Tangheroni: il calo delle nascite rallenta lo sviluppo

MILANO. Fra cinquant’anni, l’Italia avrà 7-8 milioni di italiani in meno, data la crisi delle nascite. Ossia: sette-otto milioni di lavoratori in meno, di contribuenti in meno, di consumatori in meno. «È già accaduto nella storia d’Europa», dice Marco Tangheroni, storico del Medioevo all’Università di Pisa, «e sempre la denatalità ha condotto a un regresso economico e sociale».
Il confronto però, sottolinea, non va’ fatto con le riduzioni brutale di popolazione, come quella dovuta alla peste del 1348, che spazzò via il 30-40 per cento degli abitanti d’Europa. «Allora la rapida concentrazione di ricchezze in mano ai sopravvissuti fece aumentare la domanda di beni e di consumi», dice Tangheroni, «provocando un boom economico. Che fu però passeggero: si scontò con una vera crisi economica un ventennio dopo». Il mercato s’era fatto più piccolo; le campagne svuotate si svuotarono ancor più, perché la gente emigrò nelle città. La crisi economica durò quasi un secolo, fino al 1450, quando la popolazione tornò ai livelli anteriori all’epidemia.
«Ma il vero confronto va fatto con il lungo declino di natalità dell’impero romano: già Augusto denunciò il problema e prese provvedimenti. Inefficaci, perché la denatalità, oggi come allora, sembra collegata ad una mentalità consumistico-edonista. Aggravata dalla schiavitù».
Sembrerebbe che l’abbondanza di schiavi dovesse compensare la crisi di nascite, come oggi si spera negli immigrati: ma gli schiavi facevano pochissimi figli, e gli immigrati d’oggi, una volta in Italia, presto assumono un profilo di natalità «all’italiana», ossia scarsa. «L’impero romano favorì l’immigrazione, per ottenere i “lavoratori specializzati” di cui lo Stato sentiva la mancanza più acutamente, ossia di soldati. Nel tardo impero furono istituiti posti d’accoglienza sul Danubio: le tribù germaniche in arrivo dall’Est venivano accolte, rifocillate, fornite di vestiario e cibo, e i giovani maschi erano arruolati nelle legioni». Come andò a finire, si sa: «Dopo un secolo di “immigrazioni” favorite, arrivò la marea incontenibile delle “immigrazioni” indesiderate, passate alla storia come invasioni barbariche». Il collasso delle istituzioni e l’insicurezza finì per disarticolare del tutto la produzione, allora essenzialmente agricola, e i commerci. Lo scrittore Rutilio Namaziano, nel quinto secolo, pianse poeticamente sulla “rara presenza d’uomini” nelle campagne italiane un tempo fertili, ora abbandonate e incolte. I ricchi si chiusero in vaste aziende agricole fortificate, difese da truppe private, ed economicamente autarchiche (il germe del feudo medievale).
Oggi, è facile immaginare – per esempio – una caduta dei valori degli immobili: con 7-8 milioni di abitanti in meno, la domanda di case sarà inferiore all’offerta. Ma anche i mercati azionari tenderanno al calo, perché le azioni avranno meno compratori, con conseguenze tristi sui fondi-pensioni a capitalizzazione. Un’altra conseguenza: l’emorragia di capitali all’estero, perché gli immigrati d’oggi tendono a inviare in patria i soldi che guadagnano in Italia (la comunità filippina in Italia manda a casa il 70% di quel che guadagna). «Non si sottovaluti che anche la selezione di dirigenti, scienziati, specialisti, insomma di “eccellenze”, avverrà su una base di popolazione più ristretta», dice Tangheroni. L’effetto generale: un rallentamento della vita socio-economica.
Già oggi, in certe regioni (come la Toscana) il minor dinamismo sociale produce effetti visibili: «Per esempio una popolazione mediamente anziana tende più a risparmiare che a investire»: i capitali restano inoperosi, o vengono consumati dalle “vecchiaie lunghe”. In compenso gli anziani saranno incoraggiati a restare attivi? Tangheroni ne dubita. «Il proverbio toscano che diceva: meglio un vecchio in un canto (in un angolo) che un giovane in campo, non è più vero. Oggi i saperi necessari alla società non sono più quelli tradizionali, ma quelli che richiedono aggiornamento continuo. Temo che la denatalità non porterà affatto a una riqualificazione degli anziani, che anzi saranno sempre più “obsoleti”».
Lo storico esprime una speranza: che la tendenza alla denatalità si rovesci, come accadde in Italia dal sesto secolo in poi, quando l’abbondanza di popolazione scatenò la “rinascita” (il boom economico e culturale) dell’anno Mille. «Speriamo: nel Nord Europa la natalità è in rialzo».

di Maurizio Blondet [Da “Avvenire”, 28 Marzo 2002]

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