La sedazione profonda non è eutanasia

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La sedazione palliativa non porta mai alla morte. Al contrario, è una misura terapeutica il cui unico scopo è quello di alleviare il dolore quando una persona giunge al termine naturale della vita e i farmaci non sono più efficaci contro il dolore.
Cicely Saunders negli anni 60, fu la madre delle cure palliative, e disse che esse devono essere adattate a ciascun paziente con un misto di “scienza e umanità”.

Quando i pazienti dichiarano di non aver più bisogno di andare in Svizzera per il suicidio assistito perché sanno che sono disponibili le cure palliative, si tende a fraintendere le due azioni come se fossero la stessa opzione, come se le due pratiche fossero alternative tra loro in realtà sono addirittura antitetiche.
L’idea che la sedazione sia un’eutanasia soft è falsa: l’eutanasia e il suicidio assistito hanno lo scopo di sopprimere il paziente (il che è sbagliato), mentre le cure palliative sono trattamenti per prevenire il dolore terminale.

Chi puo’ accedere alla sedazione profonda?
I pazienti negli ultimi giorni (o ore) di vita, i cui sintomi non possono essere alleviati dalla terapia farmacologica. Nessun altro. Si tratta della sedazione di fine vita, che addormenta il morente in modo che non senta alcun dolore.

Per essere chiari, non si può somministrare una sedazione profonda a una persona con una malattia cronica di lunga durata, a una persona in stato vegetativo, a un malato di Alzheimer o a un malato di SLA per porre fine alla sua vita.

Puo’ essere data a tutti pazienti affetti da qualsiasi patologia, ma solo se sussistono le due condizioni già dette:
1) stadio terminale (in media dai tre giorni prima della morte in poi)
2) sintomi non più gestibili con i farmaci.

Può essere presa in considerazione semmai nel caso specifico di un malato che anni prima abbia scelto il ventilatore e sia arrivato al punto in cui il suo corpo non lo tollera più, dunque gli viene staccato: a quel punto morirà, e sarà sedato perché non soffochi. Ma certo non per persone in stato vegetativo o con forme di demenza.

La sedazione non serve sempre nel fine vita, perchè solo il 20% dei pazienti in fase terminale ne ha bisogno. In alcuni casi il paziente morente può essere trattato con farmaci, in altri casi il paziente dorme senza alcun trattamento, e in altri casi ancora la morte arriva all’improvviso.

La sedazione profonda non causa la morte, è come gli anestetici per la chirurgia, che addormentano e rendono il paziente incosciente, ma non uccidono. L’uso di anestetici con benzodiazepine è involontario; il dosaggio viene regolato in base alle necessità e in alcuni casi si ricorre agli oppioidi.

E neanche accorciano la vita, lo dimostrano gli studi per cui la sopravvivenza dei pazienti sedati in fase terminale non differisce da quella dei non sedati.
Addirittura secondo uno studio pubblicato su Lancet Oncology nel 2003, coloro che sono stati anestetizzati per più di una settimana prima della morte sono sopravvissuti più a lungo di coloro che non sono stati anestetizzati. Probabilmente perchè sentire molto dolore accelera la morte del paziente

È vero, quindi, che esiste già in Italia il modo per non soffrire. Le cure palliative si occupano a 360 gradi del fine vita non solo dal punto di vista fisico, ma della completa dimensione umana, ovvero dell’aspetto relazionale, psicologico, sociale, spirituale. Affrontano il cosiddetto ‘dolore totale’.

Questo diritto è in vigore dal 2010 (Legge n. 38). È difficile credere che ancora oggi molte persone non sappiano che esistono trattamenti per aiutarle a non soffrire e che persino alcuni medici non siano a conoscenza di questo tema.

Mancano anche le cure palliative a domicilio. Tuttavia, morire a casa è un importante indicatore di qualità.

b p

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