Terrorismo islamico e martirio cristiano

cristiani-1_jpgForse non e’ questo il momento più felice per una riflessione pacata su cio’ che sembra avvicinare, a uno sguardo superficiale, gli uomini bomba islamici ai martiri cristiani. E tuttavia ci si sta abituando al fenomeno che si moltiplica di persone che si offrono come ordigni di guerra per far massacro di comandanti nemici o di innocenti, lasciandosi trucidare con loro, pur di recare panico in campo avverso mediante un terrorismo incontrollabile.

Cinquemila kamikaze sono pronti a dare la vita? E non è raro il caso di sentirli chiamare eroi e perfino martiri per la gloria della loro nazione, della loro etnia o altro.Basti qualche osservazione, in proposito, per controllare le idee e per cercare di capire una mentalità, se non una religione quale l’Islam. Si dica chiaro, come primo rilievo, che ci si trova di fronte a suicidi consapevoli e deliberati. Anzi a suicidi accolti, desiderati e attivamente affrontati. Il martirio come fenomeno cristiano, all’opposto, è qualcosa di subito: liberamente accolto ma non provocato o cercato. In nome di una fede che non è semplicemente una infilata di affermazioni dogmatiche, ma è la verità di un uomo-Dio che per primo si è lasciato mettere in croce per amore, ed è risorto.

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Non a caso il martirio è visto dai credenti quelli che ne hanno ancora il ricordo – come una nascita a una vita nuova e un’incontro con Cristo Glorioso. Al punto che la Chiesa si rifiuta di considerare e di venerare come martiri coloro che il martirio se lo sono voluto. Il cupio dissolvi – il desiderio di morire – non è sentimento cristiano quando non si declina come aspirazione a essere con il Signore e non si attende la morte con pazienza. Alla fine, poi, l’uccidere o l’esporsi all’uccisione per il cristianesimo è sempre somaticidio, non annientamento. E si aggiunga pure che anche per i musulmani c’è l’attesa del paradiso con le hurì date in sovrappiù. Ma è altra cosa.Ancora. Il martire cristiano non si pone in atteggiamento aggressivo per sterminare che gli sta di fronte. Immola se stesso per coerenza e per la volontà di concludere l’esistenza nella beatitudine eterna, ma si rifiuta di fare il male allo stesso persecutore.

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Di sovente per il persecutore addirittura egli prega perchè Dio lo perdoni dal momento che forse ignora ciò che fa. Non così i kamikaze dell’Islam – o di un certo Islam – i quali sono addestrati e si preparano a morire proprio per ammazzare. E per ammazzare poco o tanto a tradimento. senza l’onore pur discutibile di un duello o di una battaglia con due fronti contrapposti e precisati.Una terza osservazione tocca forse l’aspetto più odioso della questione. Almeno in certe frange musulmane – l’Islam non è una realtà unitaria e omogenea – i kamikaze motivano la propria scelta tragica a partire con una religione fatta coincidere con una cultura, un popolo, una potenza terrena. Trucidano e vanno in pezzi per una bomba che si portano addosso e fanno esplodere in nome di Dio. Orrendo.

Non nominare il nome di Dio invano vale anche per i suicidi-omicidi di guerra. Di cui non si può giudicare la coscienza, ma annotare l’oggettiva barbarie, sì. Non ci può mai essere guerra santa. Il cristianesimo l’ha imparato da tempo. E domanda di perdonare perfino ai nemici. Non di regalargli la vittoria.
+ Mons. Alessandro Maggiolini Vescovo di Como