Poligamia, che sia religiosa o culturale, aboliamola

Foto di Voy Zan da Pixabay

Molte tradizioni del passato sono importanti e vanno custodite e valorizzate. L’uso di lingue locali, le feste rurali, i racconti orali, le maschere etniche, artigianato e cucina tipici, perfino tatuaggi e danze rituali. Ma esistono anche usanze arcaiche come il cannibalismo, i sacrifici umani, la schiavitù, la magia nera e infine la poligamia, di cui è possibile fare a meno e andare oltre.
La poligamia è il matrimonio tra un uomo e piu’ donne. Ovviamente già questa discrepanza numerica comporta ruoli di forza e di potere differenti.
Senza scomodare il femminismo è evidente che è una pratica ingiusta per le donne e per la prole.
L’istituto naturale del matrimonio fa parte della tradizione di ogni popolo fin dalla notte dei tempi.
Esso va valorizzato e incoraggiato perché protegge i nascituri in un ambiente più stabile e sicuro.
Ma questo è vero solo nella forma monogamica.
Una moglie, un marito e possibilmente dei figli.

Perlopiù pero’ nei romanzi e nei vecchi film la poligamia viene vista quasi in modo romantico, nelle storie quasi sempre il sultano, il maraja, lo sceicco ha un harem, con mogli e concubine, e spesso non c’era traccia di vita familiare ordinaria e le mogli e le concubine appaiono come oggetti notturni a disposizione dell’uomo-padrone-proprietario.

La parola “harem” è di origine araba e indica un luogo all’interno di un palazzo o di una residenza reale dove le donne della famiglia del sovrano o del signore potevano vivere, spesso separate dagli uomini estranei. Storicamente, l’harem era tipicamente riservato alle mogli, alle concubine e alle altre donne del nucleo familiare. Harem era anche il gruppo di donne strettamente controllato da un uomo, come nel caso di un sultano o di un re, che poteva comprendere non solo mogli e concubine, ma anche altre donne del suo seguito.

La vita delle famiglie poligamiche piu’ comuni è meno sfarzosa della vita in un harem ma la donna non è che abbia un ruolo meno oggettificato. Nessuno nega che vi possano essere uomini che trattano le loro molteplici mogli senza violenza o senza soprusi, purtroppo pero’ il sopruso è insito nella poligamia stessa.
Non c’è amore esclusivo e neanche un semplice legame esclusivo che è proprio del matrimonio.

Eppure, da pratica del passato, la poligamia resiste e talvolta viene sbandierata come diritto, come pratica culturale da sopportare in nome della tolleranza. Spesso con la scusa che vanno dati diritti alle seconde, terze e quarte mogli che altrimenti rimarrebbero in un limbo giuridico, senza diritti e senza tutele. Pur di addolcirne l’apparenza si suggerisce che l’uomo debba avere tante mogli solo se in grado di garantire a tutte attenzioni, benessere e adeguato mantenimento.
Ovvero permettere la poligamia ai ricchi. Ancora piu’ inaccettabile.

Provocatoriamente potremmo suggerire di legiferare sullo sfruttamento: quanti lavoratori sfruttati necessitano di essere regolarizzati come schiavi legittimi… E chissà quante altre usanze e ingiustizie necessitano di leggi e tutele.

In alcuni contesti culturali, la poligamia non è più considerata un tabù, spesso in nome di un’accoglienza indiscriminata e relativista che equipara tutte le tradizioni e usanze. Alcuni filosofi la giustificano invocando la libertà di coscienza, ma tale libertà dovrebbe riguardare solo le decisioni personali che non coinvolgono altri individui.

Nella poligamia, invece, sono coinvolte la prima moglie, i figli e le donne più vulnerabili, oltre a essere correlata con povertà e matrimoni combinati o forzati, sono infatti le donne povere ad essere a rischio di divenire la moglie numero 2,3 o 4. Inoltre, in questo tipo di relazione, l’uomo tende a detenere un potere significativo sulle varie mogli. È inaccettabile che una donna, anche se apparentemente consenziente, debba accettare di essere parte dell’harem di un uomo.

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La coscienza va educata e la giustizia va praticata talvolta superando tradizioni ingiuste.
Liberiamo le donne da questa pratica che oramai possiamo definire superata, ingiusta, arcaica.



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