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Una singolare assemblea di cristiani

Un articolo storico sull’annebbiamento delle coscienze tra i cattolici degli anni 80 verso il comunismo Vietnamita. Come tutte le ideologie, il comunismo non poteva nè puo’ ora rispondere ai bisogni del cuore umano.

Torino, 2 novembre 1973, self-service di via Monte di Pietà, è l’ora del pranzo: a un tavolo siedono con i modesti vassoi delle pietanze davanti, alcune personalità della ‘contestazione’ cattolica italiana, soprattutto religiosi, e con loro qualche straniero, qualche giovane intellettuale, un paio di preti passati allo stato laicale.

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«Tu credi che arriveremo davvero al ‘compromesso storico’ proposto da Berlinguer?»

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«Vuoi dire quello tra comunismo e Democrazia cristiana? lo spero proprio di no.»

«Guai se ci arriviamo.»

«Sarebbe un guaio tremendo!»

Come s’è detto, coloro che cosi parlavano erano dei cattolici. E per chi nutrivano preoccupazione? Per la Democrazia cristiana forse? No.

«Se arriveremo al compromesso, il comunismo s‘inquinerà.»

«S‘imbastardirà.»

Questo scorcio di discorso ci pare esprima bene l’impostazione mentale di tutti o quasi i partecipanti alla ‘III Assemblea internazionale dei cristiani solidali con il Viet Nam, il Laos e la Cambogia’ che ha avuto luogo a Torino il 2, 3 e 4 novembre 1973 sul tema ‘il Vangelo e le aspirazioni dei Popoli indocinesi’.

Partecipazione troppo… omogenea

All’inizio dei lavori, i congressisti erano stati salutati dal cardinale Pellegrino, che aveva significativamente affermato: «Siamo per la difesa dei diritti dell’uomo ovunque e comunque violati»; aveva poi tenuto loro un discorso — esortandoli caldamente a essere obiettivi — mons. Bettazzi, vescovo d’Ivrea e presidente della ‘Pax Christi – sezione Italia’ che, congiuntamente al ‘Comitato Internazionale permanente dei cristiani per il Viet Nam’ di Parigi, aveva Organizzato il congresso; dopo le loro prolusioni, i due presuli s’erano ritirati per consentire all’assemblea piena indipendenza.

Così i congressisti — oltre un centinaio, tra cui una ventina di vietnamiti — si sono potuti dedicare in tutta libertà ai lavori di gruppo e alle riunioni plenarie, spostandosi di volta in volta dalle aule del vecchio Seminario al salone della Camera di commercio e viceversa, lungo le centrali vie XX Settembre e Lascaris, con brevi interruzioni per i pasti nel surricordato self-service.

Il gruppo vietnamita era costituito da alcuni preti cattolici provenienti dal Nord comunista, da altri provenienti dai territori sotto controllo vietcong, da qualche bonzo buddista, da un colonnello delle forze vietcong, e da intellettuali profughi in Occidente; non c’era fra loro un solo rappresentante della Chiesa e del Sud Viet Nam che pure — dopo le fughe di massa dei cattolici dal Nord nel 1954 — comprende i tre quarti dei cattolici vietnamiti. Si affermò che il governo reazionario di Thieu non aveva concesso via di uscita (ma perché allora non invitare i vietnamiti del Sud che si trovano all’estero?). Ad ogni modo tra i presenti risultavano molto simpatici alcuni dei parroci del Nord per la loro semplicità e mestizia e per l’aspetto contadino; e riusciva simpatico anche il colonnello vietcong per i suoi modi schiettamente militari, senza infingimenti. Facevano parte dell’assemblea alcuni altri asiatici, tra cui due pastori protestanti giapponesi, e diversi preti, intellettuali e studenti dell’ America del Nord e di quella del Sud. C’erano inoltre, con padre Chenu, parecchi congressisti provenienti dall’Europa, specialmente francesi; i più numerosi di tutti — com’è ovvio — erano infine gli italiani; tra i quali non mancava uno solo dei noti nomi del progressismo cattolico: dai padri Franzoni, Balducci, Mazzi, Turoldo, al giornalista Raniero La Valle. Visibilmente fuori squadra era presente anche (invitato da rnons. Bettazzi a motivo della sua profonda conoscenza del Viet Nam) padre Pietro Gheddo, direttore della rivista Mondo e missione.

Parola d’ordine: parlare marxista

Argomento dei gruppi di studio erano la situazione politica in Viet Nam dopo gli accordi di Parigi, il possibile dialogo tra cattolici, buddisti e marxisti, il problema dei prigionieri politici, i possibili alleati dei cristiani per la ricostruzione del paese, il significato teologico della guerra. Il linguaggio durante tutti i lavori fu (come faceva prevedere la conversazione al self-service da noi sopra riferita) quasi integralmente marxista: i termini più ricorrenti erano «comunismo», «capitalismo», «classismo», «plusvalore», «rivoluzione»; «Solo chi si trova…, in seno a una classe espropriata, può avere accesso alla verità dell’uomo» era l’emblematica sentenza di uno dei personaggi presenti.

Il giudizio sull’azione del comunismo nel mondo e nel Viet Nam in particolare, era osannante; quello sulla Chiesa cattolica, sia universale che vietnamita, molto duro. «Io non credo più in nessuna Chiesa, in nessuna Chiesa, in nessuna Chiesa» era il ritornello di un altro dei personaggi presenti, un frate molto noto, La motivazione potrebbe forse trovarsi in questa analisi di uno dei gruppi di studio: «La storia mostra abbondantemente che la connivenza abituale delle autorità ecclesiastiche con il potere stabilito, in particolar modo quando esso è di tipo conservatore, si fonda su ragioni religiose, e non direttamente e immediatamente su riferimenti evangelici. Questi ultimi appaiono ben più spesso nei cristiani solidali con i movimenti di liberazione». Per cui si auspicava caldamente una «educazione dei cristiani alla disobbedienza alla Chiesa». Questa infatti «sotto il pretesto della neutralità… è sempre l’alleata diretta sia del colonialismo, sia nel neocolonialismo, sia dell’imperialismo».

Ciò riferito, bisogna anche dire che, sotto sotto, non mancava nei congressisti neppure lo spirito evangelico, e che anzi ogni tanto esso riaffiorava, sempre però in subordine alla politica; il che produceva nell’osservatore una permanente sensazione di rovesciamento dei valori. La maggior emozione veniva all’assemblea dalla comprovata esistenza nelle carceri del governo del Sud di prigionieri sottoposti a torture. Realtà questa indubbiamente atroce. Che poi simili atrocità si verifichino anche, e su scala assai maggiore, nel Nord comunista — come una voce isolata osò ricordare — sembrò a tutti discorso provocatorio, e non lo si prese in alcuna considerazione.

Fu presto chiaro l’obiettivo reale dell’assemblea: arrivare ad agire nel modo più massiccio possibile sulla Chiesa del Sud Viet Nam, e in particolare sui suoi vescovi, per metterli contro il governo Thieu, cosi da danneggiare quel governo e se possibile costringerlo a dimettersi, togliendo via l’ultimo impedimento alla caduta del Sud nelle mani dei comunisti.

Il fatto che la popolazione del Sud, proprio come i suoi vescovi, non ne voglia sapere d’una ‘pace comunista’, tanto che dopo la partenza degli americani combatte con più tenacia e disperazione di prima, fu giudicato dai congressisti irrilevante. Invano venne — dalla solita voce isolata — proposto un confronto con ciò che accadde a suo tempo in Italia all’annuncio dell’armistizio (quando, non essendo la guerra sentita dal popolo, l’esercito si dissolse: bastavano pochi tedeschi a provocare lo scioglimento d’interi reggimenti: in Viet Nam niente di simile s’è verificato alla partenza degli americani). L’assemblea preferì comportarsi come se condividesse l’affermazione d’uno dei suoi partecipanti più rumorosi: «Ammettiamo pure che l’opinione pubblica sudvietnamita sia fieramente avversa all’idea di un cambiamento che renda possibile il pericolo comunista: ma, nel caso, si tratta di un’opinione pubblica senza nessuna delle condizioni che potrebbero renderla attendibile». Non ai vietnamiti dunque spetterebbe decidere la propria sorte, ma a chi capisce le cose meglio di loro: non ci si accorgeva — con tanta intelligenza presente nelle aule — di fare il ragionamento che sta alla base di tutti i fascismi.

Col procedere dei lavori la sensazione che si volesse decidere sulla pelle del popolo del Sud senza interpellarlo divenne così forte, che un giornalista presente cercò di dare in qualche modo a quell‘infelice popolo una voce, si sforzò cioè di esprimerne le ragioni. Mostrandosi obiettivo conoscitore della storia recente, egli ricordò — all’interno di un gruppo di studio —anzitutto il numero delle vittime inermi fatte dal comunismo altrove (non uccise in combattimento, sottolineò, ma inermi, fatte dai comunisti dopo la vittoria della loro rivoluzione) che assommano — riferì citando diversi documenti — ad almeno 30 milioni in Russia, e vanno dai 34 ai 63 milioni in Cina. (1) Con una tale realtà oggettiva sullo sfondo — fece notare il giornalista — non si capisce perché debba sembrare arbitrario il terrore dei cattolici e non cattolici vietnamiti e cambogiani, e la loro tenacissima resistenza al comunismo, utilizzando anche ogni aiuto straniero. Specie dopo quanto era accaduto ai soldati nazionalisti cinesi i quali, convinti mediante reiterate promesse, durante la guerra civile, a consegnare le armi, dopo essere stati ancora nel ‘49, finita la guerra, solennemente assicurati dell’incolumità, pochi anni più tardi erano stati tutti presi e giustiziati. E qual’era poi stata l’esperienza del comunismo fatta dagli stessi vietnamiti nel Nord, se circa ottocentomila cattolici e duecentomila buddisti (2) avevano, dopo la presa del potere da parte dei comunisti, abbandonato i loro focolari e ogni loro avere per rifugiarsi nel Sud?

Tremende verità disinvoltamente taciute

Tutti episodi reali e tremendi quelli ricordati dal giornalista, ma poiché non quadravano con gli schemi mentali dei componenti il suo gruppo di studio, non vennero presi in considerazione – Ai grandi massacri si contrappose in modo vago che anche Hitler ne aveva compiuti, e quanto ai profughi vietnamiti ci si limitò a ripetere che essi erano fuggiti dal Nord per la nefasta azione di propaganda della Chiesa capitalista e di papa Pacelli.

Né miglior successo ebbe un intervento coraggioso di padre Gheddo il quale, in assemblea generate, difese con calma e con dati precisi le ragioni della Chiesa vietnamita, affermando e dimostrando che nell’assemblea si era fino allora mancato di obiettività. Erano così evidenti le ragioni esposte dall’oratore che l’assemblea ebbe per un momento la sensazione di essere stata sgominata: «Si rispettino almeno gli accordi di Parigi, non chiediamo altro», cominciarono a gridare i comunisti vietnamiti. Ma subito, a rappezzare le cose, intervenne Raniero La Valle, che aveva acquisito una certa autorità morale sui congressisti: dopo il suo intervento la corrente riprese il vecchio corso. Nulla potevano due o tre voci contrarie contro cento e più univoche.

Si arrivò alle conclusioni, agli appelli alla Chiesa universale e a quella del Sud Viet Nam «perché si convertano», agli inviti perché nel Sud (e non certo nel Nord) vengano rilasciati i prigionieri politici, alla proposta d’azioni concrete per costringere il Sud alla pace – Tra queste una, caldeggiata da padre Turoldo, proponeva in occasione del Natale di «bombardare dal papa in giù tutte le autorità, e specialmente i vescovi sud-vietnamiti, con messaggi» che li obbligassero ad agire nel senso voluto dall’assemblea. Di tutte le proposte ne venne respinta una sola, di un gruppo di giovani, che in nome del Vangelo proponevano d’invitare la Caritas a sospendere qualsiasi invio di viveri nel Sud affamato.

Come arrivare alla pace?

Viene spontaneo al cronista che ha presenziato con passione, di chiedersi se il congresso di Torino sia stato soltanto negativo. Oppure qualcosa, qualche pur modesto spunto per tentare d’arrivare a una pace reale, ne potrebbe venire?

Al di là del fuorviante esibizionismo di certi personaggi, bisogna ripetere che nell’assemblea di Torino lo spirito evangelico non era assente. Anzi, specie al momento della chiusura, esso s’affermò incontrastato in occasione della preghiera ecumenica recitata da tutti insieme a mons. Bettazzi: cessate le argomentazioni, si vedeva bene la commozione dei presenti, la passione con cui ciascuno avrebbe voluto strappare i fratelli vietnamiti agli orrori della guerra, e si notava in ciascuno il senso della tragedia per non poterlo fare.

Soccorsero allora l’autore di queste note, e gli si ripropongono ora, due considerazioni forse non peregrine. Anzitutto egli sa — per averlo visto intorno a sé, e sperimentato di persona — che chi ha combattuto molto a lungo, non riesce più a immaginare una fine della guerra: lasciato a sé stesso non cesserebbe più di combattere. Questo è verosimilmente lo stato psicologico che prevale in Sud Viet Nam. (3) Se tale stato non giustificherebbe in alcun modo un intervento arbitrario da fuori, ad opera di una minoranza estranea allo spirito del Sud, potrebbe però giustificare un tentativo di sblocco da parte di un intermediario che del Sud abbia la fiducia, e possa quindi essere riconosciuto come interprete: pensiamo alle autorità della Chiesa di Roma.

Seconda considerazione: nella storia del comunismo russo si è verificato un fenomeno importante, anche se poco conosciuto: sotto il martellamento della guerra e delle sue immense sofferenze, quel comunismo è sembrato gradualmente modificarsi, tanto da far credere al popolo russo che fosse cambiato, che fosse divenuto più umano e liberale. Tale situazione non si è conservata una volta raggiunta la pace, a causa della presenza di Stalin e del suo establishment: è tuttavia esistita. Poiché il comunismo vietnamita si è fin dal principio sviluppato sotto il martellamento della guerra, ci si può chiedere se detto comunismo ne sia rimasto condizionato ai punto di essere «oggettivamente diverso», come asserisce di averlo trovato Raniero La Valle. Nel corso dell’assemblea questo intelligente scrittore, pur avendo dichiarato che «l’obiettività non esiste, l’obiettività è un mito», tanto da confessare con tutta sincerità al microfono la propria convinzione che la vicenda vietnamita non si sarebbe potuta concludere senza un nuovo bagno di sangue, «Adesso però» ha aggiunto «ho cambiato parere, e ritengo che il bagno di sangue potrà essere evitato, grazie alle sofferenze e ai meriti dei ‘santi’»; alludeva agli innocenti che nel Sud soffrono a causa del regine dittatoriale di Thieu. Se si allarga il suo discorso a tutti gli altri innocenti che soffrono e hanno sofferto nel Nord come nel Sud, potremmo concordare nella speranza con lui; dopo tutto il Dio che ci comanda la pace, deve pur concederci un mezzo per arrivare a essa.

L’intermediario che voglia adoperarsi per sbloccare la situazione, potrebbe saggiare se nel Nord si sia formato un sufficiente spirito d’incontro (di vero incontro, che non sia cioè premessa a futuri massacri) e, ove lo individui, proporsi come ponte tra il Nord e il Sud.

È molto verosimile che ciò sia già stato tentato.. Ma poiché, continuando la guerra, le sofferenze si sono aggiunte alle sofferenze, si potrebbe nuovamente tentare; e ritentare…

(*) dal settimanale Il nostro tempo, 18 novembre 1973.

(1) Erano i dati allora disponibili. Per il numero effettivo delle vittime in Russia e in Cina, si vedano i relativi capitoli nel presente volume.

(2) Un dato più aggiornato è a p. 109.

(3) A dieci anni dalla loro vittoria (1985) si può dire che i capi comunisti vietnamiti non si sono ancora liberati dalla psicosi della guerra, tanto che seguitano a destinare una quantità assolutamente sproporzionata delle risorse del paese agli armamenti. Ne deriva un progressivo scadimento dell’ambito civile: nell’anno 1984 in Viet Nam il reddito lordo è stato di 102 dollari pro capite (pari a diciottomila lire al mese, che è livello africano); mentre secondo Marcel Autret, direttore della Divisione nutrimento della Fao, il consumo giornaliero pro capite è stato di appena 1.850 calorie: inferiore cioè, egli precisa, a quello dell’Uganda e del Madagascar. (Un consumo equo dovrebbe essere di 2.300 calorie al giorno). di Eugenio Corti

[Da “L’esperimento comunista”, Ares, Milano 1991]

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