Stalin, la notte di sangue degli ebrei

WASHINGTON – La mattina del 13 gennaio del 1948, un gruppo di operai rinvenne in una strada di Minsk in Bielorussia il cadavere di Solomon Mikhoels, il celebre attore e direttore del Teatro Yiddish di Mosca, presidente del Comitato antifascista ebraico, pilastro della resistenza contro l’invasione tedesca nella seconda guerra mondiale, amico di Albert Einstein e del grande basso americano Paul Robeson. L’evento desto’ scalpore in tutto il mondo. Stalin ordino’accertamenti sulla causa della morte – un investimento stradale, fu il responso – ed esequie di Stato in onore del defunto. Ma documenti segreti declassificati di recente dal Cremlino dimostrano che Mikhoels fu assassinato dal Kgb, la polizia politica sovietica, su ordine del dittatore, e che il suo omicidio segno’ l’inizio della persecuzione degli ebrei nell’Urss. Persecuzione che sfocio’ nella esecuzione deiloro piu’ influenti intellettuali alla Lubianka, il famigerato penitenziario moscovita, il 12 agosto del ’52, “la notte della strage dei poeti”.

Su questo oscuro capitolo della storia sovietica hanno scritto un libro sconvolgente lo storico americano Joshua Rubenstein, dirigente di Amnesty international, e uno studioso russo Vladimir Naumov, segretario della Commissione presidenziale per la riabilitazione delle vittime politiche a Mosca.

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Il libro, pubblicato dalla Yale university press e il Museo dell’Olocausto (527 pagine 35 dollari), s’intitola Il pogrom segreto di Stalin: l’inquisizione del Comitato antifascista ebraico nel dopoguerra, e condensa i voluminosi atti del processo farsa ai compagni di Mikhoels, quindici esponenti culturali di cui soltanto uno, Linha Shtern, la prima donna accolta nell’Accademia delle scienze sovietica, fu risparmiata. I quindici, scomparsi dalla vita pubblica nel ’48, al loro arresto, vennero riabilitati segretamente nel ’55. Che negli ultimi anni di vita Stalin, morto nel ’53, fosse ossessionato “dai complotti ebrei” era piu’ che noto: si diffusero voci di esecuzioni di politici, letterati e medici, di epurazioni e confini in massa. Ma il libro di Rubenstein e di Naumov ha il pregio di fornire cifre e volti al pogrom; analizzarne i motivi; e sottolineare il silenzio di alcuni comunisti occidentali – non fanno nomi di italiani – su “La notte della strage dei poeti”. Il libro illustra come Stalin, dapprima critico dell’antisemitismo (“E’ la piu’ pericolosa sopravvivenza del cannibalismo” dichiaro’ nel ’31), adotto’ una politica antisemita.

Kruscev noto’ che lo nascose negli scritti e nei discorsi, ma che nel ’39 assicuro’ a Von Ribbentrop, il ministro degli Esteri tedesco, che avrebbe rimosso tutti gli ebrei dai posti di comando. Il dittatore diede il via alle epurazioni e ai confini nel ’44, quando non ebbe piu’ bisogno di loro, facendo anche arrestare il fidanzato della figlia.

Il Comitato antifascista ebraico venne fondato nel ’42, sotto la supervisione di Solomon Lozovsky, vice commissario agli esteri e alla stampa del Partito, che affianco’ a Mikhoels due poeti famosi, Peretz Markish e Isaac Fefer. Per un paio d’anni, svolse un ruolo prezioso per lo stalinismo, denunciando le atrocita’ naziste nell’Urss occupata, mobilitando l’opinione pubblica interna, e procacciando fondi negli Stati Uniti per la guerra. Stalin gli concesse uno spazio senza precedenti, lasciandogli pubblicare la rivista Enykayat e mandando Mikhoels e Fefer in visita in America e in Europa per sei mesi nel ’43.

Le sue future vittime strinsero rapporti con Albert Einstein, Paul Robeson, Thomas Mann, il pittore emigrato Marc Chagall, e numerosi altri, il gotha culturale euro americano. Ma quando il Comitato incomincio’ a raccogliere testimonianze per un Libro nero sull’Olocausto e a discutere la formazione di uno Stato ebraico sovietico in Crimea, il dittatore si allarmo’. Questi ebrei – ammoni’ – vanno fermati.

All’inizio del ’48, sulla scia dell’assassinio di Michoels e della chiusura della rivista Eynkayat, Lozovsky, Markish, Fefer e dodici compagni finirono alla Lubianka. Il settembre di quell’anno, Golda Meir guido’ la prima delegazione israeliana a Mosca sollevando l’entusiasmo popolare per lo Stato d’Israele. Stalin, sostengono Rubenstein e Naumov, avverti’ una minaccia sionista al suo regime. A titolo di esempio venne imbastito un processo contro i quindici. Nonostante le torture la maggioranza rifiuto’ di confessare. Al processo del ’52, Markish, il piu’ ribelle dei poeti, un uomo di tremenda intelligenza e debolezza morale, incrimino’ gli altri. Lozovsky, che si era battuto con Lenin e Stalin contro gli zar dal 1905, si difese invece coraggiosamente; le esecuzioni ebbero luogo nei sotterranei della Lubianka.

Rubenstein e Naumov rimproverano agli intellettuali ebrei europei e americani, anche non comunisti, tra cui il drammaturgo Arthur Miller e il romanziere Norman Mailer, di non essere intervenuti a favore dei quindici nel ’49, quando gli scrittori sovietici Alexander Fadeyev e Ilya Ehrenburg parteciparono alle Conferenze della pace di New York prima e di Parigi poi. Ne notarono la scomparsa, osservano, ma non pretesero risposte. E chi le ottenne, come il dirigente del Pc Usa = Howard Fast, tacque per non screditare Stalin. Paul Robeson mosse un passo: al suo ultimo concerto nell’Urss, riusci’ a incontrare Fefer in albergo a Mosca, rimesso a nuovo dal Kgb per l’occasione. Capi’che era stato incarcerato, e al concerto canto’ la canzone della rivolta del ghetto di Varsavia. Ma al rientro in America, smenti’ che nell’Urss vigesse l’antisemitismo. Nel ’57, dopo la rivoluzione d’Ungheria, nel libro “Il Dio nudo”, Fast ammise che se lui e Robeson avessero parlato forse i quindici sarebbero sopravvissuti.

di Ennio Caretto Dal «Corriere della Sera», 5 giugno 2001

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