Il Primato nei primi secoli del cristianesimo

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Il Papato ed il Primato di Pietro vengono ciclicamente messi in discussione.

Viene messo in discussione quando un Papa santo ribadisce concetti pienamente cattolici e danno fastidio al mondo.
Viene messo in discussione quando un Papa meno preciso non esprime correttamente l’insegnamento cattolico o dà una testimonianza incoerente con esso.

Il mandato che Cristo ha affidato a Simon Pietro è chiaro:
“E io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa” (Mt 16,18).

Il Nuovo Testamento contiene varie volte l’elenco dei Dodici Apostoli: Pietro viene menzionato sempre per primo. 

A Pentecoste, Pietro è stato il primo a proclamare “Cristo è risorto”.
E perfino San Paolo pur se non era uno dei 12 apostoli si rivolse a Pietro per discernere su temi essenziali per convincere Pietro, proprio a dimostrare che senza Pietro non vi era Chiesa.

Gli apostoli erano stati testimoni diretti dei fatti. E quando i Vangeli venivano redatti Pietro era già morto, martire a Roma e non avrebbero avuto nessun interesse

Che interesse avrebbero avuto i Vangeli a valorizzare tanto Pietro se non per continuare la sua missione? Missione che fu determinante anche nei primi Concili in cui Roma non intervenne molto se non con i legati o riconoscimenti delle conclusioni ma al IV Concilio Ecumenico (Calcedonia, 451), una lettera di papa Leone Magno fu considerata espressione della fede cattolica.

Abbiamo documenti al di fuori della Bibbia che attestano con certezza che dalla fine del primo secolo, nelle comunità cristiane fosse viva la fede e certezza di una Chiesa strutturata gerarchicamente.
A capo della Chiesa c’era il Papa, il vescovo di Roma.

Abbiamo una lettera di Papa Clemente I (fine del primo secolo), conosciuta tramite il Codice Biblico Alessandrino (V sec.), e tramite il Codice Greco 54 (XI sec.) custodito a Gerusalemme che narra

Nella comunità di Corinto (fondata da san Paolo) alcuni fedeli si erano ribellati ai capi della Chiesa locale e l’eco di tali disordini, sfociati nella ingiusta rimozione di alcuni presbiteri, era arrivata sino alla Chiesa di Roma, tra l’altro perseguitata da Domiziano.

Clemente I citò la persecuzione come causa della sua lentezza nell’intervenire e di:
“aver troppo tardato a dirimere alcune questioni che sono in discussione tra voi”.
Roma quindi doveva intervenire anche se perseguitata. Era il suo compito e dovere di autorità sulla Chiesa universale.

Clemente I, vescovo di Roma, (quarto Papa) certo della sua autorevolezza, richiama all’ordine i ribelli e li ammonisce, ricordando loro la responsabilità che hanno di fronte a Cristo:
“Ma se qualcuno non obbedisce a ciò che per nostro tramite Egli [Cristo] dice, sappiamo che si vedrà implicato in una colpa e in un pericolo non indifferente. Noi però saremo innocenti di questo peccato”.

Si tratta della prima prova scritta di una richiesta di obbedienza al Papa e “minaccia spirituale”.
Una correzione fraterna e conferma nella fede ed esplicitamente una prova della responsabilità che il Papa aveva ed attuava su tutta la Chiesa.

Da Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, IV, 23, 11) sappiamo che tale il richiamo del Papa venne ascoltato e messo in pratica a dimostrazione che il Vescovo di Roma aveva il Primato giuridico di governo rispetto a tutte le altre chiese.

Uomo del nostro tempo! (Giovanni Paolo II)

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