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Arcilesbica e femministe scrivono alla RAI che pubblicizza l’utero in affitto

Arcilesbica e femministe scrivono alla RAI questa lettera contro la maternità surrogata /utero in affitto.
Per ora i massmedia fanno finta di niente, è un business troppo grande e molte persone ancora non si rendono conto di quanto sia una pratica sbagliata e ingiusta per i figli a cui viene negato per contratto uno o entrambi i genitori, e nascoste le origini biologiche.

#stopsurrogacy #ifiglinonsicomprano

Gentilissima presidente Monica Maggioni,
la trasmissione Chakra andata in onda su Rai3 sabato 7 ottobre alle ore 18,00 ha affrontato il tema della maternità surrogata sposando in toto le tesi di chi vuole rendere la pratica legale in Italia.
Da un servizio pubblico ci saremmo aspettate un’informazione imparziale e ad ampio spettro.
Invece Michela Murgia ha voluto presentare solo un lato della medaglia, di fatto mandando in onda uno spot pro-Gestazione per altri.

La conduttrice non ha mai chiesto a Nichi Vendola, il quale si è spinto addirittura a parlare di “produzione di vita”, quanto abbia pagato per l’acquisto degli ovociti e per la surrogacy negli Stati Uniti (il prezzo è circa 130mila euro), né ha dato conto delle numerose testimonianze di madri surrogate pentite che sono finite in tribunale per avere la possibilità di vedere i figli o per non dover abortire. Nessun accenno, poi, ai rischi per la salute, ormai più che documentati, che corrono sia le donne che forniscono gli ovuli che le madri surrogate.
Anzi. Murgia ha trasmesso un servizio tratto dal libro di Serena Marchi “Mio, tuo, suo, loro” in cui vengono intervistate solo portatrici che hanno felicemente portato a termine il loro “lavoro”. Eppure bastava fare una telefonata a Jennifer Lahl, di Stop Surrogacy Now, o mandare in onda parte del documentario Breeders (Fattrici) per dare allo spettatore un’informazione completa.

Tutti i filmati trasmessi sono stati pro-Gpa.
Murgia ha anche incredibilmente dimenticato di citare il fatto la Gpa è vietata in tutto il mondo, salvo che appena in una quindicina di nazioni, che il Parlamento Europeo ha definito la pratica gravemente lesiva dei diritti umani o che perfino Paesi come il Messico, la Thailandia e l’India l’hanno recentemente vietata agli stranieri.
Come se non bastasse la conduttrice si è dichiarata sfacciatamente a favore di una normativa che consenta l’utero in affitto in Italia arrivando persino a distinguere la gestazione dalla maternità e ha deriso le femministe contrarie definendole arroccate su posizioni di retroguardia.

L’unica voce critica, la sociologa Daniela Danna, è stata interrotta continuamente e ha potuto intervenire solo all’inizio della trasmissione senza che le fosse data la possibilità di commentare i servizi pro-maternità surrogata, mentre Nichi Vendola è rimasto in studio fino alla fine della trasmissione.
Ci aspettiamo quanto prima una trasmissione che riequilibri l’informazione sul tema.
La ringraziamo dell’attenzione
Arcilesbica Segreteria Nazionale
ResistenzaFemminista
Rua (Resistenza all’utero in affitto)
Se Non Ora quando Libere
Udi
Paola Bassino
Giovanna Camertoni
Sara Del Giacco
Cristina Gramolini
Flavia Franceschini
Francesca Izzo
Alessandra Mandelli
Francesca Marinaro
Paola Mazzei
PIna Nuzzo
Rita Paltrinieri
Laura Piretti
Monica Ricci Sargentini
Sara Rinaudo
Silvia Magni
Paola Tavella
Marina Terragni
Vittoria Tola
Stella Zaltieri Pirola
Roberta Vannucci

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Lʼeutanasia è incompatibile con i medici

Una delle sigle più rappresentative a livello globale: questo è la World Medical Association (Wma), che con le sue 109 associazioni mediche nazionali federate (e 10 milioni di membri) convoca congressi mondiali per redigere linee guida etiche da diffondere tra i camici bianchi di tutto il mondo. La sua storia parla chiaro: nasce infatti nel 1947 per reagire all’asservimento della scienza e della professione medica ai ripugnanti disegni del totalitarismo nazista (e non solo). Una sorta di garanzia morale che l’orrore dell’uso di vite umane come cavie o la morte procurata a esseri umani considerati sacrificabili non avrebbe mai più dovuto verificarsi, non con un medico come esecutore materiale, almeno.

Si capisce meglio con questa premessa la ferma presa di posizione che la Wma ha assunto nei giorni scorsi a Washington durante la 53esima assemblea: l’Associazione infatti, afferma la dichiarazione finale, «ha notato che la pratica dell’eutanasia attiva con l’assistenza medica è stata adottata nella legge di alcuni Paesi». Per questo «riafferma la sua forte convinzione che l’eutanasia è in conflitto con i principi etici basilari della pratica medica» e «incoraggia con forza tutte le associazioni mediche nazionali e i medici ad astenersi
dal prendere parte all’eutanasia, anche se la legge nazionale lo consente o depenalizza questa condotta a certe condizioni».

Mentre il dibattito sulle scelte di fine vita vede diffondersi l’argomento della libertà di scelta basata su un’autodeterminazione che prescinde dal suo oggetto (la stessa vita) la World Medical Association invita dunque i medici ad andare controcorrente. Nel congresso del 2013 a Divonne-les-Bains, in Francia, la Wma aveva dichiarato l’eutanasia «non etica» in quanto «atto che pone fine deliberatamente alla vita di un paziente, anche se a chiederlo è il paziente stesso o i suoi congiunti», precisando poi che «questo non dispensa il medico dal rispettare il desiderio del paziente di consentire che il naturale processo della morte faccia il suo corso nella fase terminale della malattia». Francesco Ognibene – Avvenire

La realtà detta legge. Sulla vita un dibattito senza ipocrisie

Che il feto umano senta dolore se subisce un danno è cosa ormai evidente per tutta la comunità scientifica internazionale. Il dibattito è sul “quando”: cioè quando le strutture del suo sistema nervoso lo mettono in grado di percepirlo durante la gravidanza. Sappiamo che dentro l’utero da un certo punto dopo il concepimento cominciano a funzionare le connessioni nervose che uniscono le varie parti del corpo con la zona del cervello che decifra il dolore, chiamata talamo. Nel giro di pochi giorni avverrà anche la connessione con la corteccia cerebrale che si sta sviluppando. Tutto questo avviene verso le 20-23 settimane di gestazione. Qualche anno fa il gruppo londinese di John Fisk dimostrò che pungendo l’addome al feto di questa età gestazionale, per eseguirgli una trasfusione di sangue in utero, questo rispondeva producendo adrenalina e cortisolo – ormoni dello stress – proprio come ogni essere umano che prova dolore. È un dibattito interessante quello entrato nella legge approvata in prima lettura martedì sera dalla Camera americana, e ogni anno la scienza porta nuovi dati e prove.

Nessuno potrebbe però immaginare che questo dibattito in primo luogo interessi i chirurghi. Già, perché ormai la scienza ha fatto passi da gigante e si riesce a compiere interventi sul feto prima che nasca, lasciandolo poi per le restanti settimane della gravidanza dentro l’utero. Per questo anestesisti e chirurghi hanno a cuore di scoprire quando il feto ha bisogno di anestesia e quando no, perché se provasse dolore l’intervento sarebbe impossibile per i suoi movimenti, senza contare che il feto rischierebbe seri risentimenti cerebrali per gli sbalzi di pressione indotti dal dolore. Oggi dunque è normale anestetizzare il feto durante simili interventi, se eseguiti nella seconda metà della gravidanza.

Fui convocato due anni fa dalla European Food Safety Agency (Efsa) dell’Unione europea per dibattere proprio di questo tema, unico italiano tra quindici esperti internazionali: quando il feto dei mammiferi prova dolore? Il dibattito riguardò soprattutto il momento della gravidanza a partire dal quale il dolore può essere percepito. Siccome il dolore è un fenomeno personale la risposta si può avere per via solo indiretta, cioè analizzando le reazioni ormonali, visionando lo sviluppo anatomico, registrando l’elettroencefalogramma. Ne nacque una vivace discussione: per alcuni studiosi, tra cui il sottoscritto, sulla scia della londinese Vivette Glover e dell’americano Sunny Anand, il dolore inizia a essere percepibile dopo le 20-22 settimane; per altri qualche settimana dopo, dall’inizio del terzo trimestre di gravidanza. Per altri infine il feto avrebbe uno stato di sopore, che comunque è ben diverso da una reale anestesia.

Dunque il dolore fetale non deve essere negato né esagerato, dato che nella prima metà della gravidanza non appaiono presenti le strutture atte a sentire il dolore. Ecco allora l’invito: parliamo di dati e non di preconcetti, qualunque cosa si pensi a riguardo, perché in questi ambiti la disinformazione è davvero grande.

Che poi tutto ciò abbia un riflesso legislativo sulle interruzioni di gravidanza, come la proposta appena varata dai deputati americani con il significativo titolo di «Pain-Capable Unborn Child Protection Act» (la «Legge per la protezione del bambino non nato capace di provare dolore»), con l’obiettivo di limitare gli aborti all’epoca in cui il feto non prova dolore, è cosa comprensibile: ha una sua logica che apprezziamo. Ma vogliamo ugualmente ribadire come ci piacerebbe che in questo campo oltre al legislatore si introducesse un sano dibattito, diffuso, documentato con dati alla mano accanto a un lavoro culturale e sociale: toppo spesso abbiamo visto un tema di simile portata trattato con superficialità (nessuno parla della sensibilità fetale e della sua umanità…), o con superbia e ipocrisia quando sentiamo giudizi, magari rispettosi della persona a parole, che però non sono accompagnati da seri passi per aiutare le donne in condizioni di disagio e le coppie in seria difficoltà.

Carlo Bellieni – Avvenire

Il Papa ripete il #no al gender

1. La creatura umana sembra oggi trovarsi in uno speciale passaggio della propria storia che incrocia, in un contesto inedito, le antiche e sempre nuove domande sul senso della vita umana, sulla sua origine e sul suo destino.
Il tratto emblematico di questo passaggio può essere riconosciuto sinteticamente nel rapido diffondersi di una cultura ossessivamente centrata sulla sovranità dell’uomo — in quanto specie e in quanto individuo — rispetto alla realtà. C’è chi parla persino di egolatria, ossia di un vero e proprio culto dell’io, sul cui altare si sacrifica ogni cosa, compresi gli affetti più cari. Questa prospettiva non è innocua: essa plasma un soggetto che si guarda continuamente allo specchio, sino a diventare incapace di rivolgere gli occhi verso gli altri e il mondo. La diffusione di questo atteggiamento ha conseguenze gravissime per tutti gli affetti e i legami della vita (cfr Enc. Laudato si’, 48).
Non si tratta, naturalmente, di negare o di ridurre la legittimità dell’aspirazione individuale alla qualità della vita e l’importanza delle risorse economiche e dei mezzi tecnici che possono favorirla. Tuttavia, non può essere passato sotto silenzio lo spregiudicato materialismo che caratterizza l’alleanza tra l’economia e la tecnica, e che tratta la vita come risorsa da sfruttare o da scartare in funzione del potere e del profitto.
Purtroppo, uomini, donne e bambini di ogni parte del mondo sperimentano con amarezza e dolore le illusorie promesse di questo materialismo tecnocratico. Anche perché, in contraddizione con la propaganda di un benessere che si diffonderebbe automaticamente con l’ampliarsi del mercato, si allargano invece i territori della povertà e del conflitto, dello scarto e dell’abbandono, del risentimento e della disperazione. Un autentico progresso scientifico e tecnologico dovrebbe invece ispirare politiche più umane.
La fede cristiana ci spinge a riprendere l’iniziativa, respingendo ogni concessione alla nostalgia e al lamento. La Chiesa, del resto, ha una vasta tradizione di menti generose e illuminate, che hanno aperto strade per la scienza e la coscienza nella loro epoca. Il mondo ha bisogno di credenti che, con serietà e letizia, siano creativi e propositivi, umili e coraggiosi, risolutamente determinati a ricomporre la frattura tra le generazioni. Questa frattura interrompe la trasmissione della vita. Della giovinezza si esaltano gli entusiasmanti potenziali: ma chi li guida al compimento dell’età adulta? La condizione adulta è una vita capace di responsabilità e amore, sia verso la generazione futura, sia verso quella passata. La vita dei padri e delle madri in età avanzata si aspetta di essere onorata per quello che ha generosamente dato, non di essere scartata per quello che non ha più.
2. La fonte di ispirazione per questa ripresa di iniziativa, ancora una volta, è la Parola di Dio, che illumina l’origine della vita e il suo destino.
Una teologia della Creazione e della Redenzione che sappia tradursi nelle parole e nei gesti dell’amore per ogni vita e per tutta la vita, appare oggi più che mai necessaria per accompagnare il cammino della Chiesa nel mondo che ora abitiamo. L’Enciclica Laudato si’ è come un manifesto di questa ripresa dello sguardo di Dio e dell’uomo sul mondo, a partire dal grande racconto di rivelazione che ci viene offerto nei primi capitoli del Libro della Genesi. Esso dice che ognuno di noi è una creatura voluta e amata da Dio per sé stessa, non solamente un assemblaggio di cellule ben organizzate e selezionate nel corso dell’evoluzione della vita. L’intera creazione è come inscritta nello speciale amore di Dio per la creatura umana, che si estende a tutte le generazioni delle madri, dei padri e dei loro figli.
La benedizione divina dell’origine e la promessa di un destino eterno, che sono il fondamento della dignità di ogni vita, sono di tutti e per tutti. Gli uomini, le donne, i bambini della terra – di questo sono fatti i popoli – sono la vita del mondo che Dio ama e vuole portare in salvo, senza escludere nessuno.
Il racconto biblico della Creazione va riletto sempre di nuovo, per apprezzare tutta l’ampiezza e la profondità del gesto dell’amore di Dio che affida all’alleanza dell’uomo e della donna il creato e la storia.
Questa alleanza è certamente sigillata dall’unione d’amore, personale e feconda, che segna la strada della trasmissione della vita attraverso il matrimonio e la famiglia. Essa, però, va ben oltre questo sigillo. L’alleanza dell’uomo e della donna è chiamata a prendere nelle sue mani la regia dell’intera società. Questo è un invito alla responsabilità per il mondo, nella cultura e nella politica, nel lavoro e nell’economia; e anche nella Chiesa. Non si tratta semplicemente di pari opportunità o di riconoscimento reciproco. Si tratta soprattutto di intesa degli uomini e delle donne sul senso della vita e sul cammino dei popoli. L’uomo e la donna non sono chiamati soltanto a parlarsi d’amore, ma a parlarsi, con amore, di ciò che devono fare perché la convivenza umana si realizzi nella luce dell’amore di Dio per ogni creatura. Parlarsi e allearsi, perché nessuno dei due – né l’uomo da solo, né la donna da sola – è in grado di assumersi questa responsabilità. Insieme sono stati creati, nella loro differenza benedetta; insieme hanno peccato, per la loro presunzione di sostituirsi a Dio; insieme, con la grazia di Cristo, ritornano al cospetto di Dio, per onorare la cura del mondo e della storia che Egli ha loro affidato.
3. Insomma, è una vera e propria rivoluzione culturale quella che sta all’orizzonte della storia di questo tempo. E la Chiesa, per prima, deve fare la sua parte.
In tale prospettiva, si tratta anzitutto di riconoscere onestamente i ritardi e le mancanze. Le forme di subordinazione che hanno tristemente segnato la storia delle donne vanno definitivamente abbandonate. Un nuovo inizio dev’essere scritto nell’ethos dei popoli, e questo può farlo una rinnovata cultura dell’identità e della differenza. L’ipotesi recentemente avanzata di riaprire la strada per la dignità della persona neutralizzando radicalmente la differenza sessuale e, quindi, l’intesa dell’uomo e della donna, non è giusta. Invece di contrastare le interpretazioni negative della differenza sessuale, che mortificano la sua irriducibile valenza per la dignità umana, si vuole cancellare di fatto tale differenza, proponendo tecniche e pratiche che la rendano irrilevante per lo sviluppo della persona e per le relazioni umane. Ma l’utopia del “neutro” rimuove ad un tempo sia la dignità umana della costituzione sessualmente differente, sia la qualità personale della trasmissione generativa della vita. La manipolazione biologica e psichica della differenza sessuale, che la tecnologia biomedica lascia intravvedere come completamente disponibile alla scelta della libertà – mentre non lo è! –, rischia così di smantellare la fonte di energia che alimenta l’alleanza dell’uomo e della donna e la rende creativa e feconda.
Il misterioso legame della creazione del mondo con la generazione del Figlio, che si rivela nel farsi uomo del Figlio nel grembo di Maria – Madre di Gesù, Madre di Dio – per amore nostro, non finirà mai di lasciarci stupefatti e commossi. Questa rivelazione illumina definitivamente il mistero dell’essere e il senso della vita. L’immagine della generazione irradia, a partire da qui, una sapienza profonda riguardo alla vita. In quanto è ricevuta come un dono, la vita si esalta nel dono: generarla ci rigenera, spenderla ci arricchisce.
Occorre raccogliere la sfida posta dalla intimidazione esercitata nei confronti della generazione della vita umana, quasi fosse una mortificazione della donna e una minaccia per il benessere collettivo.
L’alleanza generativa dell’uomo e della donna è un presidio per l’umanesimo planetario degli uomini e delle donne, non un handicap. La nostra storia non sarà rinnovata se rifiutiamo questa verità.
4. La passione per l’accompagnamento e la cura della vita, lungo l’intero arco della sua storia individuale e sociale, chiede la riabilitazione di un ethos della compassione o della tenerezza per la generazione e rigenerazione dell’umano nella sua differenza.
Si tratta, anzitutto, di ritrovare sensibilità per le diverse età della vita, in particolare per quelle dei bambini e degli anziani. Tutto ciò che in esse è delicato e fragile, vulnerabile e corruttibile, non è una faccenda che debba riguardare esclusivamente la medicina e il benessere. Ci sono in gioco parti dell’anima e della sensibilità umana che chiedono di essere ascoltate e riconosciute, custodite e apprezzate, dai singoli come dalla comunità. Una società nella quale tutto questo può essere soltanto comprato e venduto, burocraticamente regolato e tecnicamente predisposto, è una società che ha già perso il senso della vita. Non lo trasmetterà ai figli piccoli, non lo riconoscerà nei genitori anziani. Ecco perché, quasi senza rendercene conto, ormai edifichiamo città sempre più ostili ai bambini e comunità sempre più inospitali per gli anziani, con muri senza né porte né finestre: dovrebbero proteggere, in realtà soffocano.
La testimonianza della fede nella misericordia di Dio, che affina e compie ogni giustizia, è condizione essenziale per la circolazione della vera compassione fra le diverse generazioni. Senza di essa, la cultura della città secolare non ha alcuna possibilità di resistere all’anestesia e all’avvilimento dell’umanesimo.
È in questo nuovo orizzonte che vedo collocata la missione della rinnovata Pontificia Accademia per la Vita. Comprendo che è difficile, ma è anche entusiasmante. Sono certo che non mancano uomini e donne di buona volontà, come anche studiose e studiosi, di diverso orientamento quanto alla religione e con diverse visioni antropologiche ed etiche del mondo, che condividono la necessità di riportare una più autentica sapienza della vita all’attenzione dei popoli, in vista del bene comune. Un dialogo aperto e fecondo può e deve essere instaurato con i molti che hanno a cuore la ricerca di ragioni valide per la vita dell’uomo.
Il Papa, e la Chiesa tutta, vi sono grati per l’impegno che vi accingete ad onorare. L’accompagnamento responsabile della vita umana, dal suo concepimento e per tutto il suo corso sino alla fine naturale è lavoro di discernimento e intelligenza d’amore per uomini e donne liberi e appassionati, e per pastori non mercenari. Dio benedica il vostro proposito di sostenerli con la scienza e la coscienza di cui siete capaci. Grazie, e non dimenticatevi di pregare per me”.
(PAPA FRANCESCO – discorso alla  Pontifica Accademia per la vita)

Fin qui Papa Francesco in un discorso fondamentale che va studiato e ripassato, mandato a memoria, perché chiarisce una serie di punti che sono irrinunciabili per i cattolici.

Per i figli di coppie gay i problemi raddoppiano

L’analisi attenta e senza pregiudizi delle circa 75 ricerche realizzate soprattutto negli Stati Uniti sui figli di genitori omosessuali mostra che la tesi della “nessuna differenza” è scientificamente infondata. «I figli di genitori omosessuali hanno il doppio delle probabilità di sviluppare problematiche emotive – depressione e ansia – rispetto agli altri bambini». Lo afferma Paul Sullins, docente di sociologia alla Catholic University of America di Washington, considerato tra i massimi studiosi del tema, autore di importanti studi sul tema dell’adattamento dei figli di coppie omosessuali, intervenuto nei giorni scorsi a un seminario organizzato all’Università Cattolica di Milano.

In Italia, anche a livello scientifico, è quasi impossibile discutere con moderazione sul tema dell’omogenitorialità. Chi solleva dubbi circa la tesi secondo cui i bambini dei genitori dello stesso sesso non mostrano problemi di sviluppo, è facilmente accusato di omofobia. Succede lo stesso negli Stati Uniti?
Penso che noi, che riconosciamo la presenza di problemi nello sviluppo di figli di coppie omosessuali, siamo sovente accusati di omofobia perché le prove in questa direzione sono talmente forti che coloro che ingenuamente accettano la tesi opposta avrebbero altrimenti ben pochi argomenti. Dobbiamo ricordare che molti, probabilmente la maggior parte, degli scienziati in questo campo sono essi stessi omosessuali e rispondono a livello emotivo e personale. Forse sono stati, a propria volta, oggetto di stigmatizzazione per il proprio orientamento sessuale. Quando mostriamo loro delle prove a sostegno delle difficoltà affrontate da queste famiglie, stiamo dunque loro chiedendo di affrontare una verità difficile.

La maggior parte della letteratura scientifica afferma che non esistono differenze tra i bambini di genitori dello stesso sesso e figli di genitori eterosessuali. È proprio così?
La tesi secondo la quale non ci sarebbero differenze tra i figli di famiglie omo ed eterosessuali è una pura invenzione, senza alcun fondamento scientifico. Ci sono due problemi principali nei circa 75 studi su cui tale tesi è fondata. Innanzitutto, la possibilità di trarre inferenze scientifiche si basa sull’utilizzo di campioni casuali accuratamente selezionati ma la maggior parte degli studi (almeno 70) non fa uso di un campione casuale. Al contrario, i partecipanti a questi studi vengono selezionati tra i membri attivi di gruppi a supporto della genitorialità gay.

Quali problemi dal punto di vista metodologico?
La maggior parte delle ricerche conta su meno di 40 partecipanti. Secondariamente, nessuno dei quattro o cinque studi che fanno uso di un campione casuale ha identificato direttamente le coppie omosessuali ma si è invece basato su un calcolo che, come abbiamo appurato, classifica erroneamente le coppie eterosessuali come omosessuali, sovrastimandone così il numero.

Riferendosi ai suoi studi, quali sono le difficoltà più comuni riscontrate nei bambini dei genitori dello stesso sesso?
I figli di genitori omosessuali hanno il doppio delle probabilità di sviluppare problematiche emotive – depressione e ansia – rispetto agli altri bambini. Ho potuto riscontrare risultati analoghi in molte mie ricerche che usavano database diversi e anche altri studiosi sono giunti a conclusioni simili, anche mediante studi longitudinali, che hanno seguito i bambini per oltre 20 anni.

Possiamo attribuire queste difficoltà alla stigmatizzazione da parte della società nei confronti delle persone omosessuali?
La stigmatizzazione è indubbiamente un problema ma non è un problema più grave per i figli di coppie gay né è in grado di spiegarne la maggior vulnerabilità. Ciò non significa in alcun modo che la stigmatizzazione sia accettabile. In tal senso, dobbiamo impegnarci per ridurre gli episodi di bullismo e vittimizzazione che costituiscono un problema grave per molti bambini, inclusi i figli di coppie gay.

Si sentirebbe di sostenere l’approvazione di leggi che permettono l’adozione da parte di genitori dello stesso sesso?
In generale no, ma credo possano sempre esserci delle eccezioni. Non credo che i risultati della mia ricerca possano diventare un punto a favore dell’adozione da parte di coppie omosessuali, dal momento che i figli di coppie adottive fanno già esperienza di maggiori difficoltà emotive. Dovremmo però chiederci qual è il superiore interesse del bambino. Dal momento che è cinquanta volte più probabile che un bambino sia eterosessuale piuttosto che omosessuale, il superiore interesse del bambino dovrebbe risiedere nel suo affidamento ad una coppia eterosessuale.

Una regola da rispettare in qualunque situazione?
No, non dovrebbe essere applicata in maniera rigida o automatica, fondata su ideologie politiche, di qualunque colore esse siano. Quando si prende in considerazione l’adozione da parte di un individuo omosessuale, occorre distinguere tra l’adozione da parte di due genitori – in cui due persone, nessuna delle quali legata al bambino da rapporti di parentela, chiedono allo stesso tempo di diventare legalmente genitori di un minore – e l’adozione da parte di un solo genitore, in cui il partner di uno dei genitori biologici del bambino chiede di poterlo adottare. Posso immaginare casi in cui permettere questo secondo caso (l’adozione da parte di un genitore) possa rappresentare l’interesse del bambino, ad esempio quando non è possibile ottenere supporto materiale e morale da parte dell’altro genitore naturale.
Luciano Moia – Avvenire

Sentirsi irrequieti, desiderare di essere altrove

Da tutta la vita mi prende certe mattine una irrequietezza, come la necessità assoluta di andare in un luogo diverso da quello in cui mi trovo. Si impadronisce di me l’idea che, se fossi in quella data città, o se vedessi il mare, sarei felice: e che quell’accidia, quella malinconia che ho sempre addosso se ne andrebbero, se fossi altrove.

Tante volte, fin da quando ero ragazza, ho ubbidito a questo istinto di partire, da sola, sospinta dall’idea che “laggiù” sarebbe stato diverso, oppure, addirittura, sarei stata diversa io. E sono partita per le Dolomiti, assaporando i chilometri sull’autostrada, e la pianura che da Verona si stringe nella valle del Brennero: e il verde denso dell’Adige mi pareva già promettere quell’altro mondo, in cui sarei stata felice. E il profilarsi delle prime vette, nella foschia dell’orizzonte, con più forza mi assicurava che lassù sarebbe stato diverso, e mi sarei sentita in pace.

Oppure andavo in una città grande come Londra, e nelle prime ore la maestosità severa del Tamigi, la vitalità intensa di Piccadilly Circus mi incantavano, tanto che mi dicevo: ecco, vedi, qui è diverso. Eppure ogni volta, dopo una breve contentezza, mi sono sentita smarrita: “No, non è qui”. E quante volte sono tornata e sono ripartita – il viaggio, in questi pellegrinaggi, era sempre la cosa più bella, carico di speranza com’era – per altre mete, in auto, gustando i paesaggi che cambiavano, nella illusione di stare andando finalmente dove mi sarei liberata della mia irrequietezza. E sempre no, invece, ogni volta, delusa, “no, nemmeno qui”.

 

Ormai mi rifiuto di dare retta a questa ingannevole sirena, che tuttavia mi tenta ancora. Se vado a prendere un figlio che arriva a Malpensa mi soffermo a leggere il tabellone delle partenze: Londra, Palermo, Istanbul… E di nuovo mi convinco che sì, forse, in un altrove lontano sarebbe diverso, e, finalmente, sarei un’altra io. L’ultima volta che ci sono cascata, sono tornata a Parigi. Ma, passata l’ebbrezza delle prime ore, mi sono accorta che fra i viali superbi e i palazzi sontuosi, no, non ero lieta neanche lì. E allora, rintanandomi anzitempo in una camera d’albergo, non ho potuto non domandarmi quale sia davvero l’altrove che domando.

Forse non è un luogo dello spazio, ma del tempo? La nostalgia di una prima infanzia, di cui non ho il ricordo? O che sia la memoria di una origine, di un “prima” da cui veniamo, di quel pensiero di Dio in cui, prima di venire al mondo, abitavamo? Ma, “instabilitas loci”, così san Tommaso, ho scoperto, chiamava la sindrome che ho addosso, e la considerava segno di un disordine interiore. E della stessa malattia, ho scoperto, parlano gli antichi, Seneca, e Orazio, tutti testimoniando l’illusione di questo continuo partire. Descrivono precisamente ciò che provo, ma non dicono come se ne guarisce. Forse allora, mi dico, questa irrequietezza me la devo tenere: come un compito, come una spina che non mi lascia tranquilla. Come un segreto da decrittare; o come una domanda, da avanzare, mendicante – la mano tesa e vuota.

Le cause che ostacolano le famiglie ad aprirsi all’adozione

adozioni2Sono davvero allarmanti le statistiche che riguardo il mondo delle adozioni, e questo scenario assume una maggiore gravità proprio nel contesto di crisi internazionale che attanaglia con maggior durezza i paese più poveri e emarginati. Riportiamo una parte di un articolo proposto dall’associazione AIBI (Associazione Amici dei Bambini) che combatte da anni l’emergenza dell’abbandono: ”Le famiglie italiane stanno aspettando che finalmente qualcosa si muova, vogliono ancora adottare. Ricordiamo che il 50% delle coppie sposate non ha figli, ma non ha più fiducia nell’adozione perché scoraggiato dall’eccessiva burocratizzazione del sistema, dall’alto costo dell’iter, dai tempi di attesa infiniti e dall’ostacolo rappresentato da parte dei tribunali dei minorenni. Una situazione esasperata che porta le coppie italiane a scegliere canali alternativi-

Ad esempio, ogni anno, circa 4000 di loro, volano in Ucraina per ricorrere a procedure di fecondazione eterologa o di “affitto dell’ utero”. 4000 bambini nati attraverso una pratica che nel nostro Paese non è legale, 4000 minori che avrebbero potuto essere adottati tramite l’adozione internazionale e che invece rimangono tristemente chiusi nei loro orfanotrofi.”   E’ interessante analizzare la cause per cercare di individuare alcune possibili soluzioni a questa triste situazione.   Il primo punto riguarda le famiglie. Esiste una scarsa cultura dell’adozione che influenza notevolmente quelle famiglie che sono chiamate ad operare una scelta davanti alla scoperta della loro infertilità.  Il primo ostacolo da superare è quella relazione carnale con il figlio.

Ancora oggi, il pensiero comune è quello di ritenere la genitorialità connessa alla procreazione. “Io ho messo al mondo quel figlio, e pertanto quel figlio mi appartiene”. “Io sono mamma, perchè sono stata io che ti ho portato nel grembo nove mesi”. Tutte espressioni non esaustive.  La visione dell’adozione supera la limitazione del legame “carnale”.

Davanti alla sterilità biologica, il desiderio di maternità e paternità non viene affievolito, ma ne risulta rafforzato. E per capire questo, è sufficiente vedere la determinazione e la tenacia di quelle mamme e papà adottivi, che sono disposti a sottoporsi a colloqui con psicologici e assistenti sociali, a lunghe attese. e a stravolgere la loro vita pur di accogliere i loro figli.

Davanti alla condizione della sterilità biologica, l’adozione diventa la via più naturale per diventare genitori. Ma non tutti la pensano in questo modo. Tantissime famiglie che si sono aperte all’adozione, prima sono passate per il tentativo della procreazione assistita.  Questa scarso risultato della procreazione assistita è poco pubblicizzato. In questi anni sono sorte tante cliniche mediche che si occupano di queste pratiche procreative. Se una famiglia sapesse davvero a cosa va incontro, ai fallimenti, alle delusioni che questo comporterebbe, sceglierebbe subito un’altra via.  E la procreazione con i suoi fallimenti, crea inevitabilmente delle ferite sull’animo delle mamme. E questo i medici non lo dicono, essi nascondo completamente l’impatto sulla sull’animo della donna quando si registra l’insuccesso della tecnica della procreazione artificiale.

Ma ora concentriamoci sui bambini. Una famiglia che sceglie l’adozione spesso è scoraggiata per il lungo tempo che è necessario attendere. Questo è uno dei fattori più importanti che spingono la famiglia a scartare la scelta del cammino adottivo. Su questo punto è necessario lanciare un forte appello alle istituzioni nazionali ed internazionali, affinchè regolamentino più adeguatamente il mondo dell’adozione, tutelando sempre il diritto dei bambini, e compiendo ogni sforzo affinchè ogni bambino possa rimanere nella sua famiglia di origine. Ma laddove questo non sia possibile, è doveroso favorire l’inserimento del minore in una nuova famiglia disposta all’accoglienza, cercando di snellire quella burocrazia eccessiva che conduce le coppie senza figli a percorrere vie alternative per diventare mamma e papà, come possono essere la procreazione assistita o la maternità in affitto.

Nella speranza che la sensibilità dei governi possa  produrre aggiustamenti alle procedure nazionali ed internazionali, esistono alcune soluzioni che possono essere prese in considerazione già da subito.  Oggi si assiste al fenomeno di famiglie avanti con l’età, per essere concreti madri e padri che hanno superato i quarant’anni, e chiedono di adottare bambini appena nati, o in età prescolare. Per questa ragione si crea un sovraffollamento di famiglie richiedenti di “bambini piccoli”, e questo comporta un ritardo nell’attesa.  Ma se l’adozione significa prima di tutta prendersi cura di un essere umano abbandonato, se l’adozione significa dare la centralità al bambino e al servizio amorevole dell’accoglienza, anche l’età passa in secondo piano. Allora sarà possibile aprirsi ad accogliere bambini più grandi anagraficamente, ma che in realtà da un punto di vista comportamentale dimostreranno molti meno anni.

In genere, per bambini più grandi si intendono quelli che hanno oltre otto anni di età. Ma esiste anche un’altra possibilità, quella di accogliere nuclei di fratelli, dove per nucleo si intende da tre in su. Anche questa è una scelta che può apparire impopolare, che richiede sicuramente coraggio e anche un pizzico di incoscienza. Ma quanta soddisfazione e pace comporta questa scelta, che presenta sicuramente situazioni di difficoltà, ma anche tanti momenti di gioia.  L’adozione è un disegno di pace prima di tutte per le famiglie, perchè la pace deriva ogni volta dal “toccare la carne di Cristo” che vive soprattutto nei più poveri ed abbandonati, come dice tante volte Papa Francesco. E’ una scelta che trasforma la vita, perchè non ci si sente solo genitori adottivi, ma si avverte la  consapevolezza di essere diventati figli adottivi di Dio. E’ un adottare per essere adottati.  L’adozione non è solo un azione dei genitori verso i figli, ma è anche un accoglienza dei figli verso i genitori. Per questo si chiama cammino adottivo, perchè ognuno va incontro all’altro. Nessuno deve rimanere fermo, ma ognuno cammina per accogliere l’altro.

Fonte: sito internet dell’AIBI

I rischi di una genetica selvaggia: una visione riduzionistica dell’uomo

geneticaLa storia della diagnosi prenatale e’ una storia recente che va di pari passo con lo sviluppo della tecnologia, da una parte, e con le nuove scoperte genetiche, dall’altra.

E’ dagli anni ’70 del XX secolo che la diagnosi prenatale si e’ diffusa a macchia d’olio fra il grande pubblico, permettendo a molte coppie di conoscere il corredo genetico del proprio figlio molto prima della nascita e spesso anche molto prima dell’insorgenza della malattia stessa. Il Progetto Genoma Umano ha inciso enormemente sulle possibilità della diagnostica prenatale, modificando da un lato l’offerta delle tecniche diagnostiche prenatali, dall’altro il vissuto della gravidanza per medici e gestanti. Quando il 7 aprile del 2000 fu annunciato il completamento del sequenziamento dell’intero genoma umano, in molti avevano creduto che finalmente si fosse giunti alla possibilità non solo di riconoscere e diagnosticare precocemente molte malattie genetiche ma che soprattutto si sarebbe stati in grado a breve anche di curarle. Sfortunatamente non fu considerato che la mappatura del genoma rappresentava solamente il primo passo di un lunghissimo percorso che era ben lungi dal vedere il traguardo della terapeutizzazione di molte malattie.

Il gap tra diagnosi e terapia si è andato ampliando enormemente lasciando medici e genetisti in una condizione particolare e pericolosa: sapere, conoscere di prossime o future malattie attraverso la diagnosi senza la possibilità di curare l’individuo risultato affetto. Questo “sapere senza poter fare” ha di fatto sollevato numerose questioni etiche e sociali, le quali avrebbero dovuto indurre i soggetti coinvolti – medici, scienziati, genetisti, istituzioni – a porsi delle domande non solo sull’immediato ma anche sulle conseguenze future, sulle ripercussioni a medio e lungo termine che alcune pratiche potevano far emergere. Sarebbe stato opportuno cioè invocare quel “principio di precauzione” che in altri ambiti è stato non solo evocato ma anche applicato in maniera incondizionata e che invece in ambito genetico prenatale è stato ritenuto limitante la libertà personale delle coppie e la possibilità di autodeterminazione della donna. Il principio di precauzione è una sorta di principio del sospetto rispetto a qualcosa da cui non so se potrò aspettarmi che ne venga qualcosa di buono per me, per la mia generazione e per le generazioni future, e pertanto nel dubbio mi comporto come se da ciò ne dovesse conseguire qualcosa di male per me.

Tale atteggiamento, una volta assunto, avrebbe permesso di riflettere sulle conseguenze che una tecnologia diagnostica come quella genetica può avere sulla natura dell’uomo, sulla dignità che ciascun uomo possiede e sul rapporto di pari e incondizionata libertà fra esseri umani. Non si è capito insomma – come invece fa argutamente riflettere Hans Jonas – che il possesso di una facoltà o di un potere non significa necessariamente il suo impiego. Siamo stati vittime di quello che sempre Jonas chiama “l’inevitabilità dell’applicazione”, ossia l’idea fondamentale della nostra cultura e della nostra società che sia necessaria “una continua applicazione  del suo potenziale tecnologico”. Se ci si fosse invece fermati a riflettere sulle conseguenze che le tecniche di diagnosi prenatale, senza una risposta terapeutica, avrebbero comportato, si sarebbe forse scoperto che esse in questo modo finiscono per essere altamente discriminatorie perché differenziano i soggetti umani in relazione a delle loro caratteristiche fisiche e biologiche, creando un nuovo tipo di razzismo genetico, e riportando in auge tutti i princìpi classici dell’eugenetica passata. Avendo però, grazie alla tecnologia e allo sdoganamento di una serie di pratiche quali l’aborto, anche uno strumento di sistematica eliminazione del soggetto malato.

La diagnosi genetica prenatale, quindi, quando non inserita in una prospettiva di presa in carico e cura del paziente, diventa un facile strumento di rifiuto che si limita a verificare se ciascun soggetto possiede quelle caratteristiche qualitativamente adatte per poter essere accettato.  Il rifiuto del soggetto portatore del difetto genetico porta all’eliminazione fisica dello stesso. L’avversione nei confronti della malattia – che entro certi limiti è giusta e comprensibile – finisce per avere il sopravvento e annientare la grandezza dell’essere umano che non viene più accettato nemmeno dalla sua famiglia. L’individuo, singolo di anima e corpo, e la grandezza e l’incommensurabilità della sua dignità che gli deriva semplicemente dal suo appartenere al genere umano, vengono schiacciati dal piccolo difetto genetico. L’uomo è ridotto alla somma dei suoi geni che non permettono, nella loro visuale microscopica, di guardare nell’uomo la sua grandiosa natura trascendente che travalica i suoi limiti e i suoi difetti fisici. Questa visione riduzionistica dell’uomo ha inciso profondamente sul vissuto della gravidanza, la quale non riesce più a seguire il suo andamento naturale scandito, nel corso dei nove mesi, dalla trasformazione della donna che protegge il figlio nel suo ventre preparandosi ad accoglierlo.

La gravidanza e i suoi tempi, invece, sono stati sottoposti a delle inesorabili scadenze diagnostiche che rappresentano piuttosto delle tappe per il “controllo qualitativo del prodotto”, secondo una logica che prevede il rifiuto e l’eliminazione dell’oggetto se risultato difettoso ai controlli.  Ciò non vuol dire che la diagnosi prenatale di per sé sia eticamente sbagliata. Quando essa infatti è calata in un contesto medico-assistenziale che prevede la presa in carico, la cura, la terapia – quando possibile – e infine l’accompagnamento dei feti affetti da patologie terminali fino alla loro fine naturale, essa si trasforma in ausilio medico e speranza di amore, vita e accoglienza incondizionata per quel determinato feto e per la sua famiglia. Ad essere rifiutata non è pertanto la diagnosi genetica prenatale in toto, ma solo quella prospettiva che la utilizza per stanare il feto affetto da patologia o malformazione ed eliminarlo al più presto in gravidanza. Quella che va rifiutata è perciò la riduzione dell’essere umano, a prescindere dal suo stadio di sviluppo, alla somma dei suoi geni, al suo pedigree genetico come si farebbe per qualsiasi animale da allevamento.

Di Martina De Nicola

Zenit

Dolce morte o amara verita’?

dolcemorteSi chiama eutanasia e il suo nome viene dal greco, letteralmente e’ la “buona  morte”, ma ora la chiamano anche “dolce morte”. Nel nostro tempo non siamo  piu’ abituati alla sofferenza, ci siamo fatti di anestesia, non sappiamo  convivere con il dolore o meglio non lo mettiamo nei conti di una vita che  immaginiamo perfetta, non solo perche’ non contempla le difficolta’, ma anche  perche’ e’ pluripotenziata: non moriamo per la febbre, ma possiamo anche  lavorare durante la malattia e guarire in poco tempo e facilmente, sta tutto  in una pillola. Ma quando la pillola non c’è? Quando non bastano neppure le  ormai desuete cure chirurgiche invasive? Se il male che porto dentro mi sta  portando verso la morte? Vale la pena vivere e soffrire?    L’esperienza del magistrato calabrese andato in Svizzera per sottoporsi ad  eutanasia, di cui si è parlato qualche tempo fa, di certo non ci deve  portare a giudicarlo, ma ci dà la possibilità di riflettere sul suo gesto,  su quel viaggio. Quello da cercare di capire è se sia stato un viaggio di  speranza o di disperazione. Io opto per la seconda opzione, forse anche solo  per il luogo comune che “dove c’è vita, c’è speranza” e quindi dove c’è la  morte non può che esserci una ferita di disperazione.  A nessuno di noi viene di certo di mettere in conto la sofferenza nella  vita, ma quando questa arriva? Quello che entra in gioco è di certo il  concetto che abbiamo di vita, ma non della altrui, si parla della nostra.  Fino a che punto posso spingermi a soffrire? Qual è il limite che mi spinge  a tirare il freno, fino a spegnere il motore che mi anima? Di certo sapendo  che la malattia di quell’uomo non solo era curabile, ma addirittura non c’è  mai stata, viene da chiederci se vale la pena morire così, se si possa  permettere di scegliere se morire anticipatamente. Qui siamo in gioco tutti  noi perché probabilmente presto in Italia ci pronunceremo  circa questo  tema.    Penso quanto sia difficile per una famiglia convivere con un membro malato,  paragonando la famiglia al corpo potrei dire che è come vivere senza la  vista, oppure senza le gambe: nessuno di noi farebbe morire una persona solo  perché paralitica o cieca. Eppure pensiamo di permettere alle persone di  andare a morire per un male, giustificando questo con l’aggettivo  “incurabile”. Se dobbiamo aiutare un cieco, cerchiamo di potenziare gli  altri sensi, penso ad esempio ai musei tattili che si stanno diffondendo in  tutto il mondo. Se dobbiamo aiutare un paralitico gli diamo una carrozzina o  un’auto con i comandi manuali. Così bisogna fare con gli ammalati che  diciamo incurabili. Io preferisco il termine “importanti”, perché penso che  la cura, più che fisica, sia affettiva. Quello che mi chiedo è: perché, se  quando abbiamo un corpo che soffre in una parte potenziamo tutto ciò che gli  sta intorno, quando abbiamo un ammalato importante, non potremmo potenziare  lui con tutto l’amore – soprattutto l’amore! – e la scienza possibili e la  sua famiglia in modo che possa vivere relazioni solide e felici? Potrebbe  essere un’idea pagare le nostre tasse per progetti di potenziamento come  questo, piuttosto che per aprire cliniche per l’eutanasia?    Ogni vita è degna di essere vissuta: chi di noi passando di fianco ad un  uomo che si sta gettando da una finestra continuerebbe sulla sua strada  senza intervenire? Eppure tanti di noi continuano le loro faccende  quotidiane, senza pensare che tanti si tolgono la vita cercando una dolce  morte, forse per nascondere un’amara verità. 

Leonardo Arca  http://cogitoetvolo.it/dolce-morte-o-amara-verita/

Guerra al porno, male oscuro

Lottare contro la dipendenza dalla pornografia che inquina la mente, schiavizza le persone e disgrega le famiglie, è difficile ma non impossibile. Il primo passo è quello di informarsi, capire quanta ingiustizia e quanta sofferenza esiste in questo mercato che si alimenta innanzi tutto con la fragilità delle persone. Lo spiega lo psicoterapeuta americano Peter Kleponis, che ha messo a punto un metodo psicologico capace di armonizzare scienze umane e spiritualità cristiana.

Perché tanto impegno nella lotta contro la pornografia?
Ho deciso di specializzarmi nel trattamento della dipendenza sessuale perché ho visto una grande emergenza e una grande sofferenza. Ormai da una decina d’anni incontro nella mia professione tanti uomini che mi chiedono di aiutarli a combattere contro questa dipendenza. Spesso sono le mogli che mi pregano di sostenere i mariti. Allora ho studiato il problema, ho frequentato corsi di specializzazione e ho esaminato i metodi più opportuni per trattare questa dipendenza sessuale. Ho anche sviluppato il primo programma per la dipendenza dalla pornografia con un approccio coerente con la fede cattolica.

Quali sono le industrie che ottengono profitto da questo mercato? Una lista lunghissima: mass media, prostituzione, giocattoli sessuali, traffico di esseri umani, negozi porno, tecnologia informatica (social media, videogiochi, app). Oltre ai profitti ricavati dai consumatori, queste industrie guadagnano milioni di dollari dagli inserzionisti. Si tratta di un’industria che fattura miliardi di dollari e che prospera sulle ferite psicologiche delle persone.

Possiamo tentare un identikit delle vittime?

Le prime vittime – capisco che può sembrare strano – sono i protagonisti stessi, cioè attori porno, donne e uomini. Sono persone che accettano di entrare in questo mercato perché, per la maggior parte, profondamente fragili e ferite. Molti sono dipendenti dal sesso, dalla fama e dal denaro. La maggior parte, almeno negli Usa, ha trascorsi di abusi. Spesso lottano anche con la dipendenza da droga e alcol. La loro aspettativa di vita media è di 37 anni, perché logorate da sovradosaggi di farmaci, da malattie sessualmente trasmissibili e purtroppo anche dai suicidi.

Attori a parte, quali persone cadono in questa dipendenza?
La maggior parte delle persone che ricorrono alla pornografia presenta profonde ferite emotive. Il tentativo di fuggire da varie forme di sofferenza li porta a diventare dipendenti. Ma anche i familiari di queste persone sono vittime, soprattutto mogli e mariti di coloro che vivono questa dipendenza, e che sperimentano la delusione del tradimento. Molti di loro lottano con disturbi da stress post-traumatico.

Con quali conseguenze?
Negli Stati Uniti, la dipendenza da pornografia risulta tra i fattori determinanti nel 56% dei divorzi. Tanti perdono il lavoro. C’è una dipendenza compulsiva che induce il ricorso alla pornografia anche sul posto di lavoro. E le aziende oggi hanno politiche rigorose, per cui scatta spesso il licenziamento. Come difendere i giovani da questo rischio? Sono le persone più vulnerabili. Soprattutto i giovanissimi. L’età media dei bambini che incontrano per la prima volta la pornografia hard-core sulla rete è di otto anni. La più grande popolazione di utenti di pornografia via Internet è costituita da adolescenti tra i 12 e i 17 anni.

E i genitori come possono intervenire?
Devono innanzi tutto tenere conto che i giovanissimi sono nativi digitali. Espertissimi nell’uso di computer, tablet, telefoni cellulari, sistemi di videogiochi, applicazioni e tutte le forme di social media. L’industria della pornografia è consapevole di questo e ricorre a tecnologie sempre più avanzate per attirare i giovani verso la pornografia e per renderli poi dipendenti. Ciò assicura clienti permanenti. Sanno bene che questi ragazzini andranno alla scoperta di tutto quanto ha sapore di novità tecnologica.

Pensa che sia veramente possibile elaborare una strategia per spezzare il dominio della pornografia su Internet?
Credo che le persone possano contrastare in modo efficace il loro bisogno di ricorrere alla pornografia e liberarsi da questa dipendenza. Attualmente negli Stati Uniti ci sono diversi programmi di aiuto. Il successo degli interventi richiede da parte delle persone che vi ricorrono totale onestà e trasparenza. Ma anche senso di responsabilità e disponibilità di aprirsi a una dimensione valoriale e di spiritualità. Lei parla spesso di un programma di recupero coerente con una visione cristiana della vita.

Possiamo capirne qualcosa in più?
Sì, il programma che ho messo a punto intende contrastare la dipendenza dalla pornografia attingendo anche dalla spiritualità e dalle virtù della fede cattolica. Li chiamo i sette punti di recupero. Proviamo ad elencarli Sì, il primo punto riguarda onestà, conoscenza e impegno. E cioè assumere la responsabilità della propria dipendenza, e riconoscere le proprie debolezze. Gli altri punti, in estrema sintesi, riguardano la necessità di purificare cuore e mente anche con un’informazione approfondita del male rappresentato dall’industria pornografica; lasciarsi aiutare dai terapeuti, ma anche dai familiari e da un direttore spirituale; seguire con impegno il programma di counseling: non trascurare la preghiera; riscoprire il valore dell’educazione e di virtù cristiane come speranza, umiltà, onestà, pazienza, perseveranza, sacrificio, fiducia.
Luciano Moia – Avvenire

Giornata neonato pretermine. Bellieni: il feto e’ un bambino

baby-in-wombNel mondo ogni anno circa 13 milioni di bambini nascono prematuri, ma migliora la loro possibilita’ di sopravvivenza grazie alle terapie intensive neonatali. Al neonato pretermine è dedicata l’odierna Giornata celebrata a livello mondiale. Paolo Ondarza ha intervistato Carlo Valerio Bellieni, neonatologo presso l’Ospedale Universitario Le Scotte di Siena: R. – Si parla di bambino prematuro quando nasce prima di 37 settimane. D. – Quale incidenza ha il fenomeno dei bambini prematuri all’interno delle nascite a livello generale? R. – Bassa perché ormai si riesce a contenere la nascita prematura con sistemi medici sempre più avanzati. In tanti Paesi occidentali, negli ultimi anni, il fatto di avere un figlio in un’età avanzata, magari ricorrendo a tecniche farmacologiche di inseminazione, aumenta il rischio di avere un bambino prematuro.

  1. – E’ migliorata negli ultimi anni la possibilità di sopravvivenza per i neonati pretermine? R. – Pensi che nel 1970, prima dei sei mesi di gravidanza era difficile che un bambino che nasceva poteva aver speranza di sopravvivere. Adesso bastano 23, 24 settimane di gravidanza perché si possa sperare ragionevolmente che il bambino possa sopravvivere: sempre con dei rischi, però si sono fatti grandissimi passi.
  2. – Dopo quanto tempo si può dire che un bambino nato prematuro sarà in grado di condurre una vita normale? R. – Questo dipende da bambino a bambino. Purtroppo sappiamo che i bambini prematuri hanno gravi rischi di avere problemi di salute sia a breve termine sia a lungo termine. Diciamo che nei primi giorni di vita, soprattutto al momento della nascita, non si può assolutamente essere sicuri di niente. E’ una cosa che si vede con lo svilupparsi dell’età e con lo svilupparsi dei progressi che farà. I primi danni cerebrali si possono vedere dopo una ventina di giorni dalla nascita, non prima, prima si possono avere soltanto degli indizi.
  3. – C’è una sufficiente attenzione dal suo punto di vista, verso il tema del bambino nato pretermine a livello di opinione pubblica? R. – Purtroppo penso di no, c’è ancora molta disinformazione. Inoltre c’è una banalizzazione del fatto che uno può far figli a qualunque età. Questo purtroppo non è vero perché con l’età avanzata aumentano i rischi e questo è bene che le persone lo sappiano.
  4. – Età avanzata delle madri, delle gestanti, e anche aumento delle gravidanze medicalmente assistite tra le cause delle nascite pretermine… R. – Sì perché noi sappiamo che queste gravidanze spesso hanno un tasso maggiore della norma di bambini che sono gemelli e questo è uno dei fattori di rischio per nascere prematuri.
  5. – Parlare di neonati pretermine porta inevitabilmente ad una riflessione sul valore della vita intrauterina, quindi ha delle ricadute anche sul dibattito relativo all’interruzione volontaria di gravidanza… R. – Certo, prima di tutto perché la legge italiana dice che quando il feto può sopravvivere al di fuori dell’utero della mamma, la gravidanza non può essere interrotta volontariamente. Quando la legge 194 (sull’interruzione volontaria di gravidanza) fu fatta nel ’78 i bambini non sopravvivevano prima di 26 settimane adesso sopravvivono a 22, 23 settimane quindi il limite per fare l’interruzione di gravidanza deve essere necessariamente, in ottemperanza alla legge, anticipato. Detto questo con la nascita di un bambino prematuro che pure è un fatto faticoso per i genitori, ci rendiamo conto della bellezza della vita: questi bambini, che sarebbero rimasti ancora per alcuni mesi dentro la pancia della mamma, hanno una loro capacità di interagire, sentono il dolore – e quindi noi abbiamo l’obbligo grandissimo di non farglielo sentire – sentono i suoni, i rumori. Quello che prima noi potevamo soltanto immaginare che faceva un feto dentro la pancia della mamma, adesso lo vediamo. In realtà, la distinzione tra feto e bambino è una distinzione che ha realmente pochissimo senso: il feto è un bambino che ancora è dentro la pancia della mamma, il bambino è un feto che è uscito dalla pancia della mamma. Pensiamo soltanto al paradosso che ci sono dei feti arrivati alla fine della gravidanza che ancora dentro la pancia della mamma pesano 4 kg e ci sono bambini prematuri che pesano 4 etti. Quindi un bambino può arrivare a pesare 10 volte meno di un feto!
  6. – Celebrare la Giornata internazionale del neonato pretermine vuol dire anche interrogarsi su questo? R. – Certamente, non ci deve essere nessun criterio di differenza di trattamento tra un paziente di 50 anni e un bambino prematuro che pesa 5 etti. Vatican Radio

Eutanasia: una definizione in tre punti

morte-dolce_eutanasiaPer il Glossario di Bioetica, “morte dolce” ha finito coll’indicare il “dare la morte ad un soggetto con prognosi infausta”, anche se non e’ detto che “morte rapida” sia sinonimo di “morte dignitosa”

“Morte dolce”, che ha finito coll’indicare il “dare la morte ad un soggetto con prognosi infausta”, anche se non è  detto che “morte rapida” sia sinonimo di “morte dignitosa”: si può intendere infatti come “morte dolce” la morte vissuta con coraggio e in compagnia dei cari; il dare la morte è un atto dirompente per il corpo sociale, a differenza della sospensione delle cure inutili da cui deve essere distinta.

Realismo

Letteralmente vuol dire “morte dolce”; nella accezione comune vuol dire “morte provocata (al fine di evitare gravi sofferenze)”, che mal si distingue dal suicidio assistito di una persona consenziente. Nel quadro dell’eutanasia rientra la sospensione delle cure mediche salva-vita, cioè il decreto di non rianimare se sopravviene un rischio impellente per la vita o di togliere le medicine e addirittura l’idratazione e l’alimentazione. Parliamo dunque di un’eutanasia attiva e di una passiva (o omissiva).

La ragione

L’eutanasia preserva realmente la dignità della persona? Scopo dichiarato dell’eutanasia è duplice: evitare la sofferenza ed evitare una possibile diminuzione della dignità della persona. Ma per contrastare la sofferenza ci sono ottimi farmaci; mentre il discorso si fa più complesso per quanto riguarda la dignità: ma davvero c’è qualcosa che intacchi la dignità di una persona cioè la diminuisca realmente? Morire di vecchiaia è più dignitoso che morire di tumore? La dignità umana è un tratto intrinseco della persona, in qualunque stato sia, in qualunque età o stato di salute o socio-economico. È un falso mito dover creare delle situazioni per preservarla, dato che nulla ce la toglie, nemmeno il peggior lager o il peggior aguzzino – mentre è un obbligo morale di tutti rispettarla. È un falso mito che deriva dall’idea che essere dipendenti dagli altri, talora in modo estremo, non sia «degno dell’essere umano», che nella società postmoderna si assume avere una principale e sovrana caratteristica: l’autonomia, l’indipendenza. Tutto ciò che toglie l’autonomia è considerato oggi un attacco allo stesso status dell’essere umano che addirittura perde il titolo di «persona» quando –  bambino o embrione o malato di mente o vecchio – si trova a dipendere dagli altri. Semmai bisogna garantire in tutti i modi che la persona riceva tutte le cure, tra cui quelle palliative, cui ha diritto, e che possa vivere il fine-vita nella maniera più serena e col migliore accadimento. Il probema è far morire bene, che non significa “decidere il quando”, ma il “come”, cioè nel miglior ambiente con le migliori cure e la compagnia migliore. L’eutanasia è solo una scorciatoia per gli stati per non affrontare il problema dei veri diritti del morente.

Da che cultura nasce l’idea di scegliere dove morire? 
Lo slogan «decido io quando e dove morire», è un’esagerazione dettata da fini polemici: a pochissimi toccherà in sorte di trovarsi paralizzati senza poter esprimere le proprie opinioni e dunque di aver qualcun altro che sceglie l’appropriatezza dei trattamenti medici per lui. In secondo luogo, nasce da una cultura dell’autonomia, per la quale il mio valore consiste nella mia capacità di autogestirmi: cosa buona certamente, ma che non deve diminuire il valore della persona che invece ha bisogno di essere accudita anche nelle necessità più pratiche. Sospendere le cure è giusto se le cure sono insopportabili o se non sono efficaci

Il sentimento

Non si può parlare di eutanasia “a tavolino”, supponendo che qualcuno decida a priori cosa vorrà quando starà male. Non si può neanche pensare che no ci debbano essere limiti all’intervento medico quando questo diventa troppo invasivo. Ma c’è un punto sociale da sollevare: la cura alle persone gravemente malate deve essere un obbligo statutario degli enti locali e dello Stato che devono agevolare in tutti i modi le famiglie e i singoli in questo campo. Ipocrisia è parlare contro l’eutanasia senza al contempo pretendere che la persona depressa o l’anziano non siano abbandonati dalla Società; e troppo facile è per lo Stato permettere l’eutanasia invece di prodigarsi ad aiutare chi sta male.

Di Carlo Bellieni   Zenit.org

La triste strada della surrogazione

childrenLa “maternità surrogata” viene spesso descritta in termini positivi. La surrogazione (come viene anche chiamata) sarebbe un atto di altruismo, in cui una donna porta a termine una gravidanza per un’altra donna che non può concepire. Vista in questa luce, si tende a dimenticare che si tratta di una tecnica la quale pone molti interrogativi etici e che spesso finisce in situazioni sconcertanti. Per questo motivo, Paesi come Italia e Francia vietano il ricorso alle “madri portatrici”.

Che il rischio di derive sia reale lo dimostra una notizia proveniente dal Canada, dove la pratica della surrogazione è autorizzata e regolamentata dalla Assisted Human Reproduction Act (AHRA) del 2004. A far aggrottare più di un sopracciglio è la vicenda di una giovane donna di Bathurst, nella provincia del Nuovo Brunswick, che incinta di due gemellini ha visto saltare alla ventisettesima settimana della sua gravidanza il “contratto” che aveva stipulato con un coppia inglese.

La giovane donna, Cathleen Hachey, che ha solo vent’anni ed è già madre di due piccoli bambini, aveva conosciuto la coppia, che vive nella contea del Hertfordshire, attraverso il sito Surrogate Mothers Online e con la quale aveva creato un rapporto di amicizia. Dopo alcuni mesi di contatti quotidiani, la coppia decide nel novembre scorso di passare al dunque e di recarsi in Canada. I tre raggiungono un accordo – la Hachey riceve un compenso di 200 dollari canadesi al mese per le sue spese – e decidono per una “surrogazione tradizionale”, cioè la Hachey viene inseminata con il seme dell’uomo della coppia inglese (del resto non in una clinica ma a casa, con strumenti casalinghi, cioè una siringa). Questo implica che il nascituro (si trattava poi di due gemelli dizigoti, un maschietto ed una femminuccia) è stato concepito con gli ovuli della madre surrogata e che la Hachey è quindi anche la madre biologica.

Nella surrogazione “gestazionale”, invece, vengono trasferiti nell’utero della madre portatrice uno o più embrioni concepiti in vitro (usando i gameti della coppia richiedente e/o di donatori), facendo sì che la madre portatrice sia solo il “vettore gestazionale” (traduzione dell’espressione inglese “gestational carrier”). Anche se ha un costo molto superiore alla surrogazione “tradizionale”, quella “gestazionale” viene preferita dagli esperti proprio per il fatto che il bambino non ha alcun legame biologico con la madre portatrice.

Arrivata alla 27.ma settimana della gravidanza, la surrogazione della Hachey conosce una brusca svolta quando ricoverata in ospedale riceve un SMS da parte della donna della coppia richiedente, dicendo che rinunciava ai bambini perché si era separata nel frattempo e da solo non ce l’avrebbe fatta a crescere i piccoli. Sempre tramite SMS, la Hachey si è messa poi in contatto con il padre dei bambini, ma invano. Con l’aiuto di un amico, la giovane donna riesce a trovare solo poche settimane prima del parto una coppia disposta ad adottare i due bambini. “E’ stata dura”, ha raccontato (Parentcentral.ca, 9 settembre). “Se fossi stata in una migliore posizione economica, li avrei tenuti”.

Infatti, la Hachey è single e durante la sua gravidanza il suo fidanzato l’aveva lasciata temporaneamente perché non se la sentiva di crescere quattro bambini con uno stipendio. Nonostante la sua disavventura, la Hachey ci vuole riprovare. “Mi piace essere incinta, mi piace partorire. Mi è piaciuto tutto”, ha dichiarato (CBC News, 13 settembre). Ma non si farà più sorprendere. “Avrò il mio avvocato. Avrò un sacco di clausole nel contratto che mi tutelino”, ha promesso (Parentcentral.ca, 9 settembre).

Non è la prima volta che problemi relazionali all’interno della coppia richiedente compromettono una surrogazione in Canada. Sally Rhoads, di SurrogacyInCanada.ca, conosce almeno tre casi di madri portatrici che stanno crescendo i bambini dopo l’abbandono del progetto da parte dei richiedenti perché divorziati nel frattempo (The National Post, 6 ottobre 2010). Ma anche la Hachey non ha rispettato le regole. La legge del 2004 (in parte cassata dalla Corte Suprema del Canada nel dicembre scorso) stabilisce infatti che la candidata madre surrogata deve avere almeno 21 anni.

La vicenda dimostra quanto è facile aggirare le normative. Secondo il National Post (16 settembre), l’agenzia federale per il controllo sulla procreazione assistita – Assisted Human Reproduction Canada (AHRC) – ha esaminato finora più di venti presunte violazioni della legge, di cui la maggioranza per il pagamento di un compenso alla madre surrogata e la compravendita di gameti. La legge vieta infatti la commercializzazione della riproduzione umana e permette solo il rimborso di eventuali spese sostenute dalla gestante. A preoccupare gli esperti, come Diane Allen, del gruppo di sostegno Infertility Network, è l’esistenza di “un mercato nero e grigio” in Canada. “La surrogazione (…) a parte pochi casi eccezionali di altruismo, è un commercio”, ha detto al National Post. “Alla fine, c’è uno scambio di denaro per un bambino. La società si oppone alla vendita di bambini attraverso adozioni straniere e al traffico delle donne e alla tratta degli schiavi, ma poiché ci sono dei medici coinvolti, è stato legalizzato”, osserva. “Qui stiamo parlando di vite umane e vengono trattate come un processo produttivo”, ha continuato.

Altri specialisti, fra cui Sherry Levitan, esperta legale nel campo della surrogazione, puntano il dito contro le coppie infertili e le madri surrogate che (come nel caso della Hachey) scelgono la “strada indipendente”, cioè quella del “do it yourself” o “fai-da-te”. “Ci sono quasi sempre dei problemi quando la gente va per conto proprio”, ha detto la Levitan (CBC News, 13 settembre). Non sanno – sostiene – quali sono le domande da fare e quali sono i meccanismi di protezione da mettere in atto.

Un’altra caratteristica della surrogazione è che spesso finisce davanti a qualche tribunale, costringendo i giudici a pronunciare sentenze di grande impatto. Sintomatico è un verdetto emesso poche settimane fa in Canada da Jacelyn Ann Ryan-Froslie, giudice della Court of Queen’s Bench della provincia del Saskatchewan. Nella sua sentenza, la Ryan-Froslie ha permesso ad una coppia gay di cancellare il nome della madre surrogata (che era d’altronde d’accordo) sul certificato di nascita della bambina che la donna aveva partorito nell’agosto del 2009, e concepito dal seme di uno dei due e da un ovulo donato. Trattandosi di una “surrogazione gestazionale”, la portatrice non è legalmente la “madre” della piccola.

Anche se non si sa ancora come sarà il nuovo certificato di nascita, secondo il Toronto Sun (13 settembre) tutto indica che il compagno del padre biologico risulterà come l’altro parente, anche se lui (come la madre surrogata dunque) non ha alcun legame biologico con la bambina.

La surrogazione svuota dunque la maternità. Mentre prima si distingueva ancora tra “madre adottiva” e “madre biologica” – come osserva il National Post (13 settembre) -, oggi la surrogazione spacca quest’ultima categoria in “donatrice di ovuli” e “vettore gestazionale”. Inoltre si tende ad ignorare il legame che si instaura tra una madre “gestazionale” e il bambino durante la gravidanza. Separarsi dal piccolo dopo il parto può essere molto doloroso anche per un “gestational carrier”, come dimostra l’esempio di una donna scozzese, Louise Murray, 29 anni, che per il dolore della separazione dal piccolo è finita in terapia farmacologica antidepressiva. “Piango ancora per il mio bambino”, ha raccontato la donna, che è lesbica, al Daily Record (11 settembre).

Circa un mese prima che nascesse il bambino, Louise ha persino pensato di non consegnarlo alla coppia richiedente (un contratto di surrogazione non è legalmente vincolante nel Regno Unito). “L’ho fatto solo perché avevo detto loro che l’avrei fatto, e ho mantenuto la mia parola. Ero moralmente costretta”, ha spiegato. Proprio il “bonding” (la parola inglese per la costruzione di un legame empatico ed affettivo tra madre e figlio) è negli USA al centro di una causa legale intentata contro il proprio datore di lavoro da una donna di New York, Kara Krill, che ha “avuto” dei gemellini tramite una surrogazione.

La ditta – la Cubist Pharmaceuticals, con sede nel Massachusetts – aveva concesso dopo la nascita solo cinque giorni di congedo di maternità retribuito (come nei casi di un’adozione) alla Krill, invece delle 13 settimane chieste dalla donna. Secondo l’azienda, i cinque giorni erano sufficienti, dato che la donna non ha dovuto riprendersi dal parto. Secondo la Krill, che soffre di una patologia uterina, il lungo periodo serve proprio per instaurare un legame con i piccolini.

“Lo scopo di un congedo di maternità non è solo quello di permettere alla madre di riprendersi dal parto, ma anche di permetterle di stabilire un legame con il bambino”, ricorda Gaia Bernstein, professore di Diritto presso la Seton Hall University School of Law, nel New Jersey (ABC News, 2 settembre). “Questo è ancora più importante per una madre che non ha costruito un legame attraverso la gravidanza”, sostiene. di Paul De Maeyer

Io, figlia dell’eterologa, cioe’ usata

Stephanie RaeymaekersUn prodotto del supermercato a cui è stata tagliata via l’etichetta. È così che Stephanie Raeymaekers, 36 anni, definisce se stessa e quanti, come lei, sono “figli dell’eterologa”. La scoperta sul suo concepimento avviene a 25 anni, per caso. Da qui, la decisione di cercare il suo padre biologico: una missione impossibile, perché il Belgio, dov’è nata, vieta per legge di rintracciare i donatori di seme. Ciò non le impedisce di portare avanti la sua battaglia a difesa dei diritti dei bambini creati attraverso l’eterologa o l’utero in affitto, “la nuova frontiera dello sfruttamento”.
Per farlo ha creato un’associazione, Donorkinderen (“figli dei donatori”). La sua storia inizia con un uomo e una donna, i suoi genitori, che voglio disperatamente avere un figlio. «Dopo otto anni di tentativi, mio padre è stato dichiarato sterile». Si rivolgono a uno specialista della fertilità, che nel 1978 li sottopone a trattamento per inseminazione artificiale, attraverso la prima Banca del seme ufficiale del Belgio. Un’unica condizione: non raccontare mai la verità se fossero riusciti a concepire un figlio. Nel gennaio del 1979 nascono Stephanie e i suoi due gemelli, Bernard e Sophie.

Tre anni dopo arriva un quarto figlio, concepito naturalmente. «Per mio padre – rivela – è stato uno shock. Si sentiva tradito da mia madre e dal medico». L’infanzia e l’adolescenza sono difficili. «Ho sempre avvertito una certa distanza con mio padre, non riuscivamo a creare un legame. Quand’eravamo piccoli, pensavamo non fossimo abbastanza bravi o intelligenti per meritarci il suo amore, come se ci fosse qualcosa di sbagliato in noi». Il peso di anni di bugie si abbatte sulla famiglia quando una zia non riesce più a mantenere “il segreto”. Gli equilibri saltano, per tutti. «Quando scopri una cosa del genere tardi, vivi una crisi d’identità. Ti guardi allo specchio e non ti riconosci». A questo si aggiunge il capire che i tuoi genitori ti hanno mentito. «Mia madre si è giustificata dicendo di aver solo seguito il consiglio del medico, di non averci pensato su. Mio padre ha detto di sentirsi sollevato, perché non era più obbligato a fingere. Non riusciva ad accettarci. Ha cancellato me, mia sorella e mio fratello dalla sua vita». Le sue parole, ammette, «mi hanno ferita, ma ora sono cresciuta. Cerco di lasciare il passato per quello che è ed essere il miglior genitore possibile per i miei figli».

Resta però la rabbia nei confronti di un sistema che «è cieco dinanzi alle conseguenze di un’industria che vende e crea esseri umani in questi modi». Per Stephanie il diritto a diventare genitore, rivendicato da chi sostiene fecondazione eterologa e utero in affitto, «è un diritto auto-proclamato, in nome del quale si causa un’ingiustizia ancora più grande sui bambini che vengono prodotti». L’industria della fertilità «si concentra sui risultati a breve termine, rifiuta di prendersi responsabilità, affermando di offrire solo quello che i clienti vogliono. Ma dopo la gravidanza c’è un bambino, un essere umano che cresce ed è costretto a sopportare le inevitabili implicazioni del modo in cui è stato creato. È per questo che la fecondazione eterologa o la maternità surrogata sono così assurde: infliggiamo intenzionalmente della sofferenza sulle persone prima ancora che siano nate. Dov’è il senso, la logica o l’amore in tutto questo?»

Lo terrai quel bambino, te lo dico io

mamma e bimboQuesta è la lettera scritta da una donna che ha voluto raccontare così la sua storia. Una testimonianza di profonda sofferenza e di gioiosa rinascita. “Non hai lo sguardo di una donna che vuole abortire!” disse Rossana davanti ad una tazza di caffè fumante.
“Lo terrai questo bambino, te lo dico io!” Oggi ripenso a quella frase e mi viene da sorridere. Ero rimasta incinta senza volerlo, a un’età in cui persino il pensiero di avere un bambino fa girare la testa, figurarsi la notizia di aspettarlo davvero. Il padre era scomparso nel nulla appena dopo aver saputo. E con tutti i miei dubbi, le mie parole e la mia confusione, adesso ero là, davanti a Rossana, una bella signora gentile con gli occhi pieni di luce, che con assoluta certezza prediceva un futuro che non vedevo mio, che non sentivo mio.
Lei parlava di quel figlio e io intanto mi ripetevo “Che faccio qui? Di cosa parla questa donna?”. Il nome di Rossana mi era stato fatto per la prima volta in ospedale, il giorno in cui avrei dovuto abortire.

Avevo già fatto tutti gli accertamenti e la data era infine arrivata; alle otto del mattino ero già seduta in sala d’attesa, in attesa che mi chiamassero per fare l’intervento. C’era un’altra ragazza che aspettava con me, in compagnia del fidanzato. Quando arrivò l’infermiera a chiamarla, sentii che gli diceva “È inutile che aspetti qui, vieni a prendermi verso mezzogiorno, penso che per quell’ora avrò finito!”. Finito, tra qualche ora sarà tutto finito, pensai. L’infermiera pronunciò il mio cognome; mi alzai, feci qualche passo verso di lei, poi mi arrestai e, con sorpresa inaudita, sentii la mia voce che diceva dire: “No, io non entro… Ora non me la sento, vorrei spostare l’appuntamento.” Lei mi guardò interdetta, poi chiamò il chirurgo. Gli spiegai che non ero sicura, lui mi rispose in malo modo: “Torni quando lo sarà, non abbiamo tempo da perdere qui!”. Rimasi immobile nel corridoio per non so quanto tempo, con quella mia frase che girava ancora nell’aria. Poi mi avviai verso l’uscita.

Al piano terra, forse perché ero visibilmente agitata, mi avvicinò una donna che, qualificandosi come assistente sociale, mi chiese cosa avessi. Le raccontai l’accaduto e per la prima volta mi venne fatto quel nome: “Ci sono degli aiuti per le ragazze come te, ci sono i Centri di Aiuto alla Vita” – mi disse – “Ti scrivo qui il numero del più vicino, la responsabile si chiama Rossana!” Tornai a casa con quel foglio tra le mani e sprofondai di nuovo nella mia disperazione. Per me era impossibile tenere il bambino, altro che Centri e aiuti e responsabili di nome Rossana; chiamai di nuovo in ospedale e fissai un altro appuntamento. Poco importava che i miei genitori, saputo della gravidanza, mi avessero dato tutto il loro appoggio e implorato di non abortire. Una parte di me quel figlio lo rifiutava, lo respingeva. Alla vigilia del mio secondo appuntamento in ospedale, chiamò il padre del bambino. Era passato più un mese dall’ultima volta che lo avevo sentito. Voleva sapere se avessi risolto il “problema”. Andai su tutte le furie, d’istinto gli dissi che avevo deciso di tenerlo, quel figlio che lui non voleva. Riattaccai, ero così sconvolta che ebbi un mancamento e cominciai a perdere sangue. Fu allora che diventai madre. Chiamai i miei genitori: “Portatemi al Pronto Soccorso, non voglio perdere questo bambino!” In ospedale mi dissero che avevo avuto una minaccia di aborto e mi curarono.

Una volta uscita, col mio bambino nel grembo, chiamai Rossana e la incontrai. Una, due, infinite volte. Lei e un sacerdote mi accompagnarono ogni giorno della gravidanza. Fu molto difficile, piena di angosce e di incertezze, ma loro erano lì, a ripetermi quanto questo bambino mi avrebbe reso felice, anche quando la madre che era in me scompariva di nuovo e tornava la ragazza impaurita che voleva farla “finita”. Oggi Gabriele è un bel bambino di quattro anni ed è la cosa più bella che abbia mai visto! Lo guardo dormire e mi avvicino per ascoltare i suoi respiri. Ha gli occhi che sembrano due stelle. È la stessa luce che ho trovato e trovo, ogni volta che ne ho bisogno, negli occhi di Rossana. Ora so cos’è: è la luce della vita! Lei prima, e poi il mio Gabriele, “Potenza di Dio”, hanno rimesso la luce nella mia vita.

Assistente sessuale o prostituzione diversamente chiamata?

love-416479_960_720dal blog http://tasti.wordpress.com una riflessione caustica:

Detto così, senza pensarci, in effetti fa persino ridere. Poi ci pensi e magari la smetti pure di ridere sulle disgrazie altrui.

Non dico che sia un discorso semplice. Nemmeno che ho una mia idea chiara. Non so. Diciamo che capisco l’esigenza. Però i preconcetti sulla mercificazione del corpo… ma parliamo di un altra cosa. “Non è prostituzione.” Partiamo da qui.

Diciamo che non stiamo parlando di prostituzione. Nel senso di ricavare denaro dalla vendita del proprio corpo.

Perché nel caso dell’assistente sessuale l’obiettivo primo è far accostare un individuo alla sessualità che gli viene negata dalle proprie condizioni di vita, a causa, come conseguenza di una disabilità.

E allora non è prostituzione. Magari ci metto un punto interrogativo ?

Perché il pensionato che paga la ragazza per accedere ad una sessualità a cui non potrebbe più accedere allora… ?

In fondo è l’idea romanzata della prostituta psicologa.

No, sto seriamente riflettendo su un discorso che capisco, sinceramente.

Però non sono certa che l’assistente sessuale sia cosa diversa da una prostituta. Senza accezione dispregiativa.

Perché non credo che sia una terapista con studi universitari sulla sessualità e disabilità.
Credo piuttosto sia una venditrice/tore di sesso specializzata/o in un settore, la disabilità.

Che poi mi pare di capire che le disabilità siano da intendersi come fisiche, non psichiche.

Insomma io ci rifletto perché non mi sembra giusto fare finta che non ci sia sessualità nella disabilità, ci rifletto anche se così, a primo acchito, questa dell’assistente sessuale mi sembra esattamente quello che è: vendita del proprio corpo in cambio di denaro.
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Come associazione Amici di Lazzaro, aggiungiamo che non è vero che l’assistente sessuale non arriva a compiere atti sessuali a pagamento, basti vedere quello che affermano alcuni cosiddetti “assistenti” svizzeri:

“Il prossimo sarà ad ottobre e si cercherà di formare operatori in grado di offrire rapporti sessuali completi. ”
http://www.tio.ch/News/316428/Noi-assistenti-sessuali-di-portatori-di-handicap/

Si tratta di prostituzione che anche se offerta a disabili non è comunque accettabile.
Il desiderio di una persona in difficoltà non rende infatti lecite pratiche immorali o ingiuste.
Ci sono milioni di persone che vivono castamente la propria vita senza averne alcun danno, quel che importa è dare ad ogni persona affetto, amicizia, amore, relazioni umane, accoglienza e far loro sentire la loro dignità e valore al di là di quel che possono fare nella vita.
I disabili valgono in quanto persone uniche e irripetibili. Questa è la vera assistenza da dare loro.

Aborto: un “antidoto” alla RU486 ha salvato 213 bambini

feto4Lifenews ci informa che un medico del North Carolina ha salvato, finora, 213 bambini dall’aborto, dando alle loro madri la possibilità di rimediare all’assunzione della prima dose di RU 486.

Il dottor Matthew Harrison ha infatti lavorato con il dottor George Delgado e la dottoressa Mary Davemport per trovare qualcosa in grado di invertire gli effetti velenosi della pillola abortiva. E l’”antidoto” trovato ha funzionato su 137 donne che ora hanno felicemente in braccio i loro bambini e su 76 che devono ancora portare a termine la gravidanza.

Per effettuare un aborto chimico (ossia con RU 486) nell’arco di tre giorni la madre deve prendere due pillole: il mifepristone, che blocca la crescita del bambino togliendogli la possibilità di nutrirsi,  e il misoprostol, che innesca le contrazioni uterine per espellere il bambino morto (un vero e proprio parto).

Il team del dottor Harrison ha scoperto che se le donne ricevono dosi elevate di progesterone poco dopo aver preso la prima pillola abortiva, l’azione bloccante sulla crescita del bambino viene neutralizzata.
La cosa, purtroppo, non ha funzionato su due madri pentite di aver iniziato l’aborto, che però hanno chiesto troppo tardi aiuto al team di Harrison: le donne avevano infatti già  preso anche la seconda pillola e quindi erano già cominciate le contrazioni. Ovviamente è tanto più facile evitare l’aborto, quanto prima si interviene.

Harrison sente che quello che fa è dare davvero alle donne un diritto alla scelta. E’ orgoglioso di poter offrire una via d’uscita alle donne che si pentono di aver intrapreso la procedura per uccidere il loro bambino. Sul sito abortionpillreversal.com c’è anche un numero di telefono cui si può chiedere il pronto intervento dei volontari che lavorano per evitare il dolore dell’aborto alla madre e salvare la vita del bambino.

da: http://www.notizieprovita.it/

Salvatore Crisafulli, il guerriero per i (veri) diritti negati

155029_180402558639198_4184830_nCi vorra’ tempo per cogliere l’evoluzione del concetto di guerriero e capire che oggi le guerre decisive sono invisibili e silenziose, combattute talvolta solo respirando, alzando lo sguardo come a dire «sono sopravvissuto, signori, eccomi qui».

 Ci vorrà senz’altro tempo, ma quel giorno tutti sapranno che l’uomo deceduto il 21 febbraio 2013, Salvatore Crisafulli, prima che il reduce da un incidente e dal coma, è stato questo: un guerriero. Indomabile e profetico, quasi immobile ma capace di sferrare la denuncia più micidiale contro la farsa materialista, e cioè l’idea che l’uomo – ogni uomo – valga nella misura in cui arriva e produce, trionfa e sa vantarsene.

Il tutto senza dare troppa importanza alla miopia di quanti, sentendone la storia, sperimentavano una compassione che lui, Salvatore, rovesciava in rabbia «contro un sistema sanitario che per interessi economici costringe la gente a vegetare». Ma di quale eutanasia andate blaterando – tuonava – se l’eutanasia di Stato esiste già, se per le Istituzioni i disabili più gravi non sono diversamente abili ma diversamente morti, reietti, costosi rompiscatole. Così, pur senza il favore della buona stampa e delle telecamere, che a stento immortalavano le sue sofferte proteste – altro che scioperini dietetici!-, Crisafulli ha saputo farsi interprete di un dramma sociale clandestino, che senza di lui sarebbe rimasto tale chissà quanto. (approfondisci sull’Eutanasia)

Non solo: col suo reportage dallo stato vegetativo e la sua narrazione del terrore che vivi quando tutti ti danno per spacciato e non hai neppure il fiato per mandarli a quel paese, è stato anche l’avvocato postumo, il difensore che Terri Schiavo (1963-2005) ed Eluana Englaro (1970-2009) non hanno avuto in tribunale, la prova vivente che l’unica cosa irreversibile, oggi, è l’ignoranza di chi crede alle persone trasformate in vegetali, alla favola eugenetica dell’uomo-pianta. Per questo Crisafulli faceva paura: era un guerriero tutto cuore e niente corazza, forte dell’unica arma che i suoi occhi brandivano continuamente, ora con dolcezza ora con indignazione: la verità. Adesso che non c’è più naturalmente ci manca. Ma il coraggio che ha dimostrato è troppo alto e la lezione consegnataci troppo nobile perché ci si azzardi a parlare al passato. Il guerriero per i diritti negati vive, e quei diritti sono ancora lì, da conquistare. Ora tocca a noi.

http://giulianoguzzo.wordpress.com/

L’amore ai tempi del DNA

dna-fhdLa porta dell’universo (Gattaca) è un film del 1997 scritto e diretto da Andrew Niccol, ambientato in un futuro dove sono emerse nuove lotte di classe tra chi è nato dopo essere stato geneticamente programmato e chi è no, ovvero tra validi e non validi. Non troviamo, dunque, individui potenziati da messi meccanici o elettronici ( come vorrebbe il cyberpunk), ma individui potenziati attraverso la manipolazione dei loro stessi cromosomi (in perfetto stile biopunk). Risvolti tecnologici della biologia… quando l’analisi di un capello può decidere l’inizio o la fine di una storia d’amore o la mappatura genetica quella di una vita. Solo fantascienza oppure vero e proprio nichilismo non dichiarato di una società sempre più biotecnologica?

Nel film alle coppie che hanno deciso di avere un figlio viene offerta l’alternativa a un fanciullo di Dio (un bimbo concepito nell’amore e in modo naturale ma con tutti i rischi del caso: malattie, caratteri ereditari, geni imperfetti, ecc), ovvero un bimbo con un corredo genetico perfetto. Il primo sarà un individuo di grado inferiore, buono solo a compiere umili lavori, mentre il secondo sarà un individuo valido e quindi destinato a un futuro brillante. Il protagonista del film, un fanciullo di Dio vede l’amore dei genitori rivolgersi verso il fratello più piccolo, un valido, poiché su di lui pende la terribile condanna di una malattia cardiaca, destinata prima o poi a manifestarsi nella sua vita. Questo scatena in lui una sorta di rivalsa che lo porta a spacciarsi per valido e ad innamorarsi (ricambiato) di una valida.

Fantascienza, dunque, eppure così vicina all’attuale scenario, che gira intorno alla diagnosi prenatale, una serie di esami che consentono di monitorare lo stato di salute del feto e quindi di individuare alcune patologie, anomalie cromosomiche e malattie genetiche. Come dire che è possibile ottenere una “mappa” abbastanza precisa del bimbo che attende di vedere la luce, una mappa in grado di dichiarare se egli sarà un valido o un non valido e, conseguentemente se sia il caso o meno di fargli vedere la luce.

L’amore ai tempi del DNA… quando un esame può mettere in ombra il sentimento più luminoso che esista; quando l’istinto cede il passo alla prudenza, decidendo di non “rischiare”. È la fantascienza diventa allora il ritenere Dio alla base di una causalità imperfetta che la scienza ha il dovere di correggere, privando l’essere umano della sua unicità proprio in quanto fanciullo di Dio.

Annarita Petrino Zenit.org