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Non difendiamo il Burqa

burqa-2Quos Iuppiter perdere vult, dementat prius , coloro che vuole rovinare, il Dio li fa prima impazzire. Un Dio del genere deve essere particolarmente attivo presso il centro-sinistra, se adesso vogliamo regalare alle destre, perfino l’emancipazione delle donne.

Perché la “sinistra” molte volte  si è di fatto esibita in una allucinante difesa del diritto di indossare il burqa, contro le pretese della cultura occidentale che,negando tale “diritto”, prevaricherebbe sulla eguale dignità di una cultura “altra” Il burqa,naturalmente, vale come caso limite di ogni abbigliamento-simbolo di una condizione di inferiorità in cui segmenti non irrilevanti di culture “altre” tengono più che mai le donne.

Allora, sarà bene che a sinistra tutti si decidano ad affrontare il problema, rinunciando a sottigliezze da azzeccagarbugli (tipo:hijab, chador,niqab sono diversi dal burka, ecc). Tanto più che nel corso della discussione si è accennato ad una pratica mille volte più raccapricciante di qualsiasi burka, le mutilazioni sessuali delle bambine,crimine mostruoso per il quale una parte della sinistra ha rifiutato in parlamento inasprimenti di pena.

Le “ragioni” addotte sono sempre le stesse: sono pratiche che fanno parte della “loro” cultura. Spesso sono accettate volontariamente dalle donne, talvolta addirittura richieste. Chi siamo noi per vietarle? Siamo dei democratici. Dei “sinceri” democratici, come si diceva un tempo (il tempo della “doppiezza” togliattiana, purtroppo). Proviamo ad essere, sobriamente, dei democratici COERENTI.

La democrazia riconosce i diritti degli individui, non delle “culture”. Il voto per “testa”, non per “ordine”. Nè per famiglia, clan, etnia, congregazione, fede, cultura. E per parafrasare il vecchio Marx (dimenticato puntualmente proprio in ciٍ che sarebbe attuale), una “cultura” puٍ essere libera senza che siano liberi coloro che vi appartengono. Che è appunto quanto avviene nelle culture che privilegiano Dio, sangue e suolo sui diritti intrattabili di ogni singolo cittadino.

Compreso quel cittadino in formazione che è il minorenne, che ha diritto alle sue future libertà e alla educazione critica che le rende possibili, e dunque deve essere difeso dalla Repubblica anche rispetto a pretese illiberali della famiglia e relativa”cultura”.Ora, è verissimo che si può indossare il velo e diventare Benazir Bhutto, come ha ricordato da Giuliano Ferrara la giornalista algerina Nacera Benali, voce ragionevole e davvero laica.

Ma è altrettanto vero che per cominciare ad emancipare le donne dal dominio assoluto di padri, fratelli,mariti, la Turchia di Ataturk in molte circostanze lo proibisce. Ed è noto anche ai sassi che in Europa, tranne qualche eccezione, sempre possibile, la donna il velo lo subisce. Il velo è solo un simbolo, si dirà. Appunto.

I simboli sono le strutture dell’esistenza collettiva e individuale. Noi fingiamo di non sapere che un numero incredibile di violenze ogni giorno vengono commesse da padri, fratelli,mariti, contro le “loro” donne che vogliono vivere in modo “islamicamente scorretto”. Ce ne accorgiamo quando le botte finiscono in omicidio. Per il resto tolleriamo, vigliaccamente e ponziopilatescamente.

Di recente, la Cassazione ha giustificato i genitori che avevano recluso in casa la figlia. Il sequestro di persona, perché di questo si tratta, era a fin di bene. La ragazza minacciava infatti il suicidio, stanca delle angherie e delle botte quotidiane per desideri di vita troppo “occidentali”. Non risulta che Mastella abbia mandato ispettori, e neppure che associazioni di magistrati democratici si siano strappate le vesti, pur-troppo.

Un tempo essere di sinistra significava stare dalla parte degli oppressi. Tra un padre-padrone e la figlia costretta alla “sua” cultura, chi è l’oppressore e chi l’oppresso? E che l’oppressore sia a sua volta uno sfruttato ed emarginato non può diventare giustificazione della sua oppressione su chi è ancora più debole.
La sinistra dovrebbe perciٍò farsi campione di una politica di integrazione, non di una politica di multiculturalismo. Di sostegno ai diritti materiali degli immigrati (contratti regolari, case, sanità, ecc.) ma anche di politiche contrarie alla loro ghettizzazione.

Ad esempio, punendo i presidi che”casualmente” mettono tutti i figli di immigrati in una stessa classe, anziché contaminarle tutte col massimo di pluralismo etnico. Ma l’appoggio alla realizzazione di scuole islamiche va esattamente nella direzione opposta! Una politica di ghettizzazione integrale che la sinistra dovrebbe considerare scandalosa. Come la pretesa di qualsiasi scuola confessionale, sia chiaro. La scuola dovrebbe essere eguale per tutti, cioè pluralista e imbevuta di spirito critico, perché esclusivamente REPUBBLICANA.

Le culture sono spesso oppressive, e in ciٍo’ che hanno di oppressivo vanno combattute. Il padre-padrone che pretende di controllare cosa la moglie o la figlia chiedono al ginecologo non è tollerabile, cristiano o islamico o miscredente che sia. Troppi matrimoni sono ancora “combinati”, cioè imposti. Troppe prediche di imam giustificano i comportamenti oppressivi di padri e mariti, calpestando i principi di eguaglianza e libertà scritti nella nostra Costituzione.Se non sarà la sinistra a difendere libertà, laicità, legalità, sarà la destra a strumentalizzarle per vanificarle. E saremo stati sconfitti due volte.

Maria nell’islam e nel cristianesimo

Madonna con bambino“L’Egitto e’ la culla della religione, il simbolo della maesta’ delle
religioni monoteistiche. Sul suo suolo e’ cresciuto Mosè, qui gli si e’
manifestata la luce divina e qui Mose’ ha ricevuto il messaggio sul Sinai.
Sul suo suolo gli egiziani hanno accolto Nostra Signora la Vergine Maria e  suo figlio e sono morti martiri a migliaia per difendere la Chiesa del  Signore il Messia.”

Quanto appena citato non è un estratto di un testo di  storia né di storia delle religioni, bensì un estratto dal preambolo della  nuova costituzione egiziana. Subito dopo si fa ovviamente cenno alla venuta  dell’islam, ma il riferimento alla Vergine Maria non può che stupire e fare  riflettere sulla centralità della madre di Gesù nell’islam. Di fatto Maria dovrebbe diventare, e vedremo per quali ragioni, il vero punto di incontro  tra islam e cristianesimo.
In primo luogo, Maria è l’unica donna a cui il Corano dedica una sura, la  XIX, ed il suo nome nel testo sacro dell’islam è citato ben 34 volte.

Maria viene consacrata a Dio dalla madre Anna: “O Signore, io voto a te ciò che è  nel mio seno, sarà libero dal mondo e dato a Te ! Accetta da me questo dono,  giacché Tu sei Colui che ascolta e conosce”. E’ così che nasce diversa dalle  altre donne e vergine: “L’ho chiamata Maria e la metto sotto la tua  protezione, lei e la sua progenie, contro Satana… E il Signore l’accettò,  d’accettazione buona, e la fecegermogliare, di germoglio buono”  (III,35-37).

La verginità di Maria, nel Corano e nell’islam, è la condizione essenziale affinché potesse essere la donna tramite la quale Dio avrebbe dato agli uomini un segno particolare. Solo la purezza della verginità poteva consentirle di essere il ricettacolo dello Spirito di Dio, tramite il quale  avrebbe generato Gesù: “E quando gli angeli dissero a Maria: “O Maria! In verità Dio t’ha prescelta e t’ha purificata e t’ha eletta su tutte le donne del creato. O Maria, sii devota al tuo Signore, prostrati e adora con chi adora!” (III, 42); “Come potrò avere un figlio, rispose Maria, se nessun uomo m’ha toccata mai, e non sono una donna cattiva?” (XIX, 20); “E Maria figlia di Imran, che si conservò vergine, sì che noi insufflammo in lei del Nostro Spirito, e che credette alle parole del Suo Signore, e nei Suoi libri, e fu una delle donne devote” (LXVI, 12).

Non mancano comunque le differenze, infatti Maria non è, come per la cristianità, “madre di Dio”, non accettando l’islam la divinità di Cristo. L’islam non crede nell’immacolata concezione poiché non contempla il peccato originale. Il dolore del parto sarà il dolore simbolico di Maria, che soffrirà ancora di più quando si renderà conto che dovrà offrire il figlio agli uomini che lo perseguiteranno: “ Oh fossi morta prima, oh fossi una cosa dimenticata e obliata” (XIX, 23). Maria urla la propria sofferenza, che è frutto del suo amore, fonte di vita, che si manifesterà anche concretamente, per dare agli uomini la prova tangibile della sua grande forza.

Dai piedi di Maria zampillerà una fonte d’acqua purissima e l’albero secco e morto riprenderà vigore e tornerà a dare datteri maturi (XIX, 23-25). Nell’islam Maria è comunque il modello da seguire per la sua purezza e per la sua fede: “E Dio propone ad esempio, per coloro che credono, Maria, che si conservò vergine,.. sì che Noi insufflammo in Lei il Nostro Spirito; Maria che credette alla parole del suo Signore e dei Suoi Libri e fu una donna devota.” (LXVI, 11-12) Maria è la devota, perché costantemente in preghiera, perché ogni suo atto o gesto che compie si trasforma in preghiera; Maria è libera, unico esempio nel Corano della perfetta libertà, libera da ogni impurità, da ogni dubbio, da ogni riferimento terreno.

Quando gli angeli dissero: “O Maria, Dio ti annuncia la lieta novella di una Parola da Lui proveniente: il suo nome è il Messia, Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell’altro, uno dei più vicini. Dalla culla parlerà alle genti e nella sua età adulta sarà tra gli uomini devoti”. Lei rispose: “Come potrei avere un bambino se mai un uomo mi ha toccata ?” Dissero: “E’ così che Dio crea ciò che vuole: quando decide una cosa dice solo “Sii” ed essa è”. E Dio gli insegnerà il Libro e la saggezza, la Torah e l’Evangelo.

E (ne farà) un messaggero per i figli di Israele (che dirà loro): “In verità vi reco un segno da parte del vostro Signore. Plasmo per voi un simulacro di uccello nella creta e poi vi soffio sopra e, con il permesso di Dio, diventa un uccello. E per volontà di Dio guarisco il cieco nato e il lebbroso e resuscito il morto” (III, 45- 49). Maria non è solo il personaggio biblico che viene meno “islamicizzato” dal Corano, ma il culto di Maria è molto diffuso nel mondo islamico. In Egitto, ad esempio, esistono una decina di santuari mariani, edificati nei luoghi dove si ritiene abbiano sostato Gesù, Maria e Giuseppe durante la loro fuga dalla Terra santa, e dove annualmente si recano in pellegrinaggio cristiani e musulmani.

Non solo, ma nel 1968 in Egitto presso la chiesa della Vergine Maria a Zeitoun è apparsa la Madonna trasformando il luogo in meta di pellegrinaggio per cristiani e musulmani. Dal 1982 anche in Siria presso il quartiere damasceno di Soufanieh appare la Madonna. Molte donne iraniane si recano ogni anno al santuario della Madonna di Fatima in Portogallo, poiché Fatima è il nome della figlia di Maometto e moglie di Ali, primo imam degli sciiti. In Libano, a Harissa, ai piedi della maestosa statua di Nostra Signora del Libano si incontrano non solo pellegrini, ma soprattutto giovani coppie musulmane e cristiane che si recano a consacrare il loro amore innanzi alla Madonna.

In Turchia, la casa della Vergine Maria, nei pressi di Efeso, viene visitata ogni anno da cristiani e musulmani. Nel giugno 2008 per la prima volta tre donne musulmane, tutte e tre di origine marocchina, Malika El Hazzazi, Dounia Ettaib e Rachida Kharraz hanno partecipato al pellegrinaggio mariano Macerata-Loreto. In questo contesto il richiamo alla Vergine Maria in seno al preambolo della nuova costituzione egiziana va letto non solo come un richiamo alla tradizione spirituale in terra d’Egitto, ma soprattutto come un ennesimo segnale che indica una via, corretta e obiettiva, per il dialogo: il cammino di Maria, che pur nelle differenze è la figura spirituale che unisce, senza se e senza ma, cristiani e musulmani.

Non a caso “Il cammino di Maria”, in arabo “Darb Maryam”, è la denominazione scelta da un’associazione libanese, costituita prevalentemente da donne, impegnata nel miglioramento dei rapporti tra cristiani e musulmani. Uno dei membri fondatori del gruppo ha precisato che la scelta del cammino della Vergine Maria è dovuta al fatto che si tratta di una via condivisa da cristiani e musulmani e che unisce le donne in quanto madri che cercano e desiderano la pace per i propri figli.

D’altronde, come ebbe modo di dichiarare il compianto Mario Scialoja, ex ambasciatore convertitosi all’islam diventato poi presidente della Lega mondiale islamica in Italia: “La storia dell’annunciazione dell’angelo nel Corano è riportata in termini identici alla dottrina cristiana ed è allo stesso modo riconosciuta la verginità di Maria. La figura di Maria è vista come la Madre Vergine del più grande profeta e come la migliore delle donne”.

La Vergine Maria può essere a ragione considerato l’unico personaggio comune a cristianesimo e islam verso il quale i credenti si rivolgono fiduciosi in quanto madre che ha sofferto e affrontato con coraggio la morte del proprio figlio e che, proprio come nel caso della associazione libanese, potrebbe diventare il modello da proporre e da seguire per avvicinare le madri cristiane e musulmane e favorire finalmente una integrazione vera ed efficace e un dialogo dal basso sotto l’egida e la guida della Madre per eccellenza. Di Valentina Colombo  Zenit

La prostituzione si combatte con il coraggio

street nightFra le proposte di volontariato che giungono dall’’Associazione “Amici di Lazzaro”, una e’ finalizzata a formare operatori di strada per incontrare ed aiutare giovani donne costrette alla prostituzione. Avvicinando queste ragazze e fermandosi a parlare con loro più volte, è possibile far nascere un’’amicizia e ottenere fiducia.

Talune raccontano della loro vita: povertà e miseria, prima; sfruttamento e violenza, dopo. Incoraggiate dai volontari, molte trovano la forza di chiedere aiuto per uscire dal “giro”.

Gli operatori dell’’associazione sono in apprensione, perché da tempo non incontrano più Sofia e raccontano di lei. Sofia ha 20 anni e Tessi 18 vengono entrambe da Benin City, una città della Nigeria. Appartengono a famiglie molto povere.

Nella casa di Sofia, camera e cucina, vivono in otto tra fratelli e sorelle, insieme al padre e le sue tre mogli. Il lavoro è poco e malpagato. Simile situazione nella casa di Tessi:

il papà non c’’è più, lei e le sorelle più piccole si spezzano la schiena per coltivare un campo, che non dà frutti sufficienti a sfamare i fratellini e la madre malata. In simili situazioni è facile desiderare di partire in cerca di una soluzione.

Il loro sogno è l’’Europa, circola infatti voce che in Spagna, Italia, Francia o Gran Bretagna si possa trovare lavoro facilmente. La possibilità di un lavoro in Italia giunge da un’’amica delle loro famiglie, Madame Ouakeke:

“Lì se hai dei problemi tutti ti aiutano, tutti sono ricchi…”. Qualche settimana di viaggio via terra poi si riesce a trovare posto su un aereo da Abjian verso Milano e pii con il treno verso Torino, è fatta.

Si arriva in Italia con un documento falso e la promessa di un
lavoro, in cambio daranno dei soldi a chi organizza il viaggio:

45mila euro e 48mila euro. Le ragazze non sanno nemmeno a quanto equivalgono in Naira (la moneta locale nigeriana), ma ormai hanno contratto il debito. Intanto per sicurezza la Madame ha fatto fare alle due ragazze un patto con un rito vodoo tradizionale nigeriano:

capelli,peli del pube e sangue per il rito Wodoo, il “juju” che serve a legare le ragazze e le loro famiglie a lei.

Se non rispetteranno la vita o la salute (lo “spirito” si arrabbia). Per loro è un patto più solido di un contratto scritto.

Per loro è un patto più solido di un contratto scritto.

Oltre a questa paura profonda del Wodoo ci sarà anche la paura della Madame che con suo marito potrà iniziare a picchiarle, e a prepararle al “lavoro” tanto atteso.

La dura realtà che le aspetta sarà la strada, prostituendosi di notte e di giorno, fino a raggiungere 2000-3000 euro al mese.

Da questi soldi devono togliere 400 euro per il joint (l’affitto del posto di lavoro, ogni lampione o spiazzo ha un costo differente), le spese per la casa, il cibo e il costo dei “regali” da fare alla Madame.

Quello che rimane è una quota per pagare il debito iniziale.

I volontari di “Amici di Lazzaro” riescono a mantenere costantemente dei contatti con Tessi, le spiegano che può scappare dalla strada e rimanere in Italia, le spiegano che può scappare dalla strada o rimanere e rimanere in Italia denunciando chi le sfrutta, la spronano a non aver paura e a fidarsi di loro.

Ci mette un po’ di settimane, ma alla fine 4 decide e una notte scappa. Ora è libera, sta aspettando i documenti e un lavoro onesto che presto inizierà.

“Da un po’ di tempo non abbiamo più notizie di Sofia,-dice un responsabile dell’’associazione-ci interessa ritrovarla, ma naturalmente non soltanto lei.
Le ragazze nella sua condizione sono parecchie e ci piacerebbe poterle aiutare tutte. Chiediamo a chi conosce situazioni di sfruttamento di contattarci”.

TorinoCronaca (ora CronacaQui)

Chi desidera sostenere o collaborare con gli “Amici di Lazzaro” può telefonare al  340-4817498
info@amicidilazzaro.it

L’amore ai tempi del DNA

dna-fhdLa porta dell’universo (Gattaca) è un film del 1997 scritto e diretto da Andrew Niccol, ambientato in un futuro dove sono emerse nuove lotte di classe tra chi è nato dopo essere stato geneticamente programmato e chi è no, ovvero tra validi e non validi. Non troviamo, dunque, individui potenziati da messi meccanici o elettronici ( come vorrebbe il cyberpunk), ma individui potenziati attraverso la manipolazione dei loro stessi cromosomi (in perfetto stile biopunk). Risvolti tecnologici della biologia… quando l’analisi di un capello può decidere l’inizio o la fine di una storia d’amore o la mappatura genetica quella di una vita. Solo fantascienza oppure vero e proprio nichilismo non dichiarato di una società sempre più biotecnologica?

Nel film alle coppie che hanno deciso di avere un figlio viene offerta l’alternativa a un fanciullo di Dio (un bimbo concepito nell’amore e in modo naturale ma con tutti i rischi del caso: malattie, caratteri ereditari, geni imperfetti, ecc), ovvero un bimbo con un corredo genetico perfetto. Il primo sarà un individuo di grado inferiore, buono solo a compiere umili lavori, mentre il secondo sarà un individuo valido e quindi destinato a un futuro brillante. Il protagonista del film, un fanciullo di Dio vede l’amore dei genitori rivolgersi verso il fratello più piccolo, un valido, poiché su di lui pende la terribile condanna di una malattia cardiaca, destinata prima o poi a manifestarsi nella sua vita. Questo scatena in lui una sorta di rivalsa che lo porta a spacciarsi per valido e ad innamorarsi (ricambiato) di una valida.

Fantascienza, dunque, eppure così vicina all’attuale scenario, che gira intorno alla diagnosi prenatale, una serie di esami che consentono di monitorare lo stato di salute del feto e quindi di individuare alcune patologie, anomalie cromosomiche e malattie genetiche. Come dire che è possibile ottenere una “mappa” abbastanza precisa del bimbo che attende di vedere la luce, una mappa in grado di dichiarare se egli sarà un valido o un non valido e, conseguentemente se sia il caso o meno di fargli vedere la luce.

L’amore ai tempi del DNA… quando un esame può mettere in ombra il sentimento più luminoso che esista; quando l’istinto cede il passo alla prudenza, decidendo di non “rischiare”. È la fantascienza diventa allora il ritenere Dio alla base di una causalità imperfetta che la scienza ha il dovere di correggere, privando l’essere umano della sua unicità proprio in quanto fanciullo di Dio.

Annarita Petrino Zenit.org

Tra depressione ed eutanasia

depressione eutanasiaTra le argomentazioni piu’ ricorrenti a sostegno dell’eutanasia come diritto della persona vi e’ quella che si appoggia al principio di autonomia, in base al quale, etimologicamente, ciascuno dovrebbe essere autòs-nòmos, legge a se stesso. Al di là della questione centrale di un principio di autonomia così espanso da poter superare qualsiasi altra considerazione, assume rilevanza non trascurabile verificare quanta autonomia vi sia nella decisione del paziente che fa richiesta di eutanasia. Per aiutarci a compiere qualche passo ulteriore in un campo davvero complesso e delicato può essere utile riassumere la panoramica della letteratura medico-scientifica offerta dalla dottoressa Maria Cristina Del Poggetto, specialista in psichiatria ed in psicoterapia sistemico-relazionale, nel corso del convegno sulle cure di fine vita svoltosi presso la Facoltà di Medicina di Pisa nelle scorse settimane, organizzato dall’Associazione Scienza & Vita di Pisa e Livorno.

Le dimensioni del fenomeno sono assai contenute, ma non trascurabili; secondo le varie casistiche la percentuale dei pazienti affetti da una malattia giunta alla fase terminale che in un dato momento è disposta a chiedere l’anticipazione della morte si aggira tra l’1 e il 5%. È bene evidenziare la netta differenza esistente tra attitudine, desiderio e richiesta di eutanasia, giacché i desideri sono fluttuanti, ambivalenti e subordinati a condizioni ipotetiche. Alla base della richiesta eutanasica stanno sia fattori legati alla condizione del paziente, che fattori a lui esterni.

Tra i primi l’elemento che ha iniziato ad attirare l’attenzione dei ricercatori è stato verificare se alla base della richiesta di eutanasia potesse esserci una condizione di depressione. Dopo una serie di segnalazioni non univoche, nel 2000 lo psichiatra Wiliam Breitbart pubblicò sulla prestigiosa rivista medica JAMA uno studio in cui, tra i pazienti affetti da tumore allo stadio terminale con desiderio di morte, la depressione aveva un’incidenza quadrupla. Dati confermati da un successivo studio del 2002 da parte del medico palliativista Eoin Tiernan. Eppure, nonostante queste evidenze, un gruppo di ricercatori olandesi, paese dove l’eutanasia è legale, ipotizzò che i pazienti olandesi che reiteratamente ponevano la ben ponderata richiesta di eutanasia fossero quelli non depressi. Ma i risultati dello studio olandese fecero ricredere gli stessi ricercatori: fra i pazienti che facevano richiesta di eutanasia l’incidenza di depressione risultò più che quadrupla. Peraltro, nonostante queste evidenze, gli autori olandesi incredibilmente non raccomanderebbero la consulenza psichiatrica tutte le volte che vi è una richiesta di eutanasia per il fatto che solo nel 9% dei casi ciò farebbe cambiare idea al medico curante. Tutti gli studi sono peraltro concordi nell’evidenziare un netto sotto-utilizzo e un ritardo nell’impiego dei farmaci antidepressivi in questi pazienti; come se la depressione fosse in queste persone qualcosa di normale e non una patologia che si aggiunge ad un’altra patologia, la cui non curanza realizza un’ingiustificata ed inaccettabile discriminazione.

Si deve in particolare ad un altro ricercatore, lo psichiatra canadese Harvey Max Chochinov, il riconoscimento dell’importanza di un altro elemento, distinto dalla depressione, nella genesi dell’ideazione suicidaria dei pazienti giunti in fase terminale di malattia: la hopelessness (disperazione). Lo stesso autore ha elaborato un modello psicoterapico promettente conosciuto come dignity therapy, attraverso la quale, fra l’altro, si cerca di aiutare la persona a non identificarsi con la propria malattia. La letteratura medico-scientifica è inoltre concorde nel sottolineare l’importanza della condizione spirituale del paziente; un elevato livello di spiritualità si oppone alla disperazione e riduce l’ideazione suicidaria.

Altro elemento aggiuntivo sospettato di contribuire alla richiesta eutanasica, è la “sindrome da demoralizzazione”, identificata nel 2001 da David Kissane, a capo del dipartimento di psichiatria del Memorial Sloane-Kettering Cancer Center. Si tratta di una condizione caratterizzata da disperazione, perdita del senso della vita e stress esistenziale che il paziente confina però solo nel futuro. Oltre a queste variabili che esprimono lo stato psicologico del paziente, sono stati ormai identificati numerosi fattori in grado di spingere la persona gravemente malata a chiedere l’eutanasia. Tra questi l’impressione di essere divenuto un peso per gli altri, la minore coesione familiare, ma anche il minore addestramento psicoterapico del medico curante e la volontà di questi di anticipare la morte del paziente, condizione associata ad un maggior tasso di sindrome da burn-out, cioè di esaurimento psico-fisico, che porta al distacco emotivo del curante nei confronti dell’assistito.

Di fronte alla complessità del quadro appena delineato, acquista un peso non facilmente eludibile la posizione di coloro che ritengono la richiesta di eutanasia del paziente una sfida non soltanto umana ed etica, ma anche medica nel senso più tradizionale, sui versanti diagnostico e terapeutico. “Bisogna sempre cercare di capire qual è il problema”, dichiarò la pioniera delle cure palliative, dottoressa Elisabeth Kubler-Ross”. Di fronte alla richiesta di eutanasia le risposte suggerite dai medici palliativisti australiani nel numero di settembre della rivista Palliative Medicine vanno nella direzione dell’ascolto del paziente per poter capire, aiutare e curare; di fronte a tale richiesta rispondere semplicemente “sì” è inappropriato e quasi sempre illegale, rispondere ‘no’ lascia il paziente in uno stato di abbandono. Cercare di parlare col paziente per capire che cosa lo spinge a chiedere di morire, è questa la strada indicata dai medici nell’articolo.

Al medico scettico che su un forum on line asseriva la normalità della depressione se si ha “un cancro terminale e irreversibile” la signora Stefania ha così risposto: “[…] ha detto proprio bene, chi non sarebbe depresso con un cancro terminale! Vede, chi le scrive è una mamma che ha perso una figlia appena 4 mesi fa, una meravigliosa figlia di 23 anni. Appena le diagnosticarono la malattia lottò con tutte le sue forze poi, ai primi insuccessi terapeutici, specialmente dopo grande sofferenza, incominciò a lasciarsi andare, allontanò il ragazzino, lasciò gli studi ed incominciò a desiderare la morte. Fortunatamente ho incontrato una brava psichiatra che con appena una pasticca di antidepressivo e qualche seduta terapeutica, ha ridato la forza di lottare a mia figlia; ha ricominciato gli studi universitari, ha preso la patente di guida, ha preparato la tesi di laurea, ha ricominciato la sua vita di ragazza “normale”, pur soffrendo. Tutto questo avveniva fra una seduta di chemio e l’altra, un intervento di appendicectomia, un’embolia polmonare, un infarto polmonare, una micosi polmonare, un trapianto di cellule staminali ecc. Sosteneva che erano incidenti di percorso…..più stava male e più si attaccava alla vita. Noi tutti della famiglia abbiamo constatato che il desiderio di “morte” iniziale, era dovuto ad una forte depressione. Non le nego che mia figlia è stata aiutata anche da un buon padre spirituale che le è stato vicino fino alla morte; una morte che l’ha trovata vigile, serena e circondata da medici preparatissimi del reparto di ematologia Sant’Orsola di Bologna”.

Già! Medici, medici fino alla fine.

dottor Renzo Puccetti, Specialista in Medicina Interna ZENIT
Bibliografia:

— Johansen S et al. Palliat Med 2005, 19: 454-60.
— Breitbart W et al. JAMA Dec 2000 13;284(22):2907-11.
— Tiernan E et al. J R Soc Med 2002;95:386-390.
— Van der Lee ML et al. J Clin Oncol 2005, 23: 6607-12.
— Chochinov HM et al. Psychosomatics. 1998 Jul-Aug;39(4):366-70.
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La Preghiera e la Decisione

preghiera1Non è affatto facile decidersi immediatamente per Dio. E’ necessaria prima una vera e propria risurrezione del libero arbitrio, imprigionato e pietrificato nel male. La grazia di Dio mi illumina sullo stato di perdizione in cui mi trovo. E’ come se fossi precipitato in un abisso dal quale non sono più in grado di uscire. L’unica cosa che posso compiere, sia pure sotto l’impulso della grazia preveniente, è l’invocazione a Dio, perché venga in mio aiuto:” Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera “( Salmo, 129/130,1). La preghiera di supplica, piena di fiducia e di umile insistenza, è la prima risposta di un cuore toccato dalla grazia.

Nella preghiera maturano le decisioni da prendere. Uscire dal male è l’impresa più faticosa che esista. Molti iniziano, ma quanti continuano?

Quante volte anche tu hai meditato di prendere delle decisioni, ma poi hai rinunciato! Oppure, dopo averle prese, ti sei lasciato risucchiare nella vita di prima. La ragione è da ricercare nella estrema debolezza del libero arbitrio reso schiavo dal peccato: pur vedendo il bene da compiere, non ha la forza intima di autodeterminarsi. Vorrebbe decidersi per il bene, ma non ci riesce. Cosa fare? Il demone dello scoraggiamento è pronto ad assalirti, per toglierti ogni speranza di riscatto. In questa situazione occorre difendere ad oltranza la trincea della preghiera. In essa ti rafforzi e vedi con chiarezza i primi piccoli passi da compiere. Il libero arbitrio che risorge è come un bimbo che compie i primi passi. Ha bisogno di essere sorretto dalla preghiera continua e da un’eroica umiltà che gli fa accettare tutte le possibili debolezze, rialzandosi prontamente in piedi a ogni caduta.

 

Bisogna tener fissa l’attenzione sul nostro libero arbitrio, perché è il centro focale di tutto il processo di conversione. Nella preghiera davanti a Dio devi prendere delle decisioni sia pure piccole, che ti facciano fare un passo avanti nella lotta contro il peccato. Devi decidere di fare delle rinunce, oppure alcuni atti di riparazione, o tagliare dei legami, ognuno secondo le condizioni in cui si trova. Senza l’azione della volontà che ripudia il male e decide passi concreti sulla via del bene, la conversione non va avanti. Ci sono alcuni che vivono in una sorta di – velleità – inconcludente, per cui, pur desiderando convertirsi, in realtà rimangono sempre impantanati nel medesimo posto.

Eppure pregano, visitano santuari, chiedono consigli, moltiplicano le pratiche religiose, ma il cambiamento di vita non decolla. Per quale motivo ?

Il motivo consiste nel fatto che il processo di conversione si mette in moto solo nel momento in cui, con tutto lo sforzo che può costare – e a volte è una fatica che fa sudare sangue – decido di rinunciare al peccato e a tagliare alcuni legami concreti con il male. Se ad esempio ti stai drogando, devi nella preghiera arrivare alla decisione ferma di non prendere più la droga e di non frequentare persone e ambienti che ti mettono nell’occasione di drogarti. Certo, non sarà facile deciderlo e quand’anche l’avessi fatto, non è detto che riuscirai subito a conseguire gli obbiettivi che ti sei prefissato di raggiungere. Non fa nulla, ricominciando continuamente da capo il tuo combattimento, la volontà si rafforza nella lotta, finché le cadute diverranno sempre più rare, per poi scomparire del tutto.

Il maligno sa che se decidi nella preghiera di cambiare vita, per lui si fa molto concreto il pericolo di perdere un’anima che ormai considera sua.

Per questo cerca in ogni modo di far rimandare il momento della decisione. Prima ti terrorizza con le difficoltà della strada da percorrere. Ti mostra le – delizie – del peccato, insinuando che non potrai mai vivere senza di esse. Quindi ti presenta la via di Dio che vorresti intraprendere come difficile, impraticabile, perfino impossibile. Ma se ti vede ugualmente deciso a cambiare vita, ecco che ti suggerisce di aspettare domani, non precipitare le cose, rifletterci sopra un momento. Guai a te se cadi nella trappola del rimandare. La decisione di cambiare vita va presa subito nel preciso istante che ti è richiesta dalla grazia e va concretizzata immediatamente in passi che sono alla tua portata e che hanno come loro sbocco naturale il sacramento della riconciliazione.

(..) Prima che possa rafforzarti sulla via del bene, il maligno prepara un assalto come forse mai avevi subito prima, con l’intenzione di riconquistare la fortezza del tuo cuore. (.) Che fare in questa situazione? Occorre resistere. La tentazione ha sempre un tempo e un’intensità oltre le quali il maligno non può andare perché Dio non glielo permette. Quando il vento infuria, è inutile cercare di procedere a viso aperto. Occorre cercare un riparo e attendere. Mentre imperversa la tentazione è necessario raccogliersi nella fede e nella preghiera cercando riparo presso il cuore di Gesù. Satana si avvicinerà con i suoi terrori, le sue paure e le sue seduzioni. Soffierà sulle passioni sanguinanti, ti spaventerà con le sue suggestioni, ti presenterà tutto il suo repertorio di false luci, con le quali ti aveva già sedotto in passato. (.) Quando il maligno cercherà di suggestionarti e di convincerti che non riuscirai a resistere a lungo senza soddisfare le tue passioni, cerca di ricordare come ti sei trovato in passato tutte le volte che satana ti aveva detto la medesima cosa. Non è forse vero che ti sei sentito ingannato e che ogni peccato a cui avevi acconsentito ti aveva lasciato l’amaro in bocca?

Raccogliti perciò in preghiera umile e incessante, e pronuncia sempre più intensamente e profondamente il tuo – rinuncio- !. (.) Inaspettatamente la bufera si placa e ti rendi conto di essere liberato da una grande impostura (.). Svanito l’assalto demoniaco, sei di nuovo avvolto dalla luce di Dio e dal suo amore. A questa vittoria ne seguiranno altre (..).

Non sarà una lotta facile. Chissà quante volte dovrai accostarti al sacramento del perdono con cuore umile e determinato, finché la tua volontà non sarà abbastanza fortificata e salda nel bene.

Non mancheranno le sconfitte, gli scoraggiamenti, la voglia di gettare la spugna e di cedere all’implacabile tentatore. Non arrenderti! Ne va della tua salvezza eterna e anche della tua vita qui sulla terra!.

Riprendi ogni giorno la lotta, con l’aiuto di Dio e il soccorso della Vergine Maria, rifugio dei peccatori. Arriveranno le prime vittorie e Dio ti farà gustare la gioia della sua presenza nel tuo cuore. Potrà ancora accadere che un assalto improvviso ti riporti in una situazione di grande pericolo e perfino di caduta: ma se avrai l’umiltà di accostarti ogni volta al confessionale per riacquistare la grazia di Dio con fermo proposito di non peccare più, il primo e più importante tratto di strada sulla via della santità e della salvezza eterna è stato percorso.

(.) Questo impegno esige una vigilanza quotidiana che dovrà accompagnarti per tutta la vita (.), la crescita nella virtù sarà il tuo impegno quotidiano fino al momento del tuo incontro finale con Cristo.

Padre Livio Fanzaga

 

Lepanto: La Lega Santa contro i Turchi

Batalla_de_lepanto_antonio_brugadaI Turchi avevano vinto:

– nel 1389 nel Kossovo contro i serbi;
– nel 1396 a Nicopoli contro i crociati guidati dal re d’Ungheria;
– nel 1414 a Negroponte contro i veneziani;
– nel 1417 a Valona;
– nel 1418 a Girocastro;
– nel 1430 a Salonicco contro i veneziani;
– nel 1453 a Costantinopoli mettendo fine all’Impero Bizantino;
– nel 1462 a Lesbo contro i genovesi;
– nel 1463 contro i greci dell’Impero di Trebisonda;
– nel 1463 contro i bosniaci a Jace;
– nel 1480 a Otranto contro gli italiani;
– nel 1521 a Belgrado contro gli ungheresi;
– nel 1522 a Rodi contro i Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme;
– nel 1527 a Mohacs contro gli ungheresi;
– nel 1571 a Cipro contro i veneziani.

Nel 1529 avevano assediato gli austriaci a Vienna.
Nella seconda metà del secolo XVI i Turchi dominavano la Grecia, l’Albania, la Serbia, la Bosnia, l’Ungheria, la Transilvania, la Moldavia e la Valacchia.
La vittoria della Lega Santa a Lepanto fu un evento d’importanza simile alla battaglia di Poitiers. Nel 732 vennero fermati gli Arabi, nel 1571 vennero fermati i Turchi.
Ancora una volta la spada dell’Islam era stata spezzata dall’Occidente.

Località: Lepanto (Grecia)
Epoca degli avvenimenti: 1571 d.C.
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La Lega Santa

Il 20 maggio 1571 venne firmata la Lega Santa contro i Turchi. Vi aderirono il regno di Spagna, la repubblica di Venezia, lo Stato Pontificio, le repubbliche di Genova e di

Lucca, i Cavalieri di Malta, i Farnese di Parma, i Gonzaga di Mantova, gli Estensi di Ferrara, i Della Rovere di Urbino, il duca di Savoia, il granduca di Toscana.

Le spese erano divise in sei parti: tre erano a carico della Spagna, due di Venezia e una del papa.

La Lega era stata fermamente voluta da Pio V, Michele Ghislieri, nato ad Alessandria nel 1504, povero pastore di pecore, frate domenicano, inquisitore. Divenuto papa nel 1566 riformò rigorosamente la Curia e la città di Roma. Combatté l’eresia protestante in tutta Europa.

Il comando militare della flotta venne affidato a Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V e fratellastro del re di Spagna Filippo II.

Suoi luogotenenti furono:
– Marcantonio Colonna, comandante della flotta pontificia.
– Sebastiano Venier, comandante della flotta veneziana.

I preparativi si protrassero a lungo e la flotta si poté riunire a Messina solo il 24 agosto.

La flotta era costituita da:

– 104 galee sottili sotto il comando della Repubblica di Venezia; 54 erano con equipaggi provenienti da Venezia, 30 da Creta, 7 dalle Isole Ionie, 8 dalla Dalmazia, 5 da città di terraferma.

– 6 galeazze sotto il comando della Repubblica di Venezia. Le galeazze erano munite di 40 o più cannoni, in grado di sparare palle da 13 chilogrammi in coperta e da 23 chilogrammi da sottocoperta. Si trattava di vere e proprie fortezze galleggianti.

– 36 galee sotto il comando del re di Spagna con equipaggi di Napoli e Sicilia.

– 22 galee sotto il comando del re di Spagna con equipaggi di Genova; si trattava di navi prese a nolo dal finanziere Gian Andrea Doria.

– 12 galee mandate da Cosimo I dei Medici, armate ed equipaggiate dai Cavalieri dell’ordine pisano di Santo Stefano

– 12 galee dello Stato Pontificio, concesse dai veneziani ed armate ed equipaggiate a spese del papa.

– 3 galee dei Cavalieri di Malta.

In totale 195 tra galee e galeazze.

Gli equipaggi erano scarsi e costituiti essenzialmente da cristiani volontari e forzati. La penuria costrinse a mettere solo 3 uomini per remo.

La truppa era costituita da:

– 20.000 soldati a spese della Spagna;

– 5.000 militari al soldo di Venezia;

– 2.000 soldati pagati dallo Stato Pontificio;

– 3.000 volontari provenienti da tutta la Cristianità.

Complessivamente circa 30.000 uomini.

Sulle galee e sulle galeazze vennero imbarcati 1815 cannoni.

Le galee veneziane erano in buono stato, ma con pochi soldati. Don Giovanni d’Austria vi fece imbarcare 4.000 soldati italiani e spagnoli.

La flotta cristiana salpò il 16 settembre dirigendosi verso Corfù. Le navi esploratrici confermarono che la flotta turca era nei pressi del golfo di Lepanto.

La flotta turca minaccia l’Italia

I Turchi fin da febbraio avevano allestito una flotta di 250 galee e
100 navi da rifornimento e supporto.

I costruttori delle galee erano abili carpentieri rinnegati, che il Sultano ricompensava molto bene. Molti dei capitani delle navi erano anch’essi greci o veneziani rinnegati. Gli

equipaggi non avevano grande esperienza. I rematori erano cristiani catturati e ridotti in schiavitù.

Il comandante della flotta era Mehemet Alì Pascià.

Parte della flotta andò a sostenere l’assedio di Famagosta a Cipro.

Un’altra parte della flotta si diresse verso Creta. 3.000 contadini cretesi furono uccisi. Ma l’ammiraglio veneziano Marcantonio Querini riuscì a respingere l’attacco e i Turchi si dovettero allontanare.

Veleggiarono verso Zante (odierna Zakynthos) e Cefalonia (odierna Kefallenia), dove catturarono 7.000 cristiani e li misero a remare sulle loro galee.

Poi le galee turche si diressero verso l’Adriatico. I Turchi si impadronirono di Durazzo (odierna Durres), Valona (odierna Vlore), Dulcigno (odierna Ulcinj), Antivari (odierna Bar), Lesina (odierna isola di Hvar), attaccarono Curzola (odierna isola di Korcula).

Intanto le 80 galee del corsaro Uluj Alì attaccarono Zara e altre città della Dalmazia. Uluj Alì, chiamato anche Occhiali, era un pescatore calabrese rinnegato, divenuto dey di Algeri. Kara Hodja, un altro corsaro devastò il golfo di Venezia. Il rombo del cannone si udiva da piazza S. Marco. Anche Corfù, ad eccezione del castello, venne conquistata dai musulmani.

A giugno il sultano Selim II, detto “L’ubriacone”, ordinò che la flotta si fermasse a Lepanto (odierna Naupaktos; bizantina Epachthos) in una piccola baia tra il golfo di Corinto

e quello di Patrasso. Arrivarono i rinforzi da Negroponte (odierna isola Eubea): 2.000 spahis e 10.000 giannizzeri.

La flotta divenne una minaccia permanente. Da Lepanto la flotta turca avrebbe potuto attaccare la costa italiana in qualsiasi momento.

Prima della battaglia

Il 5 ottobre la flotta cristiana si fermò nel porto di Viscando, non lontano dal luogo della battaglia di Azio. C’era nebbia e un forte vento. Le galee non potevano prendere il mare.

Un brigantino portò la notizia della caduta di Famagosta (in turco Famagusta; in greco Ammocosthos) e dell’orribile fine inflitta dai musulmani a Marcantonio Bragadin, il senatore veneziano comandante la fortezza.

Il 1° agosto i veneziani si erano arresi con l’assicurazione di poter lasciare l’isola di Cipro. Mustafà Lala Pascià, il comandante turco che aveva perso più di 52.000 uomini

nell’assedio, non mantenne la parola. I soldati veneziani furono imprigionati e incatenati ai banchi delle galee turche.

Venerdì 17 agosto Bragadin venne scorticato vivo di fronte ad una folla di musulmani esultanti. La pelle di Bragadin venne riempita di paglia. Il manichino fu innalzato sulla galea di Mustafà Lala Pascià insieme alle teste di Alvise Martinengo e Gianantonio Querini. I macrabri trofei furono poi inviati a Costantinopoli, esposti nelle strade della capitale ottomana ed infine portati nella prigione degli schiavi.

Il comportamento dei musulmani accrebbe la voglia di combattere dei cristiani.

I soldati della Lega Santa sapevano che la battaglia era decisiva per la Cristianità. In caso di sconfitta le coste di Italia e Spagna sarebbero rimaste esposte agli attacchi dei musulmani. L’Islam era pronto a colpire il cuore dell’Occidente. Roma era in pericolo.

Lo schieramento della flotta cristiana

Domenica 7 ottobre Giovanni d’Austria fece schierare le proprie navi in formazione serrata. Non più di 150 metri separavano le galee.

Venne costituita una formazione a croce.

Al centro si pose Giovanni d’Austria con 64 galee. La sua nave ammiraglia era la Real. A fianco si pose l’ammiraglia del comandante veneziano Sebastiano Venier, una cui nipote era stata ridotta in schiavitù nell’harem di Costantinopoli.
Sull’ammiraglia pontificia era Marcantonio Colonna. Sull’ammiraglia di Savoia il conte Provana di Leynì.

Sull’ammiraglia di Genova Ettore Spinola. Due galeazze furono poste davanti al centro della flotta.

L’ala sinistra venne affidata principalmente ai veneziani sotto il comando di Agostino Barbarigo. Al lato più estremo, più esposto ai tentativi di aggiramento, si pose

Marcantonio Querini. Davanti alle galee veneziane furono inviate due galeazze al comando di Antonio e Ambrogio Bragadin, parenti del senatore scorticato vivo.

All’ala destra si schierarono galee e combattenti di diverse nazionalità, sotto il comando del genovese Gian Andrea Doria. Erano presenti anche molti volontari tra cui l’italiano Alessandro Farnese, il francese Crillon, l’inglese Sir Thomas Stukeley, l’esiliato Giacomo IV, duca di Naxos. Due galeazze veneziane furono poste davanti al settore sinistro.

La retroguardia venne posta sotto il comando di Santa Cruz con tre galee dei Cavalieri di Malta.

Lo schieramento dei Turchi

I Turchi si disposero a mezzaluna.

Vennero schierate 274 navi da guerra, di cui 215 galee.

I musulmani avevano 750 cannoni.

Il centro turco, al comando diretto di Mehmet Alì Pascià, era costituito da 96 galee. Di fronte ai veneziani era Muhammad Saulak, detto anche Maometto Scirocco, governatore dell’Egitto, con 56 galee.

Uluj Alì, il rinnegato Occhiali, con 63 galee e galeotte, era di fronte a Gian Andrea Doria, che a Tripoli era dovuto fuggire di fronte al corsaro.

Una forte riserva, comandata da Amurat Dragut, era dietro la linea delle galee turche.

Mehmet Alì Pascià era a bordo della Sultana, su cui sventolava il vessillo verde su cui era stato scritto 28.900 volte a caratteri d’oro il nome di Allah.

La battaglia

La flotta cristiana bloccò l’ingresso del golfo di Lepanto. I musulmani, obbedendo all’ordine impartito dal sultano Selim II, accettarono la battaglia.

Con un rumore assordante iniziarono l’avvicinamento suonando timpani, tamburi, flauti. Il vento era a loro favore.

La flotta cristiana era nel più assoluto silenzio.

Quando le flotte giunsero a tiro di cannone i cristiani ammainarono tutte le loro bandiere e Giovanni innalzò lo stendardo con l’immagine del Redentore crocifisso. Una croce venne levata su ogni galea e i combattenti ricevettero l’assoluzione secondo l’indulgenza concessa da Pio V per la crociata.

Il vento improvvisamente cambiò direzione. Le vele dei Turchi si afflosciarono e quelle dei cristiani si gonfiarono.

Giovanni d’Austria puntò diritto contro la Sultana. Il reggimento di Sardegna diede l’arrembaggio alla nave turca che divenne il campo di battaglia. I musulmani a poppa e i cristiani a prua. Al terzo assalto i sardi arrivarono a poppa. Giovanni venne ferito ad una gamba. Mehmet Alì Pascià venne ucciso da un colpo di archibugio. La Sultana si arrese. Alle due del pomeriggio Giovanni poté riprendere il controllo della flotta.

Muhammad Saulak era riuscito ad aggirare il fianco sinistro. Agostino Barbarigo fu attaccato da otto galee turche contemporaneamente.
Barbarigo, ferito ad un occhio da una freccia, dovette cedere il comando a Federico Nani. Sei galee veneziane furono affondate. Muhammad Saulak stava per prevalere. Ma improvvisamente i rematori cristiani si sollevarono dai banchi di schiavitù e con le catene si gettarono sulle scimitarre dei loro aguzzini. I veneziani ripresero il sopravvento. Muhammad Saulak venne ucciso.

All’ala destra Uluj Alì e Gian Andrea Doria manovravano per trovarsi in posizione di vantaggio. Alessandro Farnese con i suoi 200 uomini conquistò una galea turca. Diego di Urbino, comandante della Marquesa, ordinò a Miguel Cervantes di aggirare una galea con una scialuppa. Cervantes fu ferito due volte, al petto e alla mano.

Sia il Doria che Uluj Alì, prima della battaglia, avevano tentato di dissuadere i loro comandanti dal dare battaglia. Nessuno dei due voleva mettere a rischio le proprie navi.

Uluj Alì manovrò per aggirare l’ala destra dello schieramento. Doria spostò le sue galee verso destra per fermare i Turchi, lasciando aperto un varco tra il centro e l’ala destra.

Giovanni ordinò al Doria di ricompattare lo schieramento, ma Uluj Alì fu veloce a infilarsi nel varco improvvisamente apertosi con le sue galee corsare.

Uluj Alì, con il vento in poppa, aggredì da dietro la Capitana, la nave ammiraglia dei Cavalieri di Malta, al cui comando era Pietro Giustiniani, priore dell’Ordine. La Capitana venne circondata da sette galee. Uluj Alì catturò il vessillo dei Cavalieri di Malta, fece prigioniero Giustiniani, che era stato ferito sette volte, e prese a rimorchio la Capitana.

L’ammiraglio Santa Cruz intervenne con la retroguardia. Il capitano Ojeda, al comando della galea Guzmana, raggiunse la Capitana, l’abbordò e la riconquistò. Uluj Alì fu costretto ad abbandonare la preda. Con una quindicina di galee e di galeotte fuggì, si nascose nelle isole dei dintorni, si impadronì di una lenta galea veneziana, la Bua, e si diresse verso Costantinopoli.

Alle 4 del pomeriggio i Turchi erano stati completamente sconfitti. I pochi superstiti si ritirarono verso l’interno del golfo.

Le perdite dei Turchi

80 galee turche furono affondate. 117 furono catturate. 27 galeotte furono affondate e 13 catturate.

I Turchi persero 30.000 uomini tra morti e feriti. Altri 8.000 furono fatti prigionieri.

Vennero liberati 15.000 cristiani che erano stati ridotti in schiavitù e incatenati ai banchi delle galee.

Le perdite della Lega Santa

I cristiani persero 15 galee, ebbero 7.650 morti e 7.780 feriti.

S. Maria delle Vittorie sull’Islam

Pio V stabilì che il 7 ottobre fosse un giorno festivo consacrato a S.
Maria delle Vittorie sull’Islam.

Gregorio XIII trasferì la festa alla prima domenica del mese di ottobre con il nome di Madonna del Rosario.

Pio V venne proclamato santo da Clemente XI il 22 maggio del 1712.

Maria passa il suo cielo a fare del bene sulla terra (Raniero Cantalamessa)

virgin mary15 agosto: Assunzione di Maria Vergine al cielo
Apocalisse 11, 19.12,1-6.10; I Corinzi 15, 20-26; Luca 1, 39-56

IL MIO SPIRITO ESULTA IN DIO

Il 15 Agosto la Chiesa celebra la glorificazione in corpo e anima al cielo della Madonna. Secondo la dottrina della Chiesa cattolica che si basa su una tradizione accolta anche dalla Chiesa ortodossa (sebbene da questa non definita dogmaticamente), Maria è entrata nella gloria non solo con il suo spirito, ma integralmente con tutta la sua persona, come primizia, dietro Cristo, della risurrezione futura.

La “Lumen gentium” del Concilio Vaticano II dice: “La Madre di Gesù come in cielo, in cui è già glorificata nel corpo e nell’anima, costituisce l’immagine e l’inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore”.

Il brano evangelico scelto per questa festa è l’episodio della Visitazione di Maria a S. Elisabetta che si chiude con il sublime cantico del Magnificat. Il Magnificat può essere definito un nuovo modo di guardare Dio e un nuovo modo di guardare il mondo e la storia. Dio è visto come Signore, onnipotente, santo, e nello stesso tempo come “mio Salvatore”; come eccelso, trascendente, e, nello stesso tempo, come pieno di premura e di amore per le sue creature. Del mondo, è messa in luce la triste suddivisione in potenti e umili, ricchi e poveri, sazi e affamati, ma è annunciato anche il rovesciamento che Dio ha deciso di operare in Cristo tra queste categorie: “Ha rovesciato i potenti…”. Il cantico di Maria è una specie di preludio al Vangelo. Come nel preludio di certe opere liriche, in esso sono accennati i motivi e le arie salienti destinati a essere sviluppati, poi, nel corso dell’opera. Le beatitudini evangeliche vi sono contenute come in germe e in un primo abbozzo.: “Beati i poveri, beati coloro che hanno fame…”.

Nel Magnificat Maria ci parla anche di sé, della sua glorificazione presso tutte le generazioni future: “Ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’onnipotente”. Di questa glorificazione di Maria siamo noi stessi testimoni “oculari”. Quale creatura umana è stata più amata e invocata, nella gioia, nel dolore e nel pianto, quale nome è affiorato più spesso del suo sulle labbra degli uomini? E non è questo gloria? A quale creatura, dopo Cristo, hanno gli uomini innalzato più preghiere, più inni, più cattedrali? Quale volto hanno, più del suo, cercato di riprodurre nell’arte? “Tutte le generazioni mi chiameranno beata”, aveva detto Maria di sé nel Magnificat (o, meglio, aveva detto di lei lo Spirito Santo) e venti secoli sono lì a dimostrare che non nsi è sbagliata.

Che parte abbiamo ormai noi nel cuore e nei pensieri di Maria? Ci ha forse dimenticati nella sua gloria? Come Ester, introdotta nel palazzo del Re, ella non si è dimenticata del suo popolo minacciato, ma intercede per esso. “Sento che la mia missione sta per cominciare: la mia missione di fare amare il Signore come io l’amo, e dare alle anime la mia piccola via. Se Dio misericordioso esaudisce i miei desideri, il mio paradiso trascorrerà sulla terra fino alla fine del mondo. Sì, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra”. Con queste parole Teresa di Gesù Bambino ha scoperto e fatta sua, senza saperlo, la vocazione di Maria. Ella passa il suo cielo a fare del bene sulla terra, e tutti noi ne siamo testimoni.
Raniero Cantalamessa

Otranto. 800 cristiani uccisi dai dai Turchi in odio alla fede (1 parte)

CappellaMartiriFinalmente, a 250 anni dalla beatificazione , è stato confermato il martirio di Antonio Primaldo e Compagni, avvenuto 500 anni fa sotto le scimitarre musulmane turche. I martiri di Otranto sono stati proclamati santi solo nel 2013.

La promulgazione del Decreto riguardante il martirio

Benedetto XVI ha autorizzato la Congregazione a promulgare dei Decreti tra i quali uno riguardante “il martirio dei beati Antonio Primaldo e Compagni Laici; uccisi in odio alla Fede il 13 agosto 1480 ad Otranto (Italia)”.

 

Il vicario generale della diocesi di Otranto, mons. Quintino Gianfreda ha spiegato: “L’atto di oggi è un formale riconoscimento del martirio degli Ottocento da parte della Santa Sede: solo il primo importante tassello del lungo percorso verso la canonizzazione. Il processo di proclamazione della santità avviene attraverso due momenti: la constatazione dell’avvenuto martirio e l’accertamento di un miracolo. Il Decreto di oggi riconosce formalmente che nelle vicende storiche del 1480, Antonio Primaldo e Compagni, vanno ritenuti a tutti gli effetti martiri per la fede“. Quindi, nel gergo ecclesiale, quello che è stato promulgato è il “decreto super martirio”.

In merito alla questione del martirio, sussiste la discussione sulla consistenza storica del dato: gli storici “laici” contestano che gli Otrantini del 1480 siano morti per una reale professione di fede, preferendo la tesi della “razzia”, e, cioè, che i Turchi, interessati a puntare verso Roma, cuore della cristianità, una volta vinta la guerra ad Otranto e saccheggiata la città, si siano liberati dei superstiti, decapitandoli, sì come infedeli, ma solo perché non musulmani. Anche se il dibattito storico quindi è ancora in corso, la cosiddetta “Positio”, ossia la raccolta di tutte le fonti storiche sull’avvenimento, sembra essere giunta ad una risposta definitiva.

Al termine del processo aperto nel 1539 e concluso nel 1771 la Chiesa aveva autorizzato il culto dei martiri Antonio Primaldo e i suoi ottocento concittadini uccisi “in odio alla fede” dai Turchi il 13 agosto 1480 ad Otranto.

Si tratta di un episodio unico nella storia della Chiesa. Mentre l’indifferenza e i contrasti tra i principi e i re cristiani favoriscono l’avanzata turca, un’intera città affronta il martirio per non rinnegare la fede. Qual è l’attualità della lezione di Otranto? Cioè, che cosa ha da dire oggi a noi, a cinquecento anni da quella testimonianza, la risposta eroica di una popolazione vissuta per secoli nutrendosi di civiltà e di cultura cristiane?

Il contesto storico

Otranto, posta su una baia incantevole di fronte a un mare limpido e azzurro, è la città più orientale d’Italia. Un passato antichissimo e ricco di storia, che è necessario conoscere, perché contribuisce anch’esso a chiarire i motivi che spinsero, più di cinque secoli fa, la popolazione idruntina alla eroica resistenza contro l’invasore musulmano turco. Se infatti, da un lato, questa è il risultato di secoli di fede vissuti da tutta la Cristianità durante il Medioevo, d’altro lato è frutto anche del patrimonio di solide radici profondamente cristiane, accumulato per oltre un millennio da Otranto, con peculiarità sue proprie.

Nel 1480 Otranto venne conquistata dai Turchi sotto il comando del pascià Gedik Ahmed, inviato dal sultano Maometto II, molto abile e crudele, per estendere il regno dell’Islam in Italia ed in Europa. Avvertito dei preparativi turchi, il re di Napoli cercò di presidiare le coste pugliesi, tra cui Otranto. Ma il 28 luglio 1480 l’armata ottomana giunse a Otranto e iniziò quella che poi sarà definita la Battaglia di Otranto. La gravità della situazione impose di raccogliere dentro le mura uomini e viveri per resistere all’attacco: alla fine però i Turchi riuscirono ad aprirsi un varco nelle mura. Il pascià fece ai superstiti la proposta: “O rinnegare la fede in Gesù Cristo, o morire di morte atroce“. Ed uno di essi, l’anziano cimatore di panni Antonio Primaldo Pezzulla, rispose: “Scegliamo piuttosto di morire per Cristo con qualsiasi genere di morte, anziché rinnegarlo”. E poiché uno soltanto aveva risposto, il pascià fece interrogare gli altri su che cosa scegliessero. Ed essi subito gridarono in coro: “In nome di tutti ha risposto uno solo: siamo pronti a subire qualsiasi morte anziché abbandonare Cristo e la fede in Lui“. Ottocento no! Furono tutti condannati a morte. Il primo ad essere decapitato sul Colle della Minerva fu proprio Antonio Primaldo. Durante quel massacro le cronache raccontano che un turco di nome Bersabei, si convertì nel vedere il modo in cui gli otrantini morivano per la loro fede e subì anche lui il martirio impalato dai suoi stessi compagni d’arme.

Gli anni che seguono la metà del secolo XV, come già quelli immediatamente precedenti, non sono anni felici per la Cristianità, che appare dilaniata da lotte e rivalità intestine, da scontri tra fazioni, da incrinature all’interno della stessa Curia pontificia, in definitiva, da una crisi della civiltà cristiana, maturata per lunghi secoli che, prima ancora di essere politica, è di valori che si vanno spegnendo. La Cristianità non era soltanto l’appartenenza alla religione cristiana, né soltanto il territorio occupato dai battezzati, ma era la comunità, vivente, organicamente costituita, di tutti coloro che, dividendo le stesse certezze spirituali, vogliono che tutta la società umana si ordini secondo la loro fede. L’eroica resistenza opposta da Otranto ai turchi e dell’estrema testimonianza di fede offerta dagli otrantini nel martirio è un episodio che sembra tracciare storicamente i confini di quel lungo periodo correntemente definito Medioevo, quasi a indicare il termine iniziale e quello finale di un’epoca che “è stata la realizzazione, nelle condizioni inerenti ai tempi e ai luoghi, dell’unico vero ordine tra gli uomini, ossia della civiltà cristiana” (Plinio Correa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Piacenza 1977).

 

Nel 1450 viene celebrato a Roma l’Anno Santo: in contrapposizione ai disordini dell’assemblea di Basilea, all’orgoglio dei docenti universitari e all’avarizia dei politicanti, il popolo cristiano mostrò in occasione di quell’Anno Santo 1450 lo spettacolo di uno straordinario rinnovamento di fede e di pietà. Ma già prima si era sviluppata nella gente umile, in misura sempre maggiore, la pratica delle processioni e soprattutto del culto di Gesù Eucaristia. I pellegrinaggi si erano moltiplicati e i grandi santi che illuminano quegli anni sono, al tempo stesso, causa ed espressione di questa rinnovata religiosità popolare: san Vincenzo Ferreri e san Bernardino da Siena incantano le folle con la loro predicazione, i francescani e i domenicani percorrono senza sosta le strade d’Europa, santa Caterina da Siena scuote i principi e il Papa, san Francesco di Paola ammonisce l’Occidente a non abbandonare la difesa della fede, il beato Alain de la Roche predica e diffonde il santo Rosario, santa Giovanna d’Arco testimonia eroicamente lo spirito di un’epoca.

 

Ma il pericolo maggiore per l’Europa proviene da Oriente. Alla fine del secolo XIII dal mosaico degli emirati islamici era emersa, e si era imposta, la tribù turca degli Ottomani, raccolta da Osman (Otman), la quale, nei primi anni del secolo XIV, inizia quell’espansione nell’Asia Minore che la porterà in breve tempo a elevarsi al rango di temibile potenza. Nel 1451 sale sul trono il giovane sultano Maometto II, di soli ventun anni, esile e pallido, dal naso curvo e dalla barba nera, il cui principale assillo è la conquista di Bisanzio. L’impresa sarà portata a termine il 29 maggio 1453, dopo un furioso assedio condotto da un esercito di 260 mila musulmani contro poco più di 5 mila difensori cristiani asserragliati nella capitale dell’impero. Nell’assedio perde la vita combattendo sugli spalti l’ultimo imperatore d’Oriente, Costantino XI Dragoses.

In tutta la Cristianità, la caduta di Costantinopoli produsse un’immensa emozione. Sfuggito per miracolo alla catastrofe, il cardinale legato Isidoro tornò a Roma e raccontò i fatti orribili di cui era stato testimone. I suoi presagi circa l’avvenire del mondo cristiano erano neri: i Turchi, che niente più ormai poteva fermare, avrebbero continuato la loro avanzata verso l’Ovest: domani sarebbero comparsi in Italia. Le responsabilità dei principi e dei sovrani occidentali per la caduta di Costantinopoli erano notevoli. Già papa Urbano V (1362-70), di fronte al pericolo turco, quasi un secolo prima aveva chiamato la Cristianità alla crociata, ma inutilmente, e altrettanto vani furono gli appelli e le richieste di aiuto fatte dai vari imperatori di Bisanzio. Ad analogo risultato furono destinati, dopo la caduta di Costantinopoli, gli sforzi di papa Callisto III (1455-58), il quale vide la sua vocazione quasi esclusivamente nel salvare il mondo cristiano e la civiltà occidentale dall’inondazione dell’Islam, ma quel entusiasmo che una volta aveva armato tutto l’Occidente per la liberazione del Santo Sepolcro, sembrò spento negli stati d’Europa divisi da intestine discordie.

 

Papa Pio II, successore di Callisto III, convoca nel 1459 a Mantova un congresso al quale invita tutti gli Stati cristiani e nel discorso inaugurale delinea lucidamente le loro colpe di fronte all’avanzata turca, ma benché sia decisa la guerra, questa non segue, tra l’inerzia generale, per l’opposizione di Venezia e per l’indifferenza della Francia e della Germania. A tale indolenza per le sorti della Cristianità contribuisce, e non poco, il diffondersi del paganesimo rinascimentale, e, mentre il signore di Rimini, Sigismondo Malatesta, trasforma la chiesa gotica riminese di San Francesco in un tempio pagano, adornandolo con le statue degli dei dell’Olimpo e con simboli certamente poco cristiani, l’individualismo e l’egoismo sfrenati, risultati ovvii della diffusione del “pensiero moderno”, trasformano l’Italia in un terreno di scontro tra principi, duchi e fazioni. Ciò mentre i musulmani continuano a conquistare terre cristiane, occupando nel 1470 anche l’isola di Negroponte, che apparteneva a Venezia. Una nuova alleanza contro i Turchi, proposta da papa Paolo II (1464-71), viene fatta arenare dai milanesi e dai fiorentini, i quali pensano a tutt’altro, intenti come sono ad approfittare della situazione critica in cui versa la Serenissima, per ingrandirsi a sue spese.

 

Nel 1471 viene eletto il cardinale Francesco della Rovere, che prende il nome di papa Sisto IV. Il suo pontificato, certamente uno dei più agitati della storia della Chiesa, fu segnato dall’omicidio del duca di Milano, Galeazzo Sforza e dai rapporti sempre più tesi con i Medici di Firenze, che culminano in un’alleanza in funzione antiromana stipulata nel 1474 tra Milano, Venezia e Firenze, e nella sanguinosa Congiura dei Pazzi: nel 1478 l’arcivescovo di Pisa, Francesco Salviati, il nipote di papa Sisto IV Girolamo Riario e altri congiurati attentano alla vita di Lorenzo de’ Medici, il quale però rimane soltanto ferito. Ma l’episodio, per il favore dimostrato dal pontefice, verso i congiurati, provoca una vera e propria guerra tra gli Stati italiani, guerra che vede schierate da un lato le forze papali, insieme a quelle di Ferrante d’Aragona, re di Napoli, dall’altro Firenze, aiutata da Milano, Venezia e dalla Francia.

 

Osserva Ludovico Pastor nella sua Storia dei Papi dalla fine del Medio Evo (Desclée, Roma 1911), che “una delle arti politiche delle dinastie orientali fu in ogni tempo quella di trarre profitto dai dissensi intimi delle potenze occidentali. Mai forse sotto questo aspetto le cose furono in condizione più favorevole per la potenza del sultano come nell’ultimo terzo del secolo XV: mezza Europa era infestata da guerre e dall’anno 1478 anche Roma, che fino a quel tempo era stata sempre la prima a propugnare la causa della Cristianità, trovavasi coinvolta in una deplorevole lotta, in forza della quale papa Sisto IV per qualche tempo ebbe troppo a trascurare la sollecitudine universale per i bisogni della Cristianità”.

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La fecondazione in vitro crea scompiglio in famiglia

fivet2Continua a crescere la domanda di trattamenti di fecondazione in vitro, ma aumentano anche le preoccupazioni relative alla gestione delle cliniche e alle conseguenze negative per le famiglie. Un eminente esperto di origini britanniche ha espresso di recente parole dure contro questa industria, i cui metodi sono da tempo oggetto di critiche da parte della Chiesa.

Robert Winston, professore di Scienze della Riproduzione presso l’Imperial College di Londra, ha affermato che le cliniche si lasciano corrompere con i soldi e che i dottori sfruttano le donne che si rivolgono a loro spinte dal desiderio disperato di restare incinta, secondo quanto riportato dal Guardian lo scorso anno. “È facile sfruttare le persone quando queste sono disperate e quando tu hai la tecnologia di cui hanno bisogno, sebbene questa possa comportare conseguenze negative”, ha affermato.

Per quanto riguarda l’impatto sulla famiglia, uno dei cambiamenti che si sono registrati è la tendenza a fare figli in età più avanzata (dal Times). La percentuale dei pazienti tra i 40 e i 45 anni che si sottopone a fecondazioni in vitro (FIV) è aumentata dal 10% degli anni ’90, al 15% del 2006, osserva l’articolo. L’anno scorso vi sono state 6.174 donne di questa fascia di età che hanno fatto ricorso alla FIV, rispetto a sole 596 nel 1991.

Anche l’età media dei pazienti FIV è aumentata: rispetto al 1996 essa si è innalzata di un intero anno passando dai 33,8 anni ai 34,8. Il dato proviene dalla Human Fertilization and Embryology Authority.

Il Times osserva che, sulle donne in età più avanzata, il numero dei trattamenti che riescono con successo è di gran lunga inferiore. Per le donne tra i 40 e i 42 anni, il tasso di nascita relativo al primo trattamento FIV è del 9%, mentre quando queste superano i 44 anni, il tasso scende all’1%.

Inoltre, ai 40 anni, il rischio di problemi di gravidanza aumenta del doppio rispetto alle ventenni e così come aumentano le probabilità di gravidanze extrauterine, di nascite premature, di morte alla nascita, di morte neonatale e di malformazioni.

Gemelli a 60 anni

Poco dopo la pubblicazione di questi dati, è arrivata la notizia dagli Stati Uniti di una donna di 60 anni che ha dato alla luce due gemelli maschi, secondo quanto riportato dall’Associated Press il 23 maggio. Frieda Birnbaum ha partorito al Hackensack University Medical Center, di New Jersey.

Un altro caso che ha ricevuto attenzione è quello di una donna spagnola, Carmela Bousada, che all’età di 67 anni ha fatto nascere due gemelli, secondo il Times del 29 gennaio. Questa donna si è sottoposta a trattamento FIV presso il Pacific Fertility Center di Los Angeles.

Intanto, il quotidiano canadese Ottawa Citizen ha riferito il 18 aprile scorso del caso di Melanie Boivin, che ha donato i propri ovuli alla figlia Flavie.

La figlia di 7 anni è affetta da sterilità congenita. Secondo l’articolo, se Flavie un giorno decidesse di usare gli ovuli per rimanere incinta, potrà diventare madre della sua sorella genetica e Melanine Boivin diventerà al contempo mamma e nonna.

Sulla vicenda, l’eticista Margaret Somerville si è espressa in modo critico, secondo quanto riportato dal giornale. “Dobbiamo pensare bene a ciò che facciamo quando giochiamo con la natura”, ha affermato, osservando che una procedura di questo tipo sovverte completamente il normale corso della vita.

Un’altra pratica che solleva dubbi dal punto di vista etico è quella di ricorrere al cosiddetto utero in affitto, sfruttando le donne dei Paesi in via di sviluppo, perché portino in grembo i figli delle famiglie dei Paesi più ricchi. Questo fenomeno si sta già verificando ad esempio in India, ha spiegato la Reuters in un articolo pubblicato il 4 febbraio.

Negli Stati Uniti un utero in affitto arriva a costare fino a 50.000 dollari (36.000 euro), ha affermato allaReuters Gautam Allahbadia, esperta in fertilità. In India invece tutto ciò si può fare con 10 o 12 mila dollari (7,2 o 8,7 mila euro). Le cliniche indiane solitamente fanno pagare 2 o 3 mila dollari (1,5 o 2 mila euro) per il trattamento, mentre alla madre surrogata spettano dai 3 ai 6 mila dollari (2 o 4 mila euro).

L’articolo osserva che dati ufficiali relativi a questo fenomeno non esistono, ma è possibile che ogni anno nascano in India dai 100 ai 150 bambini da uteri in affitto.

Senza madre

Le cliniche stanno iniziando anche ad offrire trattamenti specifici per gli omosessuali. The Fertility Institutes di Los Angeles ha avviato un programma per maschi omosessuali che vogliono diventare partner, secondo laReuters del 14 marzo.

Il direttore della clinica, Jeffrey Steinberg, ha riferito che sono stati già effettuati circa 70 trattamenti ad altrettante coppie gay e che è in fase di istituzione un servizio apposito. Egli ha anche osservato che circa tre quarti delle coppie omosessuali pagano una quota in più per poter scegliere il sesso dei loro bambini.

Gli intricati intrecci familiari creati dalle tecniche FIV danno origine anche ad una serie complessa di problemi legali. Una madre surrogata, che non ha alcun collegamento genetico con il bambino che porta in grembo, non può essere indicata come madre sul certificato di nascita, secondo la Corte d’Appello del Maryland Court, come riferito dall’Associated Press il 16 maggio.

Il caso esaminato dalla Corte riguarda due gemelli nati nel 2001. La donna che li ha partoriti era una madre surrogata, senza alcuna relazione genetica con i gemelli.

Un altro caso, ancora in fase di giudizio, riguarda il destino di alcuni embrioni congelati, appartenenti ad Augusta e Randy Roman, i quali avevano deciso di sottoporsi a trattamenti per produrre gli embrioni. Tuttavia, qualche ora prima del previsto impianto, il marito ha deciso di interrompere il procedimento, secondo quanto riportato dal Los Angeles Times il 30 maggio.

Questo avveniva nel 2002 e l’anno successivo la coppia ha divorziato. Da allora essi non hanno trovato un accordo su cosa fare degli embrioni congelati e la questione è ora arrivata la Corte Suprema del Texas. Randy vuole che gli embrioni siano distrutti o che rimangano crioconservati.

Il Los Angeles Times ha ricordato che finora sono sei le alte corti di altrettanti Stati che si sono pronunciate su questi casi. Da tali decisioni, in generale, risulta che il diritto di un ex coniuge a non procreare ha la meglio sul diritto dell’altro a procreare.

Moralmente non neutrale

La Chiesa ha da tempo affrontato i problemi derivanti dalle tecniche di fecondazione in vitro. Nel 1987 la Congregazione per la dottrina della fede ha pubblicato l’istruzione su “Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione” (“Donum Vitae”).

Sin dal 1987, le tecnologie utilizzate nella FIV sono cambiate molto, ma gran parte dei problemi etici di fondo sono rimasti immutati. La scienza e la tecnologia sono risorse importanti, riconosce l’Istruzione. Tuttavia, è un errore considerare la ricerca scientifica e le sue applicazioni come ambiti moralmente neutrali.

Inoltre, la Congregazione per la dottrina della fede spiega che esse devono essere poste al servizio della persona umana e dovrebbero seguire i criteri della legge morale. È un errore considerare il corpo umano meramente come un insieme di elementi biologici, sostiene l’Istruzione. La persona umana è nello stesso tempo corporale e spirituale.

Peraltro, per quanto riguarda la questione della trasmissione della vita, non è possibile ignorare la speciale natura della persona umana. Dal momento del concepimento, insiste l’Istruzione, la vita di ogni persona umana deve essere rispettata. In aggiunta, il dono della vita umana dovrebbe essere coltivato nel contesto di atti compiuti tra marito e moglie.

La Congregazione ammette che il desiderio di avere figli e l’amore tra i coniugi che desiderano superare i problemi di sterilità “costituiscono motivazioni comprensibili” alla base del ricorso alle tecniche FIV. Ciò nonostante, prosegue l’Istruzione, le buone intenzioni devono essere commisurate alla natura stessa del matrimonio e alla necessità di rispettare i diritti dei figli.

Il documento osserva inoltre che le tecniche FIV troppo spesso comportano la distruzione di embrioni umani. In questo modo l’uomo viene a costituirsi donatore di vita e di morte “su comando”, avverte il testo.

Il sistematico ricorso a queste tecniche crea il rischio di generare una mentalità del dominio dell’uomo sulla vita e la morte di altri esseri umani, avverte la Congregazione. Una mentalità che con il passare del tempo produce una inesorabile deriva verso pratiche che implicano gravi questioni morali e sociali.

Di Padre John Flynn, L.C.

Il Papa risponde ai bambini

1. LA COMUNIONE

b16 childrenANDREA – Caro Papa, quale ricordo hai del giorno della tua Prima Comunione?

«Naturalmente mi ricordo bene il giorno della mia Prima Comunione. Era una bella domenica di marzo del 1936, 69 anni fa, ed era un giorno di sole, la chiesa molto bella, c’era la musica… C’erano tante belle cose delle quali mi ricordo. Eravamo una trentina di ragazze e ragazzi del mio piccolo paese di meno di 500 abitanti. Ma al centro dei miei ricordi gioiosi e belli sta questo ricordo – la stessa cosa è già stata detta dal vostro portavoce –: ho capito che Gesù e entrato nel mio cuore, ha visitato me, e con Gesù Dio stesso è con me. E che questo è un dono d’amore che realmente vale più di tutto il resto della vita. Così quel giorno sono stato realmente pieno di una grande gioia, perché Gesù è venuto da me e ho capito che adesso cominciava una nuova tappa della mia vita, (avevo nove anni) e che adesso era importante rimanere fedeli a questo incontro, a questa comunione. Ho promesso al Signore, per quanto potevo, “io voglio essere sempre con te” e l’ho pregato, “ma stai soprattutto Tu con me”. Così sono andato avanti nella mia vita; grazie a Dio il Signore mi ha sempre preso la mano, mi ha guidato anche in situazioni difficili. E così questo giorno della Prima Comunione è stato l’inizio di un cammino comune e spero che anche per tutti voi la Prima Comunione che avete ricevuto in questo anno dell’Eucarestia sia inizio di un’amicizia per tutta la vita con Gesù, l’inizio di un cammino comune, perché andando con Gesù andiamo bene e la vita diventa buona».

2. LA CONFESSIONE

LIVIA – Prima del giorno della Prima Comunione mi sono confessata, poi mi sono confessata altre volte. Volevo chiederti: devo confessarmi tutte le volte che faccio la Comunione, anche quando ho fatto gli stessi peccati? Perché mi accorgo che sono sempre quelli.

«Ti direi due cose. La prima: naturalmente non devi confessarti prima di ogni comunione, perché non fai peccati così gravi che necessitano una confessione. Necessario è solo quando hai commesso un peccato realmente grave, offeso profondamente Gesù, così che l’amicizia è distrutta e devi ricominciare di nuovo. Solo in questo caso il peccato si dice mortale, grave, ed è necessario confessarsi prima della Comunione. Questo è il primo punto. Il secondo punto: anche se, come ho detto, non è necessario confessarsi per ogni Comunione è molto utile confessarsi con una certa regolarità. È vero: di solito i nostri peccati sono sempre gli stessi, ma facciamo pulizia delle nostre abitazioni, delle nostre camere, almeno ogni settimana anche se la sporcizia è sempre la stessa. Per aver pulito, per ricominciare. Altrimenti forse la sporcizia non si vede ma si accumula. Una cosa simile vale anche per l’anima, per me stesso: se non mi confesso mai l’anima viene trascurata, alla fine sono sempre contento di me e non capisco più che devo anche lavorare per essere migliore, che devo andare avanti. E questa pulizia dell’anima, che Gesù ci da nel sacramento della Confessione, ci aiuta ad avere una coscienza più svelta, più aperta e così anche a maturare spiritualmente e come persona umana. Quindi due cose: necessario lo è soltanto in caso di un peccato grave, ma molto utile è confessarsi regolarmente, per coltivare la pulizia e la bellezza dell’anima e maturare man mano nella vita».

3. L’EUCARISTIA

ANDREA – La mia catechista, preparandomi al giorno della prima comunione, mi ha detto che Gesù è presente nell’Eucaristia. Ma come? Io non lo vedo.

«Sì, non lo vediamo ma ci sono tante cose che non vediamo e che esistono e sono essenziali. Per esempio: non vediamo la nostra ragione e tuttavia abbiamo una ragione; non vediamo la nostra intelligenza e l’abbiamo. In una parola: non vediamo la nostra anima e tuttavia esiste e ne vediamo gli effetti perché possiamo parlare, pensare, decidere… Non vediamo nemmeno la corrente elettrica, per esempio, e tuttavia vediamo che esiste, vediamo questo microfono e come funziona, vediamo le luci. Quindi proprio le cose più profonde, quelle che portano realmente la vita e il mondo, noi non le vediamo ma possiamo vederne e sentirne gli effetti. Anche per l’elettricità: la corrente non la vediamo ma la luce sì. Così è anche per il Signore Risorto: non lo vediamo con i nostri occhi, ma vediamo che dove c’è Gesù gli uomini cambiano, diventano migliori. C’è un po’ una maggiore capacità di pace, di riconciliazione. Quindi non vediamo il Signore stesso, ma vediamo gli effetti, così possiamo capire che Gesù è presente. E, come detto, proprio le cose invisibili sono le più profonde, importanti. Così andiamo incontro a questo Signore invisibile ma forte, che ci aiuta a vivere bene».

4. LA MESSA DOMENICALE

GIULIA – Santità, tutti ci dicono che è importante andare a Messa alla domenica. Noi ci andremmo volentieri ma spesso i nostri genitori non ci accompagnano perché alla domenica dormono. Il papa e la mamma di un mio amico lavorano in un negozio e noi spesso andiamo fuori città per trovare i nonni. Puoi dire anche a loro una parola perché capiscano che è importante andare a Messa insieme alla domenica?

«Gli parlerei naturalmente con grande amore, con grande rispetto per i genitori, perché certamente hanno tante cose da fare… Ma tuttavia, con il rispetto e l’amore di una figlia, si può dire loro: “Cara mamma, caro papà, sai che cosa è importante per noi tutti, anche per te? Incontrarci con Gesù. Questo ci arricchisce. È un elemento importante della nostra vita. Troviamo insieme un po’ di tempo, forse anche dove abita la nonna si troverà la possibilità”. In una parola, con grande amore e rispetto per loro, direi: “Capite che questo è importante non solo per me o per i catechisti. È importante per tutti noi. E sarà una luce per la domenica per tutta la nostra famiglia”».

5. A COSA SERVE LA MESSA?

ALESSANDRO – A che cosa serve andare alla Santa Messa e ricevere la Comunione per la vita di tutti i giorni?

«Serve per trovare il centro della vita. Noi viviamo in mezzo a tante cose e le persone che non vanno in Chiesa, anche se non sanno che manca proprio Gesù, sanno che manca qualcosa nella loro vita. Se Dio diventa assente nella mia vita, se Gesù è assente, manca una guida, manca un’amicizia essenziale, manca anche una gioia importante per la vita, la forza di crescere come uomo, di superare i miei vizi e di maturare umanamente. Quindi non si vede subito l’effetto dello stare con Gesù, di andare alla Comunione. Ma nel corso delle settimane, degli anni, si sente sempre più l’assenza di Dio, l’assenza di Gesù. È una lacuna fondamentale e distruttiva. Potrei facilmente parlare dei Paesi dove l’ateismo governava: come sono distrutte le anime, ma anche la terra. Così possiamo vedere che è importante, direi anche fondamentale, nutrirsi alla Comunione con Gesù, che ci da proprio la luce e la guida per la nostra vita, della quale abbiamo bisogno».

6. GESU’, PANE DI VITA

ANNA – Caro Papa ci puoi spiegare che cosa voleva dire Gesù quando ha detto alla gente che Io seguiva: «Io sono il pane della vita?»

«Innanzi tutto forse dobbiamo chiarire che cosa è pane. Noi oggi abbiamo una cucina raffinata e ricca di diversissimi cibi, ma nelle situazioni più semplice il pane è il fondamento del nutrimento. Quando Gesù si chiama il pane della vita, pane è la sigla, l’ abbreviazione per tutto il nutrimento. E come abbiamo bisogno di nutrirci corporalmente per vivere, così anche lo spirito, l’anima, la volontà ha bisogno di nutrirsi. Come persone umane che non abbiamo solo un corpo ma anche un’anima, siamo persone pensanti con una volontà, un’intelligenza: dobbiamo nutrire anche Io spirito, l’anima, perché possa maturare, perché possa realmente arrivare alla sua pienezza. E quindi se Gesù dice: “io sono il pane della vita” vuoi dire che Gesù stesso è questo nutrimento della nostra anima, dell’uomo intcriore della quale abbiamo bisogno. Perché anche l’anima deve nutrirsi. E non bastano le cose tecniche che sono così importanti. Abbiamo bisogno proprio di questa amicizia di Dio, che ci aiuta a prendere le decisioni giuste, a maturare umanamente. In altre parole: ci nutre, così che diventiamo realmente persone mature e la nostra vita diventa buona».

7. L’ADORAZIONE EUCARISTICA

ADRIANO – Santo Padre, ci hanno detto che oggi faremo l’adorazione eucaristica? Che cos’è? Come si fa? Ce lo puoi spiegare? Grazie.

«Che cos’è l’adorazione, come si fa, lo vedremo subito perché tutto è ben preparato: faremo delle preghiere, dei canti, la genuflessione e staremo così davanti a Gesù. Ma, naturalmente, la tua domanda esige una risposta più profonda, non solo il come fare, ma che cos’è l’adorazione. Direi: l’adorazione è riconoscere che Gesù è il mio Signore, che Gesù mi mostra la vita da prendere e che vivo bene soltanto se conosco la strada indicata da Gesù e se seguo la via mostrata da Lui. Quindi adorare è dire: “Gesù io sono tuo. Ti seguo nella mia vita, non vorrei mai perdere questa amicizia, questa comunione con te”. Potrei anche dire che l’adorazione, nella sua essenza, è un abbraccio con Gesù nel quale gli diciamo: “Io sono tuo e, ti prego, stai anche Tu sempre con me”».

 

La vita di Madre Teresa

teresa_de_calcuta“ Sono albanese di sangue, indiana di cittadinanza. Per quel che attiene alla mia fede, sono una suora cattolica. Secondo la mia vocazione, appartengo al mondo. Ma per quanto riguarda il mio cuore, appartengo interamente al Cuore di Gesù”.Di conformazione minuta, ma di fede salda quanto la roccia, a Madre Teresa di Calcutta fu affidata la missione di proclamare l’amore assetato di Gesù per l’umanità, specialmente per i più poveri tra i poveri. “Dio ama ancora il mondo e manda me e te affinché siamo il suo amore e la sua compassione verso i poveri”. Era un’anima piena della luce di Cristo, infiammata di amore per Lui e con un solo, ardente desiderio: “saziare la Sua sete di amore e per le anime”. 

Questa luminosa messaggera dell’amore di Dio nacque il 26 agosto 1910 a Skopje, città situata al punto d’incrocio della storia dei Balcani. La più piccola dei cinque figli di Nikola e Drane Bojaxhiu, fu battezzata Gonxha Agnes, ricevette la Prima Comunione all’età di cinque anni e mezzo e fu cresimata nel novembre 1916. Dal giorno della Prima Comunione l’amore per le anime entrò nel suo cuore. L’improvvisa morte del padre, avvenuta quando Agnes aveva circa otto anni, lasciò la famiglia in difficoltà finanziarie. Drane allevò i figli con fermezza e amore, influenzando notevolmente il carattere e la vocazione della figlia. La formazione religiosa di Gonxha fu rafforzata ulteriormente dalla vivace parrocchia gesuita del Sacro Cuore, in cui era attivamente impegnata.

All’età di diciotto anni, mossa dal desiderio di diventare missionaria, Gonxha lasciò la sua casa nel settembre 1928, per entrare nell’Istituto della Beata Vergine Maria, conosciuto come “le Suore di Loreto”, in Irlanda. Lì ricevette il nome di suor Mary Teresa, come Santa Teresa di Lisieux. In dicembre partì per l’India, arrivando a Calcutta il 6 gennaio 1929. Dopo la Professione dei voti temporanei nel maggio 1931, Suor Teresa venne mandata presso la comunità di Loreto a Entally e insegnò nella scuola  per ragazze, St. Mary. Il 24 maggio 1937 suor Teresa fece la Professione dei voti perpetui, divenendo, come lei stessa disse: “la sposa di Gesù” per “tutta l’eternità”. Da quel giorno fu sempre chiamata Madre Teresa. Continuò a insegnare a St. Mary e nel 1944 divenne la direttrice della scuola. Persona di profonda preghiera e amore intenso per le consorelle e per le sue allieve, Madre Teresa trascorse i venti anni della sua vita a “Loreto” con grande felicità. Conosciuta per la sua carità, per la generosità e il coraggio, per la propensione al duro lavoro e per l’attitudine naturale all’organizzazione, visse la sua consacrazione a Gesù, tra le consorelle, con fedeltà e gioia.

Il 10 settembre 1946, durante il viaggio in treno da Calcutta a Darjeeling per il ritiro annuale, Madre Teresa ricevette l’“ispirazione”, la sua “chiamata nella chiamata”. Quel giorno, in che modo non lo raccontò mai, la sete di Gesù per amore e per le anime si impossessò del suo cuore, e il desiderio ardente di saziare la Sua sete divenne il cardine della sua esistenza. Nel corso delle settimane e dei mesi successivi, per mezzo di locuzioni e visioni interiori, Gesù le rivelò il desiderio del suo Cuore per “vittime d’amore” che avrebbero “irradiato il suo amore sulle anime. ”Vieni, sii la mia luce”, la pregò. “Non posso andare da solo” Le rivelò la sua sofferenza nel vedere l’incuria verso i poveri, il suo dolore per non essere conosciuto da loro e il suo ardente desiderio per il loro amore. Gesù chiese a Madre Teresa di fondare una comunità religiosa, le Missionarie della Carità, dedite al servizio dei più poveri tra i poveri. Circa due anni di discernimento e verifiche trascorsero prima che Madre Teresa ottenesse il permesso di cominciare la sua nuova missione. Il 17 agosto 1948, indossò per la prima volta il sari bianco bordato d’azzurro e oltrepassò il cancello del suo amato convento di “Loreto” per entrare nel mondo dei poveri.

Dopo un breve corso con le Suore Mediche Missionarie a Patna, Madre Teresa rientrò a Calcutta e trovò un alloggio temporaneo presso le Piccole Sorelle dei Poveri. Il 21 dicembre andò per la prima volta nei sobborghi: visitò famiglie, lavò le ferite di alcuni bambini, si prese cura di un uomo anziano che giaceva ammalato sulla strada e di una donna che stava morendo di fame e di tubercolosi. Iniziava ogni giornata con Gesù nell’Eucaristia e usciva con la corona del Rosario tra le mani, per cercare e servire Lui in coloro che sono “non voluti, non amati, non curati”. Alcuni mesi più tardi si unirono a lei, l’una dopo l’altra, alcune sue ex allieve.

Il 7 ottobre 1950 la nuova Congregazione delle Missionarie della Carità veniva riconosciuta ufficialmente nell’Arcidiocesi di Calcutta. Agli inizi del 1960 Madre Teresa iniziò a inviare le sue sorelle in altre parti dell’India. Il Diritto Pontificio concesso alla Congregazione dal Papa Paolo VI nel febbraio 1965 la incoraggiò ad aprire una casa di missione in Venezuela. Ad essa seguirono subito altre fondazioni a Roma e in Tanzania e, successivamente, in tutti i continenti. A cominciare dal 1980 fino al 1990, Madre Teresa aprì case di missione in quasi tutti i paesi comunisti, inclusa l’ex Unione Sovietica, l’Albania e Cuba.

Per rispondere meglio alle necessità dei poveri, sia fisiche, sia spirituali, Madre Teresa fondò nel 1963 i Fratelli Missionari della Carità; nel 1976 il ramo contemplativo delle sorelle, nel 1979 i Fratelli contemplativi, e nel 1984 i Padri Missionari della Carità. Tuttavia la sua ispirazione non si limitò soltanto alle vocazioni religiose. Formò i Collaboratori di Madre Teresa e i Collaboratori Ammalati e Sofferenti, persone di diverse confessioni di fede e nazionalità con cui condivise il suo spirito di preghiera, semplicità, sacrificio e il suo apostolato di umili opere d’amore. Questo spirito successivamente portò alla fondazione dei Missionari della Carità Laici. In risposta alla richiesta di molti sacerdoti, nel 1991 Madre Teresa dette vita anche al Movimento Corpus Christi per Sacerdoti come una “piccola via per la santità” per coloro che desideravano condividere il suo carisma e spirito.

In questi anni di rapida espansione della sua missione, il mondo cominciò a rivolgere l’attenzione verso Madre Teresa e l’opera che aveva avviato. Numerose onorificenze, a cominciare dal Premio indiano Padmashri nel 1962 e dal rilevante Premio Nobel per la Pace nel 1979, dettero onore alla sua opera, mentre i media cominciarono a seguire le sue attività con interesse sempre più crescente. Tutto ricevette, sia i riconoscimenti sia le attenzioni, “per la gloria di Dio e in nome dei poveri”.

L’intera vita e l’opera di Madre Teresa offrirono testimonianza della gioia di amare, della grandezza e della dignità di ogni essere umano, del valore delle piccole cose fatte fedelmente e con amore, e dell’incomparabile valore dell’amicizia con Dio. Ma vi fu un altro aspetto eroico di questa grande donna di cui si venne a conoscenza solo dopo la sua morte. Nascosta agli occhi di tutti, nascosta persino a coloro che le stettero più vicino, la sua vita interiore fu contrassegnata dall’esperienza di una profonda, dolorosa e permanente sensazione di essere separata da Dio, addirittura rifiutata da Lui, assieme a un crescente desiderio di Lui. Chiamò la sua prova interiore: “l’oscurità”. La “dolorosa notte” della sua anima, che ebbe inizio intorno al periodo in cui aveva cominciato il suo apostolato con i poveri e perdurò tutta la vita, condusse Madre Teresa a un’unione ancora più profonda con Dio. Attraverso l’oscurità partecipò misticamente alla sete di Gesù, al suo desiderio, doloroso e ardente, di amore, e condivise la desolazione interiore dei poveri.

Durante gli ultimi anni della sua vita, nonostante i crescenti seri problemi di salute, Madre Teresa continuò a guidare la sua Congregazione e a rispondere alle necessità dei poveri e della Chiesa. Nel 1997 le suore di Madre Teresa erano circa 4.000, presenti nelle 610 case di missione sparse in 123 paesi del mondo. Nel marzo 1997 benedisse la neo-eletta nuova Superiora Generale delle Missionarie della Carità e fece ancora un viaggio all’estero. Dopo avere incontrato il Papa Giovanni Paolo II per l’ultima volta, rientrò a Calcutta e trascorse le ultime settimane di vita ricevendo visitatori e istruendo le consorelle. Il 5 settembre 1997 la vita terrena di Madre Teresa giunse al termine. Le fu dato l’onore dei funerali di Stato da parte del Governo indiano e il suo corpo fu seppellito nella Casa Madre delle Missionarie della Carità. La sua tomba divenne ben presto luogo di pellegrinaggi e di preghiera per gente di ogni credo, poveri e ricchi, senza distinzione alcuna. Madre Teresa ci lascia un testamento di fede incrollabile, speranza invincibile e straordinaria carità. La sua risposta alla richiesta di Gesù: “Vieni, sii la mia luce”, la rese Missionaria della Carità, “Madre per i poveri”, simbolo di compassione per il mondo e testimone vivente dell’amore assetato di Dio.

Meno di due anni dopo la sua morte, a causa della diffusa fama di santità e delle grazie ottenute per sua intercessione, il Papa Giovanni Paolo II permise l’apertura della Causa di Canonizzazione. La beatificazione si e’ svolta il 19 ottobre 2003.
La memoria liturgica e’ il 5 settembre.

La vera storia delle Crociate

crociati2Con la possibile eccezione di Umberto Eco, gli studiosi medievali non sono soliti sollecitare l’attenzione dei media. Noi tendiamo ad una relativa quiete (se si eccettua il baccanale annuale del Congresso internazionale di studi medievali di Kalamazoo), leggendo cronache ammuffite e scrivendo studi meticolosi che ben pochi leggeranno. Si immagini, quindi, la mia sorpresa quando, nei giorni successivi all’11 settembre, il Medio Evo balzò improvvisamente alla ribalta.
In quanto storico delle Crociate, mi ritrovai con la tranquilla solitudine della mia torre d’avorio infranta da giornalisti, redattori e conduttori di talk-show ansiosi di trovare lo scoop.

Cosa furono le Crociate?, chiedevano. Quando si ebbero? Quanto fu insensato l’uso della parola “crociata” nei discorsi del presidente George W. Bush? Con alcuni dei miei visitatori avevo la netta sensazione che già conoscessero le risposte alle loro domande, o almeno ne davano l’impressione. Cosa realmente volessero sentirsi dire sembrava non esser altro che la conferma delle loro opinioni. Per esempio, mi veniva frequentemente chiesto un commento sul fatto che il mondo islamico nutre un comprensibile rancore nei confronti dell’Occidente. Non ha la violenza presente, ribadivano, le sue radici negli attacchi brutali e immotivati delle Crociate contro un mondo musulmano raffinato e tollerante ? In altre parole, davvero le Crociate non sono da biasimare?
Osama bin Laden la pensa certamente così. Nelle sue varie esibizioni televisive non manca mai di descrivere la guerra americana contro il terrorismo come una nuova Crociata contro l’Islam.

Anche l’ex-presidente Bill Clinton ha additato le Crociate a lontana causa del conflitto presente. In un discorso tenuto all’Università di Georgetown, narrò (e calcò le tinte di) un massacro di ebrei avvenuto dopo la conquista di Gerusalemme, da parte dei crociati, nel 1099 ed informò il pubblico che l’episodio è tuttora amaramente commemorato, in Medio Oriente (il perché i terroristi islamici debbano essere sconvolti dall’uccisione di ebrei, non fu spiegato). Clinton venne bacchettato, sulle pagine editoriali della nazione, per il suo tentativo di criticare gli Stati Uniti rifacendosi al Medio Evo. Eppure nessuno obiettò qualcosa, circa la premessa fondamentale dell’ex-presidente.
Diciamo, quasi nessuno. Molti storici stavano già da tempo lavorando al riordino del corpus di studi sulle Crociate, prima che Clinton li costringesse ad uscire allo scoperto. Non sono revisionisti, come quelli che imbastirono l’esposizione dell’Enola Gay, ma studiosi autorevoli che hanno messo a frutto molte decadi di accurate, serie borse di studio. Per loro, questo è un “momento di insegnamento”, un’opportunità di spiegare le Crociate a persone che stanno davvero ascoltando. Non durerà a lungo, qui purtroppo funziona così.
Gli equivoci sulle Crociate sono fin troppo comuni. Vengono ritratte come una serie di guerre sante contro l’Islam, generalmente lanciate da papi assetati di potere e condotte da fanatici religiosi. Si pensa che siano state il culmine dell’ipocrisia e dell’intolleranza, una macchia nera sulla storia della Chiesa cattolica in particolare e della civiltà occidentale in generale. Razza di proto-imperialisti, i crociati aggredirono un Medio Oriente pacato e deformarono una cultura musulmana illuminata, lasciando solo rovine. Per trovare variazioni su questo tema non c’è bisogno di guardare troppo lontano. Si veda, per esempio, il famoso poema epico in tre volumi di Steven Runciman, Storia delle Crociate, o il documentario BBC/A&E, Le Crociate, commentato da Terry Jones. Sono prototipi di storia terribile, e intrattengono tuttora a meraviglia.
Insomma qual è la verità sulle Crociate? Gli studiosi ci stanno ancora lavorando su. Ma molto può già esser detto con certezza. Intanto, le Crociate contro l’Oriente furono in ogni caso guerre difensive. Rappresentavano una risposta diretta alle aggressioni musulmane, un tentativo di arginare e controbattere la conquista musulmana di terre cristiane.
I cristiani dell’undicesimo secolo non erano fanatici paranoici. Dai musulmani bisognava realmente difendersi. Sebbene gli arabi sappiano essere pacifici, l’Islam nacque in guerra e crebbe nello stesso modo. Dal tempo di Maometto, la politica di espansione musulmana consistette sempre nella spada. Il pensiero musulmano divide il mondo in due sfere, la Dimora dell’Islam e la Dimora della Guerra. La Cristianità – e, se è per questo, ogni religione non musulmana – non ha dimora alcuna. Cristiani ed ebrei possono essere tollerati all’interno di un stato musulmano, sotto la legge musulmana. Ma, nell’Islam tradizionale, cristiani ed ebrei devono essere distrutti, e le loro terre conquistate. Quando Maometto stava per intraprendere la guerra contro La Mecca, nel settimo secolo, il Cristianesimo era la religione dominante. In quanto fede dell’Impero romano, attraversava il Mediterraneo intero, incluso il Medio Oriente dove nacque. Il mondo cristiano, perciò, era il primo obiettivo dei primi califfi, e tale sarebbe rimasto per i condottieri musulmani dei successivi mille anni.
Con formidabile energia, i guerrieri dell’Islam si avventarono contro i cristiani subito dopo la morte di Maometto. Ebbero successo. Palestina, Siria ed Egitto – un tempo le aree più fervidamente cristiane del mondo – soccombettero rapidamente. Nell’ottavo secolo, gli eserciti musulmani avevano conquistato tutto il nord cristiano dell’Africa e la Spagna. Nell’undicesimo secolo, i turchi selgiucidi conquistarono l’Asia Minore (la Turchia moderna), cristiana fin dal tempo di san Paolo. Il vecchio Impero romano, noto ai moderni come Impero bizantino, fu ridotto ad uno spazio geografico inferiore a quello dell’attuale Grecia. Disperato, l’imperatore di Costantinopoli spedì missive ai cristiani dell’Europa occidentale, chiedendo aiuto per i loro fratelli e le loro sorelle dell’Est.
Questo è quanto fece nascere le Crociate. Non il progetto di un papa ambizioso o i sogni di cavalieri rapaci, ma una risposta a più di quattro secoli di conquiste, con le quali i musulmani avevano già fatti propri i due terzi del vecchio mondo cristiano. A quel punto, il Cristianesimo come fede e cultura doveva o difendersi o lasciarsi soggiogare dall’Islam. Le Crociate non furono altro che questa difesa.
Papa Urbano II fece appello ai cavalieri della Cristianità, per respingere gli attacchi dell’Islam, al Concilio di Clermont del 1095. La risposta fu sbalorditiva. Molta migliaia di guerrieri fecero il voto della croce e si prepararono alla guerra. Perché lo fecero ? La risposta a questa domanda è stata malamente fraintesa. Sulla scia dell’Illuminismo, era d’uso asserire che i crociati non fossero altro che fannulloni e ladri di galline, pronti a trarre profitto dall’opportunità di razziare e saccheggiare terre lontane.

I sentimenti, testimoniati dai crociati stessi, di pietà, di abnegazione e d’amore per Dio, non erano evidentemente da tenere in considerazione. Furono reputati mera facciata, a nascondere oscuri disegni.
Durante le due decadi passate accurati studi, condotti anche con l’ausilio del computer, hanno demolito questa invenzione. Gli studiosi hanno scoperto che i cavalieri crociati era nobiluomini, per lo più ricchi, e provvisti di larghe proprietà terriere in Europa. Ciononostante, abbandonarono tutto per intraprendere una missione santa. Fare una crociata non era cosa da quattro soldi. Anche i ricchi avrebbero potuto facilmente impoverire, rovinando loro stessi e le loro famiglie, nell’unirsi ad una Crociata. Non facevano così perché si aspettassero ricchezze materiali (che molti di loro già avevano), ma perché contavano su tesori che il tarlo non sbriciola e che la tignola non corrode. Erano acutamente consapevoli dei loro peccati ed ansiosi di intraprendere le fatiche della Crociata come un atto penitenziale di carità e d’amore.

L’Europa è letteralmente stipata di carteggi medievali che attestano questi sentimenti, carteggi nei quali questi uomini ancor oggi ci parlerebbero, se noi ascoltassimo. Chiaramente, non si sarebbero rifiutati di accettare un bottino, potendolo avere. Ma la verità è che le Crociate si rivelarono scarse, quanto all’entità dei saccheggi. Alcuni si arricchirono, è vero, ma la stragrande maggioranza dei crociati tornò a casa con nulla in tasca.
* * *
Urbano II diede ai crociati due mete che sarebbero rimaste prioritarie per secoli, nelle Crociate orientali. La prima era liberare i cristiani dell’Est. Così ebbe a scrivere il suo successore, Papa Innocenzo III:
Come può l’uomo che ama, secondo il precetto divino, il suo prossimo come se stesso, sapendo che i suoi fratelli di fede e di nome sono tenuti al confino più stretto dai perfidi musulmani e gravati della servitù più pesante, non dedicarsi al compito di liberarli ? […] Forse non sapete che molte migliaia di cristiani sono avvinte in ceppi ed imprigionate dai musulmani, torturate con tormenti innumerabili?
“Fare una crociata – il professor Jonathan Riley-Smith ha detto magistralmente – era vissuto come un atto di amore”. In questo caso, l’amore del proprio prossimo. La Crociata fu considerata uno strumento della misericordia per raddrizzare un male terribile. Come Papa Innocenzo III scrisse ai Templari, “Voi traducete in atti le parole del Vangelo, secondo cui non c’è amore più grande di quello dell’uomo che offre la sua vita in cambio di quella dei suoi cari”.
La seconda meta fu la liberazione di Gerusalemme e degli altri luoghi resi santi dalla vita di Cristo. Il termine “crociata” è moderno. I crociati medievali si consideravano pellegrini, nel loro eseguire atti di rettitudine lungo la via che mena al Santo Sepolcro. L’indulgenza ricevuta per la partecipazione alle Crociate fu equiparata canonicamente all’indulgenza per il pellegrinaggio.

Tale meta era spesso descritta in termini feudali. Nell’indire la quinta Crociata, nel 1215, Innocenzo III scrisse:
Considerate, carissimi figli, considerate attentamente come, se qualche re temporale venisse deposto e magari catturato, qualora venga restituito alla sua libertà originaria e giunga il tempo di far calare l’occhio della giustizia sui suoi vassalli, non li guarderà come infedeli e traditori […] a meno che non si tratti di coloro che hanno rischiato non solo le loro proprietà, ma le loro stesse persone, nel votarsi al compito di liberarlo? […] E similmente Gesù Cristo, il re dei re e il signore dei signori, il cui servitore nessuno di voi può negare di essere, colui che congiunse la vostra anima al vostro corpo, colui che vi riscattò col Prezioso Sangue […] non vi condannerà per il vizio dell’ingratitudine ed il crimine dell’infedeltà, se voi rifiutate di aiutarLo?
La riconquista di Gerusalemme, perciò, non fu colonialismo ma un atto di restaurazione ed un’aperta dichiarazione d’amor di Dio. Gli uomini del Medio Evo sapevano, evidentemente, che Dio aveva il potere di ricondurre Gerusalemme alla situazione precedente, che aveva il potere di far tornare il mondo intero alla Sua Legge. Eppure, come san Bernardo di Chiaravalle era solito predicare, il Suo rifiuto di far così non era che una benedizione alla Sua gente:
Di nuovo, io dico, pensate alla bontà dell’Altissimo e ponete attenzione ai Suoi misericordiosi progetti. Egli si pone in obbligo nei vostri confronti, o piuttosto finge di fare così, per aiutarvi a soddisfare i vostri obblighi verso di Lui […]. Io chiamo benedetta la generazione che può cogliere un’occasione di indulgenza così ricca come questa.
Spesso si ritiene che l’obiettivo centrale delle Crociate fosse la conversione forzata del mondo musulmano. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Nella prospettiva cristiana medievale, i musulmani erano i nemici e di Cristo e della Sua Chiesa. Compito dei crociati era sconfiggerli e difendere la Chiesa contro di loro. Questo era tutto. Ai musulmani dimoranti nei territori conquistati dai crociati generalmente fu concesso di conservare le loro proprietà, il loro sostentamento, e perfino la loro religione. In tutta la storia del Regno crociato di Gerusalemme, il numero degli abitanti musulmani superò abbondantemente quello dei cattolici. Fu solo nel 13° secolo che i francescani intrapresero qualche tentativo di conversione dei musulmani. Tentativi senza successo, infine abbandonati. In ogni caso, si trattò di persuasione pacifica, non di minacce o addirittura di violenza.
Tuttavia le Crociate erano guerre, sicché sarebbe un errore pensarle solo pietà e buone intenzioni. Come in ogni guerra, la violenza era brutale (anche se non brutale come nelle guerre moderne). Ci furono sventure, errori gravi e crimini. Cose ben ricordate oggi, di solito. All’inizio della prima Crociata, nel 1095, un gruppo di crociati, condotti dal conte Emicho di Leiningen, si aprì la strada lungo il Reno derubando e assassinando tutti gli ebrei incontrati. Senza successo, i vescovi locali tentarono di fermare questa strage. Agli occhi di questi guerrieri, gli ebrei, come i musulmani, erano i nemici di Cristo. Depredarli ed ucciderli, pertanto, non era peccato. Effettivamente, credevano trattarsi di un atto retto, potendo i soldi degli ebrei essere usati per finanziare la Crociata verso Gerusalemme. Ma avevano torto, e la Chiesa condannò fermamente le ostilità contro gli ebrei.
Cinquant’anni dopo, quando la Seconda Crociata stava già per muoversi, san Bernardo proclamava che gli ebrei non sarebbero stati perseguitati:
Chiedete a chiunque conosca le Sacre Scritture cosa si auspica, per gli ebrei, nel Salmo. “Non per la loro distruzione io prego” sta scritto. Gli ebrei sono per noi le parole viventi della Scrittura, ci ricordano ciò di cui sempre soffrì il nostro Dio […]. Sotto i prìncipi cristiani sopportano una prigionia dura, ma “aspettano solamente il tempo della loro liberazione.”.
Ciononostante un certo Radulf, un monaco cistercense, aizzò parecchia gente contro gli ebrei di Rhineland, nonostante le numerose lettere inviategli da Bernardo, per fermarlo. Infine Bernardo fu costretto a recarsi personalmente in Germania, dove prese Radulf, lo spedì di nuovo nel suo convento, e fece finire i massacri.
Spesso si dice che le radici dell’Olocausto possono essere rintracciate in questi pogrom medievali. Può essere. Tuttavia queste radici affondano molto più indietro nel tempo, sono più profonde e più estese dei tempi delle Crociate. Ebrei perirono, durante le Crociate, ma lo scopo delle Crociate non era quello di uccidere ebrei. È vero esattamente il contrario: papi, vescovi e predicatori assicurarono che gli ebrei d’Europa non sarebbero stati molestati. Nella guerra moderna chiamiamo le tragiche morti come queste “danno collaterale”. Gli Stati Uniti hanno ucciso, con le tecnologie intelligenti, molti più innocenti di quanti i crociati avrebbero mai potuto uccidere. Ma nessuno oserebbe dire seriamente che lo scopo delle guerre americane è uccidere donne e bambini.
Da qualsiasi punto di vista la si osservi, la prima Crociata fu un gran colpo. Non c’era nessun leader, nessuna catena di comando, nessuna linea di approvvigionamento, nessuna strategia particolareggiata. Fu semplicemente l’avanzata di migliaia di guerrieri in territorio nemico, impegnati in una causa comune.

Molti di loro morirono, o in battaglia o per malattia o di fame. Fu una campagna improvvisata, sempre sull’orlo del disastro. Eppure ebbe successo. Nel 1098 i crociati avevano ripristinato in Nicea ed Antiochia la legge cristiana. Nel luglio 1099 conquistarono Gerusalemme e gettarono le fondamenta di uno stato cristiano in Palestina. La gioia in Europa non conobbe freni. Sembrò che la marea della storia, che aveva alzato i musulmani a tali altezze, ora stesse girando.
* * *
Ma così non fu. Quando pensiamo al Medio Evo ci è facile vedere l’Europa alla luce di quello che è divenuta, anziché di quello che era. Il colosso del mondo medievale era l’Islam, non la Cristianità. Le Crociate sono particolarmente attraenti perché rappresentano un tentativo di contrastare quel colosso. Ma, in cinque secoli di Crociate, solamente la prima arrestò significativamente l’avanzata islamica. Poi tornò la bassa marea.
Quando la Contea crociata di Edessa cadde in mano a turchi e curdi, nel 1144, si manifestò un vasto consenso per una nuova Crociata, in Europa. Lo promossero due re, Luigi VII di Francia e Corrado III di Germania, e lo sostenne nelle sue predicazioni san Bernardo stesso. Fallì miseramente. La maggior parte dei crociati fu uccisa lungo la strada. Quelli che arrivarono a Gerusalemme fecero la peggior cosa possibile, attaccando la Damasco musulmana, già forte alleata dei cristiani. In seguito a tale disastro i cristiani europei furono costretti ad accettare non solo la rinnovata espansione del potere musulmano, ma la certezza che Dio stesse castigando l’Occidente per i suoi peccati. Movimenti pietistici laici germogliarono in tutta Europa, radicati nel desiderio di purificare la società cristiana, per renderla degna della vittoria sull’Oriente.
Lanciare una crociata nel tardo dodicesimo secolo, perciò, significò organizzare una guerra senza quartiere. Ognuno, anche debole o povero, fu invitato a prodigarsi. Ai guerrieri si chiese di sacrificare le loro ricchezze e, in caso, le loro vite, per la difesa dei cristiani d’Oriente. Tutti i cristiani furono chiamati a sostenere le Crociate tramite preghiere, digiuni ed elemosine. Nel frattempo i musulmani si accrescevano. Il Saladino, il grande unificatore, aveva inglobato il musulmano Medio Oriente in una sola entità, incitando alla guerra santa contro i cristiani. Nel 1187, nella Battaglia di Hattin, le sue forze annientarono gli eserciti alleati del Regno cristiano di Gerusalemme e trafugarono la preziosa reliquia della Vera Croce. Indifese, le città cristiane cominciarono a cedere una alla volta, fino alla resa di Gerusalemme, il 2 ottobre. Si salvò solo, lungo il litorale, qualche porto.
La risposta fu la terza Crociata, condotta dall’imperatore Federico I “Barbarossa” di Germania, re Filippo II Augusto di Francia e re Riccardo I “Cuordileone” d’Inghilterra. In qualche misura era una grande cosa, pur non grande come i cristiani avevano sperato. L’anziano Federico annegò nell’attraversare un fiume a cavallo, dimodoché il suo esercito tornò a casa prima ancora d’aver raggiunto la Terra Santa. Filippo e Riccardo arrivarono in nave, ma i loro incessanti alterchi aggiunsero ulteriori contrasti alla già critica situazione della terra di Palestina. Dopo avere riconquistato Acre (Akka), Filippo tornò a casa, dove si dedicò alla confisca dei possedimenti inglesi in Francia. Così il peso della Crociata gravò sulle sole spalle di re Riccardo. Guerriero esperto, capo carismatico e superbo stratega, Riccardo condusse le forze cristiane di vittoria in vittoria, appropriandosi dell’intera costa. Ma Gerusalemme non è sulla costa; dopo due tentativi falliti di aprirsi un varco verso la Città Santa, Riccardo desistette. Promettendo di ritornare, stipulò una tregua col Saladino, tregua che prometteva pace nella regione ed ingresso gratuito in Gerusalemme per i pellegrini disarmati. Ma restò una pillola amara da ingoiare. Il desiderio di ricondurre Gerusalemme alla legge cristiana e di riottenere la Vera Croce rimase intenso in tutta Europa.
Le Crociate del 13° secolo furono più grandi, meglio predisposte e meglio organizzate. Ma fallirono egualmente. La quarta Crociata (1201-1204) si insabbiò nelle secche della politica bizantina, sempre incomprensibile agli occidentali. Dopo una deviazione fino a Costantinopoli per sostenere il legittimo pretendente al trono imperiale, che aveva promesso grandi ricompense e un sostegno per la Terra Santa, i crociati scoprirono che il loro benefattore, benché erede del trono dei Cesari, non poteva mantenere le sue promesse. Sentitisi traditi dai loro amici greci, nel 1204 i crociati attaccarono, fecero cadere e brutalmente saccheggiarono Costantinopoli, la più grande città cristiana nel mondo. Papa Innocenzo III, che già aveva scomunicato l’intera crociata, denunciò fermamente tale azione. Ma c’era ben poco da fare. I tragici eventi del 1204 eressero una porta di ferro tra il credo cattolico romano e quello greco ortodosso, una porta che lo stesso papa attuale, Giovanni Paolo II, è stato incapace di riaprire. Per un’ironia terribile le Crociate, nate dal desiderio cattolico di riunirsi agli ortodossi, divisero – forse irrevocabilmente – gli uni dagli altri.
Nel resto del 13° secolo le Crociate fecero poco di più. La quinta Crociata (1217-1221) riuscì a liberare Damietta, in Egitto, ma i musulmani di lì a poco sconfissero l’esercito cristiano e rioccuparono la città. San Luigi IX di Francia, nell’arco della sua vita, condusse due Crociate. La prima fece capitolare Damietta, ma Luigi, ben presto raggirato dalla sottile diplomazia egiziana, si trovò costretto ad abbandonare la città. Del resto Luigi, sebbene fosse rimasto in Terra Santa per molti anni, spendendo a profusione in lavori difensivi, non realizzò mai il suo desiderio: liberare Gerusalemme. Era molto più vecchio nel 1270, quando capitanò un’altra Crociata a Tunisi, dove morì a causa di un’epidemia. Dopo la morte di san Luigi, due spietati condottieri musulmani, Baybars e Kalavun, lanciarono una brutale rappresaglia contro i cristiani in Palestina. Nel 1291, le forze islamiche erano riuscite ad uccidere o ad espellere dalla regione anche l’ultimo dei crociati, cancellando così il Regno cristiano dalle carte geografiche.
Ad onta dei numerosi tentativi e degli ancor più numerosi progetti, le forze cristiane non furono più in grado di assicurarsi una posizione sicura, nella regione, fino al 19° secolo.
* * *
È probabile che qualcuno pensi che tre secoli di sconfitte cristiane avrebbero intiepidito gli europei, nei confronti dell’idea di Crociata. Tutt’altro. Nel senso che non c’erano alternative. I regni musulmani divennero ancora più potenti nel 14°, 15° e 16° secolo. I turchi ottomani sottomisero, in una sorta di annessione, i loro vicini musulmani, unificando così ulteriormente l’Islam, continuarono le loro incursioni verso occidente, presero Costantinopoli e penetrarono nella stessa Europa. Dal 15° secolo in avanti le Crociate non furono strumenti di misericordia per fratelli distanti, ma tentativi disperati di qualche ultimo resto di cristianità di sopravvivere.

Gli europei cominciarono a prospettarsi la possibilità che l’Islam realizzasse il suo obiettivo di conquistare tutto il mondo cristiano. Uno dei grandi successi del tempo, La Nave dei Pazzi, di Sebastian Brant, diede voce a questo sentimento in un brano intitolato “Il Declino della Fede”:
La nostra fede era forte in Oriente, dominava tutta l’Asia, le terre moresche e l’Africa. Ma ora per noi queste terre sono perdute
e ciò farebbe piangere la pietra più dura […].
Potevi trovare quattro sorelle della nostra Chiesa,
sorelle patriarcali, Costantinopoli, Alessandria, Gerusalemme e Antiochia. Ma sono state prese e saccheggiate e presto anche la testa sarà attaccata.
Naturalmente questo non è successo. Ma c’è mancato poco. Nel 1480, il sultano Mehmed (Maometto) II catturò Otranto, a mo’ di testa di ponte per l’invasione dell’Italia. Roma fu evacuata. Ma il sultano morì poco dopo e, con lui, il suo piano. Nel 1529, Suleiman (Solimano) il Magnifico strinse d’assedio Vienna. Se non fosse stato per i capricci del tempo meteorologico, che bloccarono la sua avanzata e lo costrinsero a tornare indietro, abbandonando buona parte della sua artiglieria, i turchi avrebbero preso la città. E la Germania, allora, sarebbe stata facile preda.
Inoltre, mentre questi frangenti si succedevano, qualcosa d’altro stava fermentando in Europa, qualcosa senza precedenti nella storia umana. Il Rinascimento, originato da una equivoca mistura di valori romani, di pietà medievale e di inedito rispetto verso il commercio e la libera imprenditoria, generò altri movimenti come l’umanesimo, la rivoluzione scientifica e l’età delle esplorazioni. Pur lottando per la sua stessa sopravvivenza, l’Europa stava per espandersi su scala globale. La Riforma protestante, che rifiutò il papato e la dottrina dell’indulgenza, rese impensabili le Crociate a molti europei, lasciando così l’onere della difesa dell’Occidente ai soli cattolici. Nel 1571 una Santa Lega, che di fatto non era che una Crociata, sgominò la flotta ottomana a Lepanto. Tuttavia vittorie militari del genere restarono un’eccezione. La minaccia musulmana fu neutralizzata economicamente.

Quando l’Europa crebbe in ricchezza ed in potenza, i prima terrificanti e raffinati turchi cominciarono a sembrare patetici ed arretrati, al punto da rendere inutile una Crociata. “L’ammalato Uomo d’Europa” andò avanti zoppicando fino al 20° secolo, quando spirò, lasciando dietro di sé l’attuale disastro del Medio Oriente moderno.
Dalla sicura distanza di molti secoli, è abbastanza facile aggrottare le ciglia, disgustati dalle Crociate. La religione, in fondo, è nulla, se si basa sulla guerra. Eppure dovremmo pensare che i nostri antenati medievali sarebbero stati a loro volta disgustati dalle nostre guerre, molto più distruttive, combattute in nome di ideologie politiche. Ed ancora, dovremmo pensare che sia il guerriero medievale che il soldato moderno infine combattono per il proprio mondo e per ciò che lo costituisce. Entrambi sono disposti a sopportare enormi sacrifici, purché ciò sia al servizio di qualcosa di caro, di prezioso, di più grande di loro. Che noi ammiriamo i crociati o no, è un fatto che il mondo così come noi lo conosciamo oggi non esisterebbe, senza i loro sforzi. La fede antica del Cristianesimo, col suo rispetto per le donne ed il suo rifiuto della schiavitù, non solo sopravvisse, ma fiorì. Senza le Crociate, avrebbe ben potuto seguire lo zoroastrismo, un altro rivale dell’Islam, nell’estinzione.
Thomas F. Madden – Crisis
Thomas F. Madden è professore associato della cattedra di Storia della Saint Louis University. È autore di numerosi lavori, tra i quali “Storia Concisa delle Crociate” e coautore, con Donald Queller, de “La quarta Crociata: La Conquista di Costantinopoli”

Dal foulard al burqa, le vie per celarsi

burqua_e_niqabIl Corano non parla mai espressamente di «velo», ma genericamente di ‘mantelli’ (« jalabib ») prescritti alle credenti come segno di distinzione (XXXIII, 59). Più specificamente, il testo sacro maomettano obbliga le donne a coprirsi seno, genitali e, secondo alcune letture, anche collo, capelli e orecchie (XXIV, 31). In pratica, da queste indicazioni coraniche sono discese diverse interpretazioni, corrispondenti ad altrettante forme differenti di ‘velo’.

FOULARD. E’ la variante piu’ ‘leggera’, un semplice velo – bianco, nero o anche vivacemente colorato, magari con fantasie floreali – posato sui capelli e che lascia scoperto sia il volto, sia il collo e le orecchie. Nemmeno la chioma è interamente celata, ma ne sfuggono ampie ciocche sopra la fronte e sui lati.

HIJAB. Copre interamente collo, orecchie e capelli, consentendo alle donne di mostrare soltanto l’ovale del viso. È una delle varianti più diffuse,anche in Africa settentrionale e, attraverso l’emigrazione in particolare di marocchine e algerine, anche in Europa è ormai frequente. Può essere bianco  (l’haik, scende fino ai piedi), nero o color carne; in alcuni casi può essere corredato da una veletta aggiuntiva, di norma di tessuto leggerissimo, che copre anche il mento, la bocca, le guance e la punta del naso; una variante, questa, ricorrente in alcuni emirati arabi del Golfo Persico, per esempio Dubai.

CHADOR. Indumento tipicamente
persiano, è un ampio velo di colore scuro – generalmente nero – che avvolge il capo, si stringe sopra il collo e scende sulle spalle, di solito allungandosi fino ai piedi (che però restano scoperti) in una sorta di
mantello. L’ovale del volto resta visibile. L’abito, proprio della tradizione persiana e non specificamente islamico (ancora oggi è portato anche da iraniane non musulmane, come le zoroastriane, che però spesso prediligono chador più variopinti), era progressivamente caduto in disuso ai tempi dello scià, per poi essere rilanciato dalla Rivoluzione islamica del 1979. Oggi è obbligatorio in pubblico, anche se non è raro che le giovani lascino sfuggire qualche ciocca di capelli.

NIQAB. È l’abito delle donne saudite: nero, ammanta l’intera figura della donna, nascondendone le forme. Anche il volto è completamente coperto;soltanto una sottile fessura lascia spazio agli occhi. Il suo impiego è in espansione, non soltanto in altri Paesi della Penisola arabica – dallo Yemen agli Emirati arabi -, ma anche in Stati costituzionalmente laici che, almeno in via ufficiale, proibiscono il velo. È il caso della Tunisia e addirittura, recentemente, della Turchia.

BURQA. Il termine individua due tipi di vestiti diversi: il primo è una sorta di velo fissato sulla testa, che copre l’intera testa permettendo di vedere solamente attraverso una finestrella all’altezza degli occhi e che lascia gli occhi stessi scoperti.
L’altra forma, chiamata anche burqa completo o burqa afghano, è un abito, solitamente di colore blu, che copre sia la testa sia il corpo.
All’altezza degli occhi può anche essere posta una retina che permette di vedere senza scoprire gli occhi della donna. Il burqa completo è stato obbligatorio in Afghanistan per molti anni per imposizione dei Talebani.Un tentativo di introdurre il burqa a scuola è stato fatto anche in Europa, nei Paesi Bassi, ma è stato rifiutato con la motivazione che l’educazione scolastica necessita anche di una comunicazione non verbale (ad esempio le espressioni del viso), impossibile attraverso un burqa.

La crociata di Suor Maria in Kenya contro le mutilazioni delle ragazze

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Sotto il tetto di lamiera azzurrina della casa pastorale, Elisabeth Kones si fa due conti e sospira: «Quanti anni ho? Vediamo, uhm… sono stata circoncisa nel 1961, quindi dovevo avere circa quattordici anni, allora. Ma non ne sono tanto sicura, i miei non mi hanno mai detto quando sono nata, non ne erano sicuri neanche loro, mi sa». Poi alza la testa con orgoglio, gli incisivi sgarrupati s’atteggiano a un sorriso: «Io però lo so quando sono nate le mie figlie: eccole lì, le vedi? E non sono circoncise, no: sono state le prime a entrare nel gruppo di sister Maria».
«Sister Maria», ovvero suor Maria de Los Angeles Vasquez, se ne sta un po’ sullo sfondo, coccolandosi con lo sguardo le sue «mamas» – Elisabeth e le altre donne del villaggio di Mulot che per prime l’hanno presa sul serio – e le loro ragazze ormai grandi, che per prime hanno evitato il rito di passaggio dei Kipsighis all’età adulta: il «Tumdo», la mutilazione degli organi genitali che qui fa di un’adolescente una donna rispettabile e da marito.

Ci ha pensato un bel po’ di anni, sister Maria, vivendo coi Kipsighis, spaccandosi la testa sulle tradizioni della tribù, e alla fine: «Beh, non è stata un’illuminazione, piuttosto un processo lento: ho capito che avevano bisogno di qualcosa per rimpiazzare il cerimoniale del Tumdo. E mi sono detta: perché non la Cresima?». Lo «scambio», alla fine, ha funzionato: dal1995 a oggi, sono almeno 300 le ragazze del «gruppo» scampate alla capanna dove le aspettava la «chemosiot», un’anziana del villaggio a metà strada tra mammana e fattucchiera, con una manciata di erbe per stordirle e un coltellaccio, «sempre lo stesso, Aids o non Aids», per tagliarle. «Subito dopo la circoncisione, la famiglia le dava a un marito, spesso uno sconosciuto che portava però in pegno un bel po’ di vacche. Le mie ragazze, invece, hanno continuato a studiare. E il marito se lo scelgono loro, se e quando vogliono», spiega sister Maria.

Viene da una provincia contadina del Messico meridionale, Oaxaca, questa piccola missionaria quarantenne che ha rivoluzionato la vita alle tribù Kalenjin (i Kipsighis sono una di esse) del distretto keniota di Narok, quattro ore di fango e buche da Nairobi, nella Rift Valley. Buona parte della popolazione è convertita al cattolicesimo, ma le tradizioni hanno continuato a sopravvivere, in un groviglio di paganesimo cristianizzato.  Sister Maria s’è infilata in queste contraddizioni con il pragmatismo che solo la gente dei campi può avere.

Qualche anima bella salterà senz’altro su a disquisire di colonialismo culturale e di evangelizzazione coatta, lei lo sa. E scuote la testa: «Guardi che noi non forziamo proprio nessuno. Alle ragazze abbiamo posto dall’inizio una domanda semplice: diteci cosa volete e come possiamo aiutarvi. Beh, loro non volevano essere circoncise e tuttavia volevano essere rispettate come lo sono qui le donne circoncise: per questo occorreva un rito.

Noi le accettiamo solo con l’accordo dei genitori, tutta la cerimonia della Cresima è basata sulle loro tradizioni, abbiamo sostituito con il velo la pelle di mucca con cui le ragazze si coprono prima del Tumdo. E poi, insomma, l’importante è evitare la mutilazione. O no?”. Da lontano i tetti azzurri della chiesa, della casa pastorale, della scuola e del refettorio spiccano contro il verde della collina di Mulot. Ci accompagna alla missione Leo Capobianco, responsabile per il Kenya dell’Avsi, l’associazione di volontari cattolici che – con le adozioni a distanza – sostiene la piccola impresa della suora messicana. Sister Maria porta un grembiule a scacchi sopra la veste delle Sorelle Missionarie del Catechismo.
Sprizza energia, ancora adesso: quando arrivò nell’88 doveva apparire incontenibile perfino ai vecchi della collina, «la parte più conservatrice della tribù». Ricorda: «Era luglio. Vedevo tanti giovani attivi nella parrocchia ed ero felice. Poi, di colpo, a novembre, la chiesa si è svuotata. A sparire erano quasi tutte ragazze. Ho cominciato a chiedere alle anziane, qualcuna rideva, qualcuna scappava. Finché ho fermato una vecchia, sapevo che era una buona cristiana, mi ha detto la verità: le ragazze erano recluse perché stavano preparandosi al Tumdo, la circoncisione. Mi ha detto: sei straniera, capirai col tempo».

«A gennaio la chiesa ha ricominciato a riempirsi, ma molte ragazze di prima non sono tornate. Ho chiesto di nuovo: “Dopo il Tumdo le danno subito a un marito, non importa se è vecchio o giovane, o se ha altre mogli, purché porti le vacche in cambio”, mi hanno detto. Ho chiesto: e sono felici? “No -mi hanno detto – ma chi può farci niente?”. È stato allora che ho capito che non avevo capito». Cioè? «Cioè, se volevo aiutare questa gente, dovevo essere più vicina a loro. Tutto l’anno successivo l’ho passato a visitare case, capanne, famiglie, a farmi spiegare le cose.

Sono riuscita ad andare in una capanna dove fanno la circoncisione, le ragazze erano coperte di fango colorato, ballavano tutta la notte prima del rito. Se non sopportano in silenzio il taglio, se gridano per il dolore, la vergogna ricade sulla famiglia. Da una finestra ho visto Mary, una delle ragazze sparite dalla parrocchia, l’ho chiamata, mi ha detto “non chiamarmi più, sister”. Ho pianto molto. Poi ho cominciato a parlare». Suor Maria parla e parla, «di valori umani e valori cristiani» con le ragazze. E con i genitori: «Date una scelta alle vostre figlie». «Una madre mi ha detto: “Fatti dei figli tuoi se vuoi fare quello che ti pare coi ragazzi”. Ma molte altre erano d’accordo con me.

Ricordavano il loro Tumdo ed erano felici di evitarlo alle figlie. Però, mi dicevano: “Come faranno a diventare donne mature per il villaggio? A non essere più bambine?”. È stato un lungo processo, siamo cresciute insieme, noi e loro». Il 16 dicembre 1995, il primo gruppo di venticinque ragazze entra in ritiro per due settimane e si prepara alla Cresima. Scortate dai genitori, poi passano il rito dello «cherset», la sfida, in cui gli anziani incoraggiano i giovani a non tornare indietro: solo che stavolta in fondo al percorso non c’è la «chemosiot» col suo coltello.

Alla cerimonia del primo gennaio, anche i non cristiani vengono a vedere «quel primo gruppo di ragazze accettate come donne mature nella Chiesa». La voce si sparge. Da allora ogni anno, a gennaio, il rito si ripete, «quest’anno siamo arrivate al nono gruppo». I vecchi sulla collina dicono che tante novità faranno saltare i matrimoni combinati, dunque niente più vacche per dote: «E sarà un guaio economico per le famiglie». Forse. Però Cristina s’è scelta da sola il fidanzato e gli ha detto: «O mi accetti non circoncisa o ti arrangi». Jane Mary, 24 anni, vuole diventare «una donna d’affari»: «Ma mica scappando chissà dove, no, no, io voglio vivere qui». E la «chemosiot» del villaggio comincia ad avere, vivaddio, anche un po’ di tempo libero.
Buccini – Avvenire

 

Un metodo meraviglioso: l’Examen di Sant’Ignazio

Come andare a fondo recitando l’Examen

Sant’Ignazio di Loyola ha creato l’Examen come una preghiera molto breve (un quarto d’ora) che può essere recitata in qualsiasi momento. Nell’Examen ripercorriamo il nostro passato recente per trovare Dio e le sue benedizioni nella vita quotidiana. Guardiamo anche indietro per trovare momenti nella giornata in cui le cose non sono andate molto bene – quando siamo stati feriti da qualcosa che ci è capitato, o quando abbiamo peccato o commesso un errore. Lodiamo e ringraziamo per i momenti positivi. Chiediamo perdono e guarigione per i momenti difficili e dolorosi. Avendo riflettuto sul tempo trascorso, ci volgiamo alla parte della giornata ancora da vivere chiedendo a Dio di mostrarci le sfide e le opportunità potenziali del domani. Cerchiamo di anticipare quali momenti potrebbero andare in un modo o nell’altro – verso il progetto di Dio o allontanandosene. Chiediamo di intuire di quali grazie potremmo aver bisogno per vivere bene la prossima giornata: pazienza, saggezza, fortezza, conoscenza di sé, pace, ottimismo. Chiediamo a Dio quella grazia, e confidiamo che Egli voglia che abbiamo successo nella nostra giornata ancor più di noi.

È questa l’idea sottostante all’Examen ignaziano. Ignazio direbbe che dovrebbe essere il momento più importante della nostra giornata. Perché? Perché questo momento influisce su qualsiasi altro.

Se siete come me, in qualsiasi momento ci sono piccole verità sulla vostra vita che stanno sotto la superficie della vostra consapevolezza – cose che non avete ancora riconosciuto. Per me, queste verità nascoste sono in genere, ma non sempre, una realtà dolorosa che faccio fatica ad accettare. A volte ci sono eventi felici nella mia vita che semplicemente non mi sono fermato abbastanza a notare e nominare. Questo Examen cerca di farci approfondire pensieri, emozioni, comportamenti e motivazioni percercare di svelare una o due verità nascoste.

Una cosa da tenere a mente prima di iniziare è che a volte la verità nascosta interiore davvero importante è difficile da portare al livello della consapevolezza e resisterà a ogni tentativo di farlo. A volte ci è difficile ammettere una verità nascosta che sta avendo un’influenza particolare su di noi. In questi casi, la nostra psiche cercherà una tattica diversiva per portarci fuori rotta; potrebbe rivelare una verità interiore meno minacciosa per tenerci occupati per la durata dell’Examen. Raccomando quindi di non essere soddisfatti del primo paio di verità interiori che emergono. Continuate ad approfondire per qualche minuto prima di soffermarvi su quella che ritenete sia la più importante, che potrebbe essere la terza o la quarta che viene in mente.

1. Inizio nel mio solito modo*

2. Passo qualche momento in ringraziamento, rendendo grazie a Dio per una o due delle benedizioni, piccole e grandi, che ho ricevuto nella giornata: la buona disposizione con la quale mi sono svegliato, una parola gentile da parte di un amico, la mia buona salute immeritata, un agevole viaggio per andare a lavorare…

3. Chiedo a Dio di rivelarmi qualche verità nascosta su uno dei rapporti importanti della mia vita. Ad esempio: “Non l’avevo capito, ma…”

• Sono arrabbiato con ____.
• Sono attirato da ____.
• Mi sto trovando meglio con ____.
• Non sono tanto arrabbiato con ____. Sembra che l’abbia perdonato!
• Temo gli accessi di ____.
• Sto cercando di far colpo su ____.

4. Se mi sovviene una rivelazione grande e forte, una che mi fa dire “Wow, non l’avevo notato prima” o “Beh, penso che sia il momento di ammettere la verità di questo”, allora mi soffermo su quella verità nascosta per il resto dell’Examen. Se non esce fuori niente di importante quando analizzo le mie relazioni, allora passo ai miei pensieri, sentimenti e atteggiamenti inconsci sugli eventi recenti della mia vita, su qualcosa a cui mi sto attaccando e sul rapporto con me stesso. Ad esempio, “Non l’avevo capito, ma…”

• Sono triste perché ____ se ne va.
• Non sono ansioso per quel compito difficile in ufficio.
• Sono preoccupato per le nostre finanze.
• Passo sempre più tempo a curiosare senza scopo su Internet.
• Mi sto attaccando troppo al fatto di possedere ____, quando forse Dio o le circostanze della mia vita mi chiedono di lasciarlo andare.
• Sto invecchiando e non lo ammetto con me stesso.
• Non sono negativo come ___ pensa che io sia.
• Nonostante il mio pessimismo, le cose stanno andando bene.

5. Quando mi sono concentrato sulla verità interiore più importante, lascio andare tutte le altre e ho semplicemente una conversazione con Dio su questa realtà importante nella mia vita. La riassumo in una semplice dichiarazione come uno degli esempi che ho elencato in precedenza, e ripeto questa dichiarazione a Dio, lasciando che la realtà e l’esistenza di questo fatto si immergano in me e non si nascondano di nuovo.

6. Noto quali emozioni sto provando e lo dico a Dio. Qual è l’emozione più forte che provo nominando questa verità a Dio? Ora la aggiungo alla mia dichiarazione. Ad esempio: “Signore, provo ____ ammettendo che ____”. Mi permetto di immergermi in quell’emozione per un po’ e continuo a presentare a Dio sia la verità che l’emozione che l’accompagna.

7. Divento molto calmo e cerco di capire se Dio sta cercando di dire o fare qualcosa su questa realtà. Cosa prova Dio nei confronti di questa realtà? Cosa prova nei confronti di ciò che io provo? Se mi sento chiamato a fare questo, ascolto il messaggio di Dio per me o aspetto che mi tocchi il cuore. Chiedo a Dio: “Cosa vorresti che facessi al riguardo? Come dovrebbe influire questa verità su di me?” Ascolto quella che potrebbe essere una risposta di Dio.

8. Se mi sento chiamato a fare questo, mi impegno con Dio al riguardo. Chiedo a Dio aiuto per essere fedele al mio impegno.

9. Termino nel mio modo solito*

* Raccomando di sviluppare lentamente rituali unici e personali per iniziare e terminare il vostro Examen. Alcuni lo iniziano con una recita o una preghiera in formule come il Padre Nostro, cantando una semplice canzone o con la ripetizione di un versetto della Scrittura. I cattolici in genere lo iniziano con il segno della croce. Molti ritengono utile iniziare facendo qualche respiro lento e profondo. Tutti questi esempi potrebbero essere anche modi per terminare l’Examen. L’idea è disporre di un modo semplice, breve e fruttuoso per entrare in questa esperienza e di un modo ugualmente utile per chiuderlo e tornare ai propri compiti quotidiani.

Questo Examen è tratto da Reimagining the Ignatian Examen: Fresh Ways to Pray from Your Day di Mark E. Thibodeaux, SJ.

Mark E. Thibodeaux, SJ, è direttore dei novizi per i gesuiti in formazione ed è un noto esperto di preghiera e discernimento. È un oratore e autore conosciuto e vive a Grand Coteau (Louisiana, Stati Uniti).

I 4 scritti di San Francesco per Santa Chiara

Forma di Vita  

Per divina ispirazione avete voluto farvi figlie e serve dell’altissimo e sommo Re, il Padre celeste e spose dello Spirito Santo, scegliendo la strada della perfezione evangelica.

Ebbene, io voglio avere e m’impegno ad avere sempre – personalmente e per mezzo dei miei frati – diligente ed affettuosa cura di voi, come ho per gli stessi miei fratelli.

Ultima Volontà  

Io, il piccolo frate Francesco, voglio seguire la vita e la povertà dell’altissimo Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre; ad essa voglio rimanere fedele sino alla fine.

E prego voi, mie signore, e vi esorto perché viviate sempre in questa santissima vita e povertà.

Proponetevi fermamente di non allontanarvi mai da essa, anche se vi giungessero suggestioni o suggerimenti in contrario da qualsiasi altra persona.

Parole con melodia per le Povere Signore 

Audite, poverelle dal Signore vocate,
ke de multe parte et provincie sete adunate:
vivate sempre en veritate
ke en obedientia moriate.
Non guardate a la vita de fore,
ka quella dello spirito è migliore.

Io ve prego per grand’amore
k’iaiate discrecione de le lemosene
ke ve dà el Segnore.

Quelle ke sunt adgravate de infirmitate
et l’altre ke per loro suò adfatigate,
tutte quante lo sostengate en pace,
ka multo venderi (te) cara questa fatiga,
ka cascuna serà regina
en celo coronata cum la Vergene Maria.

Norme sul digiuno 

29 Passando ora al quesito che mi hai sottoposto, credo di poterti rispondere così. 30 Tu mi domandi quali feste il gloriosissimo Padre nostro san Francesco ci raccomandò di celebrare con particolare solennità, pensando, se ben ho capito, che si possa in esse usare una certa maggior larghezza nella varietà dei cibi. 31 Nella tua prudenza certamente saprai che, salvo le deboli e le inferme, – verso le quali ci insegnò e ci comandò di usare ogni discrezione con qualsiasi genere di cibo -,32 nessuna di noi, che sia sana e robusta, dovrebbe prendere se non cibi quaresimali, tanto nei giorni feriali che nei festivi, digiunando ogni giorno 33 ad eccezione delle domeniche e del Natale del Signore, nei quali giorni possiamo prendere il cibo due volte. 34 Ed anche nei giovedì, dei periodi non di digiuno, ciascuna può fare come le piace, cioè chi non volesse digiunare non vi è tenuta.

35 Ma noi, che siamo in buona salute, digiuniamo tutti i giorni, eccetto le domeniche e il Natale. 36 Non siamo però tenute al digiuno – così ci ha insegnato il beato Francesco in suo scritto -, durante tutto il tempo pasquale e nelle feste della Madonna e dei santi Apostoli, a meno che cadessero il venerdì. 37 Ma, come ho detto sopra, noi che siamo sane e robuste, consumiamo sempre cibi quaresimali.

38 Siccome però, non abbiamo un corpo di bronzo, né la nostra è la robustezza del granito, 39 anzi siamo piuttosto fragili e inclini ad ogni debolezza corporale, 40 ti prego e ti supplico nel Signore, o carissima, di moderarti con saggia discrezione nell’austerità, quasi esagerata e impossibile, nella quale ho saputo che ti sei avviata, 41 affinché, vivendo, la tua vita sia lode del Signore, e tu renda al Signore, un culto spirituale ed il tuo sacrificio sia sempre condito col sale della prudenza.

Eutanasia non e’ autonomia – Jane Campbell, disabile

jane campbellAbbiamo bisogno della morte di stato on demand? La risposta viene dalla baronessa Jane Campbell de Surbiton. Oggi cinquantacinquenne, a un anno le fu diagnosticata un’atrofia muscolare spinale che, secondo i medici, l’avrebbe condotta alla morte in poco tempo, come era accaduto prima a una sorellina. Non solo non è accaduto, ma Jane Campbell  che di notte ha bisogno di un ventilatore che la aiuti a respirare, vive sulla sedia a rotelle e scrive al computer con un solo dito  è diventata un’attivista molto nota per i diritti dei disabili, oltre che un’apprezzata consulente governativa e di organizzazioni internazionali. Le sue dichiarazioni al London Telegraph, meritano di essere considerate perché dicono con chiarezza che, se è sempre una pessima idea introdurre modifiche permissive alla legge che vieta il suicidio assistito, lo è particolarmente in un “momento pericoloso” come questo, quando diventa fatale considerare certe categorie di persone – vecchi, malati, disabili – un fardello troppo pesante per la società. Jane Campbell sottolinea che “i malati terminali e disabili sono in una situazione peggiore oggi di quanto non fossero cinque anni fa. A causa dell’instabilità economica del paese, i servizi di welfare sono più che mai sotto pressione e questo ha indurito l’atteggiamento del pubblico nei confronti delle malattie degenerative, della vecchiaia e dell’invalidità”. Ecco perché “questo è un momento pericoloso per considerare la facilitazione del suicidio assistito a chi avrebbe invece più bisogno del nostro aiuto e del nostro sostegno. Non è solo pericoloso per coloro che possono vedere il suicidio come unica opzione, ma rischia di essere allettante anche per coloro che hanno interesse alla loro sparizione”. Nell’intervista al London Telegraph, Jane Campbell ha parlato con preoccupazione del Belgio, che “ha recentemente ampliato la propria legge sull’eutanasia per includere i bambini malati terminali e disabili. Ma questo non è il futuro che voglio per i nostri figli più vulnerabili, e la Camera dei Lord deve chiarire che condivide questo punto di vista”. Le argomentazioni della baronessa Jane Campbell dovrebbero apparire soprattutto condivisibili a chi si professa di sinistra. Ma anche in questo campo sta avvenendo uno strano slittamento di significati e di scelte. Il “debole” non è più il vecchio, il disabile, il malato da sostenere e da accompagnare. Il bene supremo è diventata l’autonomia, termine ambiguo come pochi. La scelta di morire – quella di Magri, come del 25 per cento di tutte le persone che vanno in Svizzera a suicidarsi per stanchezza e solitudine – diventa dunque un comodo feticcio, l’“ultimo atto di autonomia” che è solo una dichiarazione di bancarotta della società e dell’umanità. Nicoletta Tiliacos

Staminali: definizione in 3 punti

staminaleCellule progenitrici con la proprietà di differenziarsi in cellule specializzate, che possono essere ottenute dal corpo di un embrione (talora provocandone la morte) oppure da parti del corpo del soggetto adulto, (sangue del feto preso dal cordone ombelicale, oppure le cellule del midollo osseo.

Realismo

“Staminale”, come la parola botanica “stame”, deriva dal latino “stamen” che a sua volta viene da “stare”, cioè star ritto: si dice del filo principale o asse principale del telaio. Le cellule staminali prese dal soggetto già nato hanno una documentata capacità terapeutica in alcune malattie ematologiche in cui il loro impiego è ben documentato da anni. Le cellule staminali di origine embrionali prese per scopo terapeutico sono ottenute da embrioni di cui si provoca così la fine della vita; tuttavia finora non si sono avuti successi terapeutici con l’uso di cellule embrionarie.

Ragione

L’uso di cellule embrionarie comporta un uso di un essere vivente per il giovamento di un altro, senza chiedere il consenso al primo; essendo l’esito dell’uso di queste cellule la fine della vita del «donatore involontario», ci si domanda la liceità di questo atto. L’uso delle cellule staminali prese dal cordone ombelicale ha una sua potenzialità terapeutica, sebbene limitata se si vuole usare le cellule cordonali per curare lo stesso donatore, (una malattia genetica che si volesse curare sarà contenuta anche nel DNA delle cellule cordonali); per questo – in attesa che un domani si riesca a iniziare una medicina rigenerativa – ha maggior possibilità di utilizzo clinico il sangue di un donatore piuttosto che il sangue dello stesso paziente immagazzinato alla nascita. Queste cellule personali possono avere un’utilità nella cura di un parente dell’ammalato.

Il sentimento

Cosa sentiamo al pensare che un embrione può essere “sacrificato” per usarne le cellule a fini curativi di un’altra persona? E’ bene riflettere su questo, per capire i limiti morali dell’uso delle cellule dell’embrione. Mentre è bellissimo vedere il progresso nell’utilizzo delle cellule staminali prese da individui già nati. Certamente anche in questo campo non si devono avere facili entusiasmi, ma ponderare bene l’uso quando ve ne siano le prove dell’efficacia.

Carlo Bellieni – Zenit