Suicidio assistito: la questione antropologica

Foto di Arek Socha da Pixabay

Nonostante quello che dice il Petrarca, “un bel morir tutta la vita onora”, non c’è nulla di facile nella morte. Come gridò Gesù sulla croce è l’abbandono di Dio, l’annullamento dell’io, di un punto di consapevolezza della realtà, dove cose, circostanze e persone acquistano senso, diventano occasione di rapporto e ordine, perché tutto non sia inutile.

Non giudico, cioè non condanno, chi per troppo dolore e disabilità rinuncia alla vita. Dico solo che non mi consola e non mi tranquillizza. C’è assai poca vittoria da celebrare e tanto meno diritto. Diritto di che? Di scomparire, di eliminare la sofferenza a prezzo di se stessi. E questa sarebbe autonomia e indipendenza? In realtà è la resa di una creatura, che, non facendosi da sé, quando la vita appare definitivamente insopportabile, non può cambiarla, ma solo togliersela.

“Che vale la vita se non per essere data”, dice Anna Vercors nello “Annuncio a Maria” di Paul Claudel.  Se non diamo la vita, essa comunque si consuma e, o la perdiamo, o ce la portano via la violenza e le malattie. Ma per dare la vita ci vuole qualcuno che la stimi e la prenda. In ciò, l’amicizia e l’amore sono porti, tappe e indicazioni fondamentali di un viaggio, il cui destino finale tuttavia nemmeno loro possiedono. La vita può essere data solo a chi è in grado di salvarla, di redimerla dalla sua ineliminabile fragilità e finitezza. Nella vita c’è un ineliminabile problema religioso.

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La vita non è un valore assoluto – si può per l’appunto darla, per Dio, per la patria, per i propri cari – ma è un valore fondamentale. E’ il fondamento di tutti i diritti. Rinunciare a essa più che affermare un diritto è rinunciare a tutti. Gridare questo come conquista civile non aiuta, spegne. E noi ci stiamo ritrovando in una società sempre più spenta e sterile. Soprattutto il nostro Paese appare intossicato da una nube di proclami e norme fondate non sulla verità, ma su un presunto senso comune, che, invece di chiarire, rende più oscura la vista e la strada.

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La parola più giusta di fronte al fine vita, non è diritto, ma pietà. Pietà come compassione di quella che alcuni definiscono zona grigia, dell’esistenza. La morte, come la malattia grave che spesso la precede, è uno dei momenti più misteriosi della vita, dove la persona mette in gioco tutta se stessa in una partita invincibile. Aiuta la speranza della fede, propria e di coloro che con dedizione piena di affetto, sono vicini e presenti in un servizio che lo Stato, nella sua distante neutralità, non potrà mai dare. Nemmeno, quando la condizione umana diventa terminale e incosciente, lo Stato potrà proteggere decisioni prese anni prima in contesti sostanzialmente differenti. Qualcun altro inevitabilmente deciderà, magari con atteggiamento indifferente e acritico.

Si dovrebbe legiferare il meno possibile, riconoscendo dignità e scelta ai protagosti del passaggio ultimo della vita: malati, parenti, amici, medici e infermieri; e magari un prete. Così che si avveri la preghiera di Rilke: “Dà o Signore a ciascuno la sua morte/ La morte che fiorì da quella vita/ in cui ciascuno di noi amò, pensò e sofferse”. Una morte che compia e non sia la liquidazione di una vita.

Contributo di Giancarlo Cesana, Professore Onorario di Igiene, Università di Milano Bicocca, al convegno: Il “suicidio assistito” e il suicidio dell’occidente. Milano 14 maggio 2022.

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