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Se Dio non c’è tutto è permesso

Foto di analogicus da Pixabay

Tempo fa discutendo con Pierluigi Battista e poi con Paolo Mieli ricordai un’espressione di Dostoevskij: “se Dio non c’è tutto è permesso”. I miei interlocutori invece protestarono che la cultura laica era perfettamente in grado di accettare e praticare quei valori morali e quei diritti umani che fondano una civiltà e non era affatto condannata a finire per forza tra le braccia di Nietzsche.

Non nego che il tentativo speculativo di fondare un’etica laica sia stato fatto e da pensatori molto autorevoli: a partire da Kant fino a Norberto Bobbio. Ma che fine hanno fatto costoro? Dove sono finite le loro riflessioni – per esempio – nell’attuale discussione sulla legge 40 (sulla fecondazione artificiale) e i referendum radicali? Me lo chiedo dopo aver letto gli interventi di Massimo D’Alema, di Adriano Sofri, quelli di Giuliano Amato e di Luciano Violante, quindi quattro personalità importanti e significative. Me lo chiedo dopo aver constatato la linea del Corriere della sera sui referendum. Non c’è traccia né di Bobbio né di Kant.

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Nessuno che ci abbia spiegato – per dire – che fine faccia l’imperativo categorico di Kant (non trattare mai un essere umano come mezzo, ma sempre come fine) quando si pretende di trasformare in cavie gli embrioni (a proposito dei quali, chi ha dubbi circa la qualifica di persone, dovrebbe almeno applicare il laico ed ecologico “principio di precauzione”).

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Una delle idee grottesche che si è riusciti a far passare è quella secondo cui la legge 40 sarebbe una legge “cattolica” imposta dal Vaticano. E’ una menzogna ridicola perché – com’è noto – la morale cattolica non ammette nessun tipo di fecondazione tecnologica. Dunque – per definizione – la legge 40 non può essere definita “cattolica”.

Al contrario i suoi presupposti filosofici ed etici si trovano proprio nel pensiero della personalità più rappresentativa della cultura laica italiana: Norberto Bobbio. Lo posso dimostrare. Il professore rilasciò un’importante intervista a Giulio Nascimbeni pubblicata l’8 maggio 1981 dal Corriere della sera. Si era alla vigilia del referendum sull’aborto. Bobbio, estremamente sensibile al tema dei diritti dell’uomo, manifestava il suo grave dissenso con chi proclamava l’aborto una conquista di civiltà.

Ripeteva che “non si può essere moralmente indifferenti di fronte all’aborto”. Ma entrava anche nello specifico individuando, nella fattispecie, tre diritti in contrasto. C’è “il diritto della donna a non essere sacrificata nella cura dei figli che non vuole”. Poi c’è “il diritto della società in generale a non essere superpopolata e quindi a esercitare il controllo delle nascite”. Ma c’è “innanzitutto” sottolineava Bobbio “il diritto fondamentale del concepito, quel diritto di nascita sul quale, secondo me, non si può transigere. E’ lo stesso diritto in nome del quale sono contrario alla pena di morte”.

Si tratta di tre “diritti incompatibili” tra cui scegliere: “il primo, quello del concepito, è fondamentale” affermò il filosofo, “gli altri, quello della donna e quello della società, sono derivati”. Anche perché – spiegava Bobbio – il diritto della donna e quello della società, “che vengono di solito addotti per giustificare l’aborto, possono essere soddisfatti senza ricorrere all’aborto, cioè evitando il concepimento. Una volta avvenuto il concepimento, il diritto del concepito può essere soddisfatto solo lasciandolo nascere”.

Come si sa la posizione di Bobbio non prevalse perché vinse, nella cultura laica, l’argomento – propagandistico – di chi presentava l’aborto come il “rimedio” a un dato di fatto: una gravidanza non voluta in corso. Nessuno però contestò mai a Bobbio la validità del suo giudizio morale e dei principi giuridici da lui enunciati: si fece semplicemente prevalere il fatto che – essendovi nella realtà una serie di gravidanze non volute – la prevenzione (“evitare il concepimento”) non poteva più essere invocata a posteriori e comunque non può essere sempre assicurata nei rapporti sessuali, talora “incontrollabili”.

Ma questo argomento fattuale viene completamente a cadere nel caso della fecondazione artificiale: qui la prevenzione è assolutamente certa e totale. Qui non ci sono rapporti sessuali, non ci sono concepimenti non voluti, ma anzi sono tutti ansiosamente e lungamente ricercati in laboratorio, dunque in questo caso la soppressione del nascituro dovrebbe essere totalmente inammissibile anche per un abortista.

Infatti il diritto del concepito (una volta che è stato concepito) a nascere (che – ci dice Bobbio – è prevalente su tutti gli altri) non cozza contro il diritto di una madre di rifiutare la gravidanza. Da qui deriva esattamente la filosofia della legge 40: da qui viene per esempio il dovere di generare solo un numero di figli che possono avere una speranza di vivere, perché concepire deliberatamente, in laboratorio, più figli per poi destinarli alla soppressione è più grave di un aborto dovuto a una gravidanza indesiderata (c’è stato infatti un concepimento a freddo, in laboratorio, deliberato da più persone).

C’è un passo di quella memorabile intervista di Bobbio che calza a pennello al caso della legge 40. Paradossalmente quel passo – riletto oggi – dimostra che è proprio la legge 194 (quella che legalizzò l’aborto) a contenere anche i principi positivi – almeno se assumiamo l’interpretazione di Bobbio – su cui è costruita la legge 40. Ecco la spiegazione che egli ne dava: “Al primo articolo (della legge 194, ndr) è detto che lo Stato ‘garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile’. Secondo me, questo diritto ha ragion d’essere soltanto se si afferma e si accetta il dovere di un rapporto sessuale cosciente e responsabile, cioè tra persone consapevoli delle conseguenze del loro atto e pronte ad assumersi gli obblighi che ne derivano. Rinviare la soluzione a concepimento avvenuto, cioè quando le conseguenze che si potevano evitare non sono state evitate, questo mi pare non andare al fondo del problema. Tanto è vero che, nello stesso primo articolo della 194, è scritto subito dopo che l’interruzione della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite”.

Dunque, su questo fondamentale principio, la legge 40 non è affatto in contrasto con legge 194: al contrario. Perché quando un concepimento avviene in provetta, organizzato a tavolino, non si può invocare l’argomento del “fatto compiuto” da risolvere a posteriori. Per sua natura il rapporto sessuale non sempre è “cosciente e responsabile”, non sempre avviene “tra persone consapevoli delle conseguenze del loro atto”, ma la fecondazione artificiale sì. Dal momento che vi si ricorre solo per avere bambini è serio e giusto che la legge chieda di essere persone “consapevoli delle conseguenze del loro atto e pronte ad assumersi gli obblighi che ne derivano”. E’ coerente anche con la legge 194.

I referendum radicali contro la legge 40 invece sono coerenti con il referendum radicale del 1981 che voleva togliere i “limiti” all’aborto posti dalla 194. E quel loro referendum fu clamorosamente perso dai radicali. Le Sinistre non li appoggiarono, ma a quel tempo difesero la legge 194. Oggi, al contrario, sono completamente subalterne a Marco Cappato. E fa una certa impressione constatare la fine di ogni cultura laica.

A chi si stupisse della posizione di Bobbio, rispose lui stesso in quell’intervista: “Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il ‘non uccidere’. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere”. 

Antonio Socci – Il Giornale, 4 maggio 2005

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