Suicidio Assistito. Una legge pericolosa

“La proposta di legge sul fine vita ha accolto alcune richieste, è vero, ma non ha superato quelli che io considero scogli fondamentali – dice a Today.it Paola Binetti, senatrice Udc (ex Pd) –  nella misura in cui alla sospensione di tutte le cure, usando un termine garbato per non dire che parliamo di fatto di eutanasia, possono accedere tutti coloro che hanno una malattia incurabile. Parliamo di disabili, tetraplegici, come Dj Fabo. Si pensi che oggi Eluana Englaro non rientrerebbe in questa legge perché Eluana non aveva voce. Però quando si dice incurabile non significa inguaribile. Esistono molte malattie incurabili. Non si tiene conto dell’evoluzione della scienza e della possibilità che malattie, oggi sono incurabili, possano essere curabili fra dieci anni magari. Nel frattempo li facciamo fuori tutti?”.

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Proprio perché la legge non si trasformi in un corridoio per il suicidio di chiunque accarezzi l’idea, sono stati posti diversi paletti. Ad esempio il fatto che una persona lamenti “sofferenze fisiche e psichiche”.
“Però il livello della sofferenza è una cosa relativa, non esiste la sofferenza in modo oggettivo, può essere solo soggettiva. A parità di condizione, per qualcuno non è tollerabile, per altri è tollerabile perché ci sono persone che la amano, c’è una famiglia, si dà a quella persona la possibilità di coltivare interessi, magari sono persone che possono essere in grado di fare cose che rispondono alle loro curiosità. La stessa sentenza della Corte Costituzionale faceva riferimento esplicito al fatto che, prima di poter prendere in considerazione questa eutanasia, andasse garantita tutta una serie di interventi di cui la attuale legge non parla affatto”.

Se si riferisce alle cure palliative, sono esplicitate nella legge. Perché non basta?
“Perché a mio avviso bisogna aiutare la persona a riscoprirle in via propositiva non impositiva, in modo che la persona ritrovi la voglia di vivere. Ce lo siamo detti tante volte. Troppo facile, di fronte a chi dice di non farcela più, dire “qui c’è una pistola, tieni, sparati”. A volte la vita è difficile da accettare, ma se ti aiuto, ti motivo, le cose possono cambiare in meglio”.

Lei parlava di scogli da superare. A parte la questione delle “malattie incurabili” e un approccio sbagliato a suo dire sulle cure palliative, c’è altro?
“I numeri degli altri Paesi. Se guardiamo l’esperienza di Olanda, Belgio e altri Paesi che hanno aperto all’eutanasia, lei si rende contro di come si sia creato un piano inclinato per cui si sono allentati i vincoli iniziali e i numeri sono aumentati sempre di più con garanzie sempre più basse. Così tutto il processo della richiesta eutanasica non viene affrontato. Si inneschi invece fin da subito, da quando una persona subisce il trauma che lo porterà alla sofferenza, un processo di sostegno psicologico, altri modi per avere soddisfazione, stima, realizzazione personale. Non aspettare che la vita diventi insopportabile”.

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Senatrice, è plausibile che ci sia sempre qualcuno che, dopo tutto, dopo tutto l’amore e le soddisfazioni di una vita, suppur dura, arrivi ad un punto in cui non ce la fa più e chiede il diritto di morire?
“Però, se per te è finita, falla finita, ma non chiedere a me, al sistema sanitario di farla finita”.

Ma la legge serve a questo, a dare a chi non riesce da solo, la possibilità di farlo.
“Ma non sia a carico del sistema sanitario e dei medici”.

Insomma non c’è un modo per trovare un punto comune fra le parti?
“Finchè l’obiettivo della legge sarà quello di mettere fine alla vita della persona, sarà in contrasto colossale con tutto ciò che, 300 anni prima di nostro Signore, diceva Ippocrate. Lo dico perché non sembri una posizione confessionale. Chiunque diventava medico, già 300 anni prima di Cristo, si impegnava a non fare questo”.

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