Si smetta innanzitutto la guerra. Se uccidi non sei più uomo

Foto di ANDRI TEGAR MAHARDIKA da Pixabay

È una guerra fatta così: il fronte avanza caoticamente, città e paesi che speravano di restarne fuori d’improvviso si trovano coinvolti e occupati, e gli abitanti non sanno che cosa fare: restare o farsi profughi. Sentiamo e perfino vediamo, come se fossimo lì, affacciati a una finestra, un carro armato russo che arranca per una via della periferia di Kiev, un abitante di Kiev gli spara dall’alto di una finestra un razzo a spalla, il carro scoppia.

Sentiamo che una donna di Kiev ha incontrato un soldato russo ventenne, lacero e affamato, e gli ha offerto un panino e una bottiglia d’acqua. Sono frammenti, messi insieme con i tanti che non conosciamo compongono la grande tela di questa strana guerra. C’è un capitolo in cui Italo Svevo racconta come la Grande Guerra, quella del quindici-diciotto del secolo scorso, è arrivata a incastrarlo, nella sua pacifica vita di borghese triestino, e il capitolo s’intitola ‘Io e la guerra ci siamo incontrati’. Quando la guerra t’incontra, da quel momento tu sei in guerra. Non ne sai nulla, vorresti continuare a non saperne nulla, ma ormai ne fai parte, ti riguarda, ti travolge, te e la tua famiglia.

La guerra è uno scontro di mondi che magari, prima, non s’incontravano, e nemmeno si parlavano. Ho conosciuto questa guerra, e ho assistito a questo incontro- scontro. Campassi mille anni, non lo dimenticherò. È una chiave che mi permette di aprire mondi che altrimenti mi sarebbero preclusi, e la loro preclusione m’impedirebbe di capire la storia che stiamo attraversando, dal Vietnam in qua.

Siamo in casa che mangiamo, una casa di campagna con un cortile e una stalla, e d’improvviso appaiono alle nostre spalle dei soldati tedeschi, quattro o cinque, col fucile in mano, sono rabbiosi e urlano a squarciagola, ma non comprendiamo perché siano rabbiosi e che cosa urlino. Uno di loro afferra nostro padre per le spalle, lo alza in piedi e lo trascina fuori. Vuole qualcosa ed è furibondo perché noi non comprendiamo che cosa. Lì sta la spiegazione di tutto: comprendere il nemico, che parla una lingua sconosciuta, è impossibile, ma la noncomprensione non è ammessa, la noncomprensione è un sabotaggio, se capisci e obbedisci puoi vivere, se non capisci e fai sabotaggio non meriti di vivere. In tutte le guerre, capire il nemico è la condizione per la salvezza.

Compresa quella guerra che era il lager. Il lager è l’anti-mondo, la guerra è l’antivita. Il soldato perfetto, obbediente e combattente, è l’anti-uomo. Chi fa perfettamente il soldato, obbedendo e ammazzando, e volendo ammazzare, avrà difficoltà a fare l’uomo, quando la guerra sarà finita e lui tornerà a casa. I volontari americani hanno coniato un motto su questo, semplice e terribile, che dice: una volta marine, per sempre marine. Hanno passato la linea, sono di là, non tornano più di qua. Che cos’è che traccia quella linea? La lunga scuola di guerra? L’addestramento?

No. È l’uccisione. La tua trasformazione in killer. Basta che tu uccida sentendoti d’accordo con la morte. La morte è un test. Non importa se la guerra è grande o piccola, lunga o breve, e nemmeno se è giusta: importa il test. Chi supera quel test non è più un uomo, è un’altra cosa. Ogni guerra è una fabbrica di test. Perciò ogni guerra deve prima finire, poi si ragionerà se era giusta o no. Ma prima si mettono giù le armi.
Ferdinando Camon – Avvenire

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