Vetrate medievali

vetrate_decorateUn itinerario lungo le chiese d’Europa alla ricerca delle vetrate più suggestive Così dimagrì la cattedrale Da Chartres a Canterbury, da Colonia a Firenze, un viaggio nel mistero della luce nello spazio sacro

All’alba del XII secolo le cattedrali d’Europa entrarono in un moto d’improvviso e progressivo dimagrimento. Le pareti delle chiese romaniche cominciarono ad assottigliarsi, i pilastri si articolarono in fasci di nervature, si preparò la strada alle volte a crociera sempre più esili e all’arco acuto che sboccia nelle ogive. Il Gotico si presentava e le chiese si scheletrivano. Fu una dieta sana, che avrebbe via via sottratto spazio al muro per darlo al vuoto, vale a dire alle vetrate. Fu una rivoluzione, che aprì lo spazio sacro alla mistica e alla simbologia della luce.
Partendo dalla Francia questa metamorfosi si estese a quasi tutta Europa.
L’importanza riconosciuta al vetro e alla trasparenza che rendevano al contempo immateriale e materiale lo spazio della chiesa, non fu una soluzione dettata dall’innovazione tecnica (nervatura-volte a crociera), fu la ragione sostanziale che mosse gli architetti al trapasso dal romanico e il gotico. Per capirlo si può seguire un itinerario scandito idealmente nelle pagine di un libro dedicato proprio alle Vetrate medievali in Europa, a cura di Xavier Barral i Altet edito da Jaca Book (pagine 282, euro 89).
Non è un panorama esaustivo dell’arte vetraria nelle decine e centinaia di chiese che il Medioevo ha visto crescere come funghi nello spazio di tre secoli. È piuttosto un invito a conoscere come avvenne questa rivoluzione attraverso alcuni esempi: la cattedrale di Chartres e la Sainte-Chapelle di Parigi, la Cattedrale di Colonia e quella di Canterbury, Santa Maria del Fiore a Firenze e la Cattedrale di Santo Stefano a Vienna, la Cattedrale di Léon in Spagna e il Monastero di Santa Maria a Batalha (Portogallo). È un vero itinerario, e come ogni viaggio che si rispetti è frutto di un progetto e di scelte che servono a comprendere un mondo.
Quello delle vetrate è solitamente un genere artistico po’ sottostimato, magari perché l’interesse dall’architettura passa immediatamente alla scultura o ai cicli di aff reschi. Vince ancora oggi il ben noto pregiudizio verso le arti minori. Ma si tratta di un equivoco, poiché la vetrata nel contesto medievale non è una sorta di arredo, una ornamentazione secondaria:
è il cuore dell’architettura religiosa e lo dimostra proprio il fatto che, come nota Barral i Altet, nel XIII secolo la vetrata sostituisce in gran parte delle chiese dell’Europa settentrionale la pittura murale.

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E poi va considerata la ragione simbolico-teologica da cui viene questa rivoluzione:
si afferma una mistica della luce che riprende il pensiero teologico dello Pseudo-Dionigi e consente davvero di rendere abitabile la manifestazione, l’energia avrebbe detto il greco Palamas, del divino nel suo mezzo più rarefatto e più percepibile al tempo stesso: la luce. Giustamente Barrali Altet si lancia in apertura del libro in una affermazione tranchant: la vetrata è «l’innovazione più importante di tutta l’arte medievale».
Chi è entrato nella Sainte-Chapelle di Parigi sa che cosa vuol dire. Il muro è scomparso, la luce nella fusione di una gamma cromatica ricchissima diventa compulsabile, sembra di vivere nell’osmosi continua di mondo celeste e mondo terrestre. È già un gotico fiammeggiante, in anticipo di qualche decennio sullo «stile internazionale» che si affermerà diffusamente nel XIV secolo. È anche l’espressione di una concordia raggiunta, seppur soltanto in un luogo ristretto, fra l’umano e il divino, là dove il muro, segno della capacità umana di trasformare il mondo ma anche cortina difensiva verso le minacce della natura, lentamente dissolve la propria pesantezza e diventa diafano nel vetro policromo. È un segno della gloria di Dio, una prefigurazione del paradiso terrestre. A Reims, per esempio, scompaiono i timpani dalla facciata e al loro posto arrivano le vetrate culminando nel rosone centrale. Il simbolo di Dio, della sua luce.
A Saint-Denis, Chartres e Notre-Dame di Parigi il colore divampa e s’ispessisce quasi a voler rendere la densità cr omatica della pittura murale. Nel XIII secolo si guarda anche all’antico, come prima aveva fatto breccia l’ispirazione allo stile di Bisanzio con figure più statiche, eleganti, ma di forte espressività. Fin dall’inizio c’è una volontà, profondamente radicata nella teologia, di dare un nuovo imprinting alla materia, sottometterla al potere dello spirito che non la nega, ma la sublima per così dire in una nuova natura: allora le forme si allungano, i colori si schiariscono per far filtrare meglio la luce e questa diventa la presenza unificante dello spazio. Che sia una allegoria della nuova condizione della materia nella glorificazione finale, forse è troppo; certo c’è al fondo della vetrata medievale l’idea che tutto cambia di segno quando viene attraversato dalla luce divina. Che questo avvenga rendendo armonico e musicale ciò che per sua natura risuona sordo e ottuso, è già un segnale su ciò che attende l’umanità nell’ultimo giorno.
Maurizio Cecchetti

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