Un’introduzione al transumanesimo

Il transumanesimo è in realtà un insieme di idee sviluppatosi in risposta al rapido progresso della biotecnologia negli ultimi vent’anni (cioè la tecnologia è capace e aspira alla manipolazione delle condizioni fisiche, mentali ed emotive degli esseri umani). La medicina convenzionale tradizionalmente ha avuto il proposito di superare i problemi che affliggono la condizione umana; prescriveva salassi, cauterizzazioni, amputazioni, somministrazione di medicinali, operazioni e trasferimenti in luoghi dal clima più secco, tutto per favorire la salute e lottare contro le malattie o le degenerazioni, cioè il proposito era curare (era quindi fondamentalmente terapeutica).

La tecnologia sta ora compiendo possibili interventi che, oltre a una finalità terapeutica, sono destinati al rafforzamento delle capacità salutari umane. C’è un graduale ma costante ampliamento negli ideali medici, dalla semplice cura a cura e miglioramento. Siamo tutti familiarizzati con le “sostanze che migliorano il rendimento” nello sport professionale. La biotecnologia, ad ogni modo, promette di creare possibili forme di miglioramento che vanno ben al di là dell’aumento dei muscoli.

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La terapia genica di linea germinale, ad esempio, ha fin dai suoi inizi l’obiettivo di modificare geneticamente le “cellule germinali” umane (cioè lo sperma e gli ovuli) per introdurre caratteristiche auspicabili a livello intellettuale, fisico ed emotivo ed escludere quelle indesiderabili.

Visto che le modifiche si fanno alle cellule nella linea “germinale”, i tratti sono ereditari e si trasmettono alle generazioni successive. Medicinali per migliorare le funzioni mentali, come il Ritalin e l’Adderall, sono sempre più utilizzati da persone sane per migliorare le capacità cognitive. Uno studio ha dimostrato che circa il 7% degli studenti universitari degli Stati Uniti ha usato stimolanti a scopo di miglioramento [1]. Questa percentuale sembra essere in aumento.

La ricerca sta progredendo rapidamente in tecnologie avanzate tali come l’interfaccia diretta cervello-computer (BCI), gli impianti di micromeccanica, le nanotecnologie, le protesi retinali, neuromuscolari e corticali e i cosiddetti “chip della telepatia”. Anche se è certo che ciascuna di queste tecnologie può svolgere un ruolo nella trasformazione della vita dei pazienti con handicap perché possano comunicare meglio, vedere, camminare, muovere le estremità e riprendersi da malattie degenerative, il transumanesimo le vede come possibili strumenti per la trasformazione della natura umana. La versione 2002 della Dichiarazione Transumanista stabilisce: “L’umanità cambierà radicalmente nel futuro attraverso la tecnologia. Prevediamo la possibilità di ridisegnare la condizione umana, includendo parametri tali come l’inevitabilità dell’invecchiamento, le limitazioni degli intelletti umani e artificiali, la psicologia non scelta, la sofferenza e il nostro confinamento al pianeta Terra” [2].

La sua proposta più radicale è il superamento della morte. Anche se l’obiettivo sembra fantasioso, ci sono scienziati e filosofi influenti impegnati in questo contesto. Lo scienziato e inventore transumanista Ray Kurzweil sostiene che durante la maggior parte della storia umana la morte è stata tollerata perché non c’era nulla che si potesse fare al riguardo. Si avvicina però rapidamente il momento in cui saremo capaci di isolare i geni e le proteine che provocano la degenerazione delle nostre cellule e di riprogrammarle. L’assunzione dell’inevitabilità della morte non è più credibile e deve essere ritirata [3]. Michael West, presidente di una delle maggiori imprese di biotecnologia degli Stati Uniti, l’Advanced Cell Technology, è d’accordo. Ritiene che “l’amore e la compassione per il nostro prossimo in ultima istanza ci porteranno alla conclusione che dobbiamo fare tutto il possibile per evitare l’invecchiamento e la morte” [4].

Anche se credo che la maggior parte delle persone nel mondo occidentale non condivida ancora le idee più radicali del transumanesimo, l’adozione della preoccupazione per l’autonomia umana che soggiace alla filosofia transumanista è praticamente universale nella medicina secolare e nella bioetica di oggi. I testamenti che consacrano il diritto delle persone di rifiutare le cure per prolungare la vita per praticamente qualsiasi motivo, anche se non si sta morendo, stanno diventando una cosa di routine negli ospedali e nei formulari del consenso informato. L’Oregon, lo Stato di Washington e il Montana hanno legalizzato il suicidio medicalmente assistito invocando come elemento retorico l’argomentazione per cui si garantisce il diritto all’autonomia di una persona di esercitare la libera determinazione non solo sulla sua vita, ma anche sulla sua morte. Se l’autonomia viene estesa a queste cose, allora garantirà sicuramente la libertà di migliorare le mie capacità.

Temo però che l’unico aspetto che attualmente previene l’affermazione su larga scala dell’imperativo transumanista sia un fattore di “ripugnanza emotiva”, che, possiamo esserne certi, diminuirà gradualmente in virtù dell’istanza dolce e inesorabile dell’opinione laica. Quando questo accadrà, la nostra razionalità, isolata da questo concetto di autonomia estrema, si troverà indifesa di fronte all’imperativo tecnologico, che dice: se possiamo disegnare il nostro figlio perfetto [5], se possiamo essere più intelligenti, più forti e più belli [6], se possiamo prolungare indefinitamente la vita umana [7], allora dobbiamo farlo. Se gli embrioni sono sacrificati attraverso il processo di sperimentazione per perfezionare questa tecnologia, o se si introducono disuguaglianze a beneficio di alcuni e a detrimento di altri, questi sono i costi del progresso!

L’istruzione del Vaticano del 2008 sulla bioetica, Dignitas Personae, parlando dell’uso della biotecnologia per introdurre alterazioni con il presunto obiettivo di migliorare e rafforzare il patrimonio genetico, mette in guardia contro la “mentalità eugenetica” promossa da questa manipolazione. Una simile mentalità stigmatizzerà le caratteristiche ereditarie delle imperfezioni generando pregiudizi contro le persone che le possiedono e privilegiando invece quanti posseggono qualità presuntamente auspicabili.

L’istruzione termina dicendo: “Si deve rilevare infine che nel tentativo di creare un nuovo tipo di uomo si ravvisa una dimensione ideologica, secondo cui l’uomo pretende di sostituirsi al Creatore” (n. 27).

Lo sforzo compiuto nel manipolare la natura umana in questo modo “finirebbe, prima o poi, per nuocere al bene comune”.

Christian Brugger* (da Zenit.org 2010)

Note: [1] Cfr. H. Greely, B. Sahakian, M. Gazzaniga, et al., Towards responsible use of cognitive-enhancing drugs by the healthy, Nature 456 (dicembre 2008), 702-705. [2] Dal sito web di Humanity+: http://humanityplus.org/learn/philosophy/transhumanist-declaration/transhumanism-declaration-2002. La World Transhumanist Association (WTA), attualmente la principale organizzazione di riferimento del transumanesimo nel mondo, è stata fondata nel 1998. Per motivi di immagine, di recente ha cambiato il proprio nome in Humanity+. [3] Cfr. l’intervista a Kurzweil su http://hplusmagazine.com/articles/multimedia/videos/immortalists-short-film-jason-silva [4] Ibid. [5] Cfr. i rapporti su questo effetto del famoso bioeticista di Oxford Julian Savulescu, citato in Peter Snow, Woe,Superman?, Oxford Today: The University Magazine, vol. 22, no. 1 (Michaelmas 2009), 14; cfr. anche le spaventose (e influenti) teorie di Savulescu sulla “beneficenza procreativa” in Procreative Beneficence: Why We Should Select the Best Children, Bioethics, vol. 15, punti 5-6 (ottobre 2001), 413-26. [6] Cfr. la massima utopica di Humanity+, Healthier, Smarter, Happier (“Più sani, più intelligenti, più felici”), su http://humanityplus.org [7] Cfr. gli obiettivi della nuova organizzazione Coalition to Extend Life su https://www.coalitiontoextendlife.org/products.php

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* E. Christian Brugger è Decano di Etica presso la Culture of Life Foundation e professore associato di Teologia Morale al Seminario Teologico St. John Vianney di Denver, Colorado (USA). Ha conseguito il dottorato in Filosofia a Oxford nel 2000.

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