Stalin inciampò nelle fosse di Katyn

Prima alleati, poi nemici, sempre comunque fratelli. Katyn è un bosco di betulle tra Mosca e Minsk dove i bolscevichi nel 1940 trucidarono a freddo 25 mila ufficiali polacchi, presi prigionieri grazie al patto Molotov-Ribbentrop stretto coi nazisti prima della guerra. Katyn sono però anche la fosse dove per 50 anni la verità è stata sepolta sotto una lapide che accusava della strage i tedeschi. Infine Katyn – secondo Victor Zaslavsky, professore di Sociologia politica alla Luiss di Roma, che torna (quasi 10 anni dopo il primo libro sull’argomento) sull’eccidio con Pulizia di classe (Il Mulino) – è la dimostrazione della stretta e radicale parentela tra i due più terribili totalitarismi del secolo breve: il rosso e il nero. Eccone le prove. 

Professor Zaslavsky, lei parla per l’eccidio di Katyn di «pulizia di classe», quasi volendo creare un parallelo sovietico con la «pulizia etnica» attuata dai nazisti ad Auschwitz. È così?

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«Sì, volevo proprio sottolineare il parallelismo criminale tra le ideologie totalitarie del XX secolo, pur diverse tra loro e basate su differenti progetti. Esiste qualcosa che si può chiamare infatti “sindrome totalitaria” e consiste nella caratteristica di tutte le ideologie di rappresentare la società come un organismo in sviluppo verso la perfezione finale e di considerare l’uomo non in base alla responsabilità personale, ma come puro rappresentante di una categoria. Compito della classe al potere è eliminare ogni “ostacolo” sulla marcia del progresso, anche se tale impiccio fosse costituito da esseri umani. Così, se il nazismo è razzista e propugna la fittizia superiorità di un’etnia (da cui il genocidio degli ebrei), l’ideologia comunista ha usato lo stesso criterio con le classi sociali, provocando una serie di “pulizie di classe”». 

Tra cui la strage di Katyn, che dimostra nella pratica quest’equivalenza tra i totalitarismi.

«Certo. Propagandato dai sovietici come un genocidio nazista contro i polacchi , in realtà il massacro non fu dovuto alla nazionalità delle vittime ma al fatto che i 25 mila ufficiali polacchi (tra cui molti intellettuali) erano considerati nemici di classe. Secondo la dottrina stalinista, quelle classi erano comunque destinate a sparire nel corso dell’evoluzione sociale e i gruppi dirigenti sovietici acceleravano senza rimorsi tale progresso. Lo stesso meccanismo usato nelle foibe». 

I totalitarismi, il rosso e il nero, sono poi apparentati dal «terrore di massa», la violenza applicata «scientificamente».

«Sia per i nazisti che per i sovietici, i gruppi socialmente alieni dovevano essere eliminati in quanto ostacolo storico allo sviluppo; era una necessità “oggettiva”, si diceva, senza bisogno che s’individuasse una colpa individuale. Infatti la decisione del Politburo che il 5 marzo 1940 darà il via all’epurazione di Katyn chiariva di “condurre l’indagine relativa ai singoli senza mandare i detenuti a processo, senza elevare a loro carico capi di imputazione e… senza formulare accuse”. Era la vecchia idea che l’organismo deve essere purificato dai parassiti; anche nella letteratura di quel periodo, sia russa sia tedesca, si incontra spesso tale metafora». 

D’accordo. Ma in fondo a Katyn ci furono «solo» 25 mila morti, per di più in clima di guerra. Che dire allora delle grandi purghe degli anni Trenta in Urss?

«Anzitutto però la sorte di quegli ufficiali polacchi fu solo la punta di un iceberg; infatti furono anche arrestate e deportate in Siberia 60 mila persone, loro parenti e familiari. In un anno e mezzo di controllo della metà della Polonia, l’Urss ha saputo organizzato la deportazione di ben mezzo milione di persone (di cui molte poi sono morte): una percentuale del 5% sulla popolazione totale, con un margine di efficienza che non aveva riscontri nelle precedenti purghe e che fu ottenuto dai servizi di sicurezza sovietica solo grazie a decenni di sanguinaria esperienza. Inoltre la persecuzione anti-polacca si fermò solo per l’attacco tedesco alla Urss, altrimenti sarebbe proseguita. Infine Katyn rappresenta una della maggiori falsificazioni storiche del XX secolo, durata fino all’ultimo, anche dopo la caduta dei Muri». 

Appunto. Lei scrive di «complicità dei governi occidentali» nel silenzio post-bellico sul massacro di Katyn e punta il dito soprattutto su Londra.

«Non dobbiamo essere moralisti nel giudicare eventi politici in un contesto come quello della seconda guerra mondiale. Churchill aveva ragione a voler patteggiare perfino col diavolo (in questo caso Stalin) pur di sconfiggere il nemico principale, Hitler; ma una volta ottenuta la vittoria, la politica di censura non si giustificava più e invece durò fin oltre il 1989, quando un rapporto del Foreign Office che ricostruiva correttamente i fatti di Katyn concludeva così: “Dobbiamo ricordare questo avvenimento sempre e non parlarne mai”. Realpolitik, certo. Anche il governo Usa mise sotto silenzio la documentazione su Katyn, però solo fino ai primi anni Cinquanta. Quello inglese invece ha tenuto segreti i suoi documenti per ottenere favori economici e commerciali con l’Urss». 

E l’Italia?

«È molto interessante il caso del professor Vincenzo Palmieri, luminare della medicina legale (e in seguito sindaco di Napoli), che aveva partecipato nel 1943 alla commissione medica internazionale convocata dai nazisti per indagare su Katyn e che appurò le responsabilità sovietiche nell’eccidio. Dopo la guerra Palmieri fu più volte attaccato, contestato nelle aule universitarie da studenti comunisti, proposto di trasferimento ed ha corso persino pericolo di vita perché Mosca aveva chiesto al Pci di tenerlo d’occhio in quanto testimone scomodo del caso Katyn. Altri suoi colleghi dei Paesi dell’Est, del resto, che avevano fatto parte della medesima commissione, furono costretti a ritirare le firme sulle perizie e uno è stato fatto sparire». 

Con Katyn, insomma, saltano gli schemi m anichei di certo «antifascismo» politicamente corretto: con i «buoni» tutti da una parte e i «cattivi» solo dall’altra, quella nazista…

«Il periodo storico più oscurato da molte parti della storiografia è quello tra il 1939 e il 1941, quando Stalin e Molotov dichiaravano che era esagerato temere il nazismo, che la Polonia doveva cessare di essere indipendente, che il nemico comune era anzitutto il capitalismo… Noi dimentichiamo spesso che la seconda guerra mondiale è stata vinta da un’alleanza innaturale tra il regime totalitario staliniano e dei governi liberal-democratici». 

Quindi se l’Urss non fosse stata attaccata da Hitler (lei scrive: «Per motivi contingenti» e grazie a una sottovalutazione della sua forza), sarebbe rimasta dalla parte nazista? E con la Germania avrebbe alla fine spartito il mondo?

«Qui il discorso si fa più complesso ed entra nella fantastoria. Comunque abbiamo appena pubblicato sulla rivista XXI secolo un articolo di un noto storico russo sul tentativo di Stalin e Molotov nel 1940 di entrare nell’Asse tripartito Roma-Berlino-Tokyo e trasformarlo in Quadripartito: era proprio il periodo di Katyn. Ci fu una trattativa molto dura, perché Stalin sapeva di proporre in questo modo a Hitler la vittoria, grazie alla sua formidabile macchina bellica. Il mondo era già stato diviso in 4 zone d’influenza, con i comunisti che si sarebbero allargati verso i pozzi di petrolio iraniani – secondo una vecchia idea staliniana. Bene, questo processo – durante il quale la collaborazione tra i due totalitarismi significò il peggior pericolo per la democrazia mondiale – non è stato ancora chiarito; anzi, qualche mese fa la Procura russa ha chiuso un’inchiesta sull’eccidio di Katyn durata 15 anni e i due terzi della documentazione sono stati sottoposti a segreto». 

Lei accusa anche Gorbaciov di poca «glasnost» su Katyn.

«Solo Eltsin ha rotto davvero il silenzio, pubblicando per primo i documenti originali. Gorbaciov è stato una figura tragica tra due mondi: era un uomo di apparato e capiva benissimo che la rivelazione delle responsabilità su Katyn avrebbe dato un colpo terribile alla credibilità morale del Partito, istituendo tra l’altro l’idea del parallelismo tra nazismo e comunismo. A costo di esporsi a ricatti politici che ne hanno di fatto accorciato il potere, Gorbaciov non ha potuto sganciarsi del tutto dalla mentalità sovietica e dire al mondo la verità».

di Roberto Beretta – “Avvenire”, 19 aprile 2006

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