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La fecondazione in vitro crea scompiglio in famiglia

fivet2Continua a crescere la domanda di trattamenti di fecondazione in vitro, ma aumentano anche le preoccupazioni relative alla gestione delle cliniche e alle conseguenze negative per le famiglie. Un eminente esperto di origini britanniche ha espresso di recente parole dure contro questa industria, i cui metodi sono da tempo oggetto di critiche da parte della Chiesa.

Robert Winston, professore di Scienze della Riproduzione presso l’Imperial College di Londra, ha affermato che le cliniche si lasciano corrompere con i soldi e che i dottori sfruttano le donne che si rivolgono a loro spinte dal desiderio disperato di restare incinta, secondo quanto riportato dal Guardian lo scorso anno. “È facile sfruttare le persone quando queste sono disperate e quando tu hai la tecnologia di cui hanno bisogno, sebbene questa possa comportare conseguenze negative”, ha affermato.

Per quanto riguarda l’impatto sulla famiglia, uno dei cambiamenti che si sono registrati è la tendenza a fare figli in età più avanzata (dal Times). La percentuale dei pazienti tra i 40 e i 45 anni che si sottopone a fecondazioni in vitro (FIV) è aumentata dal 10% degli anni ’90, al 15% del 2006, osserva l’articolo. L’anno scorso vi sono state 6.174 donne di questa fascia di età che hanno fatto ricorso alla FIV, rispetto a sole 596 nel 1991.

Anche l’età media dei pazienti FIV è aumentata: rispetto al 1996 essa si è innalzata di un intero anno passando dai 33,8 anni ai 34,8. Il dato proviene dalla Human Fertilization and Embryology Authority.

Il Times osserva che, sulle donne in età più avanzata, il numero dei trattamenti che riescono con successo è di gran lunga inferiore. Per le donne tra i 40 e i 42 anni, il tasso di nascita relativo al primo trattamento FIV è del 9%, mentre quando queste superano i 44 anni, il tasso scende all’1%.

Inoltre, ai 40 anni, il rischio di problemi di gravidanza aumenta del doppio rispetto alle ventenni e così come aumentano le probabilità di gravidanze extrauterine, di nascite premature, di morte alla nascita, di morte neonatale e di malformazioni.

Gemelli a 60 anni

Poco dopo la pubblicazione di questi dati, è arrivata la notizia dagli Stati Uniti di una donna di 60 anni che ha dato alla luce due gemelli maschi, secondo quanto riportato dall’Associated Press il 23 maggio. Frieda Birnbaum ha partorito al Hackensack University Medical Center, di New Jersey.

Un altro caso che ha ricevuto attenzione è quello di una donna spagnola, Carmela Bousada, che all’età di 67 anni ha fatto nascere due gemelli, secondo il Times del 29 gennaio. Questa donna si è sottoposta a trattamento FIV presso il Pacific Fertility Center di Los Angeles.

Intanto, il quotidiano canadese Ottawa Citizen ha riferito il 18 aprile scorso del caso di Melanie Boivin, che ha donato i propri ovuli alla figlia Flavie.

La figlia di 7 anni è affetta da sterilità congenita. Secondo l’articolo, se Flavie un giorno decidesse di usare gli ovuli per rimanere incinta, potrà diventare madre della sua sorella genetica e Melanine Boivin diventerà al contempo mamma e nonna.

Sulla vicenda, l’eticista Margaret Somerville si è espressa in modo critico, secondo quanto riportato dal giornale. “Dobbiamo pensare bene a ciò che facciamo quando giochiamo con la natura”, ha affermato, osservando che una procedura di questo tipo sovverte completamente il normale corso della vita.

Un’altra pratica che solleva dubbi dal punto di vista etico è quella di ricorrere al cosiddetto utero in affitto, sfruttando le donne dei Paesi in via di sviluppo, perché portino in grembo i figli delle famiglie dei Paesi più ricchi. Questo fenomeno si sta già verificando ad esempio in India, ha spiegato la Reuters in un articolo pubblicato il 4 febbraio.

Negli Stati Uniti un utero in affitto arriva a costare fino a 50.000 dollari (36.000 euro), ha affermato allaReuters Gautam Allahbadia, esperta in fertilità. In India invece tutto ciò si può fare con 10 o 12 mila dollari (7,2 o 8,7 mila euro). Le cliniche indiane solitamente fanno pagare 2 o 3 mila dollari (1,5 o 2 mila euro) per il trattamento, mentre alla madre surrogata spettano dai 3 ai 6 mila dollari (2 o 4 mila euro).

L’articolo osserva che dati ufficiali relativi a questo fenomeno non esistono, ma è possibile che ogni anno nascano in India dai 100 ai 150 bambini da uteri in affitto.

Senza madre

Le cliniche stanno iniziando anche ad offrire trattamenti specifici per gli omosessuali. The Fertility Institutes di Los Angeles ha avviato un programma per maschi omosessuali che vogliono diventare partner, secondo laReuters del 14 marzo.

Il direttore della clinica, Jeffrey Steinberg, ha riferito che sono stati già effettuati circa 70 trattamenti ad altrettante coppie gay e che è in fase di istituzione un servizio apposito. Egli ha anche osservato che circa tre quarti delle coppie omosessuali pagano una quota in più per poter scegliere il sesso dei loro bambini.

Gli intricati intrecci familiari creati dalle tecniche FIV danno origine anche ad una serie complessa di problemi legali. Una madre surrogata, che non ha alcun collegamento genetico con il bambino che porta in grembo, non può essere indicata come madre sul certificato di nascita, secondo la Corte d’Appello del Maryland Court, come riferito dall’Associated Press il 16 maggio.

Il caso esaminato dalla Corte riguarda due gemelli nati nel 2001. La donna che li ha partoriti era una madre surrogata, senza alcuna relazione genetica con i gemelli.

Un altro caso, ancora in fase di giudizio, riguarda il destino di alcuni embrioni congelati, appartenenti ad Augusta e Randy Roman, i quali avevano deciso di sottoporsi a trattamenti per produrre gli embrioni. Tuttavia, qualche ora prima del previsto impianto, il marito ha deciso di interrompere il procedimento, secondo quanto riportato dal Los Angeles Times il 30 maggio.

Questo avveniva nel 2002 e l’anno successivo la coppia ha divorziato. Da allora essi non hanno trovato un accordo su cosa fare degli embrioni congelati e la questione è ora arrivata la Corte Suprema del Texas. Randy vuole che gli embrioni siano distrutti o che rimangano crioconservati.

Il Los Angeles Times ha ricordato che finora sono sei le alte corti di altrettanti Stati che si sono pronunciate su questi casi. Da tali decisioni, in generale, risulta che il diritto di un ex coniuge a non procreare ha la meglio sul diritto dell’altro a procreare.

Moralmente non neutrale

La Chiesa ha da tempo affrontato i problemi derivanti dalle tecniche di fecondazione in vitro. Nel 1987 la Congregazione per la dottrina della fede ha pubblicato l’istruzione su “Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione” (“Donum Vitae”).

Sin dal 1987, le tecnologie utilizzate nella FIV sono cambiate molto, ma gran parte dei problemi etici di fondo sono rimasti immutati. La scienza e la tecnologia sono risorse importanti, riconosce l’Istruzione. Tuttavia, è un errore considerare la ricerca scientifica e le sue applicazioni come ambiti moralmente neutrali.

Inoltre, la Congregazione per la dottrina della fede spiega che esse devono essere poste al servizio della persona umana e dovrebbero seguire i criteri della legge morale. È un errore considerare il corpo umano meramente come un insieme di elementi biologici, sostiene l’Istruzione. La persona umana è nello stesso tempo corporale e spirituale.

Peraltro, per quanto riguarda la questione della trasmissione della vita, non è possibile ignorare la speciale natura della persona umana. Dal momento del concepimento, insiste l’Istruzione, la vita di ogni persona umana deve essere rispettata. In aggiunta, il dono della vita umana dovrebbe essere coltivato nel contesto di atti compiuti tra marito e moglie.

La Congregazione ammette che il desiderio di avere figli e l’amore tra i coniugi che desiderano superare i problemi di sterilità “costituiscono motivazioni comprensibili” alla base del ricorso alle tecniche FIV. Ciò nonostante, prosegue l’Istruzione, le buone intenzioni devono essere commisurate alla natura stessa del matrimonio e alla necessità di rispettare i diritti dei figli.

Il documento osserva inoltre che le tecniche FIV troppo spesso comportano la distruzione di embrioni umani. In questo modo l’uomo viene a costituirsi donatore di vita e di morte “su comando”, avverte il testo.

Il sistematico ricorso a queste tecniche crea il rischio di generare una mentalità del dominio dell’uomo sulla vita e la morte di altri esseri umani, avverte la Congregazione. Una mentalità che con il passare del tempo produce una inesorabile deriva verso pratiche che implicano gravi questioni morali e sociali.

Di Padre John Flynn, L.C.

Eutanasia non e’ autonomia – Jane Campbell, disabile

jane campbellAbbiamo bisogno della morte di stato on demand? La risposta viene dalla baronessa Jane Campbell de Surbiton. Oggi cinquantacinquenne, a un anno le fu diagnosticata un’atrofia muscolare spinale che, secondo i medici, l’avrebbe condotta alla morte in poco tempo, come era accaduto prima a una sorellina. Non solo non è accaduto, ma Jane Campbell  che di notte ha bisogno di un ventilatore che la aiuti a respirare, vive sulla sedia a rotelle e scrive al computer con un solo dito  è diventata un’attivista molto nota per i diritti dei disabili, oltre che un’apprezzata consulente governativa e di organizzazioni internazionali. Le sue dichiarazioni al London Telegraph, meritano di essere considerate perché dicono con chiarezza che, se è sempre una pessima idea introdurre modifiche permissive alla legge che vieta il suicidio assistito, lo è particolarmente in un “momento pericoloso” come questo, quando diventa fatale considerare certe categorie di persone – vecchi, malati, disabili – un fardello troppo pesante per la società. Jane Campbell sottolinea che “i malati terminali e disabili sono in una situazione peggiore oggi di quanto non fossero cinque anni fa. A causa dell’instabilità economica del paese, i servizi di welfare sono più che mai sotto pressione e questo ha indurito l’atteggiamento del pubblico nei confronti delle malattie degenerative, della vecchiaia e dell’invalidità”. Ecco perché “questo è un momento pericoloso per considerare la facilitazione del suicidio assistito a chi avrebbe invece più bisogno del nostro aiuto e del nostro sostegno. Non è solo pericoloso per coloro che possono vedere il suicidio come unica opzione, ma rischia di essere allettante anche per coloro che hanno interesse alla loro sparizione”. Nell’intervista al London Telegraph, Jane Campbell ha parlato con preoccupazione del Belgio, che “ha recentemente ampliato la propria legge sull’eutanasia per includere i bambini malati terminali e disabili. Ma questo non è il futuro che voglio per i nostri figli più vulnerabili, e la Camera dei Lord deve chiarire che condivide questo punto di vista”. Le argomentazioni della baronessa Jane Campbell dovrebbero apparire soprattutto condivisibili a chi si professa di sinistra. Ma anche in questo campo sta avvenendo uno strano slittamento di significati e di scelte. Il “debole” non è più il vecchio, il disabile, il malato da sostenere e da accompagnare. Il bene supremo è diventata l’autonomia, termine ambiguo come pochi. La scelta di morire – quella di Magri, come del 25 per cento di tutte le persone che vanno in Svizzera a suicidarsi per stanchezza e solitudine – diventa dunque un comodo feticcio, l’“ultimo atto di autonomia” che è solo una dichiarazione di bancarotta della società e dell’umanità. Nicoletta Tiliacos

Staminali: definizione in 3 punti

staminaleCellule progenitrici con la proprietà di differenziarsi in cellule specializzate, che possono essere ottenute dal corpo di un embrione (talora provocandone la morte) oppure da parti del corpo del soggetto adulto, (sangue del feto preso dal cordone ombelicale, oppure le cellule del midollo osseo.

Realismo

“Staminale”, come la parola botanica “stame”, deriva dal latino “stamen” che a sua volta viene da “stare”, cioè star ritto: si dice del filo principale o asse principale del telaio. Le cellule staminali prese dal soggetto già nato hanno una documentata capacità terapeutica in alcune malattie ematologiche in cui il loro impiego è ben documentato da anni. Le cellule staminali di origine embrionali prese per scopo terapeutico sono ottenute da embrioni di cui si provoca così la fine della vita; tuttavia finora non si sono avuti successi terapeutici con l’uso di cellule embrionarie.

Ragione

L’uso di cellule embrionarie comporta un uso di un essere vivente per il giovamento di un altro, senza chiedere il consenso al primo; essendo l’esito dell’uso di queste cellule la fine della vita del «donatore involontario», ci si domanda la liceità di questo atto. L’uso delle cellule staminali prese dal cordone ombelicale ha una sua potenzialità terapeutica, sebbene limitata se si vuole usare le cellule cordonali per curare lo stesso donatore, (una malattia genetica che si volesse curare sarà contenuta anche nel DNA delle cellule cordonali); per questo – in attesa che un domani si riesca a iniziare una medicina rigenerativa – ha maggior possibilità di utilizzo clinico il sangue di un donatore piuttosto che il sangue dello stesso paziente immagazzinato alla nascita. Queste cellule personali possono avere un’utilità nella cura di un parente dell’ammalato.

Il sentimento

Cosa sentiamo al pensare che un embrione può essere “sacrificato” per usarne le cellule a fini curativi di un’altra persona? E’ bene riflettere su questo, per capire i limiti morali dell’uso delle cellule dell’embrione. Mentre è bellissimo vedere il progresso nell’utilizzo delle cellule staminali prese da individui già nati. Certamente anche in questo campo non si devono avere facili entusiasmi, ma ponderare bene l’uso quando ve ne siano le prove dell’efficacia.

Carlo Bellieni – Zenit

In India e Cina l’aborto selettivo di bimbe

E’ proprio il caso di dire “speriamo che non sia femmina” e, soprattutto, “basta” agli uomini, ai mariti, che esercitano una tale violenza psicologica sulle loro donne da ridurle a non saper pensare più con la loro testa, a non cercare il meglio per se stesse e la propria anima.

Così, sbalordisce e atterrisce leggere sui giornali che una donna del Vietnam ha abortito ben 18 volte, per accontentare il proprio consorte, che avrebbe voluto un figlio maschio!

Ma la cosa peggiore è che questa non è una notizia straordinaria, in certi Paesi, e che lei non è l’unica ad agire in questo modo.

Lo definiscono aborto selettivo,  nel senso che, se il feto non ha il genere desiderato, si decide di sopprimerlo.

A rischio sono tutte le bambine, che potrebbero nascere in Cina, in India, nel Caucaso e in altre località asiatiche, dove nascere femmina è un disonore per l’intera famiglia.

Fu il Premio Nobel Amartya Sen, un economista indiano, a parlare, nel 1990, di questa orrenda discriminazione, definita “Missing Women”, e a riportare i dati delle donne mai nate, a causa del diffusissimo fenomeno dell’aborto selettivo.

Solo in Cina, affermò Sen, oltre 100 milioni di donne sarebbero nate in più, fino a quel momento, e non è stato loro concesso. Un numero enorme, paragonabile a quello delle vittime di grandi eventi mondiali, come le carestie o le grandi guerre, sommate insieme.

Attualmente è Christophe Z. Guilmoto che, dal 2008, sta portando avanti un progetto demografico per il CePeD (Centre Population & Développement di Parigi), per calcolare gli effetti devastanti di queste malsane abitudini orientali, che determinano una mascolinizzazione anomala.

Attualmente in Cina, lo Stato sta attuando una pianificazione familiare, proprio per ridurre gli aborti di questo genere; in India, la “Action Aid India” ha lanciato la campagna “Beti Zindabad”, ossia “Lunga vita alle figlie”, perché il governo intensifichi i controlli sugli aborti selettivi, vietati per legge dal 1994, tra l’altro.

In India le bambine che non nascono sono 7.000 al giorno! Un affronto delittuoso verso la vita, le donne e i loro diritti.

C’è aborto nella contraccezione d’emergenza?

Fino a pochi decennio fa, nel linguaggio medico comune, con il termine “aborto” si intendeva l’interruzione volontaria di una gravidanza in atto prima che il feto potesse essere autonomamente vitale, puntando l’attenzione sull’evento biologico più che sulla vita del concepito e assumendo allo stesso tempo come definizione di “gravidanza” quel processo generativo che ha inizio col concepimento (quindi con la fecondazione dell’ovocita da parte del gamete maschile) e ha termine con la nascita di un bambino, così come suggerisce l’obiettività dei dati scientifici.

Nel 1972, però, venne pubblicato dall’American College of Obstetrics and Gynecology (ACOG) un testo dal titolo Obstetric-Gynecologic Terminology in cui si definì la gravidanza come «lo stato di una donna dopo il concepimento e fino al termine della gestazione»[1], associando però il concetto di concepimento non più all’evento della fecondazione bensì a quello dell’impianto in utero dell’embrione a stadio di blastocisti, con ciò oscurando quel periodo di cinque giorni precedenti in cui lo zigote si affaccia all’utero dopo aver attraversato la tuba di Falloppio in cui ha avuto inizio[2].

Ma cos’è – in fondo – un travisamento linguistico di fronte alla trasparenza del dato biologico? Non siamo forse nell’epoca del trionfo della tecnica e della conoscenza come frutto dell’evidenza scientifica? Certo, non ci si sarà lasciati fuorviare da un errore così macroscopico. E invece questa definizione, frutto di una visione ideologica, venne subito recepita, giustificandola in relazione alle tecniche di fecondazione artificiale – che proprio negli anni ’70 conobbero i primi risultati auspicati e perseguiti già da decenni da parte dei ricercatori – tecniche che prevedono che l’ovulo, già fecondato in provetta, venga successivamente – in un tempo più o meno lungo – inserito nell’utero della donna per la quale, in questo caso, l’evento della gestazione ha inizio solo ora.

In tal modo però si giunse a riscrivere il concetto di gravidanza in generale. Ma ciò che più interessa è che si giunse ad affermare che ogni intervento che precede l’impianto dell’embrione in utero e che ne provochi un’interruzione nello sviluppo non rientra più nella fattispecie di aborto, e questo rimane tuttora sulla base della vecchia definizione di aborto e della nuova definizione di gravidanza. Ci si chiede, quasi increduli: «Come può essere accaduto che una ridefinizione di un fenomeno così importante, come la gravidanza, sia stata largamente accolta senza che nuovi dati embriologici o ginecologici avessero mutato sostanzialmente le nostre conoscenze?»[3]. Girando le parole hanno creato una nuova realtà o, come meglio scrive John Wilks trattando il tema della Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, «l’ideologia si sostituisce all’oggettività dei fatti scientifici universali»[4].

Infatti nel 1985 la Federazione Internazionale dei Ginecologi e degli Ostetrici ha ratificato questa comprensione ideologica mediante un pronunciamento della Commissione sugli aspetti medici della riproduzione umana, la quale «condivide i seguenti punti: “la gravidanza avviene solo con l’impianto dell’ovulo fecondato”. Secondo le precedenti definizioni di “concepimento” e di “gravidanza”, un intervento abortivo interrompe una gravidanza solo se successivo all’impianto»[5]. Non si tratta di una semplice definizione stampata su carta, ma della dichiarazione di un organo di portata mondiale capace di influenzare l’opinione pubblica orientandola a considerare una pillola intercettiva come si trattasse di un sistema anticoncezionale e di giustificare una certa azione politica ed economica orientata in tal direzione. Si legge in un articolo – comparso nel 1997 sulla rivista medica The New England Journal of Medicine a firma di D. A. Grimes –: «La gravidanza inizia con l’impianto, non con la fertilizzazione. Le organizzazioni mediche e il governo federale convergono su questo punto»[6]. Da qui a far passare il messaggio che la contraccezione d’emergenza rappresenta un prolungamento della normale metodica anticoncezionale il passo è breve.

Nello stesso anno negli Stati Uniti d’America, considerando che «è stato calcolato che l’uso diffuso della contraccezione di emergenza negli Stati Uniti potrebbe prevenire oltre un milione di aborti e 2 milioni di gravidanze non desiderate che terminano nella nascita di un bambino»[7], la Food and Drug Administration dichiarò che la contraccezione d’emergenza ormonale era un metodo efficace per prevenire gravidanze indesiderate[8]. Si resta sconcertati dinnanzi a dichiarazioni come quella appena citata che non solo oscura totalmente il fatto che anche la contraccezione di emergenza può provocare l’uccisione di un concepito ma che pone pure sullo stesso piano un milione di aborti e la nascita di due milioni di persone con il fatto che queste non sarebbero desiderate. Il criterio di decisione che porta alla diffusione della contraccezione d’emergenza e al suo utilizzo è dunque il desiderio che una donna, una coppia hanno o meno nei confronti del figlio, ideale o reale che sia, sopprimendo di conseguenza l’oggettività che si è di fronte a una vita umana.

Di Elisabetta Bolzan – Zenit

Bibliografia

[1] E. Hughes, Committee of terminology. American College of Obstetrician and Gynaecologists. Obstetric-Gynaecologic Terminology, citato in M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, in L. Romano, M. L. Di Pietro, M. P. Faggioni, M. Casini, RU-486, Dall’aborto chimico alla contraccezione di emergenza. Riflessioni biomediche, etiche e giuridiche, ART, Roma, 2008, 130.

[2] Ibid. Cfr. anche J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, in Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, a cura del Pontificio Consiglio per la Famiglia, EDB, Bologna 20062, 151.

[3] M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, 131.

[4] J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, 150.

[5] H. J. Tatum, E. B. Connell, A decade of intrauterine contraception: 1976 to 1986, citato in J. Wilks, Contraccezione preimpiantatoria e di emergenza, 151.

[6] D. A. Grimes, Emergency contraception. Expanding opportunities for primary prevention, citato in M. P. faggioni, Aspetti etici della contraccezione d’emergenza, 130.

[7] A. Glasier, Emergency postcoital contraception, citato in A. Serra, Deviazioni della medicina: contraccezione di emergenza e aborto chimico, in La Civiltà Cattolica 157 (2006), 535.

[8] Ibid.

L’antropologia cristiana e le scienze

antropologiaL’antropologia cristiana, come e’ stato evidenziato[1], e’ una filosofia dell’uomo condotta sul piano puramente razionale e, in quanto tale, prescinde dalla Rivelazione ed è quindi condivisibile da credenti e non credenti. Le scienze possono contribuire ad integrare dimensioni dell’uomo che la filosofia non puo’ prendere in considerazione poiche’ non fanno parte del suo oggetto formale, come ad esempio la struttura biologica dell’uomo, il suo sistema nervoso, ecc. L’insieme delle scienze empiriche che studiano l’uomo possono  darci, da diversi punti di vista, una “idea puramente scientifica di uomo, la quale – scrive Maritain – può procurarci  delle informazioni inestimabili”[2]. Le scienze, così come la filosofia, devono svolgere le loro indagini all’interno del proprio oggetto formale, quindi non possono invadere il campo che è proprio della filosofia. Infatti, Maritain afferma in proposito: “L’idea puramente scientifica dell’uomo tende soltanto ad unire insieme i dati misurabili e osservabili presi come tali, ed è decisa dall’inizio a non considerare cose come l’essere o l’essenza, a non rispondere a domande quali: «C’è l’anima o non c’è? Esiste lo spirito o c’è soltanto la materia? Dobbiamo credere alla liberta’ o al determinismo? […]»”[3]. La filosofia e la scienza sono due “gradi del sapere”[4] che facilitano la comprensione dell’essere umano, come è dimostrato anche dagli studi di bioetica condotti da Lucas Lucas, il quale ha integrato l’antropologia ispirata a San Tommaso con i risultati recenti ottenuti dalla scienza biologica. La bioetica e’ una scienza interdisciplinare, che si avvale del contributo, oltre che della filosofia, della biologia, della medicina, del diritto, ecc. Uno dei temi studiato dalla bioetica riguarda l’embrione, il quale, afferma il bioeticista, “è il nuovo individuo che si forma nel concepimento: nell’istante in cui lo spermatozoo maschile  feconda l’ovulo femminile”. Lucas Lucas, sulla base della sua riflessione di carattere sia scientifico sia filosofico, afferma che l’embrione deve essere riconosciuto come un individuo biologico appartenente alla specie umana, a livello empirico, mentre a livello ontologico deve essere riconosciuto come una persona in atto. Riporto qui di seguito alcune parti del suo libro, intitolato Bioetica per tutti[5], per illustrare la sua impostazione metodologica.

L’embrione secondo la scienza “L’embrione è un essere umano” Affermare che il concepimento dà origine a un embrione, cioè un organismo diverso dai genitori, significa sostenere che esso è un individuo della specie umana, cioè un essere umano. Nell’uomo non è  possibile scindere il biologico dall’umano. Il biologo constata che nella formazione e nello sviluppo di questo corpo umano non ci sono salti di qualità: è sempre lo stesso corpo biologico. I dati che la biologia e la genetica ci offrono mostrano che l’essere che inizia lo sviluppo nel grembo materno è un nuovo organismo della specie umana, dotato di un genoma differente da quello del padre e della madre. L’embrione nella fase dello zigote è già un essere umano e la sua crescita e sviluppo avviene in modo coordinato, continuo e graduale”[6].

In sintesi

l’embrione è un organismo nuovo “La scienza dice che quando lo spermatozoo paterno si fonde con l’ovulo materno, inizia un nuovo organismo che si chiama embrione. Tutte le cellule del corpo umano hanno 46 cromosomi, ad eccezione dei gameti – spermatozoo e ovulo– che ne hanno 23, cioè la metà. Lo zigote che nasce dalla loro unione avrà una normale dotazione di 46 cromosomi propri della specie umana: 23 forniti dal padre e 23 dalla madre, ma il genoma è diverso. La scienza quindi dice che lo zigote è un nuovo organismo umano”[7].

l’embrione è un organismo umano

“La scienza dice che questo nuovo organismo è un organismo umano, cioè appartiene alla specie biologica umana. Nella generazione dei viventi le leggi biologiche sono fisse: da un cane nasce un cane, da un gatto nasce un gatto, da un uomo e da una donna non può che nascere un essere umano”[8].l’embrione è un organismo programmato“La scienza dice che l’embrione è un organismo programmato: il suo singolarissimo DNA costituisce il patrimonio genetico del nuovo individuo umano. Questo nuovo essere non la somma dei codici genetici dei genitori. E’ un essere con un programma nuovo che non è mai esistito prima e non si ripeterà mai. Questo programma genetico, assolutamente originale, individua il nuovo essere dal momento del concepimento alla morte.  In esso sono determinate le caratteristiche biologiche del nuovo individuo, dall’altezza al colore degli occhi, fino al tipo di malattie genetiche a cui andrà soggetto”[9]. Lo sviluppo dell’embrione avviene in modo unitario, coordinato, continuo, graduale“Unità biologica del nuovo essere

Tutti gli elementi si sviluppano in perfetta coordinazione, come parti di un tutto.

Lo sviluppo è coordinato

La coordinazione esige una rigorosa unità dell’essere in sviluppo. Coordinazione e conseguente unità, le quali indicano che l’embrione umano, fin dall’inizio, non è un semplice aggregato di cellule ma è un individuo”[10].

Continuità nello sviluppo

Lo sviluppo dell’embrione è un continuum, senza salti qualitativi o mutamenti sostanziali, per cui l’embrione umano si sviluppa in un uomo adulto e non in un’altra specie[11].

Gradualità dello sviluppo

Lo sviluppo è un processo che implica necessariamente un succedersi di forme, le quali sono stadi di momenti diversi di un identico processo di sviluppo di uno stesso essere. E’ per questo che un embrione, che sta compiendo il proprio ciclo vitale, mantiene permanentemente la sua […] «individualità» […]”[12].

L’embrione secondo la filosofia

“L’essere umano è persona in virtù della sua natura razionale (spirituale), non diventa persona perché possiede attualmente determinate proprietà e esercita determinate funzioni, né si può fare una distinzione tra individuo umano e persona umana.

Ciò che è essenziale per il riconoscimento dell’essere persona è l’appartenenza, per natura, alla specie umana razionale, indipendentemente dalla manifestazione esteriore in atto di certi caratteri, operazioni o comportamenti. Non si è più o meno persona, non si è “pre-persone” o “post-persone” o “sub-persone”; o si è persona (in atto) o non si è persona. I caratteri essenziali della persona non sono soggetti a cambiamento.

La persona non cambia, non è alterabile, non è in divenire: o c’è o non c’è”[13].

NOTE

[1] Vedi il mio articolo pubblicato su Zenit intitolato: L’essere umano è uno spirito incarnato.

[2] J. Maritain, L’educazione al bivio,  Prefazione di A. Agazzi, La Scuola, Brescia 1969, XIII ed., p.17.

[3] Ibidem.

[4] Riguardo alla scienza e alla filosofia come gradi del sapere Maritain scrive: “ Anche se avviene che l’ oggetto materiale della filosofia e della scienza sia il medesimo —per esempio, il mondo dei corpi— tuttavia l’ oggetto formale, quello che determina la natura specifica delle discipline intellettuali, differisce essenzialmente nei due casi. Nel mondo dei corpi, lo scienziato studierà le leggi dei fenomeni, collegando un evento osservabile ad un altro evento osservabile, e se indaga la struttura della mate­ria, agirà rappresentandosi —molecole, ioni, atomi, ecc.— in quale maniera e secondo quali leggi si comportano nel quadro dello spazio e del tempo le particelle ultime (o le entità matematicamente concepite che ne tengono il posto) con le quali è costruito l’edificio. Il filosofo cercherà invece, che cosa è , in definitiva, la materia di cui si rappresenta così il comportamento, quale è, in funzione dell’essere intelligibile, la natura della sostanza corporea (che essa sia decomponibile per una ricostruzione spaziale o spazio-temporale, in molecole, ioni, atomi, ecc., in protoni od elettroni, associati o no ad un flusso d’onde, il problema resta integro)” ( Idem, Distinguere per unire. I gradi del sapere , a cura di A. Pavan, Morcelliana, Brescia 1974, pp. 73).

[5] Cfr. R. Lucas Lucas, Bioetica per tutti, Edizioni San Paolo, Cinisello Balzamo (Mi) 2002.

[6] Ibidem, pp.117-118. Al testo è stato aggiunto: “e la sua crescita e sviluppo avviene in modo coordinato, continuo e graduale”.

[7] Ibidem, p.118.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] Ibidem, pp.120-121.

[11] Ibidem, p. 121.

[12] Ibidem, p. 122.

[13] Ibidem, p. 126. L’ultima frase è tratta da Idem, Antropologia e problemi bioetici, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2001, pp. 117-118.

Procreazione assistita: scarsa efficacia della fecondazione artificiale. Sacrificati il 90% di embrioni

A commento della relazione annuale sulla legge 40:

Rispetto alla procreazione medicalmente assistita, “i dati confermano un elemento che appare sostanzialmente costante nel tempo, e cioè la scarsa efficacia delle procedure di fecondazione artificiale”. È quanto afferma l’Associazione Scienza & Vita commentando la relazione annuale che il Ministro della salute predispone circa lo stato di attuazione della legge 40/2004. “Quali che siano le tecniche, se applicate a fresco o dopo scongelamento di embrioni o di ovociti, quale che sia la fonte di provenienza dei gameti, se dalla coppia o da donatore (fecondazione eterologa), il dato complessivo – spiegano – appare gravato da un’efficacia sostanziale di poco inferiore al 10%”. Nel 2015, a fronte di un numero complessivo di embrioni realizzati, mediante le tecniche di II e III livello, pari a 111.366 sono nati nel corso del medesimo anno 11.029 bambini (9,90%).

“Mettendo insieme anche le tecniche di I livello (ovvero la inseminazione artificiale) – prosegue la nota – il numero complessivo di bambini nati è stato di 12.836, pari al 2,6% dei bambini nati in Italia nel 2015”. “Semmai si volesse trovare una argomentazione idonea a giustificare eticamente una pratica che tende a dissociare il gesto procreativo dalla relazione intima della coppia – commenta Scienza & Vita – questa continuerebbe a cozzare in maniera drastica con la necessità di ‘sacrificare’ consapevolmente circa il 90% degli embrioni prodotti, per consentire la nascita di quei bambini che riescono a completare il loro percorso”. “Continuiamo a ritenere che sul piano etico sia inaccettabile anche la perdita di un solo embrione a causa dell’applicazione della tecnica, ma una ecatombe delle proporzioni che abbiamo potuto registrare appare davvero difficile da giustificare”, aggiunge l’associazione. Scienza & Vita conclude evidenziando che “le tecniche vengono ormai stabilmente applicate in donne di età progressivamente più avanzata: e questo non giova al benessere complessivo della coppia, dei figli e della relazione parentale”.

Margherita, 4 ore di vita piene di amore

scarpineTutto al giorno d’oggi tende a diventare più veloce, quasi a voler togliere il tempo necessario affinché noi, medici e
pazienti, possiamo prendere coscienza della ferita che sorge nell’istante della morte. Perché avviene questo?
Perché in noi c’è qualcosa che desidera vivere per sempre e il paradosso della morte è “come una freccia che qualcuno scocca e che viene a trafiggere il cuore e a ridestarlo, a risvegliarlo dall’anestesia al suo dolore, al dolore che è suo, solo suo, al dolore che solo il cuore prova; quello della solitudine, della mancanza di un Altro” (Mauro-Giuseppe Lepori, OCist).
Vorrei raccontarvi la storia di Margherita. Margherita è una bambina che ha vissuto quattro ore. La tentazione dei
miei colleghi medici è stata quella di lasciarla morire così, da sola, senza coinvolgere i suoi genitori e i suoi fratelli in questi attimi a lei donati alla luce del sole. La giustificazione? Sarebbe stato troppo doloroso e, magari, anche deleterio da un punto di vista psicologico. Mi sembrava irragionevole la posizione per cui, a fronte della paura di essere feriti, noi rinunciamo all’esperienza dell’amare e dell’essere amati per il poco tempo in cui è comunque possibile. Allora ho insistito affinché i suoi famigliari la prendessero in braccio e la amassero in quegli attimi, perché il desiderio che abbiamo più profondo nel cuore è quello di amare ed essere amati. Sento che parte della mia responsabilità di medico è quella di sostenere il compimento di questo desiderio e di dare una possibilit
perché questo si compia, poco importa la durata la vita.
Attraverso la vicenda di un’altra bambina ho potuto approfondire la natura e la portata di questa ferita. Rossella è una bambina che ha vissuto due mesi con una gravissima malformazione cerebrale per cui non le era neanche possibile respirare autonomamente. Quando abbiamo incontrato la sua mamma e le abbiamo comunicato la
situazione irreversibile, le abbiamo chiesto: “che desiderio hai per la tua bambina?”, cioè cosa potessimo fare per rendere la sua breve vita più felice.
Lei ci ha risposto con un grande sorriso, come a dire: “ma che domanda mi fate? Io voglio che guarisca completamente e che abbia una vita bellissima”. In quel momento ho capito che questa mamma non aveva paura di stare davanti alla ferita, anzi questa ferita aveva una dimensione ben più grande di una consolazione o di un
compromesso. Lei voleva tutto per la sua bambina. Accompagnando la mamma anch’io mi sono lasciata ferire e il suo desiderio è diventato il mio: un desiderio di eternità, di compimento.
La strada per me e per la sua mamma è stata quella di tenere aperto il desiderio e aspettare che qualcosa accadesse. Una cosa era certa: questo desiderio di eternità e di felicità era troppo grande perché io come medico o la sua mamma, che pure le voleva tanto bene, potessimo rispondere. A questo punto eravamo impotenti davanti
al Mistero e abbiamo lasciato lo spazio perché Lui venisse e colmasse la sproporzione che solo Lui può colmare.
Noi sapevamo che Rossella avrebbe vissuto poco, ma non potevamo prevedere esattamente quanto: ore, giorni, settimane? Abbiamo seguito la sua vita senza imporre nulla alla realtà e ogni giorno è stata l’esperienza di un amore quotidiano a lei e l’esperienza per lei di sentirsi amata oggi. Abbiamo continuato a curarla così ogni giorno, finché all’improvviso un Altro è venuto a prendersela. La mamma, in un gesto di estrema tenerezza, l’ha totalmente consegnata non alla morte, ma a Chi le aveva dato la vita.
Forse ho riconosciuto la coscienza più vera della sproporzione di una donna rispetto al desiderio del cuore del suo bambino in un quadretto, ricamato a mano, appeso sulla culla di un neonato destinato a morire in breve tempo: you are loved. Tu sei amato.
Questa mamma non ha scritto I love you, cioè ti amo, ti voglio bene, ma: “tu sei amato”. Lei ha capito che, pur con tutto il suo amore, non sarebbe stata in grado di salvare la vita del suo bimbo, lei ha capito il limite della medicina e il limite del suo amore di madre. Ma ricamando, giorno dopo giorno: “tu sei amato”, ha affermato che c’è
Qualcuno che salva il suo bambino, ora e per sempre.
Questo è vero per quel bimbo, quella mamma, per me medico e per ognuno di noi.
Quello di cui abbiamo bisogno è di Uno che ci ami di un amore eterno.

Elvira Parravicini – Il Sussidiario

Josef Mayr-Nusser, obiettore di coscienza e martire contro il nazismo

Josef Mayr-NusserIl bolzanino Josef Mayr-Nusser era un semplice impiegato, padre di famiglia e cristiano fervente, il quale, durante gli anni della seconda guerra mondiale, quando i nazisti pretesero che giurasse fedeltà a Hitler, oppose un categorico no per restare fedele all’ideale che da sempre portava nel cuore: dare testimonianza al Vangelo (1). E fino alla morte volle dimostrare soprattutto a quanti rimanevano passivi o eseguivano acriticamente gli ordini, narcotizzando le proprie coscienze, la possibilità di scegliere Cristo e la bellezza di seguire il Vangelo anziché la follia nazista. Di fatto Josef morì il 20 febbraio 1945, nel carro bestiame di un treno che lo trasportava a Dachau.
Ci sono voluti molti anni perché quella storia uscisse dall’oblio, e la sua memoria inducesse la Chiesa a promuoverne la causa di beatificazione. Quello del bolzanino Josef Mayr-Nusser non è un caso raro. Molti altri cristiani, in luoghi e tempi diversi, con la stessa motivazione, fecero prevalere le ragioni del Vangelo su quelle della cieca obbedienza a Hitler (2), ma pochi hanno ricevuto sinora adeguato riconoscimento dalla Chiesa. Tra i pochi spicca Franz Jägerstätter, il contadino austriaco beatificato il 26 ottobre 2007.
Franz fu ghigliottinato perché, in nome dell’obbedienza a Cristo, si rifiutò di prestare servizio militare agli ordini di Hitler. E prima di morire vergò un testo che brilla nelle tenebre di quel periodo: Scrivo con le mani legate, ma meglio così che se fosse incatenata la volontà. Talvolta Dio ci mostra apertamente la sua forza, che egli dona agli uomini che lo amano e non preferiscono la terra al cielo. Né il carcere, né le catene e neppure la morte possono separare un uomo dall’amore di Dio e rubargli la sua libera volontà. La potenza di Dio è invincibile (3). Analoga fu la vicenda del martire Josef Mayr-Nusser e perciò anche di lui ora è stata avviata la causa di beatificazione (4).
Josef Mayr-Nusser, dirigente dell’Azione Cattolica
Nato a Bolzano il 27 dicembre 1910, da una famiglia di viticoltori profondamente religiosa e fortemente ancorata alle tradizioni, Josef Mayr-Nusser era il quarto di sette figli. Durante la guerra del 1915-18 perse il padre che, arruolato nell’esercito austro-ungarico, morì di colera. La situazione familiare lo costrinse a lasciare presto gli studi e a cercare un lavoro. Dopo varie esperienze, nel 1928 divenne cassiere presso l’impresa tessile Eccel, sempre a Bolzano. Richiamato alle armi nel 1931 dall’esercito italiano, trascorse 18 mesi nell’artiglieria di montagna, prima in Piemonte e poi in Sardegna. Congedato, riprese subito il lavoro alla Eccel e, proprio qui, conobbe Hildegard Straub, una segretaria con qualche anno più di lui, con la quale non solo frequentava i gruppi di Azione Cattolica (Ac) di Bolzano, ma intraprese anche un rapporto che diventò sempre più profondo grazie ai comuni interessi per le questioni di fede, di morale e, non da ultimo, per reagire all’inquietante ondata nazifascista che stava investendo l’Europa.
Fin dal 1933 Josef si era iscritto al neonato gruppo giovanile dell’Ac bolzanina, fondato da don Friedrich Pfister (5) e, nonostante l’indole taciturna, l’anno successivo fu eletto presidente della sezione maschile dei giovani di Ac per la parte tedesca dell’arcidiocesi di Trento, grazie alla sua preparazione e alla profondità dei suoi interventi, che richiamavano con forza alla testimonianza. Nella lettera circolare del giugno 1934, inviata ai gruppi parrocchiali di Ac per ringraziarli della fiducia che gli avevano espressa, scriveva: L’organizzazione è necessaria, sì, più necessaria che mai in un periodo in cui il pensiero e l’operato del cattolicesimo sono gravemente minacciati da diversi internazionalismi come il liberismo, il bolscevismo, il capitalismo, l’imperialismo e così via, comunque essi si chiamino, quelle potenze delle tenebre che rifiutano di riconoscere valori più alti e sono volti totalmente alla vita terrena (6). E per andare incontro alle richieste di quei giovani che esigevano un cristianesimo più vivo e rispondente alle sfide dei tempi, intraprendeva una stretta collaborazione con don Josef Ferrari, il nuovo assistente spirituale dell’Ac, per tenere viva l’attenzione delle coscienze sui principali temi di attualità.
I due organizzavano incontri e dibattiti sulle questioni sociopolitiche del tempo e l’avanzare dei regimi autoritari in Europa – comunismo, fascismo, nazismo -, richiamando l’attenzione dei partecipanti sulla violenza intrinseca a quei regimi e sulla pericolosa idea che a una sola razza, quella ariana, spettasse il compito di reggere il mondo. Durante la Pentecoste del 1936, sicuro che il mito hitleriano nascondesse, dietro la cultura dell’unità, una fatale violenza, Josef tenne un discorso al convegno di formazione per i giovani dirigenti di Ac, nel quale, dopo aver esaminato il tema della leadership, denunciava, con evidenti riferimenti a Hitler, la dedizione cieca e assoluta verso un leader e sollecitava tutti a lasciarsi guidare unicamente da Cristo, nell’ascolto orante del Vangelo.
Con impressionante lungimiranza affermava: Dopo tutto il caos dei primi anni postbellici nella politica, nell’economia e nella cultura, vediamo oggi con quanto entusiasmo, anzi, spesso con dedizione cieca, passionale e incondizionata, le masse si votano ai leader. Ci tocca assistere a un culto del leader che rasenta l’idolatria. […] Senza dubbio possiamo considerarlo un sintomo che indica che ci avviciniamo a capovolgimenti di enormi dimensioni. E con l’usuale spirito combattivo domandava ai presenti: Siamo noi giovani cattolici in grado di distinguere correttamente questi segni di una nuova epoca? Siamo in grado di cogliere, per così dire, l’opportunità che oggi si offre al cattolicesimo? Più che mai nell’Ac di oggi è necessaria una cattolicità pratica, vissuta. Oggi si tratta di indicare di nuovo alle masse la guida che sola ha diritto al dominio e alla leadership illimitata: Cristo, il nostro “condottiero”. Non conta il successo esterno, perché, continuava, lo Spirito di Dio agisce di nascosto e avremo raggiunto molto se la nostra parola e il nostro esempio porteranno l’una e l’altro nella nostra sfera di azione un più vivo coinvolgimento nella fede. Quel che conta davanti a Dio non è il nostro successo esterno, che dipende tutto dalla sua grazia, ma la nostra volontà pura e giusta, se riusciamo a mantenerla nonostante tutti gli insuccessi (7).
Fondamenti dell’opposizione al male
Josef sentiva che qualcosa di terribile stava accadendo in Europa e, per questo, volle assumersi l’arduo impegno di scuotere le coscienze. “Forse è l’ultima volta che il Signore ci invita alla conversione, rendendo vane tutte le nostre speranze in un aiuto terreno. Respingerà il nostro popolo anche questa volta la mano piena di grazia dell’Onnipotente? Resterà esso ancora indurito e si chiuder di fronte alla Grazia?”, scriveva su Il Segno, settimanale della diocesi di Bolzano, per spingere i cattolici a schierarsi e a uscire dallo stato di torpore in cui erano caduti, per opporsi al dilagare dell’ideologia nazista, che per lui era del tutto opposta al Vangelo (8). Proprio in quegli anni cominciò a leggere sia Tommaso Moro, in particolare le lettere dal carcere scritte dopo essere stato condannato a morte per aver scelto di obbedire a Dio, anziché a Enrico VIII, il sovrano che voleva assumere il controllo della Chiesa inglese , sia Tommaso d’Aquino e la sua concezione cristiana del mondo, sia Francesco d’Assisi, che divenne l’ispiratore della sua attività a favore dei poveri all’interno della Conferenza di San Vincenzo (9) ai Piani di Bolzano, della quale nel 1937 assumeva la presidenza.
Per Josef, la testimonianza informava ogni aspetto della vita: egli riteneva che soltanto attraverso una testimonianza concreta fosse possibile stemperare i conflitti, ridurre le tenebre e incrementare lo splendore della verità. Così, mentre Hitler predicava l’odio razziale e l’eliminazione dei deboli, Mayr-Nusser in un articolo pubblicato il 15 gennaio 1938 su Jugendwacht, periodico della Gioventù Cattolica sudtirolese, parlando di san Giovanni Battista affermava: “Era chiamato a dare testimonianza della luce”. Si trovava fra due mondi: da una parte il mondo avviato al disfacimento, o meglio, al compimento dell’Antico Testamento, dall’altra l’inizio della nuova era cominciata con Cristo, la soglia del Nuovo Testamento. “Era chiamato a dare testimonianza della luce”. Poche parole. Quale compito! Testimoniare la luce, annunciare Cristo al mondo. Un’impresa che richiede coraggio. Intorno a lui il buio, orecchie sorde e tuttavia doveva dare testimonianza. “La testimonianza è allo stesso tempo il nostro compito e la nostra arma. […] Intorno a noi c’ il buio: il buio della miscredenza, dell’indifferenza, del disprezzo, forse della persecuzione. Ciononostante dobbiamo dare testimonianza e superare questo buio con la luce di Cristo, anche se non ci ascoltano, anche se ci ignorano. Dare testimonianza oggi la nostra unica arma efficace”.
E concludeva: “E’ un fatto insolito. Né la spada, né la forza, né finanze, né capacità intellettuali, niente di tutto ciò è posto come condizione imprescindibile per erigere il regno di Cristo sulla terra. E’ una cosa ben più modesta e allo stesso tempo ben più importante che il Signore ci richiede: dare testimonianza”. Concetti ribaditi nella lettera alla Conferenza di San Vincenzo dello stesso anno: “Né denaro, né influenza, né cultura, né prestigio possono essere determinanti in una comunità che è una comunità di confratelli e per la quale vale una sola legge: quella dell’amore. […] Se il Salvatore stesso, l’Infinito, si chinato verso la nostra piccolezza, anzi ha fatto di noi i suoi fratelli, dovrebbe essere un dovere scontato per tutti noi servire i nostri fratelli in Cristo pieni d’amore (10).
La solidarietà verso il prossimo e la responsabilità del singolo di fronte alle minacce che si andavano prospettando nell’imminente futuro divennero per Josef l’obiettivo da raggiungere, ma anche la coscientizzazione da promuovere, per contrastare l’ondata di odio e di violenza che in quel periodo travolgeva l’Italia e specialmente il Sud Tirolo. Fin dal 1930, infatti, la popolazione di quella regione si era trovata tra due fuochi: da un lato la paura di un’assimilazione forzata all’Italia a motivo della politica di italianizzazione messa in atto dal fascismo (11), e dall’altro la suggestione di potersi liberare aderendo alla Grande Germania proclamata da Hitler. A risolvere il dilemma giunse l’intesa tra Hitler e Mussolini (23 giugno 1939), che prevedeva l’opzione. Ossia, i cittadini tedeschi ed ex-austriaci considerati tedeschi etnici (Volksdeutsche), che abitavano nel Sud Tirolo (12), potevano rientrare nel Reich entro il 31 dicembre 1942 o scegliere di rimanere nelle proprie terre.
Conseguenza: nonostante la propaganda fascista, il 69,4% dei cittadini scelse la Germania, l’11,9% l’Italia e il 18,7% rifiutò di dichiararsi (13). Tra questi ultimi – i cosiddetti non optanti – c’era Josef, il quale, ai primi del 1940, era entrato nell’associazione clandestina Andreas-Hofer-Bund, che si opponeva tanto alle ragioni pro-opzione, quanto all’ideologia nazista e fascista. E quando il flusso di sudtirolesi verso il Reich raggiunse quota 56.800, insieme ai militanti dell’Andreas-Hofer-Bund Josef andò di casa in casa per dissuadere quanti erano ancora indecisi se aderire alla follia di Hitler. Sicuro che optare non significasse risollevarsi, ma cadere ancora più in basso, egli cercò di far comprendere ai sudtirolesi il male nascosto tra le pieghe del sistema nazionalsocialista.
Le sue argomentazioni erano coraggiose e ineccepibili: Optare significa abbandonarsi alle tenebre, perdere la luce di Cristo, sostituire l’orizzonte della vita, della pace, della santità, con la follia distruttiva dell’impero. Ogni singolo uomo che oltrepassa il confine diventa un numero nelle mani del Führer, questo idolo terribile capace di sacrificare le masse per perseguire un fine preciso: impossessarsi del mondo e poter dire “è mio”. “Questo enorme potere della violenza in forte contrasto con il cristianesimo, come non capirlo!” (14). Le sue parole, come quelle degli altri membri dell’associazione, non rimasero inascoltate e, dopo il 1940, il numero degli optanti cominci a diminuire, anche per le notizie negative che giungevano da quanti si erano trasferiti in Germania, sicché alla fine i cittadini che lasciarono il Sud Tirolo furono 78.000.
Sulla strada di Dachau per amore di Cristo
Nel 1941 Josef veniva assunto dalla Ammon, una delle più importanti imprese di Bolzano, sempre con la mansione di cassiere, e nel maggio 1942 sposava Hildegard, l’amica di vecchia data che in quegli anni gli era rimasta sempre a fianco. Da quella felice unione il 1 agosto 1943, nel pieno della guerra, nasceva il figlio Albert. Purtroppo la situazione dell’Italia, dopo la caduta di Mussolini, andava peggiorando di giorno in giorno, finché, dopo l’armistizio dell’8 settembre, avvenne l’occupazione del centro-nord da parte dell’esercito tedesco. Il 10 settembre Hitler istituiva la Zona di Operazioni Prealpi che comprendeva il Sud Tirolo, il Trentino e il Bellunese sotto la guida del Gauleiter Franz Hofer. La maggioranza di lingua tedesca guardò con favore quella che a prima vista sembrava una liberazione dall’oppressione fascista, ma Josef, consapevole del peggio e non potendo accettare l’occupazione nazista, intensificò la sua presenza nell’Andreas-Hofer-Bund, senza però partecipare alle operazioni militari del gruppo, che nel frattempo si era alleato con i gruppi armati della resistenza partigiana e con le missioni degli Alleati in Svizzera.
Intanto l’esercito tedesco, indebolito da anni di combattimenti, aveva bisogno di uomini, e il Führer, nonostante le convenzioni internazionali vietassero alle potenze occupanti di arruolare nel proprio esercito uomini di un Paese occupato (15), impose l’arruolamento forzato a tutti quelli che in precedenza non avevano optato per il trasferimento in Germania. E così Josef, il 5 settembre 1944, si trovò arruolato nelle SS, nonostante fosse un cittadino italiano, e due giorni dopo partiva su un vagone bestiame con le altre reclute alla volta di Könitz, località della Prussia Orientale designata per l’addestramento, dove giunsero dopo quattro giorni di viaggio estenuante. Sistemati in un vecchio manicomio dismesso, cominciarono le tre settimane di addestramento al termine delle quali era previsto il giuramento a Hitler. Sicuro che mai l’avrebbe pronunciato, essendo l’ideologia nazista contraria alla propria coscienza e alla profonda fede in Dio che da sempre l’aveva guidato, il 27 settembre scriveva alla moglie, preparandola alle gravi conseguenze di tale rifiuto: soprattutto al dolore che la sua testimonianza cristiana avrebbe provocato a lei e al figlio.
Sentiva infatti che ormai l’impellenza di tale testimonianza ineluttabile: “due mondi si stanno scontrando. I miei superiori hanno mostrato chiaramente di rifiutare e di odiare quanto per noi cattolici vi è di più sacro e intangibile. Prega per me, Hildegard, affinché nell’ora della prova io agisca senza timori o esitazioni, secondo i dettami di Dio e della mia coscienza. […] Qualsiasi cosa possa avvenire, ora mi sento sollevato, perché so che sei preparata e la tua preghiera mi darà la forza di non fallire nell’ora della prova” (16). Il 4 ottobre, al termine dell’addestramento, quando il maresciallo delle SS spiegava alle reclute il significato del giuramento di fedeltà al regime nazista “Giuro a te, Adolf Hitler Führer e Cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te e ai superiori designati da te l’obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista”, Josef alzò la mano e dichiarò ad alta voce: “Signor maresciallo, io non posso giurare fedeltà a Hitler” (17). Il maresciallo, allibito, chiamò il comandante della compagnia e gli fece spiegare il motivo di tale rifiuto, che soltanto altri sei osarono compiere durante il nazifascimo. Mayr-Nusser in quel momento di grande tensione, sapendo che era giunta l’ora della testimonianza, rispose senza esitazione che lo faceva per motivi religiosi. Quindi, posta per iscritto tale decisione, confessava ai compagni spaventati per quel gesto: “Se mai nessuno trova il coraggio di dire loro che non d’accordo con la loro ideologia nazista, allora le cose non cambieranno mai” (18).
Rinchiuso in una piccola cella, il 12 novembre riusciva a scrivere questa struggente lettera alla moglie: “Ciò che mi ha particolarmente riempito di gioia nella tua lettera è quanto scrivi sul nostro amore. Sì, era veramente il primo amore, profondo, autentico. E siccome ti conosco e so che cosa ci unisce più intimamente, sono certo che questo amore reggerà anche alla dura prova rappresentata dal passo impostomi dalla mia coscienza!”. E poi, ricordando la Messa della domenica nella piccola chiesa di St. Johann a Bolzano e i momenti di raccoglimento con gli amici più cari, continuava: “Ma quanto significa ora per me sapere che a casa ci sono uomini buoni e giusti che pregano per me! E’ davvero una grande e profonda consolazione. ‘Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Né fuoco, né spada’! Mai finora ho avvertito così intensamente il significato di queste parole. Oggi, domenica, continuo a pensare come passerei questa giornata a casa con te e il bimbo nostro tesoro e questo ricordo mi riempie di malinconia. Ma la speranza ha un potere consolatorio indicibile e ci fa sopportare con pazienza anche l’insopportabile. Nella lontananza questi ricordi appaiono come immersi in una luce ultraterrena” (19).
Due giorni dopo veniva trasferito nel carcere di Danzica in attesa del processo, e qui le condizioni di vita si presentarono ancora più dure: sia per il poco cibo che trovava nelle razioni giornaliere, sia per il freddo pungente dal quale non riusciva a difendersi. Infine, nel gennaio 1945, giunse la sentenza del tribunale: condanna per disfattismo militare, avendo tentato di sovvertire l’ordine imposto dal regime. Per un tale reato era prevista la condanna a morte, ma le autorità competenti optarono per il trasferimento nel campo di Dachau. Perciò, all’inizio di febbraio Josef si ritrovò con altre 40 persone, accusate dello stesso crimine, sul carro bestiame di un treno che prima di raggiungere definitivamente Dachau, fece sosta nel campo di concentramento di Buchenwald. Rinchiuso per dieci giorni nel cosiddetto campo grande (20), insieme ai prigionieri di guerra russi e ai prigionieri politici, vide l’orrore degli ebrei spinti nelle camere a gas, confermandosi nella sua decisione: l’opporsi alla crudeltà del regime nazista in nome dei principi e dei valori del cristianesimo non solo era la cosa giusta da fare, ma rappresentava l’unico modo per non tradire la propria coscienza lasciando prevalere il male.
Quando il treno ripartì per Dachau le sue condizioni di salute erano gravissime. Debilitato dalla dissenteria e febbricitante, durante il viaggio non smise di leggere il Vangelo e continuò a pregare fino a che ebbe la forza di parlare. Poi, il 20 febbraio, durante una sosta alla stazione di Erlangen, i compagni di prigionia preoccupati per le sue pessime condizioni decisero di rivolgersi alle guardie che, impietosite, lo fecero ricoverare. Ci vollero tre ore di strada a piedi, sorretto dai prigionieri suoi compagni per raggiungere il più vicino ospedale ma, una volta arrivati, il medico nazista lo rimandò indietro affermando che non c’era pericolo di sorta (21).
Quella stessa notte Josef Mayr-Nusser moriva, a 35 anni, stringendo tra le mani il Vangelo, il messale e un rosario (22). Quelle, insieme al coraggio e alla fede, furono le armi della sua battaglia contro la dittatura hitleriana, nata e cresciuta sulle macerie di un mondo che non aveva saputo lottare contro la violenza, il silenzio e la cieca obbedienza. Uomo semplice e insieme autentico cristiano, Josef è uno di quegli obiettori di coscienza italiani che hanno riscattato, col sacrificio della propria vita, tutti gli altri italiani credenti in Dio o semplicemente dotati di morale naturale , che non alzarono il capo e preferirono rassegnarsi alla follia dei totalitarismi.
Perciò anche per lui valgono, esattamente come per Franz Jägerstätter, le parole che questi scrisse durante la sua prigionia: “A noi non resta che questa alternativa: o progredire sempre nel bene, oppure affondare sempre più nel male; impossibile rimanere immobili a lungo. Amiamo i nostri nemici, benediciamo coloro che ci maledicono, preghiamo per coloro che ci perseguitano. L’amore vincer e vivrà per sempre. Fortunati coloro che hanno vissuto nella carità divina e muoiono in essa”. E oggi si avvera quanto disse 60 anni fa, alla Messa esequiale per Josef, il suo amico e guida spirituale don Josef Ferrari: “Quando si scriverà la storia recente dei testimoni della fede e dei martiri sudtirolesi, il nome di Josef apparirà con onore tra i primi” (23).
padre Piersandro Vanzan, S.I., su “La Civiltà Cattolica”
1 Cfr F. Comina, Non giuro a Hitler. La testimonianza di Josef Mayr-Nusser, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2000, 100.
2 Per conoscere i nomi di quanti, a costo della vita, si opposero al nazismo cfr, fra gli altri, H. Moll (ed.), Testimoni di Cristo. I martiri tedeschi sotto il nazismo, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2007; M. Gilbert, I Giusti. Gli eroi sconosciuti dell’Olocausto, Roma, Città Nuova, 2007; A. Palini, Testimoni della coscienza. Da Socrate ai nostri giorni, Roma, Ave, 2006; I. Gutman – B. Rivlin (eds), I Giusti d’Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei: 1943-1945, Milano, Mondadori, 2005 (cfr, rispettivamente, Civ. Catt. 2005 IV 478-487; 2006 IV 366-373 e 515 s: 2007 IV 259-266 e 2008 I 50-59).
3 F. Jägerstätter, Scrivo con le mani legate. Lettere dal carcere e altri scritti dell’obiettore-contadino che si oppose ad Adolf Hitler, a cura di G. Girardi, Piacenza, Berti, 2005, 48. Cfr anche Civ. Catt. 2006 II 345-354.
4 Cfr J. Innerhofer, Un santo scomodo: Josef Mayr-Nusser, Roma, Pro Sanctitate, 2007, 97.
5 Per non attirare troppo l’attenzione delle autorità fasciste, gli incontri si tenevano nel convento dell’Ordine Teutonico di Lana, presso Merano, oppure nei monasteri benedettini.
6 F. Comina, Non giuro a Hitler, cit., 30.
7 A. Palini, Voci di pace e libertà nel secolo delle guerre e dei genocidi, Roma, Ave, 2007, 204 s.
8 Ivi, 209; cfr anche J. Innerhofer, Un santo scomodo, cit., 39-45.
9 Cfr ivi, 46-51. Notevole l’insistenza di Josef sulla fedeltà al carisma vincenziano, proprio della Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli, fondata da Federico Ozanam a Parigi nel 1833.
10 Cfr F. Comina, Non giuro a Hitler…, cit., 99-104.
11 Ricordiamo che il regime fascista aveva intrapreso una politica di degermanizzazione e stabilito un dominio culturale e linguistico fino al Brennero, proprio per ridurre al minimo la presenza e l’influenza tedesca. I sudtirolesi di madrelingua tedesca, spaventati da quell’assimilazione, non solo si erano rivolti alla Germania ma, dal 1936, avevano dato sempre maggiore consenso al partito nazista sudtirolese, ritenendolo l’unica via per salvare la cultura tedesca.
12 L’intesa riguardava le Province di Bolzano, Trento, Belluno e Udine.
13 Cfr A. Palini, Voci di pace e libertà, cit., 227.
14 F. Comina, Non giuro a Hitler, cit., 44.
15 La Convenzione dell’Aia del 1907 consentiva a una forza di occupazione di reclutare uomini dai territori occupati soltanto per il servizio di polizia e non per azioni di guerra.
16 H. F. Comina, Non giuro a Hitler…, cit., 110.
17 A. Palini, Voci di pace e libertà, cit., 234.
18 R. Iblacher, Non giuro a questo Führer. Josef Mayr-Nusser, un testimone della libertà di pensiero e vittima del nazismo, Bolzano, Sono, 2000, 171.
19 F. Comina, Non giuro a Hitler…, cit., 111 s.
20 A Buchenwald c’era anche un campo piccolo nel quale si trovavano gli ebrei e tutti coloro che erano destinati alle camere a gas.
21 Una delle guardie, Fritz Habicher, rimase sconvolto dall’atteggiamento del medico nazista e dopo la morte di Josef dichiarò: In quel momento capimmo che non poteva essere un traditore (F. Comina, Non giuro a Hitler, cit., 87).
22 Il corpo di Josef rimase nel cimitero di Erlangen fino al 10 febbraio 1958, quando le spoglie furono trasferite a Bolzano e deposte nella chiesetta in periferia, a Lichtenstern/Ritten (Stella del Renon). Nel 1990, con l’approvazione del vescovo di Bolzano-Bressanone, mons. Wilhelm Egger, cominciò l’iter per la causa di beatificazione e il 24 febbraio 2006 ne è stata ufficialmente aperta la fase diocesana. Nell’aprile 1980 il Consiglio comunale di Bolzano stabilì che il maso Nusser ai Piani di Bolzano fosse conservato a ricordo del locale testimone della fede. Cfr J. Innerhofer, Un santo scomodo, cit., 94-98 e A. Palini, Voci di pace e di libertà, cit. 242-251.
23 Cfr rispettivamente F. Comina, Non giuro a Hitler, cit., 88 e J. Innerhofer, Un santo scomodo, cit., 7

Mai piu’ morte, fino alla morte

NIRELAND-ABORTION/

In principio fu Bernard Nathanson. Parliamo del famoso ginecologo statunitense che al suo attivo collezionò circa 75.000 aborti, fino a quando non si rese conto dell’“umanità” del feto e non fece un vero cammino di conversione che lo portò a scrivere il libro The hand of God (“La mano di Dio”).

Da quel momento in poi, il suo lavoro è divenuto totalmente a favore della vita nascente. Ma “la mano di Dio” continua ad operare in ogni continente, e anche in Italia, abbiamo il nostro Nathanson: è il dottor Antonio Oriente (foto grande). Anche lui, come Nathanson, viveva la sua quotidianità praticando aborti di routine. Abbiamo ascoltato la sua testimonianza nel corso di un convegno dell’AIGOC. Sì, perché lui oggi è il vicepresidente e uno dei fondatori di questa Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici… Praticamente una totale inversione di tendenza, rispetto al modo precedente di vivere la sua professione.
La sua testimonianza inizia così: “Mi chiamo Antonio Oriente, sono un ginecologo e, fino a qualche anno fa, io, con queste mani, uccidevo i figli degli altri”. Gelo. Silenzio. La frase pronunciata è secca, senza esitazione, lucida. La verità senza falsi pietismi, con la tipica netta crudezza e semplicità di chi ha capito e già pagato il conto. Di chi ha avuto il tempo di chiedere perdono.
Due cose colpiscono di questa frase e sono due enormi verità: la parola “uccidevo”, che svela l’inganno del termine interruzione volontaria, e la parola “figli”. Non embrioni, non grumi di cellule, ma figli. Semplicemente. E questa sua pratica quotidiana dell’aborto, il dottor Oriente la riteneva una forma di assistenza alle persone che avevano un “problema”.
Venivano nel mio studio – racconta – e mi dicevano: Dottore, ho avuto una scappatella con una ragazzetta… io non voglio lasciare la mia famiglia, amo mia moglie. Ma ora questa ragazza è incinta. Mi aiuti… Ed io lo aiutavo. Oppure arrivava la ragazzina: Dottore, è stato il mio primo rapporto… non è il ragazzo da sposare, è stato un rapporto occasionale. Mio padre mi ammazza: mi aiuti!”. Ed io la aiutavo. Non pensavo di sbagliare”.
Ma la vita continuava a presentare il conto: lui, ginecologo, i bambini li faceva anche nascere. Sua moglie pediatra i bambini degli altri li curava. Ma non riuscivano ad avere figli propri. Una sterilità immotivata ed insidiosa era la risposta alla sua vita quotidiana. “Mia moglie è sempre stata una donna di Dio. È grazie a lei e alla sua preghiera se qualcosa è cambiato. Per lei non avere figli era una sofferenza immensa, enorme. Ogni sera che tornavo la trovavo triste e depressa. Non ne potevo più. Dopo anni di questo calvario, una sera come tante, non avevo proprio il coraggio di tornare a casa. Disperato, piegai il capo sulla mia scrivania e cominciai a piangere come un bambino”.
E lì, la mano di Dio si fa presente in una coppia che il dottor Oriente segue da tempo. Vedono le luci accese nello studio, temono un malore e salgono. Trovano il dottore in quello stato che lui definisce “pietoso” e lui per la prima volta apre il suo cuore a due persone che erano solo dei pazienti, praticamente quasi degli sconosciuti. Gli dicono: “Dottore, noi non abbiamo una soluzione al suo problema. Abbiamo però da presentarle una persona che può dargli un senso: Gesù Cristo”. E lo invitano ad un incontro di preghiera. Che lui dribbla abilmente.
Passano dei giorni ed una sera, sempre incerto se tornare a casa o meno, decide di avviarsi a piedi e, nel passare sotto un edificio, rimane attratto da una musica. Entra, si trova in una sala dove alcune persone (guarda caso il gruppo di preghiera della coppia che lo aveva invitato) stanno cantando. Nel giro di poco tempo, si ritrova in ginocchio a piangere e riceve rivelazione sulla propria vita: “Come posso io chiedere un figlio al Signore, quando uccido quelli degli altri?”.
Preso da un fervore improvviso, prende un pezzo di carta e scrive il suo testamento spirituale: “Mai più morte, fino alla morte”. Poi chiama il suo “Amico” e glielo consegna, ammonendolo di vegliare sulla sua costanza e fede. Passano le settimane e il dottor Oriente comincia a vivere in modo diverso. Comincia anche a collezionare rogne, soprattutto tra i colleghi nel suo ambiente. In certi casi il “non fare” diventa un problema: professionale, economico, di immagine.
Una sera torna a casa e trova la moglie che vomita in continuazione. Pensa a qualche indigestione ma nei giorni seguenti il malessere continua. Invita allora la moglie a fare un test di gravidanza ma lei si rifiuta con veemenza. Troppi erano i mesi in cui lei, silenziosamente, li faceva quei test e quante coltellate nel vedere che erano sempre negativi… Ma dopo un mese di questi malesseri, lui la costringe a fare un esame del sangue, che rivela la presenza del BetaHCG: sono in attesa di un bambino!
Sono passati degli anni. I due bambini che la famiglia Oriente ha ricevuto in dono, oggi sono ragazzi. La vita di questo medico è totalmente cambiata. È meno ricco, meno famoso, una mosca bianca in un ambiente dove l’aborto è ancora considerato “una forma di aiuto” a chi, a causa di una vita sregolata o di un inganno, vi ricorre. Ma lui si sente ricco, profondamente ricco. Della gioia familiare, dei suoi valori, dell’amore di Dio, quella mano che lo carezza ogni giorno facendolo sentire degno di essere un “Suo figlio”.

da:http://www.noiaprenatalis.it

Claudio, sei innamorato di una donna

Mi chiamo Claudio, sono qui per presentarvi la mia storia: ho un vissuto di omosessualità e già sin dalla pubertà, quando la sessualità ha cominciato a risvegliarsi, io ero attratto dagli uomini e non dalle donne. Questo inizialmente mi ha causato difficoltà, preoccupazioni, mi sono detto: “Ma cos’è questa cosa?”. Avrei voluto 20 anni fa ascoltare una conferenza come questa così avrei capito meglio, però in quel momento ero solo con queste mie preoccupazioni e crescendo, a 11/12/13/14 anni trovavo rifugio nella pornografia e nella masturbazione, lì mi costruivo il mio mondo immaginario e mi distaccavo dalla realtà degli altri. Ero una persona socievole, allegra, avevo degli amici, però avevo molta vergogna e paura che gli altri potessero sapere che in fondo io coltivavo pensieri, tendenze omosessuali.

A 15 anni ho racimolato tutto il coraggio che avevo a quell’epoca e sono andato a parlare con una persona, un responsabile spirituale; dopo avergli condiviso questa mia preoccupazione lui mi ha citato qualche versetto biblico dicendomi: “Questa cosa non è da farsi….” e mi ha lasciato andare. Non mi ha aiutato, mi trovavo in un vero e proprio conflitto e non capivo che cosa potevo fare; crescendo sentivo sempre di più questo richiamo “devi accettarti così come sei”, ma io non accettavo queste tendenze che c’erano dentro di me.  All’età di 19/20 anni io coltivavo sempre la pornografia e non osavo passare ai fatti; ad un certo punto ho fatto un pensiero che mi ha marcato: “Adesso tu devi essere onesto con te stesso, basta con la pornografia, adesso devi passare all’azione, tu sei un omosessuale, vivi quello che tu pensi, quello che c’è nella tua mente.”

Così ho cominciato ad avere contatti sporadici con uomini, cercavo un appagamento, cercavo quello che in fondo avevo sempre coltivato nelle mie fantasie sessuali, ma non lo trovavo.  Così dopo circa un anno sono arrivato ad un punto in cui mi trovavo in una vera e propria trappola, da un lato mi dicevo: “OK, se ho tendenze omosessuali dovrei accettarmi, cercarmi un compagno, il principe azzurro e poi vivere la mia vita”, dall”altro lato questi contatti che avevo avuto mi avevano fatto capire che io stavo cercando qualcosa, non amavo le persone con cui avevo avuto contatti sessuali, non volevo una relazione con loro, non volevo vivere una vita insieme a loro, volevo sesso, volevo qualcosa che io non avevo.

Il sesso era dunque diventato un appagamento e con questo io desideravo la loro mascolinità, la loro forza, desideravo la loro sicurezza in sè stessi, la loro bellezza fisica però il dramma era che loro volevano la stessa cosa da me, mi sono reso conto che vivevo una realtà in cui ognuno voleva solo prendere e dopo ogni contatto sessuale mi sentivo peggio di prima, mi sentivo più vuoto.

Io già a quell’epoca ero credente, amavo Dio, leggevo la Bibbia, e dopo queste esperienze con gli uomini avevo letto il versetto di un Vangelo in cui Gesù dice: “Io sono venuto per darvi la vita in abbondanza”, e al punto in cui io ero arrivato mi sono detto: “Se quello che c’è scritto in questo Vangelo è vero, io lo voglio.” E così ho gridato a Dio, io non riuscivo ad uscire da questa trappola, non sapevo cos’altro scegliere, dovevo accettarmi come omosessuale, ma non volevo e non avevo altre scelte; così non mi era rimasto altro che gridare a Dio e ho detto: “Aiutami! Non vedo una via d’uscita.”

Poi in seguito ad alcune circostanze ho cominciato a conoscere della letteratura (a quell’epoca non c’era ancora niente in italiano) che parlava di persone che avevano intrapreso un cammino e che erano uscite dall’omosessualità e per me si è aperto un nuovo mondo. Mi sono detto: “Allora non sono obbligato ad accettare questa mia condizione, posso sperimentare qualcosa di diverso.”  Così ho potuto addentrarmi un po’ nella materia, conoscere persone che non predicavano il solito messaggio “Accettati così come sei che poi andrà tutto bene”.e da lì è stata una continua crescita. Ho potuto capire cosa c’era dietro la mia tendenza omosessuale, ho capito cosa io ricercavo nell’omosessualità. In breve, io cercavo la mia mascolinità. La relazione con mio padre era conflittuale, già da piccolo vedevo i miei genitori che litigavano, mio padre era una brava persona, era debole di carattere ma anche piuttosto autoritario e quello che mi ha maggiormente marcato era il modo in cui faceva soffrire mia madre.

Io mi ricordo che da piccolo notavo queste tensioni in famiglia e avevo fatto dei pensieri che poi erano diventati delle vere e proprie decisioni, nel mio cuore di bambino, vedendo come mio padre faceva soffrire mia madre, avevo deciso: “Se essere uomo significa far soffrire una donna, se essere uomo significa essere cattivo, dominante, insensibile, allora io non voglio essere uomo.” E da lì la mia mascolinità non si è sviluppata , io non ho coltivato questa relazione con mio padre .

Dall’altra parte mia madre era una persona molto emotiva, costretta alla sottomissione, ed io soffrivo tanto per questa situazione, mia madre letteralmente piangeva sulle mie spalle ed io non ero pronto ad accogliere queste sofferenze ed è subentrato un altro pensiero: “Io non riuscirò mai ad amare una donna perché le donne hanno dei bisogni troppo grandi affinchè io possa soddisfarli.” Io credevo che non sarei mai stato capace di amare una donna. Così ho capito che in seguito a queste situazioni che avevo assorbito in famiglia, alla interpretazione che io ne avevo dato, cercavo la mascolinità che non avevo lasciato emergere nella mia vita.

Dopo aver capito queste cose ho potuto riconciliarmi con me stesso, accettare la mia mascolinità, imparare ad avere buone amicizie maschili, mi sono riconciliato con mio padre, ho potuto riallacciare questo legame che dovrebbe essere un legame benedicente, ho potuto riconciliarmi con mia madre avendo un buon distacco e non una simbiosi che si protrae anche nella vecchiaia.

Poi all’età di 26 anni è successa una cosa strana, mi sono innamorato di una bellissima ragazza e per me era qualcosa di nuovo. Io non ero mai stato attratto dalle donne e ho cominciato a sentirmi confuso proprio come un quattordicenne alle prime armi e mi sono dovuto arrendere e dire: “Claudio, sei innamorato”. Ho dovuto ammettere a me stesso che c’era qualcosa di nuovo che stava nascendo in me, e con non poche difficoltà abbiamo coltivato questa relazione, è stato molto difficoltoso dal punto di vista dei ruoli (non consiglio a nessuno un fidanzamento come il nostro!) , capire chi ero io, chi era lei , ma devo dire che è stato anche molto costruttivo, mi ha molto aiutato, così dopo 2 anni ci siamo sposati, abbiamo formato una famiglia e sono grato a Dio di come mi ha aiutato e mi ha accompagnato fino ad oggi .

Riassumendo, il mio cammino è consistito nel non coltivare l’omosessualità, perché potevo benissimo andare avanti come omosessuale, ma piuttosto nel coltivare quella eterosessualità che io consideravo inesistente, ma che in fondo era latente, era addormentata, era rimasta bloccata ad una certa età e così ho potuto esplorare quest’altra parte di me.

I risvolti negativi della fecondazione in vitro

L’opposizione della Chiesa cattolica alla fecondazione in vitro (FIV) e’ ben nota, ma recentemente alcune di queste pratiche sono oggetto di critiche anche da parte di osservatori laici.

Sul New York Times del 10 maggio e’ apparso un articolo sulla questione dell’acquisto di ovuli da parte delle coppie. Nell’articolo si cita una recente pubblicazione di una rivista di bioetica, The Hastings Center Report, secondo la quale i pagamenti alle giovani donne avvengono al di là della regolamentazione del settore.

Lo studio, di Aaron Levine, docente di public policy presso il Georgia Institute of Technology, ha rivelato che su 100 annunci di acquisto di ovuli, pubblicati su giornali universitari, 25 andavano oltre il limite dei 10.000 dollari stabilito autonomamente dalla American Society for Reproductive Medicine.

I pagamenti più elevati erano offerti alle donne di università prestigiose e a quelle con curricula accademici superiori alla media.

Nel 2016 si stimano 30.000 bambini sono nati da ovuli donati: circa il 600% in più rispetto al 2000.

L’articolo ha anche sollevato preoccupazioni per la salute delle donatrici, soprattutto perché le giovani donne potrebbero non essere consapevoli della gravità di alcuni effetti collaterali.

I rischi per la salute sono stati illustrati in un articolo pubblicato il 3 marzo su LifeNews.com. L’autrice, Jennifer Lahl, presidente del Center for Bioethics and Culture Network, ha invitato le donne a rivedere l’eventuale idea di donare i propri ovuli.

I rischi

Tra i possibili rischi per la salute figurano infarto, danni agli organi, infezione, cancro e perdita di fertilità, sostiene la Lahl.

L’autrice ha anche sostenuto che la donazione di ovuli non è assimilabile alla donazione di organi. In quest’ultima, infatti, il donatore si assume dei rischi al fine di salvare una persona malata o morente. Per contro, il destinatario di una donazione di ovuli non è malato, ma un consumatore che acquista un prodotto.

La società giustamente condanna la vendita e il pagamento degli organi al fine di prevenire gli abusi e tutelare la vita, mentre il pagamento di ingenti somme come compenso monetario per le donatrici di ovuli le esporrebbe allo sfruttamento a causa della loro necessità di denaro”, ha affermato la Lahl.

Non sono solo le donne universitarie a cui viene proposto l’acquisto degli ovuli.

Lo scorso anno, ad una conferenza sulla fecondazione, la professoressa Naomi Pfeffer ha avvertito del fatto che le donne di Paesi poveri vengono sfruttate in una sorta di prostituzione da parte di occidentali che vogliono disperatamente avere bambini, secondo il quotidiano Times del 19 settembre.

“Il rapporto di scambio è analogo a quello di un cliente con una prostituta”, ha affermato. “È una situazione particolare perché è l’unico caso in cui una donna sfrutta il corpo di un’altra donna”, ha osservato la Pfeffer.

Surrogazione

Un’altra pratica oggetto di critiche è quella delle madri surrogate. L’India è una destinazione rinomata per le coppie occidentali in cerca di donne che possano portare in grembo i loro figli. Un motivo di questa diffusione è la mancanza di leggi che ne regolino le procedure, cosa che è stata evidenziata in un articolo del quotidiano Times of India dell’11 maggio.

L’articolo ha riferito come, per la terza volta nell’ultimo anno e mezzo, i figli nati da madri surrogate indiane abbiano dovuto affrontare ostacoli nel riconoscimento legale nei Paesi di origine dei loro genitori genetici.

I casi precedenti riguardavano quello di un bambino di una coppia giapponese, che ha richiesto sei mesi per risolversi, e quello di una coppia tedesca che ha dovuto attendere mesi per ottenere la cittadinanza del proprio figlio nato da una donna indiana. L’ultimo caso è quello di una coppia omosessuale israeliana che sta cercando di ottenere la cittadinanza per il suo bimbo di due mesi.

L’articolo ha citato esperti, secondo cui tali problemi non sorgerebbero se il disegno di legge che è stato discusso negli ultimi cinque mesi fosse approvato.

La situazione delle madri surrogate indiane è stato esaminato in modo approfondito in un articolo del Sunday Times pubblicato il 9 maggio. Secondo l’articolo, nell’Akanksha Infertility Clinic della città di Anand, gestita dalla dottoressa Navana Patel e dal marito Hitesh, dal 2003 167 donne hanno dato luce a 216 bambini, con altre 50 madri surrogate attualmente in stato di gravidanza.

Le coppie pagano più di 14.000 sterline (16.200 euro), di cui circa un terzo va alle madri surrogate. Le donne provengono spesso da una casta inferiore di un villaggio povero e l’ammontare che ricevono equivale a circa 10 anni di salario, secondo il Sunday Times.

L’articolo ha anche spiegato che alla clinica di Anand, una volta che le madri surrogate sono incinte, devono vivere confinate per l’intera durata della loro gravidanza, potendo allontanarsi solo per i controlli medici. I loro mariti e i figli sono autorizzati a visitarle solo la domenica. Il Sunday Times ha riferito dell’angoscia che le donne provano nell’essere separate dai propri figli e del dolore che devono affrontare al momento di consegnare il loro figlio surrogato.

Il 26 aprile, un articolo pubblicato dal quotidiano Toronto Star ha sollevato alcune questioni relative alla situazione in India. In un caso, una coppia canadese ha pagato una madre surrogata in India, ma quando le autorità canadesi hanno richiesto l’effettuazione di test sul DNA, è risultato che i gemelli erano figli di un’altra coppia sconosciuta. I bambini saranno ora probabilmente assegnati a un orfanotrofio.

Problemi legali

Al di là delle preoccupazioni sullo sfruttamento delle donne, la diffusione della surrogazione sta provocando complessi problemi legali. Il Wall Street Journal ha affrontato alcune di tali questioni in un servizio del 15 gennaio.

Negli Stati Uniti, otto Stati hanno approvato leggi che vietano tutte o alcune delle procedure di surrogazione. In altri Stati i tribunali si sono rifiutati di considerare efficaci i contratti di surrogazione, mentre in 10 Stati sono state approvate leggi che autorizzano questa pratica.

Alcune dispute riguardano visioni diverse sui diritti da riconoscere alla madre surrogata, ha spiegato il Wall Street Journal. In una decisione dello scorso dicembre, il giudice del New Jersey Francis Schultz ha decretato che, nonostante la firma di un accordo di rinuncia dei diritti genitoriali, la madre surrogata Angelina Robinson mantiene comunque tali diritti in relazione al bambino che ha portato in grembo per conto di una coppia omosessuale, Donald Robinson Hollingsworth e Sean Hollingsworth. Peraltro, la Robinson è la sorella di Donald Hollingsworth.

Un’altra complicazione è emersa, poco tempo dopo, da un articolo apparso il 26 gennaio sul New York Timesche ha posto la questione se un bambino possa avere tre genitori biologici.

Da recenti esperimenti sulle scimmie, alcuni scienziati ne hanno fatto nascere alcune con un padre e due madri, riuscendo a combinare materiale genetico proveniente dagli ovuli di due femmine. Se questo fosse applicato agli uomini complicherebbe ulteriormente la questione della surrogazione, ha affermato l’articolo.

Vita e amore

L’uso di madri surrogate e di terze persone nella fecondazione in vitro sono oggetto di un documento pubblicato lo scorso novembre dalla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti.

Nel documento, dal titolo “Life-Giving Love in an Age of Technology”, i Vescovi simpatizzano con le coppie che soffrono a causa di problemi di fertilità, ma affermano che non tutte le soluzioni rispettano la dignità del rapporto sponsale tra due persone. Il fine non giustifica i mezzi, e alcune tecniche di riproduzione non sono moralmente legittime, affermano.

Occorre resistere alla tentazione di avere un figlio come prodotto della tecnologia, secondo il documento. “Gli stessi figli potrebbero essere visti come prodotti della nostra tecnologia, persino come beni di consumo che i genitori hanno acquistato e che hanno il ‘diritto’ di avere, e non come persone eguali in dignità ai loro genitori e destinate alla felicità eterna in Dio”, sottolineano i Vescovi.

L’introduzione di persone terze attraverso l’uso di ovuli o di sperma di donatori o attraverso la surrogazione, inoltre, viola l’integrità del rapporto sponsale, così come sarebbe violato da relazioni sessuali extramatrimoniali.

Le cliniche per la fertilità dimostrano disprezzo per le gli uomini e le donne, trattandoli come materia prima, quando gli offrono ingenti somme di denaro per il loro sperma o per i loro ovuli, in funzione delle loro specifiche caratteristiche intellettuali, fisiche o caratteriali”, aggiunge il documento.

I Vescovi osservano inoltre che questi incentivi pecuniari possono indurre le donne a mettere a rischio la propria salute attraverso le procedure di estrazione degli ovuli. Esistono quindi molte buone ragioni per nutrire seri dubbi sulla fecondazione in vitro.

padre John Flynn, L.C.

Da scienziato chiedo di fermare la manipolazione degli embrioni

DNA-585x329Il fronte di biologi, genetisti ed esperti di bioetica si compatta attorno al no alla manipolazione genetica dei gameti umani. Dopo gli appelli su Nature e Science per una moratoria mondiale delle tecniche che intervengono sul Dna umano in modo ereditabile, la comunità scientifica ha aumentato la pressione sulle istituzioni, ottenendo un primo passo da parte della National Academy of Sciences statunitense. La commissione internazionale che verrà istituita dall’agenzia Usa gode già dell’appoggio della Casa Bianca che, un po’ tardivamente, si è pronunciata contro gli esperimenti di editing genetico su ovuli o embrioni. Ma l’inquietudine resta. Lo strappo del laboratorio cinese che ha recentemente tentato di eliminare un gene da 86 embrioni ha creato un precedente preoccupante. «Se uno, cinque, dieci laboratori lo stanno facendo, il processo prima o poi potrebbe riuscire. E non possiamo prevedere quali conseguenze avrebbe», spiega ad Avvenire Rudolf Jaenisch, docente di biologia del Mit di Boston, presidente della Società internazionale per la ricerca sulle staminali e pioniere delle cellule pluripotenti derivate da tessuti adulti.

Professor Jaenisch, l’équipe dell’università di Sun Yat-sen non aveva intenzione di impiantare gli embrioni “ritoccati” in un utero femminile. Perché allora il loro tentativo deve preoccupare?

Perché non ne capisco la motivazione scientifica o medica. E allora dico che lo scopo era probabilmente la fama mondiale: una motivazione squilibrata per uno scienziato, che spinge a fare passi sconsiderati. Quando furono sviluppate le tecniche di clonazione si disse subito che sarebbe stato inaccettabile clonare un essere umano. Malgrado ciò, alcuni ricercatori ci hanno provato. Mi preoccupa che qualcosa di simile possa acadere con la modifica genetica embrionale.

Perché secondo lei questa tecnica va fermata?

Perché ha una portata spaventosa. Consente di alterare i geni di ogni cellula di un embrione umano, e le modifiche sarebbero trasmesse alle generazioni future. Potrebbero essere modificati geni sani in modo irreversibile. Danni collaterali potrebbero verificarsi su alcuni geni o su tutti. E i risultati si propagherebbero per generazioni. Bisogna chiedersi se “è un rischio tollerabile.

Sarebbe vero anche se la tecnica di editing genetico diventasse più sicura e portasse alla prevenzione di malattie genetiche gravi?  

Prendiamo l’esempio della corea di Huntington, una malattia genetica neurodegenerativa: anche in questo caso, l’editing pone problemi etici. Quando un genitore ha il gene della malattia solo la metà degli embrioni lo erediterà. Con l’editing genetico l’intervento deve essere fatto prima che sia possibile sapere se l’ovulo fecondato ha ereditato il gene di Huntington. Ciò significa che la metà degli embrioni modificati sarebbe stato normale – e il loro Dna sarebbe stato alterato per sempre senza motivo. Per me questo significa che non c’è alcuna applicazione.

Non è strano per uno scienziato dire no a nuova linea di ricerca scientifica?

Questa mia affermazione non tende a smorzare l’entusiasmo per le linee di ricerca genetica sulle cellule non riproduttive, piuttosto chiedo che siano riconosciute le importanti considerazioni sociali ed etiche implicate dall’editing genetico. La comunità scientifica ha l’obbligo di riflettere sulle implicazioni del suo lavoro e di coinvolgere opinione pubblica e autorità nelle discussioni sulla scienza, le sue potenzialità e i suoi limiti. Questo è un raro caso in cui sostengo che una linea non deve essere oltrepassata.

FONTE: Avvenire

Neonato: e’ una persona? ha dignita’ e dei diritti?

neonato1Neonato: una definizione in 3 punti per ripensare insieme il valore della vita, anche per arginare alcune idee che circolano purtroppo anche in ambito scientifico e filosofico che vorrebbero considerare i neonati come “non persone” complete (assurdo e ingiusto).

1) Realismo

Con i moderni progressi medici, il neonato può sopravvivere fuori dell’utero materno quando è estremamente piccolo. Oggi il limite di sopravvivenza è di 22 settimane, quando – se nasce in un centro di alta specializzazione – la possibilità di sopravvivenza è circa il 10%. Più si ritarda la naascita (in assenza di controindicazioni), maggiori sono le possibilità di sopravvivere.

2) La ragione

Il neonato è una persona? Questa domanda non andrebbe posta, perché è come domandarsi se i cinesi o gli olandesi sono delle persone: va da sé che lo sono e volerlo dimostrare significa in fondo metterlo in dubbio; e nessuno accetterebbe che venga messo in dubbio che cinesi o olandesi sono persone. Dobbiamo riconoscere invece che diversi rinomati filosofi discutono se i neonati siano persone e alcuni affermano che non lo sono, in base al fatto che non hanno autocoscienza. Vedi al capitolo “persona” per discutere come il criterio per definire un individuo “persona” non siano le sue caratteristiche o le sue abilità. Ma se i neonati non sono persone, possono essere trattati come si trattano in molte legislazioni i feti, cioè subordinando i loro interessi a quelli dei genitori o dell’economia generale, e questo ragionamento (che semmai dovrebbe valere al contrario per valorizzare la vita fetale vedi la voce “feto”), è difficile da sostenere.

Siamo giusti verso di loro? Riflettiamo sul trattamento del dolore o nelle scelte sul fine vita. Vari studi mostrano che si è più propensi a considerare l’interesse dei genitori di quanto lo si sia per pazienti più grandi; e che si sospendono le cure su una base probabilistica (basandosi solo sull’età gestazionale) piuttosto che su una prognosi basata su accertamenti adeguati, cosa che invece avverrebbe in un adulto. Le motivazioni di questo trattamento sono probabilmente da ricercare in una forte empatia verso la sofferenza dei genitori e nello smacco che si prova vedere che gli sforzi per salvare un neonato talora lo fanno vivere ma con un grave handicap. Il problema è se vogliamo fare l’interesse del paziente allora non dobbiamo farci prendere da un erroneo uso del sentimento, che deve essere equilibrato e opportuno, che ci può portare a sospendere le cure senza valutare cosa prova il paziente stesso o a farci protrarre delle cure inutili. D’altronde può esistere un conflitto di interessi tra genitori (oltretutto stressati e impauriti al momento del parto e nei giorni successivi) e bambino.

3) Il sentimento

Parlare della dignità dei neonati è parlare dell’uguaglianza di tutte le persone, indipendentemente da razza, religione, età e salute. La dignità dei piccolissimi pazienti impone di dare a tutti una chance, esattamente come si farebbe con un adulto che subisce un infarto o un ictus, entrambe condizioni con alto rischio di morte e di disabilità in caso di sopravvivenza. Un trattamento disuguale è legato ad un’idea di uomo subordinata alla sua autonomia (chi è autonomo è trattato meglio degli altri….).

Società Italiana di Neonatologia

Riflessioni morali circa i vaccini preparati a partire da cellule provenienti da feti umani abortiti

Vista l’attualità del tema, sarebbe da chiedere al governo qualcosa circa la produzione dei vaccini.

Il testo seguente è della Pontificia Accademia per la Vita www.academiavita.org ed è di alto livello scientifico oltre che di denuncia..

RIFLESSIONI MORALI CIRCA I VACCINI  PREPARATI A PARTIRE DA CELLULE PROVENIENTI DA FETI UMANI ABORTITI

5 Giugno 2005     La questione in esame riguarda la liceità della produzione, della diffusione e dell’uso di alcuni vaccini la cui produzione è in connessione con atti di aborto procurato. Si tratta dei vaccini con virus vivi che sono stati preparati a partire da linee cellulari umane di origine fetale, usando tessuti di feti umani aborti come fonte di tali cellule. Il più conosciuto e importante di questi, a causa della sua ampia diffusione e del suo uso quasi universale, è il vaccino contro la rubeola (rosolia).

La rubeola (rosolia) e il suo vaccino

La rosolia (Rubeola o “German measles”)1 è una malattia virale causata da un Togavirus del genere Rubivirus ed è caratterizzata da un rash maculo-papulare. Si tratta di una infezione comune dell’infanzia, senza espressione clinica in un caso su due, autolimitante ed abitualmente benigna. Tuttavia, il virus della rosolia è uno degli agenti infettivi più patogeni per l’embrione ed il feto. Quando l’infezione viene contratta in gravidanza, specialmente nel primo trimestre, il rischio di infezione fetale è molto alto (circa il 95%). Il virus si replica nella placenta e infetta il feto, causando quella costellazione di anomalie nota con il nome di Sindrome della Rosolia Congenita. Ad esempio, la severa epidemia di Rosolia che aveva colpito una ampia parte degli Stati Uniti nel 1964 ha così provocato 20.000 casi di roseola congenita2 risultando in 11.250 aborti (spontanei o chirurgici), 2100 morti neonati, 11.600 casi di sordità, 3.580 casi di cecità, 1.800 casi di ritardo mentale. È questa epidemia che ha spinto lo sviluppo e la commercializzazione di un vaccino efficace contro la rosolia, permettendo una profilassi effettiva di tale infezione. La severità della rosolia congenita e gli handicap che essa genera giustificano la vaccinazione generalizzata contro tale malattia. È molto difficile, forse persino impossibile, evitare la contaminazione di una donna incinta, anche se la malattia di un soggetto contagiato è diagnosticata dal primo giorno dell’eruzione. Si cerca pertanto di interrompere la trasmissione tramite la soppressione del nido d’infezione del virus offerto dai bambini non vaccinati, grazie all’immunizzazione precoce dell’insieme dei bambini (vaccinazione universale). Questa vaccinazione universale ha provocato una forte diminuzione dell’incidenza delle rosolia congenita, con una incidenza generale ridotta a meno di 5 casi per 100.0000 nascite di bambini viventi. Tuttavia, questo progresso rimane fragile. Negli Stati Uniti, ad esempio, dopo una diminuzione spettacolare dell’incidenza della rosolia congenita fino a pochi casi annuali, cioè meno di 0.1 per 100.000 nascite di bambini viventi, una nuova ondata epidemica è apparsa nel 1991, con una incidenza salita a 0,8/100.0000. Tali ondate di recrudescenza della rosolia si sono visti anche nel 1997 e nel 2000. Questi episodi periodici di recrudescenza testimoniano la circolazione persistente del virus nei giovani adulti, conseguenza di una copertura vaccinale insufficiente. Questo lascia persistere una proporzione non trascurabile di soggetti suscettibili, sorgente di epidemie periodiche che mettono a rischio le donne in età fertile e che non sono immunizzate. La riduzione fino all’eliminazione della rosolia congenita è considerata perciò una priorità di sanità pubblica.

Vaccini attualmente prodotti con l’uso di ceppi cellulari umani proveniente da feti abortiti

Fino ad oggi ci sono due linee cellulari umane diploidi, allestite originalmente (1964 e 1970) da tessuti di feti abortiti, che vengono usate per la preparazione di vaccini con virus vivi attenuati: la prima linea è la WI-38 (Winstar Institute 38), con fibroblasti diploidi di polmone umano, derivati da un feto femmina abortito perché la famiglia riteneva di avere già troppi figli (G.Sven et al., 1969), preparata e sviluppata da Leonard Hayflick nel 1964 (L.Hayflick, 1965; G.Sven et al., 1969)1, numero ATCC CCL-75. La WI-38 è stata usata per la preparazione dello storico vaccino RA 27/3 contro la rosolia (S.A.Plotkin et al., 1965)2. La seconda linea cellulare umana è la MRC-5 (Medical Research Council 5) (polmone umano, embrionale) (numero ATCC CCL-171), con fibroblasti di polmone umano provenienti da un feto maschio di 14 settimane abortito per “motivi psichiatrici” da una donna ventisettenne nel Regno Unito. La MRC-5 è stata preparata e sviluppata da J.P.Jacobs nel 1966 (J.P.Jacobs et al., 1970)3. Sono state sviluppate altre linee cellulari umane per necessità farmaceutiche, ma non sono coinvolte nei vaccini attualmente disponibili.4 Oggi i vaccini che sono incriminati poiché usano linee cellulari umane, WI-38 e MRC-5, ottenute da feti abortiti sono i seguenti:5

A) Vaccini attivi contro la rosolia6:
– i vaccini monovalenti contro la rosolia Meruvax® II (Merck) (U.S.A.), Rudivax® (Sanofi Pasteur, Fr.), e Ervevax® (RA 27/3)(GlaxoSmithKline, Belgio); – i vaccini combinati MR contro la rosolia e morbillo, commercializzati con il nome di M-R-VAX®II (Merck, U.S.A.) e Rudi-Rouvax® (AVP, Francia),
– il vaccino combinato contro rosolia e parotite commercializzato con il nome di Biavax®II (Merck, U.S.A.),
– il vaccino combinato MMR (measles, mumps, rubella) contro morbillo, parotite e rosolia, commercializzato con il nome di M-M-R® II (Merck, U.S.A.), R.O.R®, Trimovax® (Sanofi Pasteur, Fr.), e Priorix® (GlaxoSmithkline, Regno Unito).

B) Altri vaccini, anch’essi preparati usando linee cellulari umane da feti abortiti:
– due vaccini contro l’epatite A, uno prodotto da Merck (VAQTA), l’altro da Glaxo SmithKline (HAVRIX), entrambi preparati usando la MRC-5; – un vaccino contro la varicella, Varivax®, prodotto da Merck usando la WI-38 e la MRC-5.
– un vaccino contro la poliomielite, il vaccino con il virus di polio inattivato Poliovax® (AventisPasteur, Fr.) usando la MRC-5.
– un vaccino contro la rabbia, Imovax®, da Aventis-Pasteur, prelevato da cellule umane diploidi infettate, il ceppo MRC-5;
– un vaccino contro il vaiolo, ACAM 1000, preparato da Acambis usando la MRC-5, ancora in sperimentazione.

Posizione del problema etico collegato con questi vaccini

Dal punto di vista della prevenzione di malattie virali come la rosolia, la parotite, il morbillo, la varicella, l’epatite A, è chiaro che la messa a punto di vaccini efficaci contro tali malattie, e il loro impiego nella lotta contro queste infezioni fino alla loro eradicazione, mediante una immunizzazione obbligatoria di tutte le popolazioni interessate, rappresenta indubbiamente una “pietra miliare” nella lotta secolare dell’uomo contro le malattie infettive e contagiose. Tuttavia, questi stessi vaccini, poiché sono preparati a partire dai virus raccolti nei tessuti di feti infettati e volontariamente abortiti, e successivamente attenuati e coltivati mediante ceppi di cellule umane ugualmente provenienti da aborti volontari, non mancano di porre importanti problemi etici. L’esigenza di articolare una riflessione morale sulla questione in esame nasce prevalentemente dalla connessione esistente tra la preparazione dei vaccini summenzionati e gli aborti procurati dai quali sono stati ottenuti i materiali biologici necessari per tale preparazione. Se una persona respinge ogni forma di aborto volontario di feti umani, tale persona non sarebbe in contraddizione con se stessa ammettendo l’uso di questi vaccini di virus vivi attenuati sulla persona dei propri figli? Non si tratterebbe in questo caso di una vera (ed illecita) cooperazione al male, anche se questo male si è attuato quaranta anni fa? Prima di considerare il caso specifico, è necessario richiamare brevemente i principali assunti dalla dottrina morale classica circa il problema della cooperazione al male7, problema che sorge ogni qualvolta un agente morale percepisca l’esistenza di un legame fra i propri atti e un atto cattivo compiuto da altri.

Il principio della lecita cooperazione al male

La prima distinzione fondamentale è quella tra cooperazione formale e materiale. Si configura una c. formale quando l’agente morale coopera con l’azione immorale di un altro, condividendone l’intenzione cattiva. Quando invece l’agente morale coopera con l’azione immorale di un altro, senza condividerne l’intenzione cattiva, si configura una c. materiale. La c. materiale viene ulteriormente distinta in immediata (diretta) e mediata (indiretta), a seconda che si tratti di cooperare con l’esecuzione dell’atto cattivo in quanto tale, oppure che si agisca realizzando le condizioni – o fornendo strumenti o prodotti – che rendono possibile l’effettuazione dell’atto cattivo. In relazione, poi, alla “distanza” (sia temporale che in termini di connessione materiale) tra l’atto di cooperazione e l’atto cattivo ad opera altrui, si distingue una c. prossima e una c. remota. La c. materiale immediata è sempre prossima, mentre la c. materiale mediata può essere prossima o remota. La c. formale è sempre moralmente illecita poiché si tratta di una forma di partecipazione diretta ed intenzionale all’azione cattiva dell’altro8.. La c. materiale talvolta può essere lecita (in base alle condizioni del “duplice effetto” o “volontario indiretto”), ma quando si configura come una c. materiale immediata ad attentati gravi contro la vita umana, essa è da ritenersi sempre illecita, data la preziosità del valore in gioco9. Un’ulteriore distinzione della morale classica è quella che tra cooperazione al male attiva (o positiva) e cooperazione al male passiva (o negativa), riferendosi la prima al compimento di un atto di cooperazione ad un’azione cattiva compiuta da un altro, mentre la seconda all’omissione di un atto di denuncia o di impedimento di una azione cattiva compiuta da un altro, nella misura in cui sussisteva il dovere morale di fare ciò che è stato omesso10.. Anche la c. passiva può essere formale o materiale, immediata o mediata, prossima o remota. Ovviamente, è da ritenersi illecita ogni c. passiva formale, ma anche la c. passiva materiale generalmente va evitata, pur se si ammette (da parte di molti autori) che non c’è l’obbligo rigoroso di evitarla quando sussistesse un grave incomodo.

Applicazione all’uso dei vaccini preparati con cellule procedenti da embrioni o feti abortiti volontariamente

Nel caso specifico in esame, tre categorie di persone sono coinvolte nella cooperazione al male, male che ovviamente è rappresentato dall’atto di aborto volontario compiuto da altri: a) chi prepara i vaccini mediante ceppi di cellule umane provenienti di aborti volontari; b) chi partecipa alla commercializzazione di tali vaccini; c) chi ha la necessità di utilizzarli per ragioni di salute. Innanzitutto, va considerata moralmente illecita ogni forma di c. formale (condivisione dell’intenzione cattiva) all’atto di chi ha compiuto l’aborto volontario che ha permesso il reperimento dei tessuti fetali, necessari alla preparazione dei vaccini. Pertanto, chiunque – indipendentemente dalla categoria di appartenenza – cooperasse in qualche modo, condividendone l’intenzione, all’effettuazione di un aborto volontario, finalizzato alla produzione dei vaccini in oggetto, parteciperebbe di fatto alla medesima malizia morale di chi ha compiuto tale aborto. Una tale partecipazione si realizzerebbe ugualmente qualora, sempre condividendo l’intenzione abortiva, ci si limitasse a non denunciare o contrastare, avendo il dovere morale di farlo, tale azione illecita (cooperazione formale passiva).

Qualora tale condivisione formale dell’intenzione cattiva di chi ha compiuto l’aborto non sussista, l’eventuale cooperazione si configurerebbe come materiale, con le seguenti specificazioni. Per quanto riguarda la preparazione, distribuzione e commercializzazione di vaccini realizzati grazie a l’impiego di materiale biologico la cui origine è collegata a cellule provenienti da feti volontariamente abortiti, in linea di principio va detto che tale processo è moralmente illecito, poiché esso potrebbe contribuire di fatto a incentivare l’effettuazione di altri aborti volontari, finalizzati alla produzione di tali vaccini. Tuttavia, va riconosciuto che all’interno della catena di produzione-distribuzionecommercializzazione, i vari agenti cooperanti possono avere responsabilità morali differenziate. Ma c’è un altro aspetto da considerare ed è quello della cooperazione materiale passiva che si verrebbe a realizzare da parte dei produttori di questi vaccini, qualora essi non denunciassero e rifiutassero pubblicamente l’atto cattivo d’origine (l’aborto volontario), ed insieme non si impegnassero a ricercare e a promuovere forme alternative, prive di malizia morale, per la produzione degli stessi vaccini. Una tale cooperazione materiale passiva, qualora si verificasse, è altrettanto illecita. Per quanto concerne chi ha la necessità di utilizzare tali vaccini per ragioni di salute, va precisato che, esclusa ogni c. formale, generalmente medici o genitori per i loro bambini che ricorrono all’uso di tali vaccini, pur conoscendone l’origine (l’aborto volontario), realizzano una forma di cooperazione materiale mediata molto remota, e quindi molto debole, rispetto alla produzione dell’aborto, e una cooperazione materiale mediata, rispetto alla commercializzazione di cellule procedenti da aborti, e immediata, rispetto alla commercializzazione dei vaccini prodotti con tali cellule. La cooperazione è più forte da parte delle autorità e dei sistemi sanitari nazionali che accettano l’uso dei vaccini. Ma in questa situazione, più emergente è l’aspetto della c. passiva. Ai fedeli e ai cittadini di retta coscienza (padri famiglia, medici, ecc.) spetta di opporsi, anche con l’obiezione di coscienza, ai sempre più diffusi attentati contro la vita e alla “cultura della morte” che li sostiene. E da questo punto di vista, l’uso di vaccini la cui produzione è collegata all’aborto provocato costituisce almeno una cooperazione materiale passiva mediata remota all’aborto, e una cooperazione materiale passiva immediata alla loro commercializzazione. Inoltre, sul piano culturale, l’uso di tali vaccini contribuisce a creare un consenso sociale generalizzato all’operato delle industrie farmaceutiche che li producono in modo immorale. Pertanto, i medici e i padri di famiglia hanno il dovere di ricorrere a vaccini alternativi 11(se esistenti), esercitando ogni pressione sulle autorità politiche e sui sistemi sanitari affinché altri vaccini senza problemi morali siano disponibili. Essi dovrebbero invocare, se necessario, l’obiezione di coscienza12 rispetto all’uso di vaccini prodotti mediante ceppi cellulari di origine fetale umana abortiva. Ugualmente dovrebbero opporsi con ogni mezzo (per iscritto, attraverso le diverse associazioni, i mass media, ecc.) ai vaccini che non hanno ancora alternative senza problemi morali, facendo pressione affinché vengano preparati vaccini alternativi non collegati a un aborto di feto umano e chiedendo un controllo legale rigoroso delle industrie farmaceutiche produttrici. Per quanto riguarda le malattie contro le quali non ci sono ancora vaccini alternativi, disponibili, eticamente accettabili, è doveroso astenersi dall’usare questi vaccini solo se ciò può essere fatto senza far correre dei rischi di salute significativi ai bambini e, indirettamente, alla popolazione in generale. Ma se questi fossero esposti a pericoli di salute notevoli, possono essere usati provvisoriamente anche i vaccini con problemi morali. La ragione morale è che il dovere di evitare la cooperazione materiale passiva non obbliga se c’è grave incomodo. In più, ci troviamo, in tale caso, una ragione proporzionata per accettare l’uso di questi vaccini in presenza del pericolo di favorire la diffusione dell’agente patologico, a causa dell’assenza di vaccinazione dei bambini. Questo è particolarmente vero nel caso della vaccinazione contro la rosolia13. In ogni caso, permane il dovere morale di continuare a lottare e di usare ogni mezzo lecito per rendere difficile la vita alle industrie farmaceutiche che agiscono senza scrupoli etici. Ma il peso di questa importante battaglia certamente non può e non deve ricadere sui bambini innocenti e sulla situazione sanitaria della popolazione – in particolare in quanto riguarda le donne incinte..

  In sintesi, va riaffermato che:
– esiste il dovere grave di usare i vaccini alternativi e di invocare l’obiezione di coscienza riguardo a quelli che hanno problemi morali; – per quanto riguarda i vaccini senza alternative, si deve ribadire sia il dovere di lottare perché ne vengano approntati altri, sia la liceità di usare i primi nel frattempo nella misura in cui ciò è necessario per evitare un pericolo grave non soltanto per i propri bambini ma anche e, forse, soprattuto per le condizioni sanitarie della popolazione in genere – donne incinte specialmente ;
– la liceità dell’uso di questi vaccini non va interpretata come una dichiarazione di liceità della loro produzione, commercializzazione e uso, ma come una cooperazione materiale passiva e, in senso più debole e remoto, anche attiva, moralmente giustificata come extrema ratio in ragione del dovere di provvedere al bene dei propri figli e delle persone che vengono in contato con i figli (donne incinte);
– tale cooperazione avviene in un contesto di costrizione morale della coscienza dei genitori, che sono sottoposti all’alternativa di agire contro coscienza o mettere in pericolo la salute dei propri figli e della popolazione in generale. Si tratta di un’alternativa ingiusta che deve essere eliminata quanto prima.

1 J.E.Banatvala, D.W.G.Brown, Rubella, The Lancet, 3 april 2004, vol.363, n°9415, pp.1127-1137.

2 Rubella, Morbidity and Mortality Weekly Report, 1964, vol.13, p.93. .S.A.Plotkin, Virologic Assistance in the Management of German Measles in Pregnancy, JAMA, 26 October 1964, vol.190, pp.265-268.

3 L.Hayflick, The Limited In Vitro Lifetime of Human Diploid Cell Strains, Experimental Cell Research 1965, 37(3):614-636. G.Sven, S.Plotkin, K.McCarthy, Gamma Globulin Prophylaxis; Inactivated Rubella Virus; Production and Biological Control of Live Attenuated Rubella Virus Vaccines, American Journal of Diseases of Children 1969, 118(2):372-381.

4 S.A.Plotkin, D.Cornfeld, Th.H.Ingalls, Studies of Immunization With Living Rubella Virus, Trials in Children With a Strain Cultured From an Aborted Fetus, American Journal of Diseases in Children 1965, 110 (4):381-389.

5J.P.Jacobs, C.M.Jones, J.P.Baille, Characteristics of a Human Diploid Cell Designated MRC-5, Nature 1970, 277:168-170. 6 Due altre linee cellulari, che sono permanenti, la linea cellulare HEK 293 da feto abortito, ottenuta da cellule di rene embrionale umano primario trasformato da adenovirus tipo 5 reciso (il materiale del rene fetale venne ottenuto da un feto abortito, probabilmente nel 1972), e la PER.C6, una linea cellulare fetale creata usando tessuto retinico da un bambino abortito di 18 settimane di età gestazionale, sono state sviluppate per la produzione farmaceutica di vettori di adenovirus (per terapia genica). Non sono state coinvolte nella produzione di alcuno dei vaccini con virus vivi attenuati attualmente in uso per via della loro capacità di sviluppare cellule oncogene nel ricevente. Comunque alcuni vaccini, ancora allo stadio di sviluppo, contro il virus Ebola (Crucell,NV e il Vaccine Research Center del National Institutes of Health’s Allergy and Infectious Diseases, NIAID), HIV (Merck), influenza (MedImmune, Sanofi pasteur), encefalite giapponese (Crucell N.V. and Rhein Biotech N.V.) sono preparati usando la linea cellulare PER.C6® (Crucell N.V., Leiden, Paesi Bassi. 7 Contro queste diverse malattie infettive, esistono alcuni vaccini alternativi, che sono preparati usando cellule o tessuti animali, e quindi eticamente accettabili. La loro disponibilità dipende dal paese interessato. Riguardo al particolare caso degli Stati Uniti, non ci sono altre opzioni, attualmente, in questo paese, per la vaccinazione contro la rosolia, la varicella e l’epatite A se non i vaccini proposti da Merck, preparati usando le linee cellulari umane WI-38 e MRC-5. C’è un vaccino contro il vaiolo preparato con linea cellulare Vero (dal rene di una scimmia verde africana), ACAM2000 (AcambisBaxter) (vacino contro il vaiolo di seconda generazione, conservato, non approvato negli USA), che offre quindi una alternativa all’Acambis 1000. Ci sono vaccini alternativi contro parotite (Mumpsvax, Merck), morbillo (Attenuvax, Merck), rabbia (RabAvert, Chiron therapeutics), preparati da embrioni di pollo (si sono presentate comunque gravi allergie con l’uso di questi vaccini), poliomielite (IPOL, Aventis-Pasteur, preparato con cellule di rene di scimmia) e vaiolo (vaccino di terza generazione contro il vaiolo MVA, Modified Vaccinia Ankara, Acambis-Baxter) In Europa e in Giappone, ci sono altri vaccini disponibili contro la rosolia e l’epatite A, prodotti usando linee cellualri non umane. Il Kitasato Institute produce quattro vaccini contro la rosolia, chiamati Takahashi, TO-336 e Matuba, preparati con cellule provenienti da reni di coniglio e uno (Matuura) preparato con cellule di embrioni di quaglia. Il Chemo-sero-therapeutic research institute Kaketsuken produce un altro vaccino contro l’epatite A, chiamato Aimmugen, preparato con cellule di rene di scimmia. L’unico problema rimanente è con il vaccino Varivax® contro la varicella, per il quale non esiste alternativa. 8 Il vaccino contro la rosolia che usa il ceppo Wistar RA27/3 di virus di rosolia vivi attenuati, adattato e diffuso nei fibroblasti umani diploidi WI-38 è al centro di attuali controversie intorno alla moralità dell’uso di vaccini preparati con l’aiuto di cellule umane provenienti da feti abortiti.

9 D.M.Prümmer O.Pr., , De cooperatione ad malum, in Manuale Theologiae Moralis secundum Principia S.Thomae Aquinatis,Tomus I, Friburgi Brisgoviae, Herder & Co., 1923, Pars I, Trat.IX, Caput III, n.2, pp.429-234. .K.H.Peschke, Cooperation in the sins of others, in Christian Ethics. Moral Theology in the Light of Vatican II, vol.I, General Moral Theology, C.Goodliffe Neale Ltd., Arden Forest Indusatrial Estate, Alcester, Warwickshire, B49 6Er, revised edition, 1986, pp.320324. .A.Fisher, Cooperation in Evil, Catholic Medical Quarterly, 1994, pp.1522. .D.Tettamanzi, Cooperazione, in Dizionario di Bioetica, S.Leone, S.Privitera ed., Istituto Siciliano di Bioetica, EDB-ISB, 1994, pp.194-198. .L.Melina, La cooperazione con azioni moralmente cattive contro la vita umana, in Commentario Interdisciplinare alla “Evangelium Vitae”, E.Sgreccia, Ramòn Luca Lucas ed., Libreria Editrice Vaticana, 1997, pp.467-490. E.Sgreccia, Manuale di Bioetica, vol.I, Ristampa della terza edizione, Vita e Pensiero, Milano, 1999, pp.362-363.

10  Cf.Giovanni Paolo II, Enc.Evangelium vitae, n.74.

11 ibidem

12 Catechismo della Chiesa Cattolica n.1868 .

13 Tali vaccini alternativi sono vaccini preparati mediante ceppi di cellule non umane, ad esempio la linea cellulare Vero (da scimmie)(D.Vinnedge), le cellule di rene di coniglio o di scimmie, o le cellule di embrioni di pollo. Tuttavia è da osservare che si sono verificati gravi allergie con alcuni dei vaccini cosi preparati. L’utilizzo della tecnologia dell’ADN ricombinante potrebbe portare in un prossimo futuro allo sviluppo di nuovi vaccini che non necessiterano più l’uso delle culture di cellule diploide umane per l’attenuazione del virus e la sua coltivazione, perché tali vaccini non saranno preparati a partire del virus attenuato, ma a partire del genoma del virus e dei antigeni così sviluppati (G.CWoodrow, W.M.McDonnell e F.K.Askari). Alcuni studi sperimentali sono stati già condotti utilizzando vaccini a ADN elaborati a partire del genoma del virus della rosolia. Inoltre, alcuni ricercatori asiatici stanno cercando di utilizzare il virus della varicella come vettore per l’inserimento di geni codificanti gli antigeni virali della rosolia. Questi studi sono ancora preliminari e la messa a punto di preparazioni vaccinali utilizzabili nella pratica clinica richiede tempi lunghi e costi elevati. .D.Vinnedge, The Smallpox Vaccine, The National Catholic Bioethics Quarterly, Spring 2000, vol.2, n°1, p.12..G.C.Woodrow, An Overview of Biotechnology As Applied to Vaccine Development, in «New Generation Vaccines», G.C.Woorow, M.M.Levine eds., Marcel Dekker Inc., New York and Basel, 1990, vedi pp.32-37. W.M.McDonnell, F.k.Askari, Immunization, JAMA, 10 December 1997, vol.278, n°22, pp.2000-2007, vedi pp.2005-2006.

14 Un tale dovere può portare, di conseguenza, a fare “obiezione di coscienza” quando l’atto riconosciuto illecito è un atto permesso o anche incoraggiato dalle leggi del paese e attenta alla vita umana. L’Enciclica Evangelium Vitae ha sottolineato questo “obbligo di opporsi” alle legge che permettono l’aborto o l’eutanasia “mediante obiezione di coscienza”(n.73).

15. Questo è particolarmente vero nel caso della vaccinazione contro la rosolia, a causa del pericolo della rosolia congenita. Una tale affezione, causando malformazioni congenite grave nel feto, potrebbe accadere quando una donna incinta entra in contatto, anche breve, con bambini non immunizzati e portatori del virus . In tale caso i genitori che non hanno accettato la vaccinazione dei propri figli si rendono responsabili delle malformazioni in questione e del successivo aborto dei feti, quando scoperti malformati.

La (vergognosa) maternita’ a pagamento e’ gia’ in Italia

Sara’ pure proibita, ma in Italia la maternita’ surrogata (utero in affitto, gestazione per altri tramite fecondazione eterologa) c’e’ gia’ e non gioca nemmeno a nascondino. E’ a portata di clic e di telefono, ha un listino prezzi dettagliato, e non serve nemmeno più sapere l’inglese. Ci sono organizzazioni che rischiano la galera e si azzardano a organizzare incontri, come ha raccontato la scorsa settimana Avvenire: una clinica ha organizzato una riunione promozionale Milano e due attivisti di Pro vita, fintisi coppia gay alla ricerca di un erede, sono riusciti a partecipare (e poi a raccontare tutto). Ce ne sono però molti altri che restano al riparo di siti Internet in perfetto italiano: sono passati i tempi delle traduzioni automatiche e maccheroniche, la promettente clientela nostrana val bene qualche investimento. Nel trionfo di marketing glocal che caratterizza il settore della caccia al figlio, questi siti offrono pacchetti di prestazioni, offerte e consulenze legali su misura per gli italiani, solitamente con un contatto telefonico fisso, per informazioni o dubbi di natura giuridica, sul nostro territorio nazionale.

I supermercati di neonati più facili da rintracciare via Google sono in Russia, Ucraina e Grecia perchè l’impresa si può organizzare dal divano di casa, ma le cliniche in cui si può farsi fare un bambino, e ancor di più le donne disponibili a farlo, sono sempre all’estero. La clinica ucraina Biotexcom, ad esempio, con un numero di telefono dell’area di Roma, ha il «pacchetto maternità surrogata economy» che per 29.900 euro offre tutti i servizi base, compresi alloggio in una stanza di 20 metri quadri per gli acquirenti e scartoffie legali. Per il pacchetto «standard» da 39.900 euro l’appartamento è più grande e c’è una governante, mentre pesurrogacyr quello Vip da 49.900 euro ci sono anche un autista personale e un pediatra sempre a disposizione (perfetto per aspiranti genitori ansiosi). A Kiev gli italiani possono contare anche su un’altra professionista, Olga Zakharova: interprete riconosciuta e specializzata in traduzioni cliniche, dal 2002 assiste i nostri connazionali nella capitale ucraina «per risolvere problemi della fertilità». Assicurati qualità del servizio ed esito positivo: viste le storiacce di truffe che si sentono, la signora si è specializzata selezionando cliniche, medici e avvocati per dare «una soluzione certa, chiara e senza sorprese». L’intermediaria risponde in italiano anche il sabato, ma in caso di dubbi legali il sito segnala nominativo, contatto email e telefonico di un avvocato con studio in Brianza.

Anche Extraconceptions, con sede a Carlsbad, in California, mette a disposizione l’email di una consulente di lingua italiana e promette nessuna sorpresa. Il fondatore di questa agenzia, Mario Caballero, vanta una lunga esperienza e gira il mondo a incontrare di persona le coppie che cercano un utero in affitto. Queste ricevono molti servizi, compreso il supporto di professionisti in ambito finanziario e assicurativo. VittoriaVita, agenzia ucraina con pagina Facebook e blog in italiano, spiega sul suo sito le difficoltà per chi vuole avere un figlio da maternità surrogata nel nostro Paese e segnala il numero (rosurrogacymano) del proprio agente per l’Italia. Non preoccupatevi del passaggio finale in ambasciata, scrivono: i loro avvocati prepareranno tutte le carte necessarie e poi via, di ritorno in Italia con un bebé. E gli esempi di organizzazioni Italian friendly di questo genere sono innumerevoli: agenzie e cliniche greche, russe e statunitensi attendono aspiranti genitori italiani a braccia aperte. Vigono regole del mercato, e noi evidentemente siamo buoni clienti. ra le pagine in italiano spunta anche un sito informativo, che spiega le principali problematiche mediche e legali della maternità surrogata (che sia un reato in Italia dovrebbe essere la prima problematica), suggerendo ad esempio l’accurata stesura di un contratto preliminare oppure la scelta di Paesi che riconoscano «la genitorialità genetica » e regolino «con chiarezza il passaggio di diritti e doveri dalla portatrice ai genitori biologici». Oltre a una breve bibliografia, in questo sito si consiglia uno studio legale pisano «di riferimento» per queste questioni, cui rimanda anche il formulario per le domande. Perchésurrogacy.
Valentina Fizzotti – Avvenire

Quel silenzio che parla al cuore

vocesottile1Il tormento di una madre per una cicatrice che sembra cosa passata ma che continua a sanguinare nella vita e nelle relazioni di ogni giorno.
La voce sottile è un romanzo sul dramma post aborto. Si avete letto bene, non solo sull’aborto ma su quello che avviene dopo nell’animo di una donna.
Nessun riferimento a precetti religiosi, si parla della Sindrome post aborto (leggi qui) ben conosciuta dal mondo scientifico a di cui nulla si parla sui massmedia, se ne parla con un romanzo che parte dal dolore per arrivare al perdono.

Il nuovo libro di Antonella Perconte Licatese (La voce sottile – editrice YouCanPrint) ci racconta la storia di Anna,  una donna come tante: una vita scandita dai ritmi ordinari del paese in cui abita da sempre, un lavoro di insegnante, un marito, due figli.

Eppure il ricordo indelebile di un aborto compiuto molti anni prima rischia di compromettere per sempre i delicati equilibri familiari e la sua stessa salute. Attraverso un sofferto ma necessario percorso di riconoscimento del volto umano di quel figlio mai venuto alla luce compiuto nella forma di un dialogo straziante e coraggioso, Anna riuscirà a sfuggire alla forza di gravità del male che vorrebbe trascinarla a fondo e a conoscere la potenza redentrice del perdono. Nel racconto della protagonista avviene un’esperienza interiore estrema, in cui il suo cuore di madre e donna ripercorreranno il passato ancora presente ascoltando quella voce sottile che non lascia pace.

Non è un romanzo per sole donne, quasi che l’aborto fosse questione solo femminile, così scriveva Giovanni Paolo II: “A decidere della morte del bambino non ancora nato, accanto alla madre, ci sono spesso altre persone. Anzitutto, può essere colpevole il padre del bambino, non solo quando espressamente spinge la donna all’aborto, ma anche quando indirettamente favorisce tale sua decisione perché la lascia sola di fronte ai problemi della gravidanza:  in tal modo la famiglia viene mortalmente ferita e profanata nella sua natura di comunità di amore e nella sua vocazione ad essere «santuario della vita»”
Ecco, questo libro forse riguarda tutti noi: il dolore dell’aborto morde il cuore di milioni di donne e uomini intorno a noi che hanno bisogno di riconoscere il male per perdonare e perdonarsi e trovare pace come Anna.
Una voce sottile che entra ovunque come la voce di Dio che con dolcezza ci cerca per proporci la conversione e la pace del perdono.
Paolo Botti

Germania, stop all’anonimato dei donatori

Anche in Germania sta per cadere l’anonimato per i donatori di seme. A partire dal 2018, infatti, dovrebbe entrare in vigore una norma che permette ai ragazzi, una volta compiuti 16 anni, di indagare sulle proprie origini e di richiedere ufficialmente il nome del padre biologico. Sarà creato un registro di donatori di sperma e di donne riceventi, istituito in un archivio centrale, cui potranno rivolgersi i figli quando saranno diventati adolescenti. I dati saranno conservati per 110 anni, ma la legge esclude esplicitamente tutti i riconoscimenti giudiziari di paternità che potrebbero in qualche modo implicare un diritto di custodia o di tipo ereditario. In Germania a oggi è vietata la fecondazione eterologa in vitro, mentre è consentita la donazione di seme solo per le inseminazioni in vivo, direttamente nel corpo della donna: con questa tecnica nascono ogni anno circa 1.200 bambini, ma secondo alcuni studi soltanto il 20% verrà a sapere la vera origine.

La legge tedesca, pur differenziandosi da altri Paesi europei (come Belgio e Spagna), segue in qualche modo il modello inglese, che dal 2005 permette di risalire a donatori e donatrici. La fecondazione eterologa è aperta a tutti, coppie eterosessuali sposate o conviventi, donne single o coppie di donne, ma, con lʼabolizione dellʼanonimato, il numero di donazioni è drasticamente crollato. Come riferito recentemente da «Avvenire», in Inghilterra in alcune cliniche è stato proposto ad aspiranti madri di essere sottoposte a trattamenti per la fertilità a prezzo ridotto o in modo gratuito in cambio della cessione di ovociti. Una sorta di baratto che preoccupa.

In Italia continua a mancare una norma specifica. Nel 2014 la Consulta ha sancito lʼincostituzionalità del divieto di eterologa previsto dalla legge 40, ma il vuoto normativo conseguente non è stato sanato. In particolare il diritto del nato a conoscere la propria ascendenza biologica resta insoluto.
Danilo Poggio – Avvenire

Un primo passo è l’abolizione dell’anonimato dei donatori.
Se vuoi aiutare chi è nato da eterologa e vuoi sostenerlo nella ricerca dei suoi genitori biologici o impegnarti per l’abolizione dell’anonimato, contatta gli Amici di Lazzaro.

32. Come mai il porno fa male alle relazioni?

E’ un fatto: giorno dopo giorno, finiremo con il considerare sempre di più la donna o l’uomo come un oggetto di consumo al servizio del nostro piacere. La nostra visione diventera’ parziale; invece di scoprire il nostro fidanzato o il nostro coniuge in tutte le dimensioni della sua personalità – con il suo corpo, la sua mente, il suo cuore, la sua intelligenza, la sua sensibilità… – ridurremo tutto esclusivamente alla ricerca del piacere fisico.

  • Nelle nostre relazioni con gli amici o nell’ambiente di lavoro, il nostro comportamento sarà focalizzato sul sesso, a causa della nostra memoria impregnata di immagini erotiche. I rapporti con gli altri diventeranno ambigui.
    Nella coppia, la pornografia distrugge l’amore – il vero amore, infatti, è dono di sé, ascolto dell’altro, delicatezza, tenerezza, attenzione – e il cuore può diventare cieco, soffocato dalla tristezza e dal disgusto generati dall’erotismo.
  • Il Creatore, però, ha inscritto nel profondo del nostro essere un’aspirazione alla purezza, aspirazione che rimane per sempre in noi, e di cui siamo consapevoli, anche se abbiamo fatto di tutto per nasconderla. E’ possibile ritrovare questa purezza, in qualunque situazione ci troviamo.
  • Innanzi tutto nel perdono di Dio. Poi nella vita di tutti i giorni, con la vigilanza del cuore: è un atteggiamento interiore che consiste nello scartare, con semplicità ma con fermezza, tutto ciò che può offuscare il nostro cuore. È saper distogliere lo sguardo, troncare una fantasticheria, non sfogliare una rivista, non guardare un manifesto pubblicitario,…
  • Di sicuro, a poco a poco, la nostra buona volontà prenderà il sopravvento, e ritroveremo la pace e la gioia del cuore.
Testimonianza

Chiara ed io abbiamo vissuto i primi due anni del nostro matrimonio come una giovane coppia «moderna»: uscite serali, amici, videocassette, cinema…. Volevamo vedere tutto e conoscere tutto. Ed è Così che siamo andati a vedere qualche film erotico.

Ne ridevamo molto rientrando a casa, mascherando Così un certo disagio ed un certo disgusto. Non volevamo lasciarci prendere dal senso di colpa. Di fatto, nei nostri rapporti sessuali, non era più veramente Chiara quella che io vedevo e viceversa. Certe immagini, insidiosamente, si imponevano e di fatto ci allontanavamo l’uno dall’altro.

Poi, una grave situazione familiare ci ha portati ad interrogarci su noi stessi e sulla nostra vita. Abbiamo capito che quelle immagini. conservate nella nostra memoria stavano soffocando il nostro amore. Abbiamo perciò deciso di non andare più a vedere simili proiezioni e, in generale, di non «trangugiare» più tutto quello che capitava sotto mano solo perché «alla moda». Questa decisione ci ha permesso di avere una vita più conforme alle nostre reali aspirazioni.

 Stefano

La potenza della debolezza secondo Jean Vanier

jean-vanier-featuredJean Vanier è uno dei grandi profeti del nostro tempo.
Nato come figlio di un grande politico canadese che fu governatore e ambasciatore, lui stesso è stato un ufficiale di marina, ma la sua vita ha trovato la sua fioritura quando ha cominciato la sua grande opera conosciuta come L’Arche, l’arca.

Nel libro La nostra vita insieme, edito dalla San Paolo, Jean Vanier racconta il cammino meraviglioso che il Signore ha fatto nella sua vita e nella vita della sua comunità. Ciò che distingue il libro è il fatto che non è scritto a tavolino o seguendo un progetto editoriale, ma è – come dice il sottotitolo del libro – Una biografia in forma di corrispondenza. Il volume raccoglie, infatti, oltre ai resoconti ad hoc di Jean Vanier, le lettere che mandava ai suoi fratelli nei decenni della nascita e dello sviluppo della comunità. Così abbiamo un tocco di mano spontaneo dell’opera di Dio in questa comunità e nella vita di quest’uomo.

 

Vediamo l’intuizione iniziale che prende forma nel 1950, quando Jean lascia la Royal Navy con il desiderio profondo di “diventare discepolo di Gesù e di incarnare il messaggio del Vangelo”. Ed è negli anni 60 che farà la prima visita a un centro per persone con deficit intellettivi. Lì rimarrà profondamente colpito perché – come racconta – incontra persone assetate di amicizia che chiedono candidamente e senza filtri, a differenza di chi è “normale”: “Mi vuoi bene? Vuoi essere mio amico? Tornerai a trovarmi?”. Jean trova nella fiducia in Gesù, e nel fatto che Dio è vicino a coloro che sono deboli e vulnerabili, la luce necessaria per capire che questi sono prediletti di Dio e l’energia necessaria per correre il rischio di intraprendere questa nuova avventura accanto ai disabili mentali, senza avere un progetto predisposto.

Secondo Jean Vanier, l’atteggiamento verso le persone con deficit mentale può attraversare cinque fasi distinte: la prima è una reazione di paura di fronte a ciò che è “anormale” e respingerlo con una violenza interna che si trasforma in violenza esterna a volte (come nel caso di Hitler).

 

La seconda fase è più diffusa: si riconosce che le persone portatrici di handicap sono esseri umani, ma sono poveracci di cui si devono occupare solo grandi istituzioni specialistiche.

La terza fase esige che impariamo a conoscere le persone disabili, capire i loro bisogni e aiutarle in maniera competente. È un atteggiamento che le aiuta a sentirsi accettate e a crescere. Essi non sono oggetto della nostra pietà, meritano il nostro rispetto.

La quarta fase, Vanier la descrive così: è la fase “in cui ci si meraviglia e si ringrazia: avvicinandosi alle persone disabili ed entrando in autentiche relazioni con esse, scopriamo che ci trasformano. Ci aiutano a lasciare da parte il desiderio di successo personale e di potere, e a seguire il desiderio di stare insieme ai più deboli, per aiutarli semplicemente a essere ciò che sono, sapendo che riceviamo da loro altrettanto o perfino più di quanto noi doniamo”.

 

Nella quinta fase, nelle persone scorgiamo il volto di Dio. La loro presenza è segno del Dio che ha scelto “ciò che è insensato per confondere il forte, l’orgoglioso e chi si crede saggio in questo mondo”. Quelli che consideriamo deboli, sono quelli che all’occhio di Dio valgono di più, essi “sono i più potenti tra noi, perché possono avvicinarci a Dio. Ribaltano il nostro mondo!”. Questa fase è la missione dell’Arca che non si accontenta di aiutare le dimensioni fisiche o psichiche ma anche di nutrire lo spirito.

Di Robert Cheaib