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Claudio, sei innamorato di una donna

Mi chiamo Claudio, sono qui per presentarvi la mia storia: ho un vissuto di omosessualità e già sin dalla pubertà, quando la sessualità ha cominciato a risvegliarsi, io ero attratto dagli uomini e non dalle donne. Questo inizialmente mi ha causato difficoltà, preoccupazioni, mi sono detto: “Ma cos’è questa cosa?”. Avrei voluto 20 anni fa ascoltare una conferenza come questa così avrei capito meglio, però in quel momento ero solo con queste mie preoccupazioni e crescendo, a 11/12/13/14 anni trovavo rifugio nella pornografia e nella masturbazione, lì mi costruivo il mio mondo immaginario e mi distaccavo dalla realtà degli altri. Ero una persona socievole, allegra, avevo degli amici, però avevo molta vergogna e paura che gli altri potessero sapere che in fondo io coltivavo pensieri, tendenze omosessuali.

A 15 anni ho racimolato tutto il coraggio che avevo a quell’epoca e sono andato a parlare con una persona, un responsabile spirituale; dopo avergli condiviso questa mia preoccupazione lui mi ha citato qualche versetto biblico dicendomi: “Questa cosa non è da farsi….” e mi ha lasciato andare. Non mi ha aiutato, mi trovavo in un vero e proprio conflitto e non capivo che cosa potevo fare; crescendo sentivo sempre di più questo richiamo “devi accettarti così come sei”, ma io non accettavo queste tendenze che c’erano dentro di me.  All’età di 19/20 anni io coltivavo sempre la pornografia e non osavo passare ai fatti; ad un certo punto ho fatto un pensiero che mi ha marcato: “Adesso tu devi essere onesto con te stesso, basta con la pornografia, adesso devi passare all’azione, tu sei un omosessuale, vivi quello che tu pensi, quello che c’è nella tua mente.”

Così ho cominciato ad avere contatti sporadici con uomini, cercavo un appagamento, cercavo quello che in fondo avevo sempre coltivato nelle mie fantasie sessuali, ma non lo trovavo.  Così dopo circa un anno sono arrivato ad un punto in cui mi trovavo in una vera e propria trappola, da un lato mi dicevo: “OK, se ho tendenze omosessuali dovrei accettarmi, cercarmi un compagno, il principe azzurro e poi vivere la mia vita”, dall”altro lato questi contatti che avevo avuto mi avevano fatto capire che io stavo cercando qualcosa, non amavo le persone con cui avevo avuto contatti sessuali, non volevo una relazione con loro, non volevo vivere una vita insieme a loro, volevo sesso, volevo qualcosa che io non avevo.

Il sesso era dunque diventato un appagamento e con questo io desideravo la loro mascolinità, la loro forza, desideravo la loro sicurezza in sè stessi, la loro bellezza fisica però il dramma era che loro volevano la stessa cosa da me, mi sono reso conto che vivevo una realtà in cui ognuno voleva solo prendere e dopo ogni contatto sessuale mi sentivo peggio di prima, mi sentivo più vuoto.

Io già a quell’epoca ero credente, amavo Dio, leggevo la Bibbia, e dopo queste esperienze con gli uomini avevo letto il versetto di un Vangelo in cui Gesù dice: “Io sono venuto per darvi la vita in abbondanza”, e al punto in cui io ero arrivato mi sono detto: “Se quello che c’è scritto in questo Vangelo è vero, io lo voglio.” E così ho gridato a Dio, io non riuscivo ad uscire da questa trappola, non sapevo cos’altro scegliere, dovevo accettarmi come omosessuale, ma non volevo e non avevo altre scelte; così non mi era rimasto altro che gridare a Dio e ho detto: “Aiutami! Non vedo una via d’uscita.”

Poi in seguito ad alcune circostanze ho cominciato a conoscere della letteratura (a quell’epoca non c’era ancora niente in italiano) che parlava di persone che avevano intrapreso un cammino e che erano uscite dall’omosessualità e per me si è aperto un nuovo mondo. Mi sono detto: “Allora non sono obbligato ad accettare questa mia condizione, posso sperimentare qualcosa di diverso.”  Così ho potuto addentrarmi un po’ nella materia, conoscere persone che non predicavano il solito messaggio “Accettati così come sei che poi andrà tutto bene”.e da lì è stata una continua crescita. Ho potuto capire cosa c’era dietro la mia tendenza omosessuale, ho capito cosa io ricercavo nell’omosessualità. In breve, io cercavo la mia mascolinità. La relazione con mio padre era conflittuale, già da piccolo vedevo i miei genitori che litigavano, mio padre era una brava persona, era debole di carattere ma anche piuttosto autoritario e quello che mi ha maggiormente marcato era il modo in cui faceva soffrire mia madre.

Io mi ricordo che da piccolo notavo queste tensioni in famiglia e avevo fatto dei pensieri che poi erano diventati delle vere e proprie decisioni, nel mio cuore di bambino, vedendo come mio padre faceva soffrire mia madre, avevo deciso: “Se essere uomo significa far soffrire una donna, se essere uomo significa essere cattivo, dominante, insensibile, allora io non voglio essere uomo.” E da lì la mia mascolinità non si è sviluppata , io non ho coltivato questa relazione con mio padre .

Dall’altra parte mia madre era una persona molto emotiva, costretta alla sottomissione, ed io soffrivo tanto per questa situazione, mia madre letteralmente piangeva sulle mie spalle ed io non ero pronto ad accogliere queste sofferenze ed è subentrato un altro pensiero: “Io non riuscirò mai ad amare una donna perché le donne hanno dei bisogni troppo grandi affinchè io possa soddisfarli.” Io credevo che non sarei mai stato capace di amare una donna. Così ho capito che in seguito a queste situazioni che avevo assorbito in famiglia, alla interpretazione che io ne avevo dato, cercavo la mascolinità che non avevo lasciato emergere nella mia vita.

Dopo aver capito queste cose ho potuto riconciliarmi con me stesso, accettare la mia mascolinità, imparare ad avere buone amicizie maschili, mi sono riconciliato con mio padre, ho potuto riallacciare questo legame che dovrebbe essere un legame benedicente, ho potuto riconciliarmi con mia madre avendo un buon distacco e non una simbiosi che si protrae anche nella vecchiaia.

Poi all’età di 26 anni è successa una cosa strana, mi sono innamorato di una bellissima ragazza e per me era qualcosa di nuovo. Io non ero mai stato attratto dalle donne e ho cominciato a sentirmi confuso proprio come un quattordicenne alle prime armi e mi sono dovuto arrendere e dire: “Claudio, sei innamorato”. Ho dovuto ammettere a me stesso che c’era qualcosa di nuovo che stava nascendo in me, e con non poche difficoltà abbiamo coltivato questa relazione, è stato molto difficoltoso dal punto di vista dei ruoli (non consiglio a nessuno un fidanzamento come il nostro!) , capire chi ero io, chi era lei , ma devo dire che è stato anche molto costruttivo, mi ha molto aiutato, così dopo 2 anni ci siamo sposati, abbiamo formato una famiglia e sono grato a Dio di come mi ha aiutato e mi ha accompagnato fino ad oggi .

Riassumendo, il mio cammino è consistito nel non coltivare l’omosessualità, perché potevo benissimo andare avanti come omosessuale, ma piuttosto nel coltivare quella eterosessualità che io consideravo inesistente, ma che in fondo era latente, era addormentata, era rimasta bloccata ad una certa età e così ho potuto esplorare quest’altra parte di me.

I risvolti negativi della fecondazione in vitro

L’opposizione della Chiesa cattolica alla fecondazione in vitro (FIV) e’ ben nota, ma recentemente alcune di queste pratiche sono oggetto di critiche anche da parte di osservatori laici.

Sul New York Times del 10 maggio e’ apparso un articolo sulla questione dell’acquisto di ovuli da parte delle coppie. Nell’articolo si cita una recente pubblicazione di una rivista di bioetica, The Hastings Center Report, secondo la quale i pagamenti alle giovani donne avvengono al di là della regolamentazione del settore.

Lo studio, di Aaron Levine, docente di public policy presso il Georgia Institute of Technology, ha rivelato che su 100 annunci di acquisto di ovuli, pubblicati su giornali universitari, 25 andavano oltre il limite dei 10.000 dollari stabilito autonomamente dalla American Society for Reproductive Medicine.

I pagamenti più elevati erano offerti alle donne di università prestigiose e a quelle con curricula accademici superiori alla media.

Nel 2016 si stimano 30.000 bambini sono nati da ovuli donati: circa il 600% in più rispetto al 2000.

L’articolo ha anche sollevato preoccupazioni per la salute delle donatrici, soprattutto perché le giovani donne potrebbero non essere consapevoli della gravità di alcuni effetti collaterali.

I rischi per la salute sono stati illustrati in un articolo pubblicato il 3 marzo su LifeNews.com. L’autrice, Jennifer Lahl, presidente del Center for Bioethics and Culture Network, ha invitato le donne a rivedere l’eventuale idea di donare i propri ovuli.

I rischi

Tra i possibili rischi per la salute figurano infarto, danni agli organi, infezione, cancro e perdita di fertilità, sostiene la Lahl.

L’autrice ha anche sostenuto che la donazione di ovuli non è assimilabile alla donazione di organi. In quest’ultima, infatti, il donatore si assume dei rischi al fine di salvare una persona malata o morente. Per contro, il destinatario di una donazione di ovuli non è malato, ma un consumatore che acquista un prodotto.

La società giustamente condanna la vendita e il pagamento degli organi al fine di prevenire gli abusi e tutelare la vita, mentre il pagamento di ingenti somme come compenso monetario per le donatrici di ovuli le esporrebbe allo sfruttamento a causa della loro necessità di denaro”, ha affermato la Lahl.

Non sono solo le donne universitarie a cui viene proposto l’acquisto degli ovuli.

Lo scorso anno, ad una conferenza sulla fecondazione, la professoressa Naomi Pfeffer ha avvertito del fatto che le donne di Paesi poveri vengono sfruttate in una sorta di prostituzione da parte di occidentali che vogliono disperatamente avere bambini, secondo il quotidiano Times del 19 settembre.

“Il rapporto di scambio è analogo a quello di un cliente con una prostituta”, ha affermato. “È una situazione particolare perché è l’unico caso in cui una donna sfrutta il corpo di un’altra donna”, ha osservato la Pfeffer.

Surrogazione

Un’altra pratica oggetto di critiche è quella delle madri surrogate. L’India è una destinazione rinomata per le coppie occidentali in cerca di donne che possano portare in grembo i loro figli. Un motivo di questa diffusione è la mancanza di leggi che ne regolino le procedure, cosa che è stata evidenziata in un articolo del quotidiano Times of India dell’11 maggio.

L’articolo ha riferito come, per la terza volta nell’ultimo anno e mezzo, i figli nati da madri surrogate indiane abbiano dovuto affrontare ostacoli nel riconoscimento legale nei Paesi di origine dei loro genitori genetici.

I casi precedenti riguardavano quello di un bambino di una coppia giapponese, che ha richiesto sei mesi per risolversi, e quello di una coppia tedesca che ha dovuto attendere mesi per ottenere la cittadinanza del proprio figlio nato da una donna indiana. L’ultimo caso è quello di una coppia omosessuale israeliana che sta cercando di ottenere la cittadinanza per il suo bimbo di due mesi.

L’articolo ha citato esperti, secondo cui tali problemi non sorgerebbero se il disegno di legge che è stato discusso negli ultimi cinque mesi fosse approvato.

La situazione delle madri surrogate indiane è stato esaminato in modo approfondito in un articolo del Sunday Times pubblicato il 9 maggio. Secondo l’articolo, nell’Akanksha Infertility Clinic della città di Anand, gestita dalla dottoressa Navana Patel e dal marito Hitesh, dal 2003 167 donne hanno dato luce a 216 bambini, con altre 50 madri surrogate attualmente in stato di gravidanza.

Le coppie pagano più di 14.000 sterline (16.200 euro), di cui circa un terzo va alle madri surrogate. Le donne provengono spesso da una casta inferiore di un villaggio povero e l’ammontare che ricevono equivale a circa 10 anni di salario, secondo il Sunday Times.

L’articolo ha anche spiegato che alla clinica di Anand, una volta che le madri surrogate sono incinte, devono vivere confinate per l’intera durata della loro gravidanza, potendo allontanarsi solo per i controlli medici. I loro mariti e i figli sono autorizzati a visitarle solo la domenica. Il Sunday Times ha riferito dell’angoscia che le donne provano nell’essere separate dai propri figli e del dolore che devono affrontare al momento di consegnare il loro figlio surrogato.

Il 26 aprile, un articolo pubblicato dal quotidiano Toronto Star ha sollevato alcune questioni relative alla situazione in India. In un caso, una coppia canadese ha pagato una madre surrogata in India, ma quando le autorità canadesi hanno richiesto l’effettuazione di test sul DNA, è risultato che i gemelli erano figli di un’altra coppia sconosciuta. I bambini saranno ora probabilmente assegnati a un orfanotrofio.

Problemi legali

Al di là delle preoccupazioni sullo sfruttamento delle donne, la diffusione della surrogazione sta provocando complessi problemi legali. Il Wall Street Journal ha affrontato alcune di tali questioni in un servizio del 15 gennaio.

Negli Stati Uniti, otto Stati hanno approvato leggi che vietano tutte o alcune delle procedure di surrogazione. In altri Stati i tribunali si sono rifiutati di considerare efficaci i contratti di surrogazione, mentre in 10 Stati sono state approvate leggi che autorizzano questa pratica.

Alcune dispute riguardano visioni diverse sui diritti da riconoscere alla madre surrogata, ha spiegato il Wall Street Journal. In una decisione dello scorso dicembre, il giudice del New Jersey Francis Schultz ha decretato che, nonostante la firma di un accordo di rinuncia dei diritti genitoriali, la madre surrogata Angelina Robinson mantiene comunque tali diritti in relazione al bambino che ha portato in grembo per conto di una coppia omosessuale, Donald Robinson Hollingsworth e Sean Hollingsworth. Peraltro, la Robinson è la sorella di Donald Hollingsworth.

Un’altra complicazione è emersa, poco tempo dopo, da un articolo apparso il 26 gennaio sul New York Timesche ha posto la questione se un bambino possa avere tre genitori biologici.

Da recenti esperimenti sulle scimmie, alcuni scienziati ne hanno fatto nascere alcune con un padre e due madri, riuscendo a combinare materiale genetico proveniente dagli ovuli di due femmine. Se questo fosse applicato agli uomini complicherebbe ulteriormente la questione della surrogazione, ha affermato l’articolo.

Vita e amore

L’uso di madri surrogate e di terze persone nella fecondazione in vitro sono oggetto di un documento pubblicato lo scorso novembre dalla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti.

Nel documento, dal titolo “Life-Giving Love in an Age of Technology”, i Vescovi simpatizzano con le coppie che soffrono a causa di problemi di fertilità, ma affermano che non tutte le soluzioni rispettano la dignità del rapporto sponsale tra due persone. Il fine non giustifica i mezzi, e alcune tecniche di riproduzione non sono moralmente legittime, affermano.

Occorre resistere alla tentazione di avere un figlio come prodotto della tecnologia, secondo il documento. “Gli stessi figli potrebbero essere visti come prodotti della nostra tecnologia, persino come beni di consumo che i genitori hanno acquistato e che hanno il ‘diritto’ di avere, e non come persone eguali in dignità ai loro genitori e destinate alla felicità eterna in Dio”, sottolineano i Vescovi.

L’introduzione di persone terze attraverso l’uso di ovuli o di sperma di donatori o attraverso la surrogazione, inoltre, viola l’integrità del rapporto sponsale, così come sarebbe violato da relazioni sessuali extramatrimoniali.

Le cliniche per la fertilità dimostrano disprezzo per le gli uomini e le donne, trattandoli come materia prima, quando gli offrono ingenti somme di denaro per il loro sperma o per i loro ovuli, in funzione delle loro specifiche caratteristiche intellettuali, fisiche o caratteriali”, aggiunge il documento.

I Vescovi osservano inoltre che questi incentivi pecuniari possono indurre le donne a mettere a rischio la propria salute attraverso le procedure di estrazione degli ovuli. Esistono quindi molte buone ragioni per nutrire seri dubbi sulla fecondazione in vitro.

padre John Flynn, L.C.

Da scienziato chiedo di fermare la manipolazione degli embrioni

DNA-585x329Il fronte di biologi, genetisti ed esperti di bioetica si compatta attorno al no alla manipolazione genetica dei gameti umani. Dopo gli appelli su Nature e Science per una moratoria mondiale delle tecniche che intervengono sul Dna umano in modo ereditabile, la comunità scientifica ha aumentato la pressione sulle istituzioni, ottenendo un primo passo da parte della National Academy of Sciences statunitense. La commissione internazionale che verrà istituita dall’agenzia Usa gode già dell’appoggio della Casa Bianca che, un po’ tardivamente, si è pronunciata contro gli esperimenti di editing genetico su ovuli o embrioni. Ma l’inquietudine resta. Lo strappo del laboratorio cinese che ha recentemente tentato di eliminare un gene da 86 embrioni ha creato un precedente preoccupante. «Se uno, cinque, dieci laboratori lo stanno facendo, il processo prima o poi potrebbe riuscire. E non possiamo prevedere quali conseguenze avrebbe», spiega ad Avvenire Rudolf Jaenisch, docente di biologia del Mit di Boston, presidente della Società internazionale per la ricerca sulle staminali e pioniere delle cellule pluripotenti derivate da tessuti adulti.

Professor Jaenisch, l’équipe dell’università di Sun Yat-sen non aveva intenzione di impiantare gli embrioni “ritoccati” in un utero femminile. Perché allora il loro tentativo deve preoccupare?

Perché non ne capisco la motivazione scientifica o medica. E allora dico che lo scopo era probabilmente la fama mondiale: una motivazione squilibrata per uno scienziato, che spinge a fare passi sconsiderati. Quando furono sviluppate le tecniche di clonazione si disse subito che sarebbe stato inaccettabile clonare un essere umano. Malgrado ciò, alcuni ricercatori ci hanno provato. Mi preoccupa che qualcosa di simile possa acadere con la modifica genetica embrionale.

Perché secondo lei questa tecnica va fermata?

Perché ha una portata spaventosa. Consente di alterare i geni di ogni cellula di un embrione umano, e le modifiche sarebbero trasmesse alle generazioni future. Potrebbero essere modificati geni sani in modo irreversibile. Danni collaterali potrebbero verificarsi su alcuni geni o su tutti. E i risultati si propagherebbero per generazioni. Bisogna chiedersi se “è un rischio tollerabile.

Sarebbe vero anche se la tecnica di editing genetico diventasse più sicura e portasse alla prevenzione di malattie genetiche gravi?  

Prendiamo l’esempio della corea di Huntington, una malattia genetica neurodegenerativa: anche in questo caso, l’editing pone problemi etici. Quando un genitore ha il gene della malattia solo la metà degli embrioni lo erediterà. Con l’editing genetico l’intervento deve essere fatto prima che sia possibile sapere se l’ovulo fecondato ha ereditato il gene di Huntington. Ciò significa che la metà degli embrioni modificati sarebbe stato normale – e il loro Dna sarebbe stato alterato per sempre senza motivo. Per me questo significa che non c’è alcuna applicazione.

Non è strano per uno scienziato dire no a nuova linea di ricerca scientifica?

Questa mia affermazione non tende a smorzare l’entusiasmo per le linee di ricerca genetica sulle cellule non riproduttive, piuttosto chiedo che siano riconosciute le importanti considerazioni sociali ed etiche implicate dall’editing genetico. La comunità scientifica ha l’obbligo di riflettere sulle implicazioni del suo lavoro e di coinvolgere opinione pubblica e autorità nelle discussioni sulla scienza, le sue potenzialità e i suoi limiti. Questo è un raro caso in cui sostengo che una linea non deve essere oltrepassata.

FONTE: Avvenire

Neonato: e’ una persona? ha dignita’ e dei diritti?

neonato1Neonato: una definizione in 3 punti per ripensare insieme il valore della vita, anche per arginare alcune idee che circolano purtroppo anche in ambito scientifico e filosofico che vorrebbero considerare i neonati come “non persone” complete (assurdo e ingiusto).

1) Realismo

Con i moderni progressi medici, il neonato può sopravvivere fuori dell’utero materno quando è estremamente piccolo. Oggi il limite di sopravvivenza è di 22 settimane, quando – se nasce in un centro di alta specializzazione – la possibilità di sopravvivenza è circa il 10%. Più si ritarda la naascita (in assenza di controindicazioni), maggiori sono le possibilità di sopravvivere.

2) La ragione

Il neonato è una persona? Questa domanda non andrebbe posta, perché è come domandarsi se i cinesi o gli olandesi sono delle persone: va da sé che lo sono e volerlo dimostrare significa in fondo metterlo in dubbio; e nessuno accetterebbe che venga messo in dubbio che cinesi o olandesi sono persone. Dobbiamo riconoscere invece che diversi rinomati filosofi discutono se i neonati siano persone e alcuni affermano che non lo sono, in base al fatto che non hanno autocoscienza. Vedi al capitolo “persona” per discutere come il criterio per definire un individuo “persona” non siano le sue caratteristiche o le sue abilità. Ma se i neonati non sono persone, possono essere trattati come si trattano in molte legislazioni i feti, cioè subordinando i loro interessi a quelli dei genitori o dell’economia generale, e questo ragionamento (che semmai dovrebbe valere al contrario per valorizzare la vita fetale vedi la voce “feto”), è difficile da sostenere.

Siamo giusti verso di loro? Riflettiamo sul trattamento del dolore o nelle scelte sul fine vita. Vari studi mostrano che si è più propensi a considerare l’interesse dei genitori di quanto lo si sia per pazienti più grandi; e che si sospendono le cure su una base probabilistica (basandosi solo sull’età gestazionale) piuttosto che su una prognosi basata su accertamenti adeguati, cosa che invece avverrebbe in un adulto. Le motivazioni di questo trattamento sono probabilmente da ricercare in una forte empatia verso la sofferenza dei genitori e nello smacco che si prova vedere che gli sforzi per salvare un neonato talora lo fanno vivere ma con un grave handicap. Il problema è se vogliamo fare l’interesse del paziente allora non dobbiamo farci prendere da un erroneo uso del sentimento, che deve essere equilibrato e opportuno, che ci può portare a sospendere le cure senza valutare cosa prova il paziente stesso o a farci protrarre delle cure inutili. D’altronde può esistere un conflitto di interessi tra genitori (oltretutto stressati e impauriti al momento del parto e nei giorni successivi) e bambino.

3) Il sentimento

Parlare della dignità dei neonati è parlare dell’uguaglianza di tutte le persone, indipendentemente da razza, religione, età e salute. La dignità dei piccolissimi pazienti impone di dare a tutti una chance, esattamente come si farebbe con un adulto che subisce un infarto o un ictus, entrambe condizioni con alto rischio di morte e di disabilità in caso di sopravvivenza. Un trattamento disuguale è legato ad un’idea di uomo subordinata alla sua autonomia (chi è autonomo è trattato meglio degli altri….).

Società Italiana di Neonatologia

Lettera di Santa Teresa di Calcutta agli Italiani

31 maggio 1992

Cari amici di tutta Italia,

oggi Gesù viene in mezzo a noi ancora una volta come bambino – come il bambino non nato – ed i suoi non lo accolgono. Gesù divenne un fanciullo in Betlemme per insegnarci ad amare il bambino.

Il bambino non nato – il feto umano – è un membro vivente della razza umana – come te e me – creato ad immagine e somiglianza di Dio – per grandissime cose – amare ed essere amato. Perciò non c’è più da scegliere una volta che il bambino è stato concepito. Una seconda vita – un altro essere umano – è già nel grembo della madre. Distruggere questa vita con l’aborto è omicidio, così come un qualunque altro omicidio, anzi peggio di ogni altro assassinio.

Poiché non è ancora nato, è il più debole, il più piccolo ed il più misero della razza umana, e la sua stessa vita dipende dalla madre – dipende da te e me – per una vita autentica. Se il bambino non ancora nato dovesse morire per deliberata volontà della madre, che è colei che deve proteggere e nutrire quella vita, chi altri c’è da proteggere? Questa è la ragione per cui io chiamo i bambini non ancora nati “i più poveri tra i poveri”. se una madre può uccidere il suo stesso figlio nel suo grembo, distruggere la carne della sua carne, vita della sua vita e frutto del suo amore, perché ci sorprendiamo della violenza e del terrorismo che si sparge intorno a noi?

L’aborto è il più grande distruttore di pace oggi al mondo – il più grande distruttore d’amore.
È mia preghiera per ciascuno di voi, che voi possiate battervi per Dio, per la vita e per la famiglia, e proteggere il bambino non ancora nato.
Preghiamo.
Dio vi benedica

Madre Teresa

Riflessioni morali circa i vaccini preparati a partire da cellule provenienti da feti umani abortiti

Vista l’attualità del tema, sarebbe da chiedere al governo qualcosa circa la produzione dei vaccini.

Il testo seguente è della Pontificia Accademia per la Vita www.academiavita.org ed è di alto livello scientifico oltre che di denuncia..

RIFLESSIONI MORALI CIRCA I VACCINI  PREPARATI A PARTIRE DA CELLULE PROVENIENTI DA FETI UMANI ABORTITI

5 Giugno 2005     La questione in esame riguarda la liceità della produzione, della diffusione e dell’uso di alcuni vaccini la cui produzione è in connessione con atti di aborto procurato. Si tratta dei vaccini con virus vivi che sono stati preparati a partire da linee cellulari umane di origine fetale, usando tessuti di feti umani aborti come fonte di tali cellule. Il più conosciuto e importante di questi, a causa della sua ampia diffusione e del suo uso quasi universale, è il vaccino contro la rubeola (rosolia).

La rubeola (rosolia) e il suo vaccino

La rosolia (Rubeola o “German measles”)1 è una malattia virale causata da un Togavirus del genere Rubivirus ed è caratterizzata da un rash maculo-papulare. Si tratta di una infezione comune dell’infanzia, senza espressione clinica in un caso su due, autolimitante ed abitualmente benigna. Tuttavia, il virus della rosolia è uno degli agenti infettivi più patogeni per l’embrione ed il feto. Quando l’infezione viene contratta in gravidanza, specialmente nel primo trimestre, il rischio di infezione fetale è molto alto (circa il 95%). Il virus si replica nella placenta e infetta il feto, causando quella costellazione di anomalie nota con il nome di Sindrome della Rosolia Congenita. Ad esempio, la severa epidemia di Rosolia che aveva colpito una ampia parte degli Stati Uniti nel 1964 ha così provocato 20.000 casi di roseola congenita2 risultando in 11.250 aborti (spontanei o chirurgici), 2100 morti neonati, 11.600 casi di sordità, 3.580 casi di cecità, 1.800 casi di ritardo mentale. È questa epidemia che ha spinto lo sviluppo e la commercializzazione di un vaccino efficace contro la rosolia, permettendo una profilassi effettiva di tale infezione. La severità della rosolia congenita e gli handicap che essa genera giustificano la vaccinazione generalizzata contro tale malattia. È molto difficile, forse persino impossibile, evitare la contaminazione di una donna incinta, anche se la malattia di un soggetto contagiato è diagnosticata dal primo giorno dell’eruzione. Si cerca pertanto di interrompere la trasmissione tramite la soppressione del nido d’infezione del virus offerto dai bambini non vaccinati, grazie all’immunizzazione precoce dell’insieme dei bambini (vaccinazione universale). Questa vaccinazione universale ha provocato una forte diminuzione dell’incidenza delle rosolia congenita, con una incidenza generale ridotta a meno di 5 casi per 100.0000 nascite di bambini viventi. Tuttavia, questo progresso rimane fragile. Negli Stati Uniti, ad esempio, dopo una diminuzione spettacolare dell’incidenza della rosolia congenita fino a pochi casi annuali, cioè meno di 0.1 per 100.000 nascite di bambini viventi, una nuova ondata epidemica è apparsa nel 1991, con una incidenza salita a 0,8/100.0000. Tali ondate di recrudescenza della rosolia si sono visti anche nel 1997 e nel 2000. Questi episodi periodici di recrudescenza testimoniano la circolazione persistente del virus nei giovani adulti, conseguenza di una copertura vaccinale insufficiente. Questo lascia persistere una proporzione non trascurabile di soggetti suscettibili, sorgente di epidemie periodiche che mettono a rischio le donne in età fertile e che non sono immunizzate. La riduzione fino all’eliminazione della rosolia congenita è considerata perciò una priorità di sanità pubblica.

Vaccini attualmente prodotti con l’uso di ceppi cellulari umani proveniente da feti abortiti

Fino ad oggi ci sono due linee cellulari umane diploidi, allestite originalmente (1964 e 1970) da tessuti di feti abortiti, che vengono usate per la preparazione di vaccini con virus vivi attenuati: la prima linea è la WI-38 (Winstar Institute 38), con fibroblasti diploidi di polmone umano, derivati da un feto femmina abortito perché la famiglia riteneva di avere già troppi figli (G.Sven et al., 1969), preparata e sviluppata da Leonard Hayflick nel 1964 (L.Hayflick, 1965; G.Sven et al., 1969)1, numero ATCC CCL-75. La WI-38 è stata usata per la preparazione dello storico vaccino RA 27/3 contro la rosolia (S.A.Plotkin et al., 1965)2. La seconda linea cellulare umana è la MRC-5 (Medical Research Council 5) (polmone umano, embrionale) (numero ATCC CCL-171), con fibroblasti di polmone umano provenienti da un feto maschio di 14 settimane abortito per “motivi psichiatrici” da una donna ventisettenne nel Regno Unito. La MRC-5 è stata preparata e sviluppata da J.P.Jacobs nel 1966 (J.P.Jacobs et al., 1970)3. Sono state sviluppate altre linee cellulari umane per necessità farmaceutiche, ma non sono coinvolte nei vaccini attualmente disponibili.4 Oggi i vaccini che sono incriminati poiché usano linee cellulari umane, WI-38 e MRC-5, ottenute da feti abortiti sono i seguenti:5

A) Vaccini attivi contro la rosolia6:
– i vaccini monovalenti contro la rosolia Meruvax® II (Merck) (U.S.A.), Rudivax® (Sanofi Pasteur, Fr.), e Ervevax® (RA 27/3)(GlaxoSmithKline, Belgio); – i vaccini combinati MR contro la rosolia e morbillo, commercializzati con il nome di M-R-VAX®II (Merck, U.S.A.) e Rudi-Rouvax® (AVP, Francia),
– il vaccino combinato contro rosolia e parotite commercializzato con il nome di Biavax®II (Merck, U.S.A.),
– il vaccino combinato MMR (measles, mumps, rubella) contro morbillo, parotite e rosolia, commercializzato con il nome di M-M-R® II (Merck, U.S.A.), R.O.R®, Trimovax® (Sanofi Pasteur, Fr.), e Priorix® (GlaxoSmithkline, Regno Unito).

B) Altri vaccini, anch’essi preparati usando linee cellulari umane da feti abortiti:
– due vaccini contro l’epatite A, uno prodotto da Merck (VAQTA), l’altro da Glaxo SmithKline (HAVRIX), entrambi preparati usando la MRC-5; – un vaccino contro la varicella, Varivax®, prodotto da Merck usando la WI-38 e la MRC-5.
– un vaccino contro la poliomielite, il vaccino con il virus di polio inattivato Poliovax® (AventisPasteur, Fr.) usando la MRC-5.
– un vaccino contro la rabbia, Imovax®, da Aventis-Pasteur, prelevato da cellule umane diploidi infettate, il ceppo MRC-5;
– un vaccino contro il vaiolo, ACAM 1000, preparato da Acambis usando la MRC-5, ancora in sperimentazione.

Posizione del problema etico collegato con questi vaccini

Dal punto di vista della prevenzione di malattie virali come la rosolia, la parotite, il morbillo, la varicella, l’epatite A, è chiaro che la messa a punto di vaccini efficaci contro tali malattie, e il loro impiego nella lotta contro queste infezioni fino alla loro eradicazione, mediante una immunizzazione obbligatoria di tutte le popolazioni interessate, rappresenta indubbiamente una “pietra miliare” nella lotta secolare dell’uomo contro le malattie infettive e contagiose. Tuttavia, questi stessi vaccini, poiché sono preparati a partire dai virus raccolti nei tessuti di feti infettati e volontariamente abortiti, e successivamente attenuati e coltivati mediante ceppi di cellule umane ugualmente provenienti da aborti volontari, non mancano di porre importanti problemi etici. L’esigenza di articolare una riflessione morale sulla questione in esame nasce prevalentemente dalla connessione esistente tra la preparazione dei vaccini summenzionati e gli aborti procurati dai quali sono stati ottenuti i materiali biologici necessari per tale preparazione. Se una persona respinge ogni forma di aborto volontario di feti umani, tale persona non sarebbe in contraddizione con se stessa ammettendo l’uso di questi vaccini di virus vivi attenuati sulla persona dei propri figli? Non si tratterebbe in questo caso di una vera (ed illecita) cooperazione al male, anche se questo male si è attuato quaranta anni fa? Prima di considerare il caso specifico, è necessario richiamare brevemente i principali assunti dalla dottrina morale classica circa il problema della cooperazione al male7, problema che sorge ogni qualvolta un agente morale percepisca l’esistenza di un legame fra i propri atti e un atto cattivo compiuto da altri.

Il principio della lecita cooperazione al male

La prima distinzione fondamentale è quella tra cooperazione formale e materiale. Si configura una c. formale quando l’agente morale coopera con l’azione immorale di un altro, condividendone l’intenzione cattiva. Quando invece l’agente morale coopera con l’azione immorale di un altro, senza condividerne l’intenzione cattiva, si configura una c. materiale. La c. materiale viene ulteriormente distinta in immediata (diretta) e mediata (indiretta), a seconda che si tratti di cooperare con l’esecuzione dell’atto cattivo in quanto tale, oppure che si agisca realizzando le condizioni – o fornendo strumenti o prodotti – che rendono possibile l’effettuazione dell’atto cattivo. In relazione, poi, alla “distanza” (sia temporale che in termini di connessione materiale) tra l’atto di cooperazione e l’atto cattivo ad opera altrui, si distingue una c. prossima e una c. remota. La c. materiale immediata è sempre prossima, mentre la c. materiale mediata può essere prossima o remota. La c. formale è sempre moralmente illecita poiché si tratta di una forma di partecipazione diretta ed intenzionale all’azione cattiva dell’altro8.. La c. materiale talvolta può essere lecita (in base alle condizioni del “duplice effetto” o “volontario indiretto”), ma quando si configura come una c. materiale immediata ad attentati gravi contro la vita umana, essa è da ritenersi sempre illecita, data la preziosità del valore in gioco9. Un’ulteriore distinzione della morale classica è quella che tra cooperazione al male attiva (o positiva) e cooperazione al male passiva (o negativa), riferendosi la prima al compimento di un atto di cooperazione ad un’azione cattiva compiuta da un altro, mentre la seconda all’omissione di un atto di denuncia o di impedimento di una azione cattiva compiuta da un altro, nella misura in cui sussisteva il dovere morale di fare ciò che è stato omesso10.. Anche la c. passiva può essere formale o materiale, immediata o mediata, prossima o remota. Ovviamente, è da ritenersi illecita ogni c. passiva formale, ma anche la c. passiva materiale generalmente va evitata, pur se si ammette (da parte di molti autori) che non c’è l’obbligo rigoroso di evitarla quando sussistesse un grave incomodo.

Applicazione all’uso dei vaccini preparati con cellule procedenti da embrioni o feti abortiti volontariamente

Nel caso specifico in esame, tre categorie di persone sono coinvolte nella cooperazione al male, male che ovviamente è rappresentato dall’atto di aborto volontario compiuto da altri: a) chi prepara i vaccini mediante ceppi di cellule umane provenienti di aborti volontari; b) chi partecipa alla commercializzazione di tali vaccini; c) chi ha la necessità di utilizzarli per ragioni di salute. Innanzitutto, va considerata moralmente illecita ogni forma di c. formale (condivisione dell’intenzione cattiva) all’atto di chi ha compiuto l’aborto volontario che ha permesso il reperimento dei tessuti fetali, necessari alla preparazione dei vaccini. Pertanto, chiunque – indipendentemente dalla categoria di appartenenza – cooperasse in qualche modo, condividendone l’intenzione, all’effettuazione di un aborto volontario, finalizzato alla produzione dei vaccini in oggetto, parteciperebbe di fatto alla medesima malizia morale di chi ha compiuto tale aborto. Una tale partecipazione si realizzerebbe ugualmente qualora, sempre condividendo l’intenzione abortiva, ci si limitasse a non denunciare o contrastare, avendo il dovere morale di farlo, tale azione illecita (cooperazione formale passiva).

Qualora tale condivisione formale dell’intenzione cattiva di chi ha compiuto l’aborto non sussista, l’eventuale cooperazione si configurerebbe come materiale, con le seguenti specificazioni. Per quanto riguarda la preparazione, distribuzione e commercializzazione di vaccini realizzati grazie a l’impiego di materiale biologico la cui origine è collegata a cellule provenienti da feti volontariamente abortiti, in linea di principio va detto che tale processo è moralmente illecito, poiché esso potrebbe contribuire di fatto a incentivare l’effettuazione di altri aborti volontari, finalizzati alla produzione di tali vaccini. Tuttavia, va riconosciuto che all’interno della catena di produzione-distribuzionecommercializzazione, i vari agenti cooperanti possono avere responsabilità morali differenziate. Ma c’è un altro aspetto da considerare ed è quello della cooperazione materiale passiva che si verrebbe a realizzare da parte dei produttori di questi vaccini, qualora essi non denunciassero e rifiutassero pubblicamente l’atto cattivo d’origine (l’aborto volontario), ed insieme non si impegnassero a ricercare e a promuovere forme alternative, prive di malizia morale, per la produzione degli stessi vaccini. Una tale cooperazione materiale passiva, qualora si verificasse, è altrettanto illecita. Per quanto concerne chi ha la necessità di utilizzare tali vaccini per ragioni di salute, va precisato che, esclusa ogni c. formale, generalmente medici o genitori per i loro bambini che ricorrono all’uso di tali vaccini, pur conoscendone l’origine (l’aborto volontario), realizzano una forma di cooperazione materiale mediata molto remota, e quindi molto debole, rispetto alla produzione dell’aborto, e una cooperazione materiale mediata, rispetto alla commercializzazione di cellule procedenti da aborti, e immediata, rispetto alla commercializzazione dei vaccini prodotti con tali cellule. La cooperazione è più forte da parte delle autorità e dei sistemi sanitari nazionali che accettano l’uso dei vaccini. Ma in questa situazione, più emergente è l’aspetto della c. passiva. Ai fedeli e ai cittadini di retta coscienza (padri famiglia, medici, ecc.) spetta di opporsi, anche con l’obiezione di coscienza, ai sempre più diffusi attentati contro la vita e alla “cultura della morte” che li sostiene. E da questo punto di vista, l’uso di vaccini la cui produzione è collegata all’aborto provocato costituisce almeno una cooperazione materiale passiva mediata remota all’aborto, e una cooperazione materiale passiva immediata alla loro commercializzazione. Inoltre, sul piano culturale, l’uso di tali vaccini contribuisce a creare un consenso sociale generalizzato all’operato delle industrie farmaceutiche che li producono in modo immorale. Pertanto, i medici e i padri di famiglia hanno il dovere di ricorrere a vaccini alternativi 11(se esistenti), esercitando ogni pressione sulle autorità politiche e sui sistemi sanitari affinché altri vaccini senza problemi morali siano disponibili. Essi dovrebbero invocare, se necessario, l’obiezione di coscienza12 rispetto all’uso di vaccini prodotti mediante ceppi cellulari di origine fetale umana abortiva. Ugualmente dovrebbero opporsi con ogni mezzo (per iscritto, attraverso le diverse associazioni, i mass media, ecc.) ai vaccini che non hanno ancora alternative senza problemi morali, facendo pressione affinché vengano preparati vaccini alternativi non collegati a un aborto di feto umano e chiedendo un controllo legale rigoroso delle industrie farmaceutiche produttrici. Per quanto riguarda le malattie contro le quali non ci sono ancora vaccini alternativi, disponibili, eticamente accettabili, è doveroso astenersi dall’usare questi vaccini solo se ciò può essere fatto senza far correre dei rischi di salute significativi ai bambini e, indirettamente, alla popolazione in generale. Ma se questi fossero esposti a pericoli di salute notevoli, possono essere usati provvisoriamente anche i vaccini con problemi morali. La ragione morale è che il dovere di evitare la cooperazione materiale passiva non obbliga se c’è grave incomodo. In più, ci troviamo, in tale caso, una ragione proporzionata per accettare l’uso di questi vaccini in presenza del pericolo di favorire la diffusione dell’agente patologico, a causa dell’assenza di vaccinazione dei bambini. Questo è particolarmente vero nel caso della vaccinazione contro la rosolia13. In ogni caso, permane il dovere morale di continuare a lottare e di usare ogni mezzo lecito per rendere difficile la vita alle industrie farmaceutiche che agiscono senza scrupoli etici. Ma il peso di questa importante battaglia certamente non può e non deve ricadere sui bambini innocenti e sulla situazione sanitaria della popolazione – in particolare in quanto riguarda le donne incinte..

  In sintesi, va riaffermato che:
– esiste il dovere grave di usare i vaccini alternativi e di invocare l’obiezione di coscienza riguardo a quelli che hanno problemi morali; – per quanto riguarda i vaccini senza alternative, si deve ribadire sia il dovere di lottare perché ne vengano approntati altri, sia la liceità di usare i primi nel frattempo nella misura in cui ciò è necessario per evitare un pericolo grave non soltanto per i propri bambini ma anche e, forse, soprattuto per le condizioni sanitarie della popolazione in genere – donne incinte specialmente ;
– la liceità dell’uso di questi vaccini non va interpretata come una dichiarazione di liceità della loro produzione, commercializzazione e uso, ma come una cooperazione materiale passiva e, in senso più debole e remoto, anche attiva, moralmente giustificata come extrema ratio in ragione del dovere di provvedere al bene dei propri figli e delle persone che vengono in contato con i figli (donne incinte);
– tale cooperazione avviene in un contesto di costrizione morale della coscienza dei genitori, che sono sottoposti all’alternativa di agire contro coscienza o mettere in pericolo la salute dei propri figli e della popolazione in generale. Si tratta di un’alternativa ingiusta che deve essere eliminata quanto prima.

1 J.E.Banatvala, D.W.G.Brown, Rubella, The Lancet, 3 april 2004, vol.363, n°9415, pp.1127-1137.

2 Rubella, Morbidity and Mortality Weekly Report, 1964, vol.13, p.93. .S.A.Plotkin, Virologic Assistance in the Management of German Measles in Pregnancy, JAMA, 26 October 1964, vol.190, pp.265-268.

3 L.Hayflick, The Limited In Vitro Lifetime of Human Diploid Cell Strains, Experimental Cell Research 1965, 37(3):614-636. G.Sven, S.Plotkin, K.McCarthy, Gamma Globulin Prophylaxis; Inactivated Rubella Virus; Production and Biological Control of Live Attenuated Rubella Virus Vaccines, American Journal of Diseases of Children 1969, 118(2):372-381.

4 S.A.Plotkin, D.Cornfeld, Th.H.Ingalls, Studies of Immunization With Living Rubella Virus, Trials in Children With a Strain Cultured From an Aborted Fetus, American Journal of Diseases in Children 1965, 110 (4):381-389.

5J.P.Jacobs, C.M.Jones, J.P.Baille, Characteristics of a Human Diploid Cell Designated MRC-5, Nature 1970, 277:168-170. 6 Due altre linee cellulari, che sono permanenti, la linea cellulare HEK 293 da feto abortito, ottenuta da cellule di rene embrionale umano primario trasformato da adenovirus tipo 5 reciso (il materiale del rene fetale venne ottenuto da un feto abortito, probabilmente nel 1972), e la PER.C6, una linea cellulare fetale creata usando tessuto retinico da un bambino abortito di 18 settimane di età gestazionale, sono state sviluppate per la produzione farmaceutica di vettori di adenovirus (per terapia genica). Non sono state coinvolte nella produzione di alcuno dei vaccini con virus vivi attenuati attualmente in uso per via della loro capacità di sviluppare cellule oncogene nel ricevente. Comunque alcuni vaccini, ancora allo stadio di sviluppo, contro il virus Ebola (Crucell,NV e il Vaccine Research Center del National Institutes of Health’s Allergy and Infectious Diseases, NIAID), HIV (Merck), influenza (MedImmune, Sanofi pasteur), encefalite giapponese (Crucell N.V. and Rhein Biotech N.V.) sono preparati usando la linea cellulare PER.C6® (Crucell N.V., Leiden, Paesi Bassi. 7 Contro queste diverse malattie infettive, esistono alcuni vaccini alternativi, che sono preparati usando cellule o tessuti animali, e quindi eticamente accettabili. La loro disponibilità dipende dal paese interessato. Riguardo al particolare caso degli Stati Uniti, non ci sono altre opzioni, attualmente, in questo paese, per la vaccinazione contro la rosolia, la varicella e l’epatite A se non i vaccini proposti da Merck, preparati usando le linee cellulari umane WI-38 e MRC-5. C’è un vaccino contro il vaiolo preparato con linea cellulare Vero (dal rene di una scimmia verde africana), ACAM2000 (AcambisBaxter) (vacino contro il vaiolo di seconda generazione, conservato, non approvato negli USA), che offre quindi una alternativa all’Acambis 1000. Ci sono vaccini alternativi contro parotite (Mumpsvax, Merck), morbillo (Attenuvax, Merck), rabbia (RabAvert, Chiron therapeutics), preparati da embrioni di pollo (si sono presentate comunque gravi allergie con l’uso di questi vaccini), poliomielite (IPOL, Aventis-Pasteur, preparato con cellule di rene di scimmia) e vaiolo (vaccino di terza generazione contro il vaiolo MVA, Modified Vaccinia Ankara, Acambis-Baxter) In Europa e in Giappone, ci sono altri vaccini disponibili contro la rosolia e l’epatite A, prodotti usando linee cellualri non umane. Il Kitasato Institute produce quattro vaccini contro la rosolia, chiamati Takahashi, TO-336 e Matuba, preparati con cellule provenienti da reni di coniglio e uno (Matuura) preparato con cellule di embrioni di quaglia. Il Chemo-sero-therapeutic research institute Kaketsuken produce un altro vaccino contro l’epatite A, chiamato Aimmugen, preparato con cellule di rene di scimmia. L’unico problema rimanente è con il vaccino Varivax® contro la varicella, per il quale non esiste alternativa. 8 Il vaccino contro la rosolia che usa il ceppo Wistar RA27/3 di virus di rosolia vivi attenuati, adattato e diffuso nei fibroblasti umani diploidi WI-38 è al centro di attuali controversie intorno alla moralità dell’uso di vaccini preparati con l’aiuto di cellule umane provenienti da feti abortiti.

9 D.M.Prümmer O.Pr., , De cooperatione ad malum, in Manuale Theologiae Moralis secundum Principia S.Thomae Aquinatis,Tomus I, Friburgi Brisgoviae, Herder & Co., 1923, Pars I, Trat.IX, Caput III, n.2, pp.429-234. .K.H.Peschke, Cooperation in the sins of others, in Christian Ethics. Moral Theology in the Light of Vatican II, vol.I, General Moral Theology, C.Goodliffe Neale Ltd., Arden Forest Indusatrial Estate, Alcester, Warwickshire, B49 6Er, revised edition, 1986, pp.320324. .A.Fisher, Cooperation in Evil, Catholic Medical Quarterly, 1994, pp.1522. .D.Tettamanzi, Cooperazione, in Dizionario di Bioetica, S.Leone, S.Privitera ed., Istituto Siciliano di Bioetica, EDB-ISB, 1994, pp.194-198. .L.Melina, La cooperazione con azioni moralmente cattive contro la vita umana, in Commentario Interdisciplinare alla “Evangelium Vitae”, E.Sgreccia, Ramòn Luca Lucas ed., Libreria Editrice Vaticana, 1997, pp.467-490. E.Sgreccia, Manuale di Bioetica, vol.I, Ristampa della terza edizione, Vita e Pensiero, Milano, 1999, pp.362-363.

10  Cf.Giovanni Paolo II, Enc.Evangelium vitae, n.74.

11 ibidem

12 Catechismo della Chiesa Cattolica n.1868 .

13 Tali vaccini alternativi sono vaccini preparati mediante ceppi di cellule non umane, ad esempio la linea cellulare Vero (da scimmie)(D.Vinnedge), le cellule di rene di coniglio o di scimmie, o le cellule di embrioni di pollo. Tuttavia è da osservare che si sono verificati gravi allergie con alcuni dei vaccini cosi preparati. L’utilizzo della tecnologia dell’ADN ricombinante potrebbe portare in un prossimo futuro allo sviluppo di nuovi vaccini che non necessiterano più l’uso delle culture di cellule diploide umane per l’attenuazione del virus e la sua coltivazione, perché tali vaccini non saranno preparati a partire del virus attenuato, ma a partire del genoma del virus e dei antigeni così sviluppati (G.CWoodrow, W.M.McDonnell e F.K.Askari). Alcuni studi sperimentali sono stati già condotti utilizzando vaccini a ADN elaborati a partire del genoma del virus della rosolia. Inoltre, alcuni ricercatori asiatici stanno cercando di utilizzare il virus della varicella come vettore per l’inserimento di geni codificanti gli antigeni virali della rosolia. Questi studi sono ancora preliminari e la messa a punto di preparazioni vaccinali utilizzabili nella pratica clinica richiede tempi lunghi e costi elevati. .D.Vinnedge, The Smallpox Vaccine, The National Catholic Bioethics Quarterly, Spring 2000, vol.2, n°1, p.12..G.C.Woodrow, An Overview of Biotechnology As Applied to Vaccine Development, in «New Generation Vaccines», G.C.Woorow, M.M.Levine eds., Marcel Dekker Inc., New York and Basel, 1990, vedi pp.32-37. W.M.McDonnell, F.k.Askari, Immunization, JAMA, 10 December 1997, vol.278, n°22, pp.2000-2007, vedi pp.2005-2006.

14 Un tale dovere può portare, di conseguenza, a fare “obiezione di coscienza” quando l’atto riconosciuto illecito è un atto permesso o anche incoraggiato dalle leggi del paese e attenta alla vita umana. L’Enciclica Evangelium Vitae ha sottolineato questo “obbligo di opporsi” alle legge che permettono l’aborto o l’eutanasia “mediante obiezione di coscienza”(n.73).

15. Questo è particolarmente vero nel caso della vaccinazione contro la rosolia, a causa del pericolo della rosolia congenita. Una tale affezione, causando malformazioni congenite grave nel feto, potrebbe accadere quando una donna incinta entra in contatto, anche breve, con bambini non immunizzati e portatori del virus . In tale caso i genitori che non hanno accettato la vaccinazione dei propri figli si rendono responsabili delle malformazioni in questione e del successivo aborto dei feti, quando scoperti malformati.

La (vergognosa) maternita’ a pagamento e’ gia’ in Italia

Sara’ pure proibita, ma in Italia la maternita’ surrogata (utero in affitto, gestazione per altri tramite fecondazione eterologa) c’e’ gia’ e non gioca nemmeno a nascondino. E’ a portata di clic e di telefono, ha un listino prezzi dettagliato, e non serve nemmeno più sapere l’inglese. Ci sono organizzazioni che rischiano la galera e si azzardano a organizzare incontri, come ha raccontato la scorsa settimana Avvenire: una clinica ha organizzato una riunione promozionale Milano e due attivisti di Pro vita, fintisi coppia gay alla ricerca di un erede, sono riusciti a partecipare (e poi a raccontare tutto). Ce ne sono però molti altri che restano al riparo di siti Internet in perfetto italiano: sono passati i tempi delle traduzioni automatiche e maccheroniche, la promettente clientela nostrana val bene qualche investimento. Nel trionfo di marketing glocal che caratterizza il settore della caccia al figlio, questi siti offrono pacchetti di prestazioni, offerte e consulenze legali su misura per gli italiani, solitamente con un contatto telefonico fisso, per informazioni o dubbi di natura giuridica, sul nostro territorio nazionale.

I supermercati di neonati più facili da rintracciare via Google sono in Russia, Ucraina e Grecia perchè l’impresa si può organizzare dal divano di casa, ma le cliniche in cui si può farsi fare un bambino, e ancor di più le donne disponibili a farlo, sono sempre all’estero. La clinica ucraina Biotexcom, ad esempio, con un numero di telefono dell’area di Roma, ha il «pacchetto maternità surrogata economy» che per 29.900 euro offre tutti i servizi base, compresi alloggio in una stanza di 20 metri quadri per gli acquirenti e scartoffie legali. Per il pacchetto «standard» da 39.900 euro l’appartamento è più grande e c’è una governante, mentre pesurrogacyr quello Vip da 49.900 euro ci sono anche un autista personale e un pediatra sempre a disposizione (perfetto per aspiranti genitori ansiosi). A Kiev gli italiani possono contare anche su un’altra professionista, Olga Zakharova: interprete riconosciuta e specializzata in traduzioni cliniche, dal 2002 assiste i nostri connazionali nella capitale ucraina «per risolvere problemi della fertilità». Assicurati qualità del servizio ed esito positivo: viste le storiacce di truffe che si sentono, la signora si è specializzata selezionando cliniche, medici e avvocati per dare «una soluzione certa, chiara e senza sorprese». L’intermediaria risponde in italiano anche il sabato, ma in caso di dubbi legali il sito segnala nominativo, contatto email e telefonico di un avvocato con studio in Brianza.

Anche Extraconceptions, con sede a Carlsbad, in California, mette a disposizione l’email di una consulente di lingua italiana e promette nessuna sorpresa. Il fondatore di questa agenzia, Mario Caballero, vanta una lunga esperienza e gira il mondo a incontrare di persona le coppie che cercano un utero in affitto. Queste ricevono molti servizi, compreso il supporto di professionisti in ambito finanziario e assicurativo. VittoriaVita, agenzia ucraina con pagina Facebook e blog in italiano, spiega sul suo sito le difficoltà per chi vuole avere un figlio da maternità surrogata nel nostro Paese e segnala il numero (rosurrogacymano) del proprio agente per l’Italia. Non preoccupatevi del passaggio finale in ambasciata, scrivono: i loro avvocati prepareranno tutte le carte necessarie e poi via, di ritorno in Italia con un bebé. E gli esempi di organizzazioni Italian friendly di questo genere sono innumerevoli: agenzie e cliniche greche, russe e statunitensi attendono aspiranti genitori italiani a braccia aperte. Vigono regole del mercato, e noi evidentemente siamo buoni clienti. ra le pagine in italiano spunta anche un sito informativo, che spiega le principali problematiche mediche e legali della maternità surrogata (che sia un reato in Italia dovrebbe essere la prima problematica), suggerendo ad esempio l’accurata stesura di un contratto preliminare oppure la scelta di Paesi che riconoscano «la genitorialità genetica » e regolino «con chiarezza il passaggio di diritti e doveri dalla portatrice ai genitori biologici». Oltre a una breve bibliografia, in questo sito si consiglia uno studio legale pisano «di riferimento» per queste questioni, cui rimanda anche il formulario per le domande. Perchésurrogacy.
Valentina Fizzotti – Avvenire

Quel silenzio che parla al cuore

vocesottile1Il tormento di una madre per una cicatrice che sembra cosa passata ma che continua a sanguinare nella vita e nelle relazioni di ogni giorno.
La voce sottile è un romanzo sul dramma post aborto. Si avete letto bene, non solo sull’aborto ma su quello che avviene dopo nell’animo di una donna.
Nessun riferimento a precetti religiosi, si parla della Sindrome post aborto (leggi qui) ben conosciuta dal mondo scientifico a di cui nulla si parla sui massmedia, se ne parla con un romanzo che parte dal dolore per arrivare al perdono.

Il nuovo libro di Antonella Perconte Licatese (La voce sottile – editrice YouCanPrint) ci racconta la storia di Anna,  una donna come tante: una vita scandita dai ritmi ordinari del paese in cui abita da sempre, un lavoro di insegnante, un marito, due figli.

Eppure il ricordo indelebile di un aborto compiuto molti anni prima rischia di compromettere per sempre i delicati equilibri familiari e la sua stessa salute. Attraverso un sofferto ma necessario percorso di riconoscimento del volto umano di quel figlio mai venuto alla luce compiuto nella forma di un dialogo straziante e coraggioso, Anna riuscirà a sfuggire alla forza di gravità del male che vorrebbe trascinarla a fondo e a conoscere la potenza redentrice del perdono. Nel racconto della protagonista avviene un’esperienza interiore estrema, in cui il suo cuore di madre e donna ripercorreranno il passato ancora presente ascoltando quella voce sottile che non lascia pace.

Non è un romanzo per sole donne, quasi che l’aborto fosse questione solo femminile, così scriveva Giovanni Paolo II: “A decidere della morte del bambino non ancora nato, accanto alla madre, ci sono spesso altre persone. Anzitutto, può essere colpevole il padre del bambino, non solo quando espressamente spinge la donna all’aborto, ma anche quando indirettamente favorisce tale sua decisione perché la lascia sola di fronte ai problemi della gravidanza:  in tal modo la famiglia viene mortalmente ferita e profanata nella sua natura di comunità di amore e nella sua vocazione ad essere «santuario della vita»”
Ecco, questo libro forse riguarda tutti noi: il dolore dell’aborto morde il cuore di milioni di donne e uomini intorno a noi che hanno bisogno di riconoscere il male per perdonare e perdonarsi e trovare pace come Anna.
Una voce sottile che entra ovunque come la voce di Dio che con dolcezza ci cerca per proporci la conversione e la pace del perdono.
Paolo Botti

Germania, stop all’anonimato dei donatori

Anche in Germania sta per cadere l’anonimato per i donatori di seme. A partire dal 2018, infatti, dovrebbe entrare in vigore una norma che permette ai ragazzi, una volta compiuti 16 anni, di indagare sulle proprie origini e di richiedere ufficialmente il nome del padre biologico. Sarà creato un registro di donatori di sperma e di donne riceventi, istituito in un archivio centrale, cui potranno rivolgersi i figli quando saranno diventati adolescenti. I dati saranno conservati per 110 anni, ma la legge esclude esplicitamente tutti i riconoscimenti giudiziari di paternità che potrebbero in qualche modo implicare un diritto di custodia o di tipo ereditario. In Germania a oggi è vietata la fecondazione eterologa in vitro, mentre è consentita la donazione di seme solo per le inseminazioni in vivo, direttamente nel corpo della donna: con questa tecnica nascono ogni anno circa 1.200 bambini, ma secondo alcuni studi soltanto il 20% verrà a sapere la vera origine.

La legge tedesca, pur differenziandosi da altri Paesi europei (come Belgio e Spagna), segue in qualche modo il modello inglese, che dal 2005 permette di risalire a donatori e donatrici. La fecondazione eterologa è aperta a tutti, coppie eterosessuali sposate o conviventi, donne single o coppie di donne, ma, con lʼabolizione dellʼanonimato, il numero di donazioni è drasticamente crollato. Come riferito recentemente da «Avvenire», in Inghilterra in alcune cliniche è stato proposto ad aspiranti madri di essere sottoposte a trattamenti per la fertilità a prezzo ridotto o in modo gratuito in cambio della cessione di ovociti. Una sorta di baratto che preoccupa.

In Italia continua a mancare una norma specifica. Nel 2014 la Consulta ha sancito lʼincostituzionalità del divieto di eterologa previsto dalla legge 40, ma il vuoto normativo conseguente non è stato sanato. In particolare il diritto del nato a conoscere la propria ascendenza biologica resta insoluto.
Danilo Poggio – Avvenire

Un primo passo è l’abolizione dell’anonimato dei donatori.
Se vuoi aiutare chi è nato da eterologa e vuoi sostenerlo nella ricerca dei suoi genitori biologici o impegnarti per l’abolizione dell’anonimato, contatta gli Amici di Lazzaro.

32. Come mai il porno fa male alle relazioni?

E’ un fatto: giorno dopo giorno, finiremo con il considerare sempre di più la donna o l’uomo come un oggetto di consumo al servizio del nostro piacere. La nostra visione diventera’ parziale; invece di scoprire il nostro fidanzato o il nostro coniuge in tutte le dimensioni della sua personalità – con il suo corpo, la sua mente, il suo cuore, la sua intelligenza, la sua sensibilità… – ridurremo tutto esclusivamente alla ricerca del piacere fisico.

  • Nelle nostre relazioni con gli amici o nell’ambiente di lavoro, il nostro comportamento sarà focalizzato sul sesso, a causa della nostra memoria impregnata di immagini erotiche. I rapporti con gli altri diventeranno ambigui.
    Nella coppia, la pornografia distrugge l’amore – il vero amore, infatti, è dono di sé, ascolto dell’altro, delicatezza, tenerezza, attenzione – e il cuore può diventare cieco, soffocato dalla tristezza e dal disgusto generati dall’erotismo.
  • Il Creatore, però, ha inscritto nel profondo del nostro essere un’aspirazione alla purezza, aspirazione che rimane per sempre in noi, e di cui siamo consapevoli, anche se abbiamo fatto di tutto per nasconderla. E’ possibile ritrovare questa purezza, in qualunque situazione ci troviamo.
  • Innanzi tutto nel perdono di Dio. Poi nella vita di tutti i giorni, con la vigilanza del cuore: è un atteggiamento interiore che consiste nello scartare, con semplicità ma con fermezza, tutto ciò che può offuscare il nostro cuore. È saper distogliere lo sguardo, troncare una fantasticheria, non sfogliare una rivista, non guardare un manifesto pubblicitario,…
  • Di sicuro, a poco a poco, la nostra buona volontà prenderà il sopravvento, e ritroveremo la pace e la gioia del cuore.
Testimonianza

Chiara ed io abbiamo vissuto i primi due anni del nostro matrimonio come una giovane coppia «moderna»: uscite serali, amici, videocassette, cinema…. Volevamo vedere tutto e conoscere tutto. Ed è Così che siamo andati a vedere qualche film erotico.

Ne ridevamo molto rientrando a casa, mascherando Così un certo disagio ed un certo disgusto. Non volevamo lasciarci prendere dal senso di colpa. Di fatto, nei nostri rapporti sessuali, non era più veramente Chiara quella che io vedevo e viceversa. Certe immagini, insidiosamente, si imponevano e di fatto ci allontanavamo l’uno dall’altro.

Poi, una grave situazione familiare ci ha portati ad interrogarci su noi stessi e sulla nostra vita. Abbiamo capito che quelle immagini. conservate nella nostra memoria stavano soffocando il nostro amore. Abbiamo perciò deciso di non andare più a vedere simili proiezioni e, in generale, di non «trangugiare» più tutto quello che capitava sotto mano solo perché «alla moda». Questa decisione ci ha permesso di avere una vita più conforme alle nostre reali aspirazioni.

 Stefano

La potenza della debolezza secondo Jean Vanier

jean-vanier-featuredJean Vanier è uno dei grandi profeti del nostro tempo.
Nato come figlio di un grande politico canadese che fu governatore e ambasciatore, lui stesso è stato un ufficiale di marina, ma la sua vita ha trovato la sua fioritura quando ha cominciato la sua grande opera conosciuta come L’Arche, l’arca.

Nel libro La nostra vita insieme, edito dalla San Paolo, Jean Vanier racconta il cammino meraviglioso che il Signore ha fatto nella sua vita e nella vita della sua comunità. Ciò che distingue il libro è il fatto che non è scritto a tavolino o seguendo un progetto editoriale, ma è – come dice il sottotitolo del libro – Una biografia in forma di corrispondenza. Il volume raccoglie, infatti, oltre ai resoconti ad hoc di Jean Vanier, le lettere che mandava ai suoi fratelli nei decenni della nascita e dello sviluppo della comunità. Così abbiamo un tocco di mano spontaneo dell’opera di Dio in questa comunità e nella vita di quest’uomo.

 

Vediamo l’intuizione iniziale che prende forma nel 1950, quando Jean lascia la Royal Navy con il desiderio profondo di “diventare discepolo di Gesù e di incarnare il messaggio del Vangelo”. Ed è negli anni 60 che farà la prima visita a un centro per persone con deficit intellettivi. Lì rimarrà profondamente colpito perché – come racconta – incontra persone assetate di amicizia che chiedono candidamente e senza filtri, a differenza di chi è “normale”: “Mi vuoi bene? Vuoi essere mio amico? Tornerai a trovarmi?”. Jean trova nella fiducia in Gesù, e nel fatto che Dio è vicino a coloro che sono deboli e vulnerabili, la luce necessaria per capire che questi sono prediletti di Dio e l’energia necessaria per correre il rischio di intraprendere questa nuova avventura accanto ai disabili mentali, senza avere un progetto predisposto.

Secondo Jean Vanier, l’atteggiamento verso le persone con deficit mentale può attraversare cinque fasi distinte: la prima è una reazione di paura di fronte a ciò che è “anormale” e respingerlo con una violenza interna che si trasforma in violenza esterna a volte (come nel caso di Hitler).

 

La seconda fase è più diffusa: si riconosce che le persone portatrici di handicap sono esseri umani, ma sono poveracci di cui si devono occupare solo grandi istituzioni specialistiche.

La terza fase esige che impariamo a conoscere le persone disabili, capire i loro bisogni e aiutarle in maniera competente. È un atteggiamento che le aiuta a sentirsi accettate e a crescere. Essi non sono oggetto della nostra pietà, meritano il nostro rispetto.

La quarta fase, Vanier la descrive così: è la fase “in cui ci si meraviglia e si ringrazia: avvicinandosi alle persone disabili ed entrando in autentiche relazioni con esse, scopriamo che ci trasformano. Ci aiutano a lasciare da parte il desiderio di successo personale e di potere, e a seguire il desiderio di stare insieme ai più deboli, per aiutarli semplicemente a essere ciò che sono, sapendo che riceviamo da loro altrettanto o perfino più di quanto noi doniamo”.

 

Nella quinta fase, nelle persone scorgiamo il volto di Dio. La loro presenza è segno del Dio che ha scelto “ciò che è insensato per confondere il forte, l’orgoglioso e chi si crede saggio in questo mondo”. Quelli che consideriamo deboli, sono quelli che all’occhio di Dio valgono di più, essi “sono i più potenti tra noi, perché possono avvicinarci a Dio. Ribaltano il nostro mondo!”. Questa fase è la missione dell’Arca che non si accontenta di aiutare le dimensioni fisiche o psichiche ma anche di nutrire lo spirito.

Di Robert Cheaib

 

 

 

I malati di Sla compatti: siamo contro l’eutanasia

arisla_foto_mariomelazzini-massimomauro_24Una delle sfide più impegnative che Aisla (associazione di malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica -SLA) è chiamata ad affrontare ogni giorno è, certamente, il costante confronto con una malattia rara al momento considerata inguaribile e dalle cause ignote. La nostra missione è quella di supportare le persone con Sla e i loro familiari con l’obiettivo di ottenere la miglior qualità di vita possibile, promuovendone la tutela, l’assistenza e la cura.

Se gli interrogativi in merito ad una terapia efficace per la Sla sono, purtroppo, rimasti ancora insoluti a quasi 150 anni dalla sua prima definizione, avvenuta nel 1869 da parte del neurologo francese Jean-Martin Charcot, per contro è innegabile che – anche solo rispetto ad un ventennio fa – i tempi e la società siano oggettivamente cambiati.

Oggi le informazioni “girano” in maggior quantità e molto più velocemente. Le nuove tecnologie ci consentono di accedere, in modo praticamente istantaneo, ad ogni sorta di contenuto e di interagire con persone ubicate in tutto il mondo. Anche questo ha certamente contribuito ad alimentare una maggiore consapevolezza nei confronti della malattia e delle problematiche ad essa connesse. La nostra comunità non accetta più di essere mera spettatrice di una patologia che sembra insensibile a qualunque sforzo e che, giorno dopo giorno, ti toglie un pezzo di vita.

Dobbiamo anche tener conto che l’offerta terapeutica attualmente disponibile per patologie così gravemente e rapidamente disabilitanti è praticamente nulla. La conoscenza dei fattori scatenanti, nonché predisponenti, non ha ancora permesso, sfortunatamente, di chiarire in maniera precisa perché ad un certo punto una persona apparentemente sana inizi a soffrire di una patologia che in modo bieco e disumano la condannerà ad un percorso al momento inesorabile.

Ed è proprio in questa complessità che risiede la nostra sfida quotidiana ed il motivo per cui sentiamo fermo il dovere di non eludere questioni, certamente complesse e spinose, ma indiscutibilmente legate alla qualità di vita e alla dignità di ogni persona che, suo malgrado, si trova costretta a convivere con la Sla.

La nostra priorità assoluta è che ognuna delle circa 6.000 persone della nostra comunità italiana si senta pienamente rappresentata da Aisla e dal suo operato. Siamo consci che è per nulla facile approcciare e formalizzare con l’adeguata attenzione tematiche di tale portata, ma vogliamo compiere uno sforzo per andare al di là e porci al di sopra di qualsiasi tipo di possibile strumentalizzazione o critica.

Una premessa fondamentale: Aisla si è finora sempre espressa senza equivoci di sorta contro l’eutanasia e continuerà a farlo, nella convinzione che in un Paese che voglia ritenersi civile il diritto alla vita di ciascun cittadino debba rimanere inalienabile in qualsiasi condizione fisica egli venga a trovarsi, insieme con la possibilità di essere sostenuto e preso in carico con il suo nucleo familiare. La questione di fondo riguarda, piuttosto, la libertà delle scelte della persona malata rispetto al fatto di accettare o meno ai trattamenti che la scienza oggi – con tutti i suoi oggettivi limiti – riesce a mettere a disposizione.

Tutta la popolazione colpita da Sla è estremamente fragile, ancor più se in fase avanzata e presenta bisogni assistenziali indubbiamente complessi. Sin dal momento della diagnosi, ci troviamo di fronte ad un percorso drammatico. Le prime reazioni sono di disorientamento, paura, disperazione. Durante l’evoluzione della malattia abbiamo bisogno di essere seguiti da una equipe sanitaria multidisciplinare che ci accompagni e ci guidi nella perdita graduale delle funzioni. Abbiamo bisogno di una assistenza personale sempre crescente per tutte le azioni della vita quotidiana, fino ad arrivare al bisogno di un’ assistenza di 24 ore al giorno. Per tali ragioni, dunque, è necessaria una presa in carico globale, nell’immediato e per tutto il decorso della malattia.

Partendo dalla considerazione che la SLA, sebbene inguaribile, possa essere curabile, in una logica di To care, not to cure, Aisla ritiene pertanto che la priorità assoluta sia quella di colmare la grossa lacuna assistenziale, con l’istituzione di un network assistenziale specifico volto a migliorare, quanto più possibile, la qualità della vita.

Il dilemma della qualità di vita nella Sla comincia dalla sua definizione. Aisla ha scelto di seguire quella fornita dal prof. Ciaran O’Boyle di Dublino che ha detto: “La qualità della vita è qualsiasi cosa il paziente definisce come tale”.

Secondo alcuni studi, il dominio della qualità della vita menzionato più di frequente dai pazienti è stato “la famiglia” (100%), gli aspetti relativi alla salute, invece, sono stati percepiti come rilevanti in circa la metà dei casi. Analogamente, recenti studi hanno indicato che la qualità della vita nella Sla dipende da fattori diversi dalla forza e da funzioni fisiche con un particolare rilievo per le questioni esistenziali e spirituali.

Anche dal mondo scientifico arrivano quindi conferme del fatto che la dignità del malato stia innanzitutto nell’occhio del curante, per citare una felice espressione utilizzata dal dottor Marco Maltoni nel suo libro “La morte dell’eutanasia” scritto insieme al neonatologo Carlo Belliéni. Assume dunque un peso specifico fondamentale l’approccio che proprio i curanti hanno nei confronti dei pazienti. Per i pazienti, infatti, c’è una sostanziale differenza tra l’essere identificati con la patologia e il vedere, invece, emergere pienamente il proprio “essere”, la propria umanità, il tesoro di sentimenti, emozioni, pensieri, interessi, il ruolo che ognuno di noi ha nella propria vita familiare, professionale e sociale.

Per tutti questi motivi abbiamo voluto iniziare a percorrere una strada, certamente non semplice, partendo proprio dagli stessi medici: sono loro che si prendono cura del paziente e della sua famiglia durante tutto il percorso di malattia. E’ una presa di coscienza decisiva che non può che partire dagli esperti della Commissione Medico Scientifica che Aisla ha istituito nel 2011 con il principale obiettivo di garantire una corretta informazione sulla Sla, sulle problematiche ad essa connesse e sulle possibilità di cura ed assistenza esistenti, oltre che per promuovere l’aggiornamento in ambito del miglioramento degli stessi aspetti assistenziali.

Pertanto, al termine di un percorso che ha coinvolto i medici della Commissione – con le loro varie professionalità e sensibilità – in un confronto tanto impegnativo quanto stimolante, siamo orgogliosi di poter presentare il primo “Documento di Consenso” di Aisla. I suoi contenuti sono stati oggetto di discussione in seno alla comunità delle persone con Sla e dei loro familiari. Sono persone con una incredibile voglia di vivere e che tentano con forza di opporsi alla potenza devastante di questa malattia perché, se è vero che la vita è bene prezioso per tutti noi “sani”, lo è ancor di più per le persone che si trovano ad affrontare terribili malattie come la Sla.

Tutte le persone con Sla che ho conosciuto non chiedono di morire ma chiedono con forza di scegliere come vivere.

Massimo Mauro

Presidente Nazionale Aisla Onlus

Nostra figlia con sindrome di Down: una spirale di amore

Era il 21 novembre 2012, il giorno della Madonna della salute, festa a me cara. Ero molto felice: nel mio grembo si stava formando una nuova vita, la nostra famiglia sarebbe cresciuta!

Sono andata a fare l’ecografia del terzo mese con il cuore in festa, serena, tranquilla. Ma il viso della dottoressa che mi percorreva la pancia con la sonda ecografica mi ha spaventata: lei era tesa, preoccupata. Mi ha detto che qualcosa non andava, che appariva un’immagine anomala che poteva associarsi a molte patologie, anche gravi….

Ho subito chiamato mio marito, che è corso veloce da me, e, con la sua mano stretta alla mia, abbiamo ripetuto nuovamente l’ecografia all’ospedale, dove hanno confermato l’evidenza di una gravidanza con problemi.

Non è facile tradurre a parole le emozioni che si provano in simili circostanze…. gelo, paura, angoscia, totale smarrimento. Ma eravamo assieme, mio marito e io.

Ci siamo tenuti stretti le mani e uniti i cuori. E siamo andati avanti.

Ci siamo sottoposti alle indagini suggerite dai medici. L’attesa dei risultati è stata particolarmente dolorosa, perché non sapevamo a cosa andavamo incontro.

Ricordiamo con tenerezza il momento in cui ci hanno comunicato la diagnosi.

La dottoressa era molto dispiaciuta nel comunicarci che la nostra bambina aveva la Sindrome di Down, ma ricordo che noi, usciti in corridoio, ci siamo abbracciati stretti e ci siamo sentiti fortunati che avesse ‘solo’ la sindrome di Down.

Ci sono famiglie che affrontanocon coraggio disabilità ben più gravi. Anoi veniva chiesto di accogliere lei e ci siamo sentiti di dire “Sì”.

A rafforzare questo “Sì” sono stati i nostri figli…

E’ stato commovente il momento in cui li abbiamo radunati attorno al tavolo e abbiamo spiegato che la loro sorellina sarebbe stata diversa, che avrebbe imparato tantecose, ma più lentamente.

Hanno fatto a gara nell’immaginare cosa ognuno di loro le avrebbe insegnato! Che dono grande hanno i bambini!

Attraverso i loro occhi si può guardare senza paura la realtà…

Con il passare dei giorni, tuttavia, in me, mamma, hanno cominciato ad alternarsi momenti di fiducia e momenti di sconforto, di inadeguatezza, di paura. Sono giunta a pensare se sarei stata capace di volerle bene, se avrei avuto il coraggio di passeggiare con lei lungo i corridoi dell’ospedale, se mi sarebbe piaciuto il suo visino diverso…

Mi chiedevo cosa sarebbe stata in grado di fare, che vita avrebbe avuto…

Pensieri scomodi da vivere e da riportare.

Nostra figlia è nata un po’ prima del previsto.

Nel suo visino così piccolo, i segni della sua diversità a suscitare una tenerezza infinita in noi e nel personale medico che ci ha assistiti…

Ancora una volta a darci la carica sono stati i nostri figli. Sono arrivati in camera correndo, se la sono contesa, ripetevano: “Mamma, è bellissima”, “Mamma, com’è bella!”. L’hanno portata a turno in giro per i corridoi, tutti fieri. Le persone che ci vogliono bene, i nostri amici, la nostra comunità, hanno accolto la nostra bimba con tanto affetto. Diciamo sempre che la sua nascita ha innescato una spirale d’amore, perché ci ha fatto sentire tanto amati. Ora la nostra piccola sta crescendo, sta imparando a fare tante piccole cose, lentamente, con i suoi tempi. Quando la vediamo fare qualcosa di nuovo, è una festa! Con lei ogni piccolo traguardo sembra avere più valore, perché frutto di più fatica…

Una sera di qualche mese fa, osservavo la nebbia che ricopriva la pianura, mentre in collina splendeva la luna e il cielo era punteggiato di stelle. Ho pensato che in situazioni difficili della vita ci sentiamo smarriti, come se brancolassimo nella nebbia, e non pensiamo che solo qualche metro più su ci sono le stelle e la luna e il sereno… Basta fidarsi, basta guardare un po’ in su e avere fede.

Fonte: vitanascente.blogspot.it

Tristezza… In Belgio anche i bambini possono richiedere l’eutanasia (senza consenso dei genitori)

tenderness-1La legge e’ stata approvata dal partito socialista. Anche chi ha Alzheimer o soffre di demenza puo’ accedere alla “dolce morte”.

La nuova legge sull’eutanasia, estende anche ai bambini, ai malati di Alzheimer e ai malati di demenza la possibilità di richiedere l’eutanasia.

MORTI QUINTUPLICATI IN 10 ANNI. Il Belgio è stato il secondo paese nel mondo a legalizzare l’eutanasia dopo l’Olanda. La legge è stata approvata nel 2002 e quest’anno ricorre il decimo anniversario. Come riportato da tempi.it, secondo lo studio dell’Istituto europeo di bioetica, l’eutanasia in Belgio è completamente fuori controllo, le morti ufficiali sono quintuplicate passando dalle 235 del 2003 alle 1.133 del 2011 all’anno, mentre si calcola che solo nelle Fiandre il 47 per cento delle vittime per eutanasia non sia riportato e il 32 per cento non avesse richiesto di morire. Il rapporto mostra anche come le violazioni della legge sull’eutanasia siano continue e la commissione che dovrebbe supervisionare si è dichiarata «impotente» a svolgere questo compito: «Eravamo coscienti di potere svolgere il nostro lavoro in modo limitato. È abbastanza evidente che il successo della nostra missione dipende dalla volontà dei medici di rispettare o no la legge». Dal 2003, come prevedibile, nessun medico si è mai autodenunciato per avere commesso irregolarità.

LEGGE SEMPRE PIÙ COMPRENSIVA. La legge approvata nel 2002 era molto rigida per quanto riguarda i criteri da soddisfare per accedere all’eutanasia. Negli anni, molti di questi sono caduti: in teoria solo chi soffre di una malattia al suo stadio finale, che porterà sicuramente alla morte nel breve termine, può richiedere l’eutanasia (leggi un articolo simile qui). Di fatto, ora anche per malattie non incurabili si può ottenere la “dolce morte” e il criterio di “sofferenza insopportabile” è stato dichiarato soggettivo. Non è più necessario neanche presentare una richiesta scritta.

EUTANASIA PER BAMBINI. Il caso del Belgio dimostra che una volta che si accetta il principio che un uomo può essere ucciso in determinate condizioni, quelle condizioni tendono a diventare sempre di più. Così, anche i bambini possono richiedere l’eutanasia senza necessitare del consenso dei genitori.

A noi pare incredibile e inumano. (ndr)

Diritto alla vita, procreazione medicalmente assistita, embrione: problemi e interrogativi

A pro-life campaigner holds up a model of a 12-week-old embryo during a protest outside the Marie Stopes clinic in Belfast October 18, 2012. The first private clinic offering abortions opened in Northern Ireland on Thursday, making access to abortion much easier for women in both Northern Ireland and the Republic of Ireland. REUTERS/Cathal McNaughton (NORTHERN IRELAND - Tags: HEALTH SOCIETY RELIGION)

Diritto alla vita: quale riconoscimento

Il diritto alla vita e’ il presupposto fondamentale su cui si innestano tutti gli altri diritti della persona umana. Ciò è talmente evidente e logico che nella Costituzione della Repubblica italiana non esiste una norma che lo preveda espressamente. La Costituzione, infatti, elenca un notevole numero di diritti (il diritto alla libertà personale, alla inviolabilità del domicilio, alla segretezza della corrispondenza; il diritto di circolare liberamente; il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi; il diritto di associarsi liberamente, il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa; il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, il diritto di agire in giudizio, il diritto di votare, ecc.), ma nulla dice espressamente sul diritto alla vita. È, tuttavia, indiscutibile che tutelare quegli altri diritti costituisce un implicito riconoscimento del diritto alla vita, che è la base di ogni altro diritto. Tant’è vero che l’art. 27 ult. comma della Costituzione dispone che non è ammessa la pena di morte. Inoltre nella legislazione italiana ordinaria (cioè non di rango costituzionale) esistono norme che tutelano specificamente il diritto alla vita e alla sua integrità: il codice penale, nell’art. 575, punisce gravemente il delitto di omicidio (cioè l’uccisione di un uomo: intesa qui l’espressione “uomo” nel senso generico di “persona umana”, uomo o donna che sia) e punisce altresì, nell’art. 580, il reato di istigazione o aiuto al suicidio;  e il codice civile, nell’art. 5, vieta gli atti di disposizione del proprio corpo  che cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica.
Se si esamina poi il diritto internazionale si incontrano due documenti importantissimi che fanno esplicito riferimento al “diritto alla vita”: l’art. 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata a New York il 10 dicembre 1948 (“Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”), e l’art. 6 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, approvato a New York il 16 dicembre 1966 (“Il diritto alla vita è inerente alla persona umana. Questo diritto deve essere protetto dalla legge. Nessuno può essere arbitrariamente privato della vita”).
Il concetto di “persona” e la legge 40
Ma le norme giuridiche nulla dicono sul concetto di “persona” e sul momento in cui il frutto del concepimento diventa “persona”. L’art. 1 del codice civile dispone che “la capacità giuridica si acquista dal momento della nascita” e che “i diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita”. Ciò significa che il concepito può essere titolare di diritti, sia pur condizionati dalla nascita: e ciò anche se, trent’anni fa, la Corte costituzionale, pur riconoscendo che la tutela del concepito ha fondamento costituzionale, ha affermato che l’embrione “persona deve ancora diventare” (sentenza n. 27/1975).
Da ciò le animate discussioni che hanno preceduto e accompagnato l’emanazione della legge n.40/2004 relativa alla procreazione medicalmente assistita (PMA) e l’appassionato dibattito che i referendum su tale legge hanno innescato.
La PMA è, in sostanza, la fecondazione artificiale, che la predetta legge ammette solo al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana. La legge si preoccupa che in tale operazione vengano assicurati i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito: da ciò il divieto della creazione di embrioni in numero superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto (e comunque in numero superiore a tre); il divieto della crioconservazione e della soppressione di embrioni; il divieto della fecondazione eterologa, che priverebbe il concepito della possibilità di conoscere, a suo tempo, uno dei propri genitori; il divieto della clonazione.
Le cellule staminali

I referendum tesero a cancellare questi limiti e a consentire la più ampia libertà di azione e di sperimentazione in questa materia: il che riporterebbe la materia stessa a quella totale assenza di regole (comunemente definita come una sorta di “Far West”) che esisteva prima della emanazione della legge n. 40/2004. La motivazione con cui i referendum sono stati presentati fa appello alla salute della donna, alla sua autodeterminazione, alla possibilità di incrementare in modo risolutivo – attraverso la utilizzazione delle cellule staminali degli embrioni – la cura e il superamento di malattie gravissime come il morbo di Alzheimer o quello di Parkinson, le sclerosi, il diabete, le cardiopatie, i tumori.
Certo, le cellule staminali sono cellule che hanno la proprietà di dare origine ad altre cellule altamente differenziate (nervose, muscolari, ematiche, ecc.) e quindi hanno (attraverso complessi processi biologici) la possibilità di risanare, con cellule nuove e sane, organi umani devastati dalla malattia. Ma ciò che spesso viene taciuto dai sostenitori del referendum è che le cellule staminali ricavabili dagli embrioni sono, sì, totipotenti, ma sono ancora ben lontane dall’offrire risultati sicuri, perché dette cellule staminali possono anche dare origine a tumori, onde gli studiosi prevedono lunghi anni di studi prima di giungere a risultati soddisfacenti: mentre invece sono immediatamente e felicemente utilizzabili le cellule staminali ricavabili dai cordoni ombelicali e dagli adulti (invero si è scoperto che anche gli adulti sono portatori di cellule staminali e che anche tali cellule sono suscettibili di diventare totipotenti). È quindi scorretto presentare l’impiego delle cellule staminali embrionali come rimedio già disponibile per la cura delle predette malattie, e tacere circa la immediata utilizzabilità, ai fini di quella cura, delle cellule staminali ricavate dai cordoni ombelicali e dagli adulti. A ciò si aggiunga che un eminente studioso della materia, il prof. Bruno Dallapiccola, docente di genetica medica all’Università “La Sapienza” di Roma, ha riferito che in un recente congresso svoltosi in Germania un gruppo di ricercatori viennesi ha comunicato di aver accertato l’esistenza di cellule staminali pluripotenti nel liquido amniotico materno al termine della gravidanza: altra formidabile risorsa alternativa all’utilizzazione dell’embrione per la cura delle gravissime malattie sopra elencate.
Quanto poi alla autodeterminazione e alla salute della donna, deve osservarsi che non esiste un diritto ad aver un figlio ad ogni costo (nel “Far West” abbiamo visto anziane donne, in età da nonna, diventare madri: con quali danni per il figlio è facile immaginare) e che la presenza di un figlio non può e non deve essere ideata e usata come strumento in funzione della salute di un aspirante-genitore.

L’embrione: non una cosa qualsiasi (approfondisci qui)

Il problema del trattamento degli embrioni è un problema drammatico. Si potrà discutere quanto si vuole circa il momento in cui un individuo diventa “persona”. Ma è un fatto incontestabile, risultante dalla scienza, che nel momento in cui si verifica la fusione del gamete maschile (spermatozoo) con il gamete femminile (ovulo), si forma lo zigote (parola che deriva dal greco “zugòn”, che vuol dire “giogo”, “unione”). Esso è una cellula diversa da ciascuna delle cellule originarie, nonché diversa dalla somma  di entrambe. È una entità biologica nuova. Da quel momento tale entità biologica si sviluppa gradualmente, senza salti qualitativi, in un continuum che non è scindibile: essa possiede già il suo completo patrimonio genetico, che la rende unica e insostituibile e che contiene in germe tutti gli elementi che caratterizzeranno il nuovo essere umano, portatore di una “fisionomia” (esteriore e interiore) inconfondibile. In sostanza: in quel patrimonio genetico (comunemente indicato con la sigla DNA) è inscritto un vero e proprio “progetto”, ben preciso e finalizzato, che già contiene, in potenza, l’essere umano progettato.

Dunque, anche a chi ritenga che l’embrione non possa ancora considerarsi persona, appare evidente che esso non può considerarsi una cosa qualsiasi, oggetto di arbitrarie manipolazioni.

Il Terzo venuto

Certo, è un grande mistero, sul quale il progresso della scienza farà gradualmente luce. Ma fin da oggi siamo in grado di cogliere l’unità di quello sviluppo e di ricavarne delle conseguenze logiche. Oggi io non esisterei se qualcuno avesse distrutto il mio embrione: questa è una certezza indiscutibile. Di fronte a questa certezza, come si può distruggere un embrione senza pensare che si distrugge la premessa di un essere umano unico e irripetibile? Basterebbe il dubbio per dissuadere da un’azione simile.

Io ho esercitato le funzioni di giudice per 43 anni della mia vita; e, come tutti i giudici, nei processi penali ho sempre ispirato le mie decisioni al principio “in dubio pro reo” (“nel dubbio sulla colpevolezza dell’imputato, occorre decidere in senso favorevole all’imputato stesso”). Ora, quand’anche dubitassi che l’embrione non sia ancora un essere umano, il fatto solo che distruggere l’embrione comporta la eliminazione di un futuro essere umano (del quale l’embrione già possiede, in nuce, TUTTE le caratteristiche) dovrebbe trattenermi da quella distruzione; e ciò anche a prescindere dal dibattito su persona o non-persona.

Con vivo apprezzamento ho letto recentemente su La Stampa dell’8 marzo scorso un articolo di Barbara Spinelli che parla del “Terzo venuto” (l’ovulo fecondato). Ricorda che esso non appartiene nè alla madre nè al padre nè al potere scientifico; che ha già un attributo della soggettività giuridica (l’inalienabilità) ed ha una sua radicale alterità. Di fronte a ciò, la Spinelli osserva: “Il Terzo Venuto è talmente un mistero, a giudicare da quel che la scienza stessa ammette, che perfino il primo articolo del codice civile appare obsoleto… La domanda su come comportarsi eticamente di fronte al mistero esula dalla biologia e dalla scienza, ma non dall’individuale coscienza di cittadini e politici, ai quali vien chiesto di pronunciarsi non solo sull’essere ma anche sul dover essere”. E più avanti, citando gli onesti dubbi di un teologo moralista, riferisce: “Non so se l’embrione abbia un’anima, ma di certo gli scienziati sospettano l’esistenza d’una persona potenziale… In questo dubbio viviamo, e aggirarlo non ci è permesso. ‘Nel dubbio’ meglio considerare l’embrione come se fosse una persona e non ucciderlo. Difficile esser contrari: fra 50 anni sapremo forse che il dubbio aveva ragion d’essere e si proverà rimorso o dolore, per la facilità con cui si son fatti esperimenti e manipolazioni”. Questa posizione coincide in modo impressionante con ciò che ho detto a proposito del principio “in dubio pro reo”. E mi pare che riveli una profonda sensibilità umana, che ha il coraggio di riconoscere la dimensione del mistero e di rifiutare aridi ragionamenti formalistici.

 

Barbara Spinelli è una scrittrice “laica” valente ed obiettiva: la sua presa di posizione mi pare tanto più apprezzabile di fronte all’enorme battage pubblicitario che il mondo “laico” sta conducendo a favore del “sì” nei quattro referendum che si svolgeranno prossimamente. È chiaro, infatti, che la Spinelli è orientata verso il votare “no” alla richiesta referendaria di abrogazione di alcune parti sostanziali della legge n. 40/2004. E il votare “no” non esclude, ovviamente, che la legge (la quale è tutt’altro che perfetta) sia migliorabile e che pertanto alcune sue disposizioni possano essere in futuro riformate dal Parlamento. Ma altro è un lavoro di riforma portato avanti attraverso il dibattito e il confronto delle idee, e altro è amputare dal corpo della legge alcune frasi essenziali, tagliandole via con la scure del referendum.

(da “Nuovo Progetto”, aprile 2005, pp 8-11)

Malati di tumore: 40 mila. Richieste di morire: 4

Le necessità dei malati di tumore non passano per l’eutanasia. Non solo, le testimonianze dei medici che lavorano sul campo confermano che le (rarissime) richieste di qualche paziente di anticipare la fine della propria vita discendono per lo più dal dolore, dall’angoscia per il futuro, e dalla paura di essere un peso per la propria famiglia. E dagli stati depressivi cui i malati oncologici possono andare incontro.

A giustificare il ricorso all’eutanasia è la distinzione di diverse categorie: accanto alla persona agente morale, vi sono bambini, chi non può relazionare, i dementi e gli individui in stato vegetativo che invece potrebbero essere eliminati.

Nonostante campagne mediatiche talora cerchino di dimostrare il contrario, nella prassi l’eutanasia tra i malati oncologici in Italia non è percepita come un’esigenza: «In 25 anni, su 40mila pazienti oncologici seguiti nel nostro ospedale, solo in quattro ci hanno chiesto l’eutanasia» ha riferito Carla Ripamonti, oncologa dell’Istituto dei tumori. Precisando che «in tre hanno cambiato idea dopo siamo riusciti a togliere loro il dolore». Una tendenza che si riscontra anche nelle indagini: se il 60,2 per cento di un campione di 988 malati terminali (studio pubblicato nel 2000 sul «Journal of the American medical association») considera possibile l’eutanasia in una situazione ipotetica, solo il 10,6 per cento la vede applicabile a sé. In più i pazienti che si sentivano stimati pensavano meno all’eutanasia (e al suicidio assistito) rispetto a coloro che avevano sintomi depressivi, che avevano più bisogno di assistenza e più dolore. Ma significativo, nella stessa indagine, anche il dato del cambiamento nel tempo dell’opinione del paziente: «Circa la metà dei pazienti inizialmente interessati a eutanasia e suicidio assistito ha cambiato idea». Inoltre il 3,5% dei pazienti e il 7,2% dei familiari temevano che qualcuno praticasse l’eutanasia a loro insaputa. E uno studio di Chochinov (sull’American Journal of Psychiatry nel 1995) mostrava che «il desiderio di morire cambia nel tempo, spesso si riduce ed è strettamente associato alla depressione clinica, una condizione potenzialmente trattabile». I «sani» temono il dolore fisico, ha puntualizzato la dottoressa Ripamonti, mentre nei pazienti pesano molto di più i problemi psicologici, la depressione e il non sentirsi amati, e la paura di essere di peso.

Per indicare i pericoli che sono presenti nella legalizzazione dell’eutanasia, Augusto Caraceni, direttore della Struttura complessa di Cure palliative dell’Istituto dei tumori, ha presentato il documento stilato dalla commissione etica della Società europea di cure palliative: «Pressioni sulle persone vulnerabili, scarso sviluppo delle cure palliative, conflitti tra requisiti legali e valori personali e professionali, ampliamento dei criteri clinici, aumento delle uccisioni medicalizzate non volontarie e che l’omicidio divenga una pratica sociale accettata». E passando ai casi concreti, Zbigniew Zylicz, direttore di un hospice in Gran Bretagna dopo avere lavorato per molti anni in Olanda, avendo visto molti pazienti andare incontro all’eutanasia, ha presentato ragioni pragmatiche per opporsi: «La prognosi è spesso incerta, e i pazienti possono vivere spesso molto più di quanto in origine stimato. Inoltre le persone cambiano frequentemente opinione e infine il dolore intrattabile è difficile da definire».

 

Il magistrato Giuseppe Anzani ha spiegato come gli articoli del codice penale condannano in modo chiaro l’omicidio del consenziente e l’istigazione al suicidio. E quanto ai disegni di legge in discussione al Senato sulle direttive anticipate (che talora includono forme di eutanasia), Anzani ha richiamato il fatto che la Costituzione non si basa sul rispetto della libertà individuale, ma sul riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo, tra cui quello alla vita. «Il diritto a morire (che non esiste) – ha aggiunto Anzani – postula che qualcuno vi si impieghi, corrisponderebbe al dovere di un altro a uccidere. Questo esclude che possa avere cittadinanza nel nostro ordinamento».

di Enrico Negrotti

 

Io, concepita in provetta, combatto per dire quanto e’ dura nascere così

andrey-kermalvezencchristophe_guinelAccorgersi quasi inconsciamente che c’e’ qualcosa che non va fin da quando si e’ piccoli e scoprire che non e’ vero che nascere in laboratorio da una persona diversa da quella che ti ha cresciuto e’ indolore. Arrabbiarsi e poi realizzare che la responsabilità non è solo dei propri genitori, ma di tutto il sistema. Soffrire e poi reagire e cercare di combatterlo. È questa la storia che ha portato Audrey Kermalvezen (nelle foto), avvocato francese di 33 anni, a diventare una delle paladine della lotta contro la fecondazione eterologa e l’anonimato dei cosiddetti “donatori” di gameti.

NATA IN PROVETTA. Infatti, spiega a tempi.it Kermalvezen, membro dell’associazione Procréation médicalement anonyme (Procreazione medicalmente anonima), «siamo qui a testimoniare quanto sia difficile essere stati generati così e non tanto a combattere per scoprire le nostre origini». L’avvocato usa il plurale perché la sua vicenda è cominciata quando era già sposata con un uomo concepito in provetta come lei, che però sapeva fin da bambino di essere nato tramite la fecondazione eterologa. Un caso? «Beh – continua l’avvocato – quando ero piccola non sapevo nulla, eppure sognavo sempre un uomo che arrivava e mi portava via. Poi chiedevo continuamente ai miei genitori se mi avevano adottata. All’età di 23 anni scelsi di specializzarmi in diritto bioetico, pur non sapendo ancora nulla della mia storia». Insomma, tutto attirava Kermalvezen verso il mondo della provetta.

LA RIVELAZIONE. Poi nel 2009, compiuti 29 anni, i genitori della ragazza decisero di rivelare a lei e al fratello, allora 32enne, che entrambi erano stati concepiti in laboratorio con lo sperma di uno sconosciuto. «Mio fratello si sentì sollevato», perché era sempre stato certo che nella sua esistenza e in quella della sua famiglia «ci fosse qualcosa che non andava». La reazione di Kermalvezen invece fu «la rabbia contro i miei genitori per il fatto di averci mentito», anche se «poi compresi che non erano solo loro i responsabili del segreto, ma anche i dottori che avevano creato tutte le condizioni per mantenerlo, scegliendo un donatore che assomigliava a mio padre e dicendo a lui e a mia madre di non rivelarci nulla».

«LA NOSTRA PAURA». Ma il dolore per l’avvocato è stato doppio dato che «con mio marito condivido una paura: quella di essere nati dallo stesso genitore». Ragione per cui «mio marito è molto implicato nella battaglia per l’accesso alle sue origini. Lui e le sue due sorelle sapevano da sempre di essere stati concepiti da un donatore di sperma ma erano pure sicuri che i loro genitori avrebbero dato loro le informazioni sull’identità paterna una volta compiuti i 18 anni. Ma così non è stato: non erano in possesso di alcuna notizia a riguardo».

«SI RIFIUTANO DI RISPONDERMI». Il problema non è tanto l’abolizione della norma francese che dal 1994 stabilisce l’obbligo dell’anonimato per il donatore, «perché io sono stata concepita nel 1979. Pertanto è mio diritto che contattino il “donatore” e gli chiedano se vuole rimanere anonimo o no. Se dirà che non vuole rivelarmi la sua identità, rispetterò la decisione». Su una cosa, però, Kermalvezen non transige: «La legge protegge solo l’identità, ma la giustizia francese stabilisce che non si possa nascondere se mio fratello o mio marito e io siamo stati concepiti o meno tramite lo sperma dello stesso uomo. Invece, si rifiutano di rispondermi».

«NON C’È RIMEDIO». Kermalvezen ha raccontato la sua storia nel libro Mes origines, une affaire d’Etat (Max Milo), uscito nel 2014. Purtroppo è difficile per un figlio della provetta rivendicare un diritto quando la legge, permettendo la fecondazione assistita, mette comunque il diritto del concepito in secondo piano rispetto a quello dell’adulto. «Questo è il problema per cui non ci rispondono», conclude. «Ecco perché noi non siamo qui innanzitutto per conoscere le nostre origini, ma per testimoniare quanto sia dura nascere così». Perché a tutta questa sofferenza «non c’è alcun rimedio».
da: www.tempi.it

150 fratelli e non conoscerli, l’eterologa e’ contro l’uomo

Cynthia Daily (Usa), dopo aver concepito sette anni fa un figlio grazie alla fecondazione eterologa (clicca qui per sapere cos’è), decise di rintracciare i fratelli del pargolo e istituì una sorta di anagrafe “familiare” on line. Al suo bambino – pensava – avrebbe fatto piacere conoscere i suoi fratellastri; avrebbe, così, fatto parte di una moderna famiglia allargata. Non così allargata, però. Scoprì, infatti, che aveva 150 fratelli. Tutti originati dal seme di un unico donatore. Un imprevisto? Per niente. «Fin da quando, 33 anni fa, nacque la prima bambina in provetta, Luise Brown, si conoscevano perfettamente tutti i rischi ai quali si andava incontro. Tra i quali l’aver un numero immane di parenti biologici non è neanche il maggiore», spiega a ilSussidiario.net Assuntina Morresi, membro del Comitato nazionale di bioetica. Tra i rischi che la comunità scientifica ha individuato, quello di diffondere tra la popolazione malattie genetiche rare. Il fatto, poi, che un po’ ovunque stiano nascendo in rete gruppi del genere, è segno che l’eterologa ha profondi riflessi su piano esistenziale.

«Per stabilire la propria identità – dice Morresi – non è sufficiente guardarsi allo specchio. Ce ne accorgiamo nei casi di adozione o affidamento, in cui i bambini sono sempre alla ricerca delle loro radici. Il che non significa certo un rifiuto della famiglia in cui si sono trovati. Ma sapere da dove si viene è una insopprimibile necessità della persona». Lo dimostrano i fatti: «Inizialmente – continua Morresi -, in tutti i paesi, chi cedeva i gameti non era rintracciabile. Il che ha scatenato una serie di cause legali vinte da chi voleva conoscere la propria identità. Per cui, a partire dalla Svezia, in molte Nazioni è stato posto il divieto di anonimato. Del resto, aver cognizione del fatto che camminando per strada ci si possa imbattere nel proprio padre biologico o nei propri fratelli senza saperlo è abbastanza inquietante». (CLICCA QUI PER APPROFONDIRE SUL BISOGNO DI CONOSCERE I GENITORI)

Per una persona nata mediante l’eterologa, conoscere la propria identità è la medesima urgenza di chiunque altro. Ma vi è, rispetto all’adozione, una distinzione fondamentale.«Viene pianificata a priori: quando, infatti, un bambino viene adottato vuol dire che si è ritrovato senza un padre e una madre, per i motivi più disparati, che non dipendono dai genitori adottativi. L’adozione è il modo per porre rimedio alla situazione. La fecondazione eterologa, invece, è il modo per realizzare il desiderio di avere un figlio; ma un figlio con il quale avere un legame biologico». Si genera un paradosso: «Il bambino nasce con un contributo esterno alla coppia (può trattarsi di un gamete maschile o femminile) la quale, pretendendo di avere figli legati biologicamente a sé gli nega la possibilità di vivere con i genitori biologici».  (CLICCA QUI)

C’è chi dice che, in fondo, tutto ciò non è importante. Ciò che conta è l’amore. «Se così fosse, se contasse solo l’amore, allora si ricorrerebbe all’adozione. Altrimenti, sull’amore prevale il desiderio di legame biologico». Ma il contraccolpo più grave e meno manifesto, si produce sul piano metafisico. «Con l’eterologa si scinde l’atto fondamentale del dar vita ad una persona dalla relazione tra le persone. L’esperienza umana è unica, e dividerla in uno dei suo atti fondanti, il procreare, produce per forza dei problemi. E’ la natura della persona a ribellarsi. Perché viene alterato il rapporto stesso tra uomo, donna e generazione, il principio fondante della stessa umanità». (Paolo Nessi)

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Figli di 6 genitori, con lʼutero in affitto si puo’ (triste)

Tre aspiranti genitori legali, ma sei biologici – tre padri anche biologici, tre donatrici di ovociti di cui due anche madri surrogate – per almeno tre futuri bambini, il tutto condito con tanto amore perché #loveislove, come cinguettava felice Obama quando la Corte Suprema americana ha sdoganato il matrimonio omosessuale.
Anche secondo il canadese Adam Grant l’amore è l’amore e «dovrebbe essere moltiplicato e non diviso. Non importa se in una relazione a tre o a quattro». E proprio per questo ha divorziato da Shayne Curran (uomo pure lui), dopo un anno di matrimonio: l’ha fatto per restarci insieme ma estendendo la relazione anche a un terzo uomo, Sebastian Tran.
Adam e Shayne non volevano che Sebastian, incontrato in un night club e con cui subito è nato un grande amore comune, «si sentisse la ruota di scorta nella nostra relazione. Così abbiamo deciso di divorziare per poter rinnovare il nostro impegno fra tutti e tre», in modo eguale. I media che hanno raccontato la storia si sono dilungati con dovizia di particolari sulle dinamiche e sulla normale quotidianità “familiare” del terzetto, che ormai convive da più di tre anni.
Un poliamore che sarebbe una faccenda privata riguardante solo i diretti interessati – sempre che sia tutto vero, e non una trovata pubblicitaria – se non fosse per un paio di “particolari”. Il primo è che secondo alcuni avvocati consultati dal trio, e nonostante il matrimonio a tre non sia legale in Canada, producendo opportuna documentazione sarebbe possibile garantire «che siamo tutti egualmente legati e obbligati l’uno con l’altro agli occhi della legge».
Il secondo è la loro intenzione di avere figli: pur non essendo contrari all’adozione, dicono, «vogliamo mischiare i geni in modo che i nostri bambini siano il più possibile legati a noi». Le due sorelle di Shayne si sarebbero già dichiarate disponibili per fare da madri surrogate – «stanno già discutendo su chi delle due porterà il nostro bambino per prima, mi sento molto fortunato», rivela Shayne – e, insieme alla sorella di Sebastian, tutte e tre donerebbero i propri ovociti «per tenere tutto in famiglia».
Una storia che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata un pessimo copione per una commedia di quart’ordine, adesso, nella migliore delle ipotesi, potrebbe essere considerata come una provocazione, ma nessuno è in grado di escludere che tutto ciò si possa realmente concretizzare. Nel Nuovo Mondo nato dalla rivoluzione antropologica ogni singolo aspetto della storia appena raccontata è diventato plausibile. Innanzitutto: quel che conta – ci dicono – è l’amore, e se si è in tre a condividerlo non si capisce perché uno dei soggetti debba esserne escluso.
E poi: i sentimenti e le percezioni personali devono essere riconosciuti pubblicamente dalla legge. In questo caso nella forma più simile possibile a un matrimonio, estendendo a tre quel che vale per due. E ancora: i figli “del sangue”, cioè in qualche modo geneticamente legati a sé, sono l’ovvia conseguenza e la legittimazione definitiva dell’amore reciproco. Infine: i figli non hanno bisogno del padre e della madre, ma di qualcuno che li desideri fortemente e sia disposto a prendersene la responsabilità. In fondo sono le stesse motivazioni di chi sostiene i matrimoni fra due persone dello stesso sesso, in questo caso estese a una in più.
Diventerebbe quindi essenziale l’accesso all’utero in affitto per rendere possibile qualsiasi combinazione di filiazione e genitorialità. Anche l’idea di fecondazione eterologa diventa superata, lasciando spazio a una generica e più ampia “donazione” di ovociti: in questo caso non esiste una coppia uomo-donna che accede a gameti “esterni”, ma si tratta di una vera e propria “riproduzione collaborativa”, dove ognuno contribuisce come può.
D’altra parte la co-genitorialità a tre non è una novità. Per esempio, nel suo recente libro Fine della maternità Eugenia Roccella dà notizia di altri casi, riportando anche l’incipit di un sito dedicato: «Le cose stanno definitivamente cambiando e stanno evolvendo negli Stati Uniti. Piano piano le decisioni delle Corti stanno modificando le leggi, e in alcuni Stati ora è legale avere fino a tre genitori per un bambino». Bambino dei cui diritti nessuno, finora, sembra preoccuparsi.
Assuntina Morresi – Avvenire

Coinquilini per la vita

gemelliMano accanto alla mano dell’altro , cuori che battono vicini, cosa provano due gemelli nell’utero materno? Come entrano in relazione tra di loro, con che forza e con che livello di coscienza? Sono le domande che pone l’ultimo libro dello psichiatra Benoit Bayle Perdre un jemeau à l’aube de la vie  – Perdere un gemello all’alba della vita( Toulouse, Erès, 2013, pagine 270, euro 26), scritto insieme alla filosofa Béatrice Asfaux.

Entriamo portati per mano nel mondo fetale, non più solo descrivendo la fisiologia della gravidanza, ma immedesimandoci realmente negli attori primi ed essenziali di essa: il figlio e la mamma. «Il feto ha vissuto nell’utero un incontro particolare col suo gemello — scrive Bayle — tramite i sensi come l’udito, il tatto, l’equilibrio e il gusto, dato che la vista è il senso meno utilizzato dal feto». Eccoci allora attratti in un viaggio nel mondo della psiche e della sensorialità prenatale, che mostra il mondo sommerso e invisibile della vita fetale come mondo pieno di rapporti e di sensibilità, seppur — scrive Bayle — a un livello che viene un attimo prima della comparsa della reale coscienza. È l’evidenza di qualcosa al tempo stesso noto e censurato: il feto è essenzialmente un bambino non ancora nato, con indubbie caratteristiche infantili già presenti prima della nascita. Ma il viaggio può diventare drammatico: Bayle e Asfaux ci portano dove non immagineremmo, nel buio del lutto, della morte di uno dei due gemelli. Cosa prova il gemello che improvvisamente non sente più muovere accanto a sé il fratello o la sorella? E cosa proverà a distanza di anni, nel ricordo di quelle sensazioni e nel rimpianto di quella perdita?

Per un gemello, sopravvivere al gemello defunto è una sensazione dolorosa e straziante simile a quella di chi sopravvive a un coniuge durante un incidente o a chi sopravvive ai compagni di prigionia dopo una detenzione dura e violenta, col rischio di trascinarsi dietro un senso di colpa e un senso di invulnerabilità entrambi irrazionali.

«Affermare la propria onnipotenza non gli permette forse di difendersi inconsciamente dalla violenza di cui furono oggetto i suoi pari, e di fuggire al senso di colpa?» scriveva Bayle nel precedente L’embryon sur le divan (2003), in cui ipotizza un rischio simile anche nei soggetti sopravvissuti alla selezione embrionale fatta per “scegliere” l’embrione migliore. «Se è rimasto in vita, se è stato scelto, non è forse segno che vale più degli altri che non sono sopravvissuti? Il bambino soggetto alla onnipotenza del desiderio altrui sarà un bambino onnipotente cui è difficile fissare dei limiti». Il feto superstite nascerà mentre altri embrioni-fratelli, sono stati scartati, per essere abbandonati, distrutti o congelati in un remoto ospedale. Scenari rari, ma che pongono l’accento su chi riesce a nascere dopo una selezione embrionaria o fetale: degli aborti selettivi sono talora fatti solo per ridurre il numero dei feti concepiti e sani ma con la colpa di essere troppi. L’embrione che nasce da una diagnosi preimpianto è frutto di una selezione: qualcuno è rimasto “al palo”. Bayle ci invita a riflettere, partendo dall’illustrazione di numerosi casi clinici e da una ben assortita letteratura scientifica.

Ma come non arrivare alla conseguenza finale? Non è forse tutta l’attuale generazione una generazione disopravvissuti, in cui diffusamente si nasce dopo essere passati al vaglio dell’analisi genetica prenatale, e in cui una fetta di concepiti non arriva a nascere perché non idonei, malati o semplicemente indesiderati? E come pensare che tutta una generazione non serbi una traccia di questo esame attitudinale cui è sopravvissuto?

Non ci sembra troppo ardito pensare che questo sia uno dei motivi per cui la moderna sociologia descrive la generazione attuale priva di ideali né desideri, ma solo impegnata a soddisfare i desideri parentali dei genitori: in fondo, chi nasce oggi lo può fare non più solo in quanto “c’è”, ma perché “viene accettato” prima di poter nascere per le proprie caratteristiche genetiche (assenza di malattie, di malformazioni più o meno gravi o di predisposizione ad averle, magari sesso maschile o femminile a secondo dei casi). E, scriveva Bayle nel 2003, questo clima culturale «crea l’obbligo per il bambino concepito di essere conforme ai desideri dei genitori e della società». Non a caso la generazione attuale è chiamata in linguaggio sociologico echo – boomers , cioè bambini-eco, bambini-specchio degli ideali dei genitori, concepiti per soddisfare gli ideali irrealizzati della generazione precedente e che non ne hanno di propri.

Chi si avventura nella psicologia e nella bioetica prenatale deve molto a Benoit Bayle, che apre una finestra nuova su questo mondo, tenuto sotto osservazione per i diritti del concepito eliminato, ma che non ha ancora approfondito le ripercussioni del nuovo scenario concezionale su chi arriva a nascere.

Fonte: http://carlobellieni.com/?p=1695