Se il bebè ha fretta di nascere

Possono pesare anche poche centinaia di grammi, quanto un paio di lattine di CocaCola o cinque mele di medie dimensioni. E più sono piccoli, minori sono le probabilità di sopravvivere. La Giornata mondiale della prematurità, che si tiene il 17 novembre, richiama l’attenzione sulle criticità di questi neonati ancora incapaci di adattarsi alla vita fuori dal grembo materno. Ogni anno in Italia 32 mila neonati vengono al mondo prima della 37esima settimana di gestazione. Sebbene interessi meno del 10 per cento delle nascite, la prematurità incide sulla mortalità neonatale per oltre il 50 per cento. Fin dalla sua venuta al mondo, il neonato prematuro riceve cure intensive che hanno l’obiettivo di tenerlo in vita finché lo sviluppo non sarà completo. «La rianimazione è spesso necessaria per stimolare un battito cardia co scarso o assente, mentre la ventilazione artificiale e la somministrazione di surfattante sono necessari per sopperire all’immaturità dei polmoni. Ciò nonostante, il successo non è scontato», ricorda Carlo Bellieni, neonatologo del Policlinico Universitario di Siena.Anche qualora il neonato sopravviva, le conseguenze di un parto molto pretermine possono essere permanenti: danni irreversibili nello sviluppo cerebrale, complicazioni respiratorie, metaboliche e immunitarie. L’assistenza e le cure per garantire la sopravvivenza, e per ridurre possibili disabilità future, sono fondamentali soprattutto per quelli più piccoli, chiamati “estremamente pretermine”, cioè nati prima delle 28 settimane di gestazione. Negli ultimi anni, la medicina ha compiuto passi da gigante e oggi perfino quelli nati poco oltre la metà della gravidanza hanno alcune chance di sopravvivere.In appena dieci anni il tasso di sopravvivenza per i neonati di 23 settimane è raddoppiato, passando da due ogni dieci a quattro. La conferma più recente viene dal Regno Unito dove la società scientifica di riferimento, sulla base delle prove di efficacia, ha modificato lo scorso mese e proprie linee guida. Invitando i medici a tentare il tutto e per tutto anche a 22 settimane. «Se è evidente che il bimbo non ce la può fare è inutile accanirsi. Tuttavia, stabilire a priori una soglia temporale prima della quale non intervenire, dopo l’epoca minima per una efficace sopravvivenza, è ingiusto e discriminatorio – sostiene Bellieni, ricordando come ogni neonato sia una storia a sé – Il tasso di sviluppo è individuale, le ecografie hanno un margine di errore e la stessa madre potrebbe non essere sicura della data di concepimento».In Italia la valutazione già viene fatta caso per caso nei nati dopo le 22 settimane, esaminando fin dalle prime ore i parametri fisiologici che nel loro insieme aiutano i medici a capire le probabilità di sopravvivenza e la possibilità di danni irreversibili. Nelle settimane successive, gli sforzi si concentrano su tre priorità. La prima è fornire terapie adeguate e rivolte all’intero organismo. Per esempio, non limitandosi a garantire la ventilazione dei polmoni ma verificando che i vari organi ricevano una sufficiente ossigenazione. In seconda battuta, preservando il neonato dalle infezioni poiché il suo sistema immunitario è ancora immaturo. Ma un ambiente igienico non significa sterile e non esclude il contatto con la madre. Che, al contrario, va incoraggiato. La terza priorità è ricreare un contesto ottimale, con luci soffuse e suoni attutiti per limitare l’esposizione a stimoli dolorosi. «Se per un adulto l’ago di una siringa può essere fastidioso, per un neonato è un’esperienza traumatica: anche se inerte o poco reattivo, è già in grado di percepire il dolore», dice Bellieni, sottolineando l’importanza di un approccio umano, che consideri il neonato come una persona e non solo come un paziente. «Fino a 15 anni fa il nostro lavoro puntava a manovre respiratorie o rianimatorie. Oggi c’è consapevolezza del dolore che prova il neonato. Serve attenzione al suo benessere».
Davide Michielin Avvenire

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