo padre erano troppo lontani per minacciarlo ancora, solo quando è stato incoraggiato a usare il suo cervello invece di questa tradizione armata che odia le donne fino ad annientarle, che non ammette disubbidienza alla regola: non sei niente e mi appartieni.

Non esiste più nemmeno il femminismo, se non si occupa di Saman Abbas e del suo coraggioso, limpido e solitario tentativo di salvarsi e di vivere la vita che ha scoperto negli occhi e nelle giornate delle ragazze e dei ragazzi di questo paese. Saman voleva questa vita e ne aveva diritto. Il padre come ultima cosa le ha chiesto: vuoi sposare qualcuno? prima di consegnarla nelle mani dell’assassino. Forse se Saman avesse risposto: sì, se gli avesse fatto credere di voler diventare proprietà di un uomo, ovviamente musulmano, non l’avrebbero uccisa. Ma lei ha detto no. Voleva andare via e basta. Aveva in mente la scuola, i disegni, aveva in mente l’idea ineliminabile di essere una persona, un individuo, una ragazza italiana. Una volta che hai quella idea in testa, non torni indietro. E allora vuoi il tuo passaporto, vai dai carabinieri, insisti, cerchi aiuto ma non chiedi la protezione di un uomo. Però speri che tua madre ti ami lo stesso, e segretamente ti ammiri per la forza che lei non ha avuto. Speri che questo Paese che ti ha mostrato che cos’è la libertà, che ti ha incendiato la testa di desideri, faccia di tutto per sostenerti.

Il vicepresidente dei giovani pachistani in Italia, studente universitario di 23 anni, ha detto in un’intervista alla Repubblica che invece molti di loro sono schiacciati tra queste famiglie retrograde e l’indifferenza della società italiana, che non fa niente, che li considera comunque estranei, anche alla seconda generazione. Si sentono soli, perché non c’è una concreta volontà di integrazione. Nessuno ha spiegato a Saman che poteva ottenere i suoi documenti senza tornare a casa a lottare contro suo padre. E nessuno di noi ha sentito la battaglia di Saman come primaria, fondamentale, urgentissima, politica. Qualcosa per cui mobilitarsi. Non siamo più in tempo per lei, ma non possiamo avere paura di indignarci per lei, né timore di considerare il suo futuro il nostro futuro. Saman Abbas aveva scelto, contro la volontà di suo padre, di essere una ragazza italiana. Di cos’altro abbiamo bisogno?
Annalena Benini – Il Foglio

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