Una “fiaba” di sequestratori

Il 13 gennaio del 1954, un giovedì, è apparso sulle pagine di “Népszava” un articolo intitolato “Il miracolo di Tajmir”, che cantava l’elogio della gente sovietica che con uno sforzo mai visto realizzò la costruzione di Norilsk, futuro centro industriale del Circolo Polare del Nord. Commosso fino alle lacrime, l’autore dell’articolo ricorda l’esilio dei più grandi personaggi del movimento operaio rivoluzionario, decretato ancora dal governo zarista. Fra questi personaggi c’era stato anche Stalin, la “speranza di milioni di poveri” che, seduto sulla riva del Yenisei, avrebbe forse sognato una città proprio così.

Tuttavia la verità è che quella colonia polare, tutta circondata da ghiaccio e da neve, all’epoca ancora quasi deserta, venne costruita, con tanto di sudore, di sangue e di lacrime, da decine di migliaia di detenuti russi, tedeschi, ungheresi, giapponesi e di altre nazionalità condannati al lavoro forzato, e non invece dalla “gente sovietica”, come si cercava di far credere. Fra queste persone soffrì la giovane Borbála Marczin, sig.ra Ferenc Sabján da coniugata, arrestata a diciotto anni, il 24 settembre 1945, dai militari del 7° contingente della guardia corazzata dell’Esercito sovietico, per essere poi deportata come prigioniera nella Siberia del nord, in seguito ad una condanna fittizia.

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«Per disinformare l’opinione pubblica, il suo arresto venne messo in relazione con l’attività di una presunta banda di sequestratori di fanciulle, operante nella capitale. Nel numero del 23 gennaio 1946 il giornale “Világ” sosteneva che Borbála Marczin fosse stata rapita da casa sua in via Ercsi non dalla Polizia controllata dalle forze politiche, ma da una banda armata costituita da delinquenti comuni. Qual è la verità?»

«Sono stata portata via da Russi, agenti della polizia politica. Alla richiesta di chiarimenti fatta da me e da mio padre, risposero che si trattava solo di una breve identificazione. Questa, invece, è durata otto anni e cinque mesi. Non si trattava, dunque, di nessun ratto di fanciulle. Nello stesso giornale venne raccontato ugualmente che nel settembre del 1945 un’altra ragazza, sempre particolarmente attraente, di diciassette anni e di nome Magdolna Rorh, venne portata via dal Cafè Gellért da uomini che si erano presentati come investigatori appartenenti all’Autorità di Difesa dello Stato. Il quotidiano informava che i genitori preoccupati avevano chiesto aiuto al comandante generale Gábor Péter (1), il quale affidò l’investigazione del caso al colonnello Tímár. Quest’ultimo scoprì entro breve tempo che era successo un abuso del nome dell’Autorità di Difesa, poiché i sequestratori non avevano nessun legame con il corpo armato».

«Non capisco per quale ragione il giornale Világ abbia scritto queste cose!».

«Da un lato perché era un quotidiano comunista e d’altronde perché i miei genitori mi cercavano pressso la Polizia. Anche i genitori di Magdolna si misero alla ricerca della loro figlia: in quel periodo molte giovani venivano deportate a forza dai Russi. Il giornalista avrà inventato, probabilmente eseguendo l’ordine di qualcuno, la storia dei sequestri di fanciulle. La Polizia non voleva riconoscere davanti alla popolazione ungherese che i Sovietici avevano raccolto a loro piacere, a decine di migliaia, i nostri giovani per portarli a un po’ di ‘malenkij robot’ (2). Le bugie relative ai rapimenti di fanciulle venivano ancora confermate in una lettera del 14 agosto 1948, inviata a mio padre dalla Segreteria principale della Direzione Centrale del Partito Ungherese dei Lavoratori (3). In quel tempo stavo già trascorrendo il mio terzo anno di lavoro forzato nei lager della Siberia. La lettera no. prot. V/13938/9706, indirizzata a Mihály Marczin, mio padre, contiene le frasi seguenti: ‘In risposta alla Sua, inviata alla Segreteria Rákosi (4), vogliamo informarLa di aver investigato accuratamente la causa di Sua figlia. Confermiamo che ella non è stata arrestata da investigatori. Probabilmente si tratta di un’azione commessa da uno pseudo-investigatore. Con saluto comunista, la Segreteria Rákosi.” Era firmata, d’altronde, da una signora, di nome Márta Fehér. Ma loro sapevano bene, dove mi trovavo».

«Per quali ragioni crede che lo sapessero?»

«Lo so, perché i miei genitori non si tranquillizzarono e continuarono l’inchiesta fino a ricevere, il 5 luglio 1950 la seguente avvertenza dal Ministero del Benessere Pubblico, firmata da un certo Dr. Jenő Benedek: “In risposta alla Sua, indirizzata al Compagno Rákosi, in argomento del rimpatrio di Sua figlia, la informo che, nonostante il rimpatrio in massa dei prigionieri di guerra sia terminato alla fine dell’anno 1948, alcuni prigionieri continuano a rientrare individualmente o in gruppi più piccoli. In queste circostanze, non è da escludere neanche la possibilità che Sua figlia torni entro breve tempo dall’Unione Sovietica.” Fu questa la prima lettera in cui riconobbero che ero detenuta come prigioniera da qualche parte nell’Unione Sovietica».

«Cos’è successo in verità?»

«Il 24 settembre 1945, il giorno del mio diciottesimo compleanno, mi portarono via dall’appartamento di Budapest, dove stiamo parlando anche adesso. Mi condussero alla sede del comando sovietico in via Üllői. Poiché stavamo festeggiando, indossavo i miei gioielli d’oro: durante la notte che seguì sparirono non solo questi, ma anche le stringhe delle mie scarpe. Poco dopo venimmo scaraventati su un camion, io e tre altre persone: la mia amica Magdolna Rorh e due giovani, István Herczeg e Kornél Tiefenbeck. Venimmo trasportati a Eisenstadt accompagnati da undici guardie».

«Con quali ragioni giustificarono il vostro arresto?»

«Abbiamo saputo soltanto dopo il nostro ritorno in Ungheria che sull’agendina del nostro conoscente István Herczeg erano segnati i nomi e gli indirizzi di noi tre. István tentò di emigrare in Occidente, ma fu catturato – e questo bastava perché fossimo arrestati tutti e quattro. A Eisenstadt gli interrogatori notturni duravano per ore. Dato che non capivamo il russo, si comunicava con l’aiuto di un interprete, sebbene non avessimo veramente nessuna colpa da riconoscere. L’investigatore sovietico, per dare più peso alle sue domande, mi picchiava con la sua pistola, sulla testa, sul viso e sulle spalle. Me ne sono rimaste le tracce fino ad oggi. Poiché non avevamo niente da confessare, si inventarono una storia su una presunta congiura, in base alla quale il tribunale militare sovietico ci condannò. A Magdi e a me diedero dieci anni di prigione da espletare in campi di lavoro rieducativo. Non riesco a capire nemmeno oggi, come era possibile condannare cittadini ungheresi in base a leggi sovietiche!»

«Dove vi portarono?»

«Dopo un viaggio trascorso in condizioni indescrivibili, in vagoni previsti per il trasporto di animali, arrivai alla foce del Yenisey, vicino al mare Polare Artico, nel campo di lavoro forzato di Norilsk. Era una regione ricchissima, con abitanti molto poveri: il terreno conteneva oro, argento, platino, carbone, quasi tutti i minerali importanti. D’inverno il paesaggio si nasconde in un buio profondo, illuminato solo dalla neve. Il cielo è cosparso di stelle – in mezzo ai lavori più duri io pensavo: “ora salto sù, ne prendo una e torno a casa con questa”. Solo la luce polare ci aiutava ad orientarci. L’estate è molto breve, ma a volte porta anche un caldo di 35°; dopo segue un brevissimo autunno e, infine, a metà settembre, inizia a nevicare».

«Come era la sua vita in quei luoghi?»

«Molto dura. Tajmir si trova in pianura dove, ad un tratto, venne costruita una città enorme. Quando io arrivai a Norilsk, ancora non c’era nulla, solo la Polizia, un campo sportivo, un teatro e il carcere, e poi, ovviamente, il lager del Gulag».

«Quante persone erano detenute lì?”

«Eravamo tantissimi. Circa duecentomila prigionieri di guerra e poi detenuti politici e detenuti comuni, divisi per dieci campi. Erano detenute almeno quarantamila donne. Nel primo periodo mi misero fra i delinquenti comuni; all’inizio si stava ancora “benino”, finché lavoravo negli uffici di progettazione urbanistica, dove mi facevano disegnare. Imparai l’alfabeto cirillico da un ingegnere forestale ungherese, Elek Szilágyi, detenuto ugualmente in prigione».

«Come passavano le sue giornate quotidiane?»

«Quando, trent’anni più tardi, lessi il racconto di Soljenitzin, “Una giornata di Ivan Denisovic”, pensai: “Oddio, quant’era fortunato questo uomo!”. Per quanto a noi, infatti, l’estate del 1948 i detenuti politici vennero riuniti e separati da quelli comuni. Da quel momento non ci rimase altro che il piccone, la pala e la cariola. Fu in quel tempo che ricevemmo, sul dorso delle nostre giacche, i nostri numeri, io quello dell’O-235. Ma dopo l’estate arrivò l’inverno lungo, con una media di temperatura di –20°; ma non erano rare neanche le giornate con 50° o 60° sotto zero. Temevamo tutti di congelarci. Se ci coprivamo la testa con uno scialle, il vapore ci si congelava subito sulle ciglia. Perciò preferivamo lasciare scoperti il naso e la bocca. Ci alzavamo prestissimo, alle quattro del mattino e lavoravamo sedici ore al di fuori del lager.»

«Che cosa mangiavate?»

«Per otto anni e cinque mesi non mangiavo altro che pasti a base di orzo, grano e avena. Di carne non ne vidi, al massimo ci davano pesce azzurro conservato sotto sale in grandi barili. Il giorno del compleanno di Stalin ci davano un pezzettino di salmone. Il fiume Yenisey era coperto di ghiaccio per 203 giorni all’anno e questo costituiva la principale via di comunicazione. Per mesi estraevamo l’argilla picconando. Nei giorni piovosi l’argilla diventava appiccicosa e con il gelo diventava dura come il basalto. Trasportavamo la terra in cariole alla fabbrica di laterizi, donde poi i mattoni andarono alla costruzione della città di Norilsk. Molti di noi morirono quando, un giorno, il forno crollò. Gli incidenti erano in genere molto frequenti, poiché la vita umana lì non aveva nessun valore. Più tardi, per settimane producevo il cemento da dolomite. Facevo anche da ragazza “zulager”, quella cioè che trasporta i laterizi e la malta per i muratori. Partecipai anche alla costruzione dei canali. Sebbene d’estate la temperatura arrivasse ai 35°, in quell’impero del ghiaccio perenne il suolo si scongelava solo per una profondità di 30 cm; e noi dovevamo scendere a diversi metri picconando… Morirono congelati più uomini che donne. Gran parte della gente si ammalò di tubercolosi. Nei periodi in cui le donne lavoravano di notte, gli uomini riprendevano di giorno e così via alternandosi. Il campo maschile era separato da quello femminile mediante un alto recinto di filo di ferro.»

«Che cosa le dava forza per vivere?»

«Forse la determinazione. E poi, senz’altro, il Signore, la fede che mi faceva credere che un giorno sarebbe terminato anche questo inferno. Noi, in famiglia, eravamo molto religiosi. Quando lavoravo da sola, pregavo spessissimo. Quando entrai nel lager politico, un comandante che provava un odio particolare per gli stranieri, mi ordinò di presentarmi nel suo ufficio; prima di me aveva ricevuto una donna giapponese che uscì singhiozzando. Il comandante mi domandò se volevo tornare a casa. Risposi, ovviamente, che non vedevo l’ora. Allora lui mi disse: “lei non tornerà mai a casa, creperà qui!”. Faceva così sicuramente per mortificare le persone anche psicologicamente».

«Facevano anche violenza alle donne?»

«No. Lì non eravamo più in Ungheria, dove i soldati dell’esercito russo invasore avevano violentato le donne. Delle cose che avevamo subito, io e Magdi, ancora a casa nostra, da parte delle forze “liberatrici”, preferisco non parlare: quelle cose sarà meglio dimenticarle. Nei lager ci facevano solo lavorare e ci tormentavano. Eravamo noi ad eseguire ogni tipo di lavoro. Le donne facevano da fabbri, da muratori, da carpentieri, da elettricisti e da tutto. Dopo sedici ore di lavoro si rientrava nelle baracche e ci si lavava nell’acqua colata in una vasca comune. Molto spesso davo il mio pane in cambio per un pezzo di sapone. Si dormiva su panche di legno, le mie braccia facendomi da cuscino e il mio mantello di stoffa da coperta.»

«Di che nazionalità erano i suoi compagni di lager?»

«Soprattutto russi, soldati che avevano combattuto per tutta la seconda guerra mondiale ma che poi caddero nelle prigioni tedesche, e quindi, considerati detenuti politici, finirono nel Gulag. C’erano anche moltissimi Ucraini che si erano opposti ai Sovietici. Lavorai insieme a Lettoni, Lituani, Estoni, Finlandesi, Tedeschi e Giapponesi; e poi c’eravamo noi, Ungheresi.»

«La città di Norislk, nel Circolo Polare Artico, non fu realizzata, dunque, da operai sovietici, come sosteneva al tempo l’articolo del Népszava?»

«No. Eravamo noi, condannati a lavoro forzato, a costruire la città industriale, con i suoi quartieri residenziali, con la sua fabbrica di lavorazione del rame, con la vetreria, la fabbrica di laterizi, con la centrale elettrica e con tante altre officine. Ci fecero costruire la linea ferroviaria fra Dudinka e Norilsk. Fu questo il miracolo di Tajmir, abitato dai popoli delle steppe».

«Non era possibile fuggire?»

«Dove? In mezzo alla tundra, attraverso le paludi, i campi ghiacciati, facendo migliaia di chilometri? Alcuni lo tentarono, ma morirono congelati. Non sapevamo nemmeno dove fosse il nord e il sud. Lì c’è buio per sei mesi. Quando inizia a nevicare, la neve scende per tre settimane in fiocchi grandi come un palmo. Eravamo noi anche a spalare la neve, in continuo.»

«Sognava?»

«Di notte non riuscivo mai a sognare, a causa della stanchezza. Sognavo di giorno, quando ero sveglia. Vedevo mia madre, le mie compagne di classe, vedevo me stessa, ragazza giovane, seduta sulla terrazza del Café Gellért…»

«Come vi rendevate conto del passare del tempo?»

«Era impossibile. Dopo essere stata deportata nell’Unione Sovietica, fino alla mia liberazione non vidi né calendario, né orologio. Ci si accorgeva che era passato un anno quando ci permettevano di festeggiare il capodanno.»

«Quando venne dimessa?»

«Qualche mese dopo la morte di Stalin, nell’estate del 1953, partimmo verso casa, ma arrivai in Ungheria soltanto il 3 dicembre, fra gli ultimi. Prima ci fecero aspettare ancora diversi mesi a Lemberg. Ho conosciuto lì mio marito che era deportato per aver ricoperto l’incarico di ufficiale nell’esercito ungherese al comando del governatore Horthy. Per otto anni e mezzo non avevo ricevuto nessuna notizia da casa mia. Venni a sapere solo al mio arrivo che i miei genitori, grazie a Dio, erano in vita.»

«Riuscìste a sistemarsi con vostro marito?»

«Mio marito fu assunto da una cooperativa di produzione di lana, in campagna. Lo seguì anch’io. Lavorava ufficialmente come magazziniere, ma in realtà faceva da ispettore generale. Prima della guerra aveva posseduto dei terreni e dunque era esperto di agronomia.»

«Ripensando ai tempi passati nel lager, prova odio contro qualcuno?»

«Non odio nessuno, ma il dolore non riesco più ad estinguerlo dal mio cuore. La mia vita è stata spezzata. Volevo fare l’insegnante di disegno, ma poi non sono riuscita a fare niente. Lavorai come magazziniera. Fui condannata senza aver commesso nessun delitto e questo fatto non può essere rimediato neanche dalla decisione del Tribunale Supremo dell’Unione Sovietica, presa il 27 dicembre 1978, che annulla la condanna inflittami il 30 gennaio 1946, non essendo stato commesso alcun delitto. Ho ricevuto anche un certificato da parte del presidente del Tribunale Supremo dell’Unione Sovietica, con la firma “Mironova”, secondo il quale la condanna e la punizione di Borbála Marczin è cancellata. Mi hanno restituito nove anni su un pezzo di carta; che cosa ci devo fare adesso?!»

NOTE

(1) [Gábor Péter era il famigerato e temuto capo della polizia politica ungherese fino al 1953.]

(2) [Espressione russa che significa letteralmente “piccolo lavoro”. Con questo nome ironico, noto fin troppo bene anche alla popolazione ungherese del dopoguerra, veniva indicato l’uso di deportare masse di cittadini nei campi di lavoro forzato dell’Unione Sovietica, catturandoli nei Paesi occupati.]

(3) [Si tratta, ovviamente, del Partito Comunista, che nei primi tempi in Ungheria funzionava sotto questo nome; più tardi assunse anche altri nomi, quali il Partito Socialista Operaio Ungherese, usato fino al 1990.]

(4) [Si tratta, infatti, della segreteria del temuto capo stalinista, Mátyás Rákosi.]

Sugli orrori del comunismo in Ungheria vedi il sito del museo Terror Haza («Casa del Terrore»), inaugurato il febbraio 2002 a Budapest nel palazzo che fra il 1944 e il 1956 ospitò il carcere comunista – o meglio: casa di tortura.

Intervista di István Stefka

[Articolo comparso sul “Magyar Nemzet”, 26 giugno 2003, p. 31. Traduzione italiana e note a cura di Agnes Bencze]

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