Urss. Gli eventi storici successivi

In URSS la nomina di uomini anziani e malati alla carica di Segretario generale del partito e di Capo del governo (1) è proseguita fino al 1985, anno in cui venne eletto Mikhail Gorbaciov, cinquantaquattrenne in piena efficienza. Costui, facendo seguito a un timido tentativo abbozzato dal suo predecessore Cernienko, si è messo risolutamente all’opera per portare l’Unione Sovietica fuori dall’attuale situazione fallimentare. La via da lui prescelta – col beneplacito più o meno convinto della ‘nomenklatura’ – sembra essere, né più né meno, quella dell’estirpazione totale del comunismo, pur conservandone beninteso in qualche modo il nome di facciata, e anzi proclamando di avere come meta il suo recupero.

(Per il credente la sensazione, anzi la percezione, di un intervento diretto della Provvidenza nella storia degli uomini, è fortissima. Ma non ci addentreremo in quest’ordine di cose’.)

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Tra le più impellenti ragioni che hanno da ultimo determinato la dirigenza comunista a un passo così imprevedibile e di così enorme portata (l’autoliquidazione del comunismo! che subito ha cominciato ad avere effetti su scala mondiale…) si tende in Occidente a privilegiare lo scadimento del progresso scientifico in URSS, a causa del quale l’armamento sovietico riusciva sempre meno a tenere il passo con quello americano. A noi non pare essere stato questo il movente decisivo: seguendo l’analisi del dissidente Alexandr Ginzburg, ci sembra che esso sia da individuare piuttosto nella sopravvenuta constatazione, da parte dei dirigenti comunisti, di non poter più disporre con certezza dell’arma del terrore.

Molto in breve: interrotta ad opera dì Crusciov nel ’56, la spirale delle deportazioni e delle uccisioni, i primi che – non più costretti dalla paura – hanno cominciato a non collaborare (in pratica a lavorare sempre meno) sono stati gli appartenenti alla categoria maggiormente violentata, cioè i contadini. Si è di conseguenza assistito allo strano fenomeno dell’importazione in Russia (la terra che, prima dell’avvento del comunismo, era considerata il ‘granaio d’Europa’) di crescenti quantitativi di grano dall’America. Successivamente anche i lavoratori degli altri settori hanno cominciato a confrontare la propria retribuzione con la retribuzione che percepisce in Occidente chi fa lo stesso lavoro, rendendosi via via conto dell’enorme differenza a loro scapito. La convinzione che gradualmente ha preso piede è stata: «I nostri padroni, anziché pagarci davvero, fanno finta di pagarci», e la conclusione: «Ebbene, anche noi faremo finta di lavorare». Ne sono derivati i noti, crescenti problemi in tutto l’ordine economico, che sembra sempre più avviato verso la paralisi.

Ai dirigenti comunisti, malgrado le preoccupazioni che senza dubbio dovevano turbarli, rimaneva intatto il loro formidabile apparato dì repressione, costituito dalla polizia politica superarmata, e rimaneva l’enorme apparato del partito. Gli agenti di polizia però, specie se di rango inferiore, e i milioni di membri del partito, non rientravano tutti nella ‘nomenklatura’, cioè nella classe dei privilegiati (dal 2 al 2,5 per cento della popolazione), ma in proporzione notevole – forse per due terzi – ne rimanevano esclusi. A un tratto l’éllte privilegiata ha avvertito che molti dei poliziotti ed iscritti al partito esclusi dai privilegi – ormai dubbiosi circa il futuro del partito stesso – non si sarebbero più prestati, in caso di necessità, ad effettuare massacri su larga scala. L’élite comunista si è in sostanza resa conto di non disporre più del suo strumento di repressione: sarebbe stato appunto questo a risolverla al grande passo.

Ancora non possiamo prevedere quali saranno gli sbocchi della complessa operazione, e sopratutto se, per grazia di Dio, un esperimento così terribilmente sanguinoso come quello comunista, potrà concludersi senza nuovi grandi bagni di sangue.

Oggi (marzo 1991) le immense – in apparenza addirittura insormontabili – difficoltà alle quali Gorbaciov e i riformatori si trovano di fronte, sembrano essere principalmente di tre tipi: quelle d’ordine economico, cui si è fatto cenno; quelle generate dai nazionalismi, che hanno cominciato a esagitare le diverse etnie dell’impero; infine (anche se per ora rimangono soltanto sullo sfondo) le difficoltà che potrebbero nascere dal desiderio di rivalsa dei parenti di tanti milioni di vittime innocenti. A quest’ultimo riguardo i russi, molto più fatalisti di noi, e tendenzialmente disposti a passar sopra ad ogni cosa (è anche da dire che i carnefici ed aguzzini superstiti sono ormai tutti ultrasessantenni), danno per ora l’impressione di non voler prendere iniziative di rilievo: si nota solo un diffuso disprezzo verso la polizia, e urla certa ostilità nei riguardi degli ebrei, imputati d’essere stati particolarmente responsabili nella formulazione della teoria comunista e nella sua attuazione. A mettere in guardia contro nuovi in unii spargimenti di sangue è – ancora una volta provvidenzialmente – sopratutto Solgenitsin.

(1) Dal ’64 all”82 (anno della morte) Leonid Breznev, dall”82 all”84 (anno della morte) Jurij Andropov, dall”84 all”85 (anno della morte) Constantin Cernienko.
[Da “L’esperimento comunista”, Ares, Milano 1991]

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