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I 3 ragazzini Santi del Messico

Finalmente Santi i tre adolescenti Cristoforo, Antonio e Giovanni, martiri per la fede cristiana, considerati dagli storici della Chiesa messicana i protomartiri non solo del Messico ma dell’intero Continente Americano; primizie dell’evangelizzazione del Nuovo Mondo.
La loro festa è il 23 settembre.
I missionari Francescani arrivarono in Messico a Tenochtitlàn nel 1524, quindi tre-quattro anni prima della loro morte, dividendosi poi in quattro regioni, Mexico, Texcoco, Huetzingo e Tlaxcala. In quest’ultima località, che nel 1526 divenne la prima diocesi, si svolse la breve vicenda terrena dei tre ragazzi; le cause dell’avversione ai missionari delle popolazioni indigene, fu che queste erano molto attaccate alle loro tradizioni; nel contempo i missionari basavano l’evangelizzazione sul concetto che la salvezza era un bene assoluto da conseguire, soprattutto eliminando gli idoli pagani. Bisogna dire che al tempo della conquista spagnola nel 1519 con Cortés, esisteva nel Messico la religione azteca, il cui culto si esplicava con un gran numero di crudeli sacrifici umani e la vita religiosa era dominata dalla casta dei sacerdoti idolatri. Questo crudele aspetto della religione pagana, favorì il diffondersi della nuova religione cristiana o per convinzione o per forza perché arrivata con i conquistatori spagnoli; ma i sacerdoti ed i pagani fedelissimi, naturalmente avversavano i missionari.

I Francescani e poi i Domenicani, lavorarono per la promozione degli Indios e per difenderli da questi sanguinari riti, furono drastici nell’evangelizzazione e presero a distruggere templi e idoli; oggi certamente ciò non sarebbe approvato, ma bisogna ragionare con il pensiero ed i fini di allora. Tutto questo portò ad una reazione di buona parte degli Indios, che si sfogò anche sui tre catechisti locali, Cristoforo, Antonio e Giovanni, dei quali naturalmente si sa ben poco della loro vita prima del martirio; essi educati alla scuola francescana di Tlaxcala, furono uccisi in tempi e luoghi diversi dai loro conterranei, perché riprovavano l’idolatria, la poligamia e le orge pagane a cui si abbandonavano. Si danno di seguito alcune notizie conosciute su ognuno di essi.

Il primo di essi fu Cristoforo, chiamato anche col diminutivo ‘Cristobalito’, nacque ad Atlihuetzia (Tlaxcala) tra il 1514 e il 1515 ed era il figlio prediletto ed erede del principale cacicco Acxotecatl; ben presto seguì l’esempio degli altri tre fratelli, che nel 1524 avevano preso a frequentare la scuola aperta dai missionari francescani. Si fece istruire nelle fede cristiana e chiese spontaneamente il Battesimo, ebbe il nome di Cristoforo, i testi non riportano il nome di nascita, certamente lungo e per noi difficile a pronunziare; diventò in breve tempo un apostolo del Vangelo tra i suoi familiari e conoscenti. Anzi si propose di convertire il padre e prese ad esortarlo a cambiare le sue riprovevoli abitudini, soprattutto l’ubriachezza; il padre non gli diede importanza e allora Cristoforo prese a rompere gli idoli presenti in casa; fu ammonito e perdonato dal padre più volte, il quale visto il ripetersi del fatto, prese la decisione di ucciderlo.

La sua fede pagana era superiore all’affetto di genitore, quindi con un tranello fece tornare a casa i figli dalla scuola francescana, mentre i fratelli entravano in casa, Cristoforo fu afferrato per i capelli dal padre che lo buttò a terra, dandogli calci e bastonandolo fino a rompergli le braccia e le gambe; visto che Cristoforo pur nel dolore continuava a pregare, lo gettò su un rogo acceso. Pochi giorni dopo fu uccisa anche la madre, che aveva invano tentato di difendere il figlio; la descrizione del martirio del giovane Cristoforo, fa venire alla mente i supplizi di tanti giovani, santi martiri al tempo dei primi cristiani nell’impero romano, uccisi proprio dai loro padri, funzionari potenti dell’imperatore. Lo snaturato padre seppellì di nascosto il figlio in una stanza della casa; un testo dice che fu poi condannato a morte per i suoi delitti, probabilmente dagli spagnoli. Il fatto avvenne nel 1527 e Cristoforo aveva 13 anni. Uno dei francescani Andrea da Cordoba, un anno dopo, conosciuto il luogo della sepoltura, lo esumò e fece trasportare il corpo incorrotto del giovane martire nel convento di Tlaxcala. Molto tempo dopo un altro frate, Toribio da Benevento, che compose anche il racconto del martirio, lo seppellì nella chiesa di Santa Maria a Tlaxcala.

Antonio e Giovanni nacquero tra il 1516 e il 1517 a Tizatlán (Tlaxcala), Antonio era nipote ed erede del cacicco locale, mentre Giovanni di umile condizione, era il suo servitore e ambedue frequentavano la scuola dei Francescani. Nel 1529 i missionari Domenicani decisero di fondare una missione ad Oaxaca, pertanto passando loro per Tlaxcala il domenicano Bernardino Minaya, chiese a fra Martin di Valencia francescano e direttore della scuola, di indicargli alcuni ragazzi che volontariamente potessero accompagnarli come interpreti presso gli Indios. Riuniti i ragazzi della scuola, fra Martin formulò la richiesta del domenicano, avvisando comunque che si trattava di un compito con pericolo di morte; subito si fecero avanti i tredicenni Antonio e Giovanni e un altro nobile ragazzo di nome Diego (che non morì martire).

Il gruppo arrivò a Tepeaca, Puebla e i ragazzi aiutarono i missionari a raccogliere gli idoli, poi solo Antonio e Giovanni si spostarono a Cuauhtinchán, Puebla e continuarono la raccolta; Antonio entrava nella casa e Giovanni restava alla porta; in una di queste azioni gli Indios inferociti e armati di bastoni, si avvicinarono e colpirono Giovanni talmente forte che morì sul colpo. Antonio accorso in suo aiuto si rivolse agli aggressori: “Perché battete il mio compagno che non ha nessuna colpa? Sono io che raccolgo gli idoli, perché sono diabolici e non divini”. Gli indigeni lo percossero con i bastoni finché morì. I corpi di Antonio e Giovanni furono poi gettati in una scarpata vicino a Tecalco; il domenicano padre Bernardino li ricuperò e li trasferì a Tepeaca dove vennero sepolti in una cappella.
Il sangue dei tre ragazzi messicani, fu il primo seme della grandissima fioritura del cattolicesimo nel loro Paese; l’opera dei missionari si allargò ad aprire scuole, stamparono i primi testi catechistici in lingua locale, condivisero la vita e la povertà degli Indios, lavorando per la loro promozione umana e difendendoli dai soprusi degli “encomenderos”. Giovanni Paolo II li ha proclamati beati il 6 maggio 1990 nella Basilica di Nostra Signora di Guadalupe a Città del Messico, insieme a Juan Diego, il Messaggero della Madonna di Guadalupe, loro contemporaneo.

Arcilesbica e femministe scrivono alla RAI che pubblicizza l’utero in affitto

Arcilesbica e femministe scrivono alla RAI questa lettera contro la maternità surrogata /utero in affitto.
Per ora i massmedia fanno finta di niente, è un business troppo grande e molte persone ancora non si rendono conto di quanto sia una pratica sbagliata e ingiusta per i figli a cui viene negato per contratto uno o entrambi i genitori, e nascoste le origini biologiche.

#stopsurrogacy #ifiglinonsicomprano

Gentilissima presidente Monica Maggioni,
la trasmissione Chakra andata in onda su Rai3 sabato 7 ottobre alle ore 18,00 ha affrontato il tema della maternità surrogata sposando in toto le tesi di chi vuole rendere la pratica legale in Italia.
Da un servizio pubblico ci saremmo aspettate un’informazione imparziale e ad ampio spettro.
Invece Michela Murgia ha voluto presentare solo un lato della medaglia, di fatto mandando in onda uno spot pro-Gestazione per altri.

La conduttrice non ha mai chiesto a Nichi Vendola, il quale si è spinto addirittura a parlare di “produzione di vita”, quanto abbia pagato per l’acquisto degli ovociti e per la surrogacy negli Stati Uniti (il prezzo è circa 130mila euro), né ha dato conto delle numerose testimonianze di madri surrogate pentite che sono finite in tribunale per avere la possibilità di vedere i figli o per non dover abortire. Nessun accenno, poi, ai rischi per la salute, ormai più che documentati, che corrono sia le donne che forniscono gli ovuli che le madri surrogate.
Anzi. Murgia ha trasmesso un servizio tratto dal libro di Serena Marchi “Mio, tuo, suo, loro” in cui vengono intervistate solo portatrici che hanno felicemente portato a termine il loro “lavoro”. Eppure bastava fare una telefonata a Jennifer Lahl, di Stop Surrogacy Now, o mandare in onda parte del documentario Breeders (Fattrici) per dare allo spettatore un’informazione completa.

Tutti i filmati trasmessi sono stati pro-Gpa.
Murgia ha anche incredibilmente dimenticato di citare il fatto la Gpa è vietata in tutto il mondo, salvo che appena in una quindicina di nazioni, che il Parlamento Europeo ha definito la pratica gravemente lesiva dei diritti umani o che perfino Paesi come il Messico, la Thailandia e l’India l’hanno recentemente vietata agli stranieri.
Come se non bastasse la conduttrice si è dichiarata sfacciatamente a favore di una normativa che consenta l’utero in affitto in Italia arrivando persino a distinguere la gestazione dalla maternità e ha deriso le femministe contrarie definendole arroccate su posizioni di retroguardia.

L’unica voce critica, la sociologa Daniela Danna, è stata interrotta continuamente e ha potuto intervenire solo all’inizio della trasmissione senza che le fosse data la possibilità di commentare i servizi pro-maternità surrogata, mentre Nichi Vendola è rimasto in studio fino alla fine della trasmissione.
Ci aspettiamo quanto prima una trasmissione che riequilibri l’informazione sul tema.
La ringraziamo dell’attenzione
Arcilesbica Segreteria Nazionale
ResistenzaFemminista
Rua (Resistenza all’utero in affitto)
Se Non Ora quando Libere
Udi
Paola Bassino
Giovanna Camertoni
Sara Del Giacco
Cristina Gramolini
Flavia Franceschini
Francesca Izzo
Alessandra Mandelli
Francesca Marinaro
Paola Mazzei
PIna Nuzzo
Rita Paltrinieri
Laura Piretti
Monica Ricci Sargentini
Sara Rinaudo
Silvia Magni
Paola Tavella
Marina Terragni
Vittoria Tola
Stella Zaltieri Pirola
Roberta Vannucci

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4 luoghi comuni sul velo islamico

Il velo fa discutere, divide gli animi, suscita interrogativi. Molti pronunciamenti appaiono ispirati più da motivi ideologici, politici o pseudo-religiosi. Almeno quattro sono i luoghi comuni dell’islamically correct con cui fare i conti.

1. Il velo, si dice, e’ parte integrante della religione e della cultura del mondo musulmano. Non e’ così: non c’è un solo testo religioso che faccia del velo un pilastro dell’islam. L’imposizione del velo obbedisce ad una visione gerarchica e patriarcale della società islamica, che ruota intorno alla figura dell’uomo padre e padrone. La riprova è che le donne lo indossano quando questa visione diviene dominante, se ne liberano non appena il dominio si indebolisce o si allenta. In Tunisia, Marocco, Giordania, l’uso del velo comincia ad essere scoraggiato e messo in discussione. È qualcosa che dovrebbe far riflettere i sostenitori di casa nostra.

2. Il velo, si sostiene, è un simbolo di pudore e di modestia delle donne musulmane. Al contrario, e’ l’esibizione di un messaggio politico e di potere. È il pubblico sigillo della sottomissione della donna alle l leggi e alle tradizioni più aberranti. La donna col velo è colei che può essere lapidata se commette adulterio, non può uscire di casa senza il permesso del marito, deve accettare maltrattamenti e violenze se mette il rossetto o frequenta un occidentale, subire l’infibulazione o la poligamia, essere costretta a sposare a 12 anni un uomo che non ha mai visto.

3. Le immigrate, si dice ancora, portano il velo per una libera scelta. Nella stragrande maggioranza dei casi, esse arrivano in Europa senza il velo. Sono costrette a indossarlo per ordine di mariti, padri e fratelli istigati e appoggiati dai predicatori di alcune moschee. Anche perché non è solo un’insegna di potere, è uno strumento di controllo. Ha il compito di isolare le donne delle comunità, impedire che entrino in relazione con la società, tenere lontano «l’altro», il nemico, il rivale, l’infedele. Il velo dice alle donne: restate chiuse nelle vostre case e siate ciò che dovete essere, fabbriche di figli, senza volontà e senza diritti. Se parlate con le immigrate comuni, le immigrate della porta accanto, è questo che vi diranno.

4. Proibire l’uso del velo nelle scuole e nei luoghi di lavoro è un atto di prepotenza che incoraggia lo scontro di civiltà. In realtà, misure come queste vanno nella direzione opposta: tendono una mano alla parte più viva e avanzata delle comunità musulmane. In Francia dall’anno scorso c’è una legge che vieta l’uso del velo nelle scuole pubbliche. Dopo le proteste scatenate dai fondamentalisti nei primi tempi, i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza delle allieve e delle donne delle comunità si sono apertamente schierate a favore della legge. Ora ci sentiamo più libere, confessano: più libere di parlare, di vivere, di essere noi stesse. Detto questo, e’ evidente che il problema è innanzitutto culturale, e si affronta con un dibattito ampio ed aperto. Più che perdersi in dibattiti politicamente corretti sulle proibizioni, è molto più utile e realistico difendere il diritto delle donne a non indossarlo.

Riassumendo: l’imposizione del velo rivela una concezione del mondo che non vela soltanto la donna ma anche l’uomo, la società, la mente. Che mortifica la sua parte migliore, la sua storia di civiltà e di creatività. Ogni immigrata che rinuncia al velo non lo fa perché sceglie l’Occidente corrotto. Lo fa perché sceglie e ama il vero islam, non la sua copia deforme. È da riflessioni come queste che dovremmo partire quando affrontiamo una questione così importante per il futuro dell’integrazione. Chi oggi in Italia applaude al velo e ne fa solo un problema di centimetri di pelle da scoprire, mostra purtroppo di non averlo ancora compreso.

Souad Sbai (attivista marocchina) – Avvenire

Lʼeutanasia è incompatibile con i medici

Una delle sigle più rappresentative a livello globale: questo è la World Medical Association (Wma), che con le sue 109 associazioni mediche nazionali federate (e 10 milioni di membri) convoca congressi mondiali per redigere linee guida etiche da diffondere tra i camici bianchi di tutto il mondo. La sua storia parla chiaro: nasce infatti nel 1947 per reagire all’asservimento della scienza e della professione medica ai ripugnanti disegni del totalitarismo nazista (e non solo). Una sorta di garanzia morale che l’orrore dell’uso di vite umane come cavie o la morte procurata a esseri umani considerati sacrificabili non avrebbe mai più dovuto verificarsi, non con un medico come esecutore materiale, almeno.

Si capisce meglio con questa premessa la ferma presa di posizione che la Wma ha assunto nei giorni scorsi a Washington durante la 53esima assemblea: l’Associazione infatti, afferma la dichiarazione finale, «ha notato che la pratica dell’eutanasia attiva con l’assistenza medica è stata adottata nella legge di alcuni Paesi». Per questo «riafferma la sua forte convinzione che l’eutanasia è in conflitto con i principi etici basilari della pratica medica» e «incoraggia con forza tutte le associazioni mediche nazionali e i medici ad astenersi
dal prendere parte all’eutanasia, anche se la legge nazionale lo consente o depenalizza questa condotta a certe condizioni».

Mentre il dibattito sulle scelte di fine vita vede diffondersi l’argomento della libertà di scelta basata su un’autodeterminazione che prescinde dal suo oggetto (la stessa vita) la World Medical Association invita dunque i medici ad andare controcorrente. Nel congresso del 2013 a Divonne-les-Bains, in Francia, la Wma aveva dichiarato l’eutanasia «non etica» in quanto «atto che pone fine deliberatamente alla vita di un paziente, anche se a chiederlo è il paziente stesso o i suoi congiunti», precisando poi che «questo non dispensa il medico dal rispettare il desiderio del paziente di consentire che il naturale processo della morte faccia il suo corso nella fase terminale della malattia». Francesco Ognibene – Avvenire

La realtà detta legge. Sulla vita un dibattito senza ipocrisie

Che il feto umano senta dolore se subisce un danno è cosa ormai evidente per tutta la comunità scientifica internazionale. Il dibattito è sul “quando”: cioè quando le strutture del suo sistema nervoso lo mettono in grado di percepirlo durante la gravidanza. Sappiamo che dentro l’utero da un certo punto dopo il concepimento cominciano a funzionare le connessioni nervose che uniscono le varie parti del corpo con la zona del cervello che decifra il dolore, chiamata talamo. Nel giro di pochi giorni avverrà anche la connessione con la corteccia cerebrale che si sta sviluppando. Tutto questo avviene verso le 20-23 settimane di gestazione. Qualche anno fa il gruppo londinese di John Fisk dimostrò che pungendo l’addome al feto di questa età gestazionale, per eseguirgli una trasfusione di sangue in utero, questo rispondeva producendo adrenalina e cortisolo – ormoni dello stress – proprio come ogni essere umano che prova dolore. È un dibattito interessante quello entrato nella legge approvata in prima lettura martedì sera dalla Camera americana, e ogni anno la scienza porta nuovi dati e prove.

Nessuno potrebbe però immaginare che questo dibattito in primo luogo interessi i chirurghi. Già, perché ormai la scienza ha fatto passi da gigante e si riesce a compiere interventi sul feto prima che nasca, lasciandolo poi per le restanti settimane della gravidanza dentro l’utero. Per questo anestesisti e chirurghi hanno a cuore di scoprire quando il feto ha bisogno di anestesia e quando no, perché se provasse dolore l’intervento sarebbe impossibile per i suoi movimenti, senza contare che il feto rischierebbe seri risentimenti cerebrali per gli sbalzi di pressione indotti dal dolore. Oggi dunque è normale anestetizzare il feto durante simili interventi, se eseguiti nella seconda metà della gravidanza.

Fui convocato due anni fa dalla European Food Safety Agency (Efsa) dell’Unione europea per dibattere proprio di questo tema, unico italiano tra quindici esperti internazionali: quando il feto dei mammiferi prova dolore? Il dibattito riguardò soprattutto il momento della gravidanza a partire dal quale il dolore può essere percepito. Siccome il dolore è un fenomeno personale la risposta si può avere per via solo indiretta, cioè analizzando le reazioni ormonali, visionando lo sviluppo anatomico, registrando l’elettroencefalogramma. Ne nacque una vivace discussione: per alcuni studiosi, tra cui il sottoscritto, sulla scia della londinese Vivette Glover e dell’americano Sunny Anand, il dolore inizia a essere percepibile dopo le 20-22 settimane; per altri qualche settimana dopo, dall’inizio del terzo trimestre di gravidanza. Per altri infine il feto avrebbe uno stato di sopore, che comunque è ben diverso da una reale anestesia.

Dunque il dolore fetale non deve essere negato né esagerato, dato che nella prima metà della gravidanza non appaiono presenti le strutture atte a sentire il dolore. Ecco allora l’invito: parliamo di dati e non di preconcetti, qualunque cosa si pensi a riguardo, perché in questi ambiti la disinformazione è davvero grande.

Che poi tutto ciò abbia un riflesso legislativo sulle interruzioni di gravidanza, come la proposta appena varata dai deputati americani con il significativo titolo di «Pain-Capable Unborn Child Protection Act» (la «Legge per la protezione del bambino non nato capace di provare dolore»), con l’obiettivo di limitare gli aborti all’epoca in cui il feto non prova dolore, è cosa comprensibile: ha una sua logica che apprezziamo. Ma vogliamo ugualmente ribadire come ci piacerebbe che in questo campo oltre al legislatore si introducesse un sano dibattito, diffuso, documentato con dati alla mano accanto a un lavoro culturale e sociale: toppo spesso abbiamo visto un tema di simile portata trattato con superficialità (nessuno parla della sensibilità fetale e della sua umanità…), o con superbia e ipocrisia quando sentiamo giudizi, magari rispettosi della persona a parole, che però non sono accompagnati da seri passi per aiutare le donne in condizioni di disagio e le coppie in seria difficoltà.

Carlo Bellieni – Avvenire

Il Papa ripete il #no al gender

1. La creatura umana sembra oggi trovarsi in uno speciale passaggio della propria storia che incrocia, in un contesto inedito, le antiche e sempre nuove domande sul senso della vita umana, sulla sua origine e sul suo destino.
Il tratto emblematico di questo passaggio può essere riconosciuto sinteticamente nel rapido diffondersi di una cultura ossessivamente centrata sulla sovranità dell’uomo — in quanto specie e in quanto individuo — rispetto alla realtà. C’è chi parla persino di egolatria, ossia di un vero e proprio culto dell’io, sul cui altare si sacrifica ogni cosa, compresi gli affetti più cari. Questa prospettiva non è innocua: essa plasma un soggetto che si guarda continuamente allo specchio, sino a diventare incapace di rivolgere gli occhi verso gli altri e il mondo. La diffusione di questo atteggiamento ha conseguenze gravissime per tutti gli affetti e i legami della vita (cfr Enc. Laudato si’, 48).
Non si tratta, naturalmente, di negare o di ridurre la legittimità dell’aspirazione individuale alla qualità della vita e l’importanza delle risorse economiche e dei mezzi tecnici che possono favorirla. Tuttavia, non può essere passato sotto silenzio lo spregiudicato materialismo che caratterizza l’alleanza tra l’economia e la tecnica, e che tratta la vita come risorsa da sfruttare o da scartare in funzione del potere e del profitto.
Purtroppo, uomini, donne e bambini di ogni parte del mondo sperimentano con amarezza e dolore le illusorie promesse di questo materialismo tecnocratico. Anche perché, in contraddizione con la propaganda di un benessere che si diffonderebbe automaticamente con l’ampliarsi del mercato, si allargano invece i territori della povertà e del conflitto, dello scarto e dell’abbandono, del risentimento e della disperazione. Un autentico progresso scientifico e tecnologico dovrebbe invece ispirare politiche più umane.
La fede cristiana ci spinge a riprendere l’iniziativa, respingendo ogni concessione alla nostalgia e al lamento. La Chiesa, del resto, ha una vasta tradizione di menti generose e illuminate, che hanno aperto strade per la scienza e la coscienza nella loro epoca. Il mondo ha bisogno di credenti che, con serietà e letizia, siano creativi e propositivi, umili e coraggiosi, risolutamente determinati a ricomporre la frattura tra le generazioni. Questa frattura interrompe la trasmissione della vita. Della giovinezza si esaltano gli entusiasmanti potenziali: ma chi li guida al compimento dell’età adulta? La condizione adulta è una vita capace di responsabilità e amore, sia verso la generazione futura, sia verso quella passata. La vita dei padri e delle madri in età avanzata si aspetta di essere onorata per quello che ha generosamente dato, non di essere scartata per quello che non ha più.
2. La fonte di ispirazione per questa ripresa di iniziativa, ancora una volta, è la Parola di Dio, che illumina l’origine della vita e il suo destino.
Una teologia della Creazione e della Redenzione che sappia tradursi nelle parole e nei gesti dell’amore per ogni vita e per tutta la vita, appare oggi più che mai necessaria per accompagnare il cammino della Chiesa nel mondo che ora abitiamo. L’Enciclica Laudato si’ è come un manifesto di questa ripresa dello sguardo di Dio e dell’uomo sul mondo, a partire dal grande racconto di rivelazione che ci viene offerto nei primi capitoli del Libro della Genesi. Esso dice che ognuno di noi è una creatura voluta e amata da Dio per sé stessa, non solamente un assemblaggio di cellule ben organizzate e selezionate nel corso dell’evoluzione della vita. L’intera creazione è come inscritta nello speciale amore di Dio per la creatura umana, che si estende a tutte le generazioni delle madri, dei padri e dei loro figli.
La benedizione divina dell’origine e la promessa di un destino eterno, che sono il fondamento della dignità di ogni vita, sono di tutti e per tutti. Gli uomini, le donne, i bambini della terra – di questo sono fatti i popoli – sono la vita del mondo che Dio ama e vuole portare in salvo, senza escludere nessuno.
Il racconto biblico della Creazione va riletto sempre di nuovo, per apprezzare tutta l’ampiezza e la profondità del gesto dell’amore di Dio che affida all’alleanza dell’uomo e della donna il creato e la storia.
Questa alleanza è certamente sigillata dall’unione d’amore, personale e feconda, che segna la strada della trasmissione della vita attraverso il matrimonio e la famiglia. Essa, però, va ben oltre questo sigillo. L’alleanza dell’uomo e della donna è chiamata a prendere nelle sue mani la regia dell’intera società. Questo è un invito alla responsabilità per il mondo, nella cultura e nella politica, nel lavoro e nell’economia; e anche nella Chiesa. Non si tratta semplicemente di pari opportunità o di riconoscimento reciproco. Si tratta soprattutto di intesa degli uomini e delle donne sul senso della vita e sul cammino dei popoli. L’uomo e la donna non sono chiamati soltanto a parlarsi d’amore, ma a parlarsi, con amore, di ciò che devono fare perché la convivenza umana si realizzi nella luce dell’amore di Dio per ogni creatura. Parlarsi e allearsi, perché nessuno dei due – né l’uomo da solo, né la donna da sola – è in grado di assumersi questa responsabilità. Insieme sono stati creati, nella loro differenza benedetta; insieme hanno peccato, per la loro presunzione di sostituirsi a Dio; insieme, con la grazia di Cristo, ritornano al cospetto di Dio, per onorare la cura del mondo e della storia che Egli ha loro affidato.
3. Insomma, è una vera e propria rivoluzione culturale quella che sta all’orizzonte della storia di questo tempo. E la Chiesa, per prima, deve fare la sua parte.
In tale prospettiva, si tratta anzitutto di riconoscere onestamente i ritardi e le mancanze. Le forme di subordinazione che hanno tristemente segnato la storia delle donne vanno definitivamente abbandonate. Un nuovo inizio dev’essere scritto nell’ethos dei popoli, e questo può farlo una rinnovata cultura dell’identità e della differenza. L’ipotesi recentemente avanzata di riaprire la strada per la dignità della persona neutralizzando radicalmente la differenza sessuale e, quindi, l’intesa dell’uomo e della donna, non è giusta. Invece di contrastare le interpretazioni negative della differenza sessuale, che mortificano la sua irriducibile valenza per la dignità umana, si vuole cancellare di fatto tale differenza, proponendo tecniche e pratiche che la rendano irrilevante per lo sviluppo della persona e per le relazioni umane. Ma l’utopia del “neutro” rimuove ad un tempo sia la dignità umana della costituzione sessualmente differente, sia la qualità personale della trasmissione generativa della vita. La manipolazione biologica e psichica della differenza sessuale, che la tecnologia biomedica lascia intravvedere come completamente disponibile alla scelta della libertà – mentre non lo è! –, rischia così di smantellare la fonte di energia che alimenta l’alleanza dell’uomo e della donna e la rende creativa e feconda.
Il misterioso legame della creazione del mondo con la generazione del Figlio, che si rivela nel farsi uomo del Figlio nel grembo di Maria – Madre di Gesù, Madre di Dio – per amore nostro, non finirà mai di lasciarci stupefatti e commossi. Questa rivelazione illumina definitivamente il mistero dell’essere e il senso della vita. L’immagine della generazione irradia, a partire da qui, una sapienza profonda riguardo alla vita. In quanto è ricevuta come un dono, la vita si esalta nel dono: generarla ci rigenera, spenderla ci arricchisce.
Occorre raccogliere la sfida posta dalla intimidazione esercitata nei confronti della generazione della vita umana, quasi fosse una mortificazione della donna e una minaccia per il benessere collettivo.
L’alleanza generativa dell’uomo e della donna è un presidio per l’umanesimo planetario degli uomini e delle donne, non un handicap. La nostra storia non sarà rinnovata se rifiutiamo questa verità.
4. La passione per l’accompagnamento e la cura della vita, lungo l’intero arco della sua storia individuale e sociale, chiede la riabilitazione di un ethos della compassione o della tenerezza per la generazione e rigenerazione dell’umano nella sua differenza.
Si tratta, anzitutto, di ritrovare sensibilità per le diverse età della vita, in particolare per quelle dei bambini e degli anziani. Tutto ciò che in esse è delicato e fragile, vulnerabile e corruttibile, non è una faccenda che debba riguardare esclusivamente la medicina e il benessere. Ci sono in gioco parti dell’anima e della sensibilità umana che chiedono di essere ascoltate e riconosciute, custodite e apprezzate, dai singoli come dalla comunità. Una società nella quale tutto questo può essere soltanto comprato e venduto, burocraticamente regolato e tecnicamente predisposto, è una società che ha già perso il senso della vita. Non lo trasmetterà ai figli piccoli, non lo riconoscerà nei genitori anziani. Ecco perché, quasi senza rendercene conto, ormai edifichiamo città sempre più ostili ai bambini e comunità sempre più inospitali per gli anziani, con muri senza né porte né finestre: dovrebbero proteggere, in realtà soffocano.
La testimonianza della fede nella misericordia di Dio, che affina e compie ogni giustizia, è condizione essenziale per la circolazione della vera compassione fra le diverse generazioni. Senza di essa, la cultura della città secolare non ha alcuna possibilità di resistere all’anestesia e all’avvilimento dell’umanesimo.
È in questo nuovo orizzonte che vedo collocata la missione della rinnovata Pontificia Accademia per la Vita. Comprendo che è difficile, ma è anche entusiasmante. Sono certo che non mancano uomini e donne di buona volontà, come anche studiose e studiosi, di diverso orientamento quanto alla religione e con diverse visioni antropologiche ed etiche del mondo, che condividono la necessità di riportare una più autentica sapienza della vita all’attenzione dei popoli, in vista del bene comune. Un dialogo aperto e fecondo può e deve essere instaurato con i molti che hanno a cuore la ricerca di ragioni valide per la vita dell’uomo.
Il Papa, e la Chiesa tutta, vi sono grati per l’impegno che vi accingete ad onorare. L’accompagnamento responsabile della vita umana, dal suo concepimento e per tutto il suo corso sino alla fine naturale è lavoro di discernimento e intelligenza d’amore per uomini e donne liberi e appassionati, e per pastori non mercenari. Dio benedica il vostro proposito di sostenerli con la scienza e la coscienza di cui siete capaci. Grazie, e non dimenticatevi di pregare per me”.
(PAPA FRANCESCO – discorso alla  Pontifica Accademia per la vita)

Fin qui Papa Francesco in un discorso fondamentale che va studiato e ripassato, mandato a memoria, perché chiarisce una serie di punti che sono irrinunciabili per i cattolici.

Per i figli di coppie gay i problemi raddoppiano

L’analisi attenta e senza pregiudizi delle circa 75 ricerche realizzate soprattutto negli Stati Uniti sui figli di genitori omosessuali mostra che la tesi della “nessuna differenza” è scientificamente infondata. «I figli di genitori omosessuali hanno il doppio delle probabilità di sviluppare problematiche emotive – depressione e ansia – rispetto agli altri bambini». Lo afferma Paul Sullins, docente di sociologia alla Catholic University of America di Washington, considerato tra i massimi studiosi del tema, autore di importanti studi sul tema dell’adattamento dei figli di coppie omosessuali, intervenuto nei giorni scorsi a un seminario organizzato all’Università Cattolica di Milano.

In Italia, anche a livello scientifico, è quasi impossibile discutere con moderazione sul tema dell’omogenitorialità. Chi solleva dubbi circa la tesi secondo cui i bambini dei genitori dello stesso sesso non mostrano problemi di sviluppo, è facilmente accusato di omofobia. Succede lo stesso negli Stati Uniti?
Penso che noi, che riconosciamo la presenza di problemi nello sviluppo di figli di coppie omosessuali, siamo sovente accusati di omofobia perché le prove in questa direzione sono talmente forti che coloro che ingenuamente accettano la tesi opposta avrebbero altrimenti ben pochi argomenti. Dobbiamo ricordare che molti, probabilmente la maggior parte, degli scienziati in questo campo sono essi stessi omosessuali e rispondono a livello emotivo e personale. Forse sono stati, a propria volta, oggetto di stigmatizzazione per il proprio orientamento sessuale. Quando mostriamo loro delle prove a sostegno delle difficoltà affrontate da queste famiglie, stiamo dunque loro chiedendo di affrontare una verità difficile.

La maggior parte della letteratura scientifica afferma che non esistono differenze tra i bambini di genitori dello stesso sesso e figli di genitori eterosessuali. È proprio così?
La tesi secondo la quale non ci sarebbero differenze tra i figli di famiglie omo ed eterosessuali è una pura invenzione, senza alcun fondamento scientifico. Ci sono due problemi principali nei circa 75 studi su cui tale tesi è fondata. Innanzitutto, la possibilità di trarre inferenze scientifiche si basa sull’utilizzo di campioni casuali accuratamente selezionati ma la maggior parte degli studi (almeno 70) non fa uso di un campione casuale. Al contrario, i partecipanti a questi studi vengono selezionati tra i membri attivi di gruppi a supporto della genitorialità gay.

Quali problemi dal punto di vista metodologico?
La maggior parte delle ricerche conta su meno di 40 partecipanti. Secondariamente, nessuno dei quattro o cinque studi che fanno uso di un campione casuale ha identificato direttamente le coppie omosessuali ma si è invece basato su un calcolo che, come abbiamo appurato, classifica erroneamente le coppie eterosessuali come omosessuali, sovrastimandone così il numero.

Riferendosi ai suoi studi, quali sono le difficoltà più comuni riscontrate nei bambini dei genitori dello stesso sesso?
I figli di genitori omosessuali hanno il doppio delle probabilità di sviluppare problematiche emotive – depressione e ansia – rispetto agli altri bambini. Ho potuto riscontrare risultati analoghi in molte mie ricerche che usavano database diversi e anche altri studiosi sono giunti a conclusioni simili, anche mediante studi longitudinali, che hanno seguito i bambini per oltre 20 anni.

Possiamo attribuire queste difficoltà alla stigmatizzazione da parte della società nei confronti delle persone omosessuali?
La stigmatizzazione è indubbiamente un problema ma non è un problema più grave per i figli di coppie gay né è in grado di spiegarne la maggior vulnerabilità. Ciò non significa in alcun modo che la stigmatizzazione sia accettabile. In tal senso, dobbiamo impegnarci per ridurre gli episodi di bullismo e vittimizzazione che costituiscono un problema grave per molti bambini, inclusi i figli di coppie gay.

Si sentirebbe di sostenere l’approvazione di leggi che permettono l’adozione da parte di genitori dello stesso sesso?
In generale no, ma credo possano sempre esserci delle eccezioni. Non credo che i risultati della mia ricerca possano diventare un punto a favore dell’adozione da parte di coppie omosessuali, dal momento che i figli di coppie adottive fanno già esperienza di maggiori difficoltà emotive. Dovremmo però chiederci qual è il superiore interesse del bambino. Dal momento che è cinquanta volte più probabile che un bambino sia eterosessuale piuttosto che omosessuale, il superiore interesse del bambino dovrebbe risiedere nel suo affidamento ad una coppia eterosessuale.

Una regola da rispettare in qualunque situazione?
No, non dovrebbe essere applicata in maniera rigida o automatica, fondata su ideologie politiche, di qualunque colore esse siano. Quando si prende in considerazione l’adozione da parte di un individuo omosessuale, occorre distinguere tra l’adozione da parte di due genitori – in cui due persone, nessuna delle quali legata al bambino da rapporti di parentela, chiedono allo stesso tempo di diventare legalmente genitori di un minore – e l’adozione da parte di un solo genitore, in cui il partner di uno dei genitori biologici del bambino chiede di poterlo adottare. Posso immaginare casi in cui permettere questo secondo caso (l’adozione da parte di un genitore) possa rappresentare l’interesse del bambino, ad esempio quando non è possibile ottenere supporto materiale e morale da parte dell’altro genitore naturale.
Luciano Moia – Avvenire

Sentirsi irrequieti, desiderare di essere altrove

Da tutta la vita mi prende certe mattine una irrequietezza, come la necessità assoluta di andare in un luogo diverso da quello in cui mi trovo. Si impadronisce di me l’idea che, se fossi in quella data città, o se vedessi il mare, sarei felice: e che quell’accidia, quella malinconia che ho sempre addosso se ne andrebbero, se fossi altrove.

Tante volte, fin da quando ero ragazza, ho ubbidito a questo istinto di partire, da sola, sospinta dall’idea che “laggiù” sarebbe stato diverso, oppure, addirittura, sarei stata diversa io. E sono partita per le Dolomiti, assaporando i chilometri sull’autostrada, e la pianura che da Verona si stringe nella valle del Brennero: e il verde denso dell’Adige mi pareva già promettere quell’altro mondo, in cui sarei stata felice. E il profilarsi delle prime vette, nella foschia dell’orizzonte, con più forza mi assicurava che lassù sarebbe stato diverso, e mi sarei sentita in pace.

Oppure andavo in una città grande come Londra, e nelle prime ore la maestosità severa del Tamigi, la vitalità intensa di Piccadilly Circus mi incantavano, tanto che mi dicevo: ecco, vedi, qui è diverso. Eppure ogni volta, dopo una breve contentezza, mi sono sentita smarrita: “No, non è qui”. E quante volte sono tornata e sono ripartita – il viaggio, in questi pellegrinaggi, era sempre la cosa più bella, carico di speranza com’era – per altre mete, in auto, gustando i paesaggi che cambiavano, nella illusione di stare andando finalmente dove mi sarei liberata della mia irrequietezza. E sempre no, invece, ogni volta, delusa, “no, nemmeno qui”.

 

Ormai mi rifiuto di dare retta a questa ingannevole sirena, che tuttavia mi tenta ancora. Se vado a prendere un figlio che arriva a Malpensa mi soffermo a leggere il tabellone delle partenze: Londra, Palermo, Istanbul… E di nuovo mi convinco che sì, forse, in un altrove lontano sarebbe diverso, e, finalmente, sarei un’altra io. L’ultima volta che ci sono cascata, sono tornata a Parigi. Ma, passata l’ebbrezza delle prime ore, mi sono accorta che fra i viali superbi e i palazzi sontuosi, no, non ero lieta neanche lì. E allora, rintanandomi anzitempo in una camera d’albergo, non ho potuto non domandarmi quale sia davvero l’altrove che domando.

Forse non è un luogo dello spazio, ma del tempo? La nostalgia di una prima infanzia, di cui non ho il ricordo? O che sia la memoria di una origine, di un “prima” da cui veniamo, di quel pensiero di Dio in cui, prima di venire al mondo, abitavamo? Ma, “instabilitas loci”, così san Tommaso, ho scoperto, chiamava la sindrome che ho addosso, e la considerava segno di un disordine interiore. E della stessa malattia, ho scoperto, parlano gli antichi, Seneca, e Orazio, tutti testimoniando l’illusione di questo continuo partire. Descrivono precisamente ciò che provo, ma non dicono come se ne guarisce. Forse allora, mi dico, questa irrequietezza me la devo tenere: come un compito, come una spina che non mi lascia tranquilla. Come un segreto da decrittare; o come una domanda, da avanzare, mendicante – la mano tesa e vuota.

Dammi la fede (Serafino Falvo)

Mio Dio, com’è assurda la mia vita senza il dono della fede! Una candela fumigante è la mia intelligenza.

Un braciere colmo di cenere è il mio cuore. Una fredda e breve giornata d’inverno è la mia esistenza.

Dammi la fede! Una fede che dia senso al mio vivere, forza al mio cammino, significato al mio sacrificio, certezza ai miei dubbi, speranza alle mie delusioni, coraggio alle mie paure, vigore alle mie stanchezze, sentieri ai mie smarrimenti, luce alle notti del mio spirito, riposo e pace alle ansie del cuore.

Serafino Falvo

 

Preghiera di papa Francesco alla Santa Famiglia

sacrafamigliaGesu’, Maria e Giuseppe
a voi, Santa Famiglia di Nazareth, oggi,
volgiamo lo sguardo con ammirazione e confidenza;
in voi contempliamo la bellezza della comunione nell’amore vero;
a voi raccomandiamo tutte le nostre famiglie,
perche’ si rinnovino in esse le meraviglie della grazia.

Santa Famiglia di Nazareth,
scuola attraente del santo Vangelo:
insegnaci a imitare le tue virtù con una saggia disciplina spirituale,
donaci lo sguardo limpido che sa riconoscere
l’opera della Provvidenza nelle realtà quotidiane della vita.

Santa Famiglia di Nazareth,
custode fedele del mistero della salvezza:
fa’ rinascere in noi la stima del silenzio,
rendi le nostre famiglie cenacoli di preghiera
e trasformale in piccole Chiese domestiche,
rinnova il desiderio della santità,
sostieni la nobile fatica del lavoro,
dell’educazione, dell’ascolto,
della reciproca comprensione e del perdono.

Santa Famiglia di Nazareth,
ridesta nella nostra societ
la consapevolezza del carattere sacro e inviolabile della famiglia,
bene inestimabile e insostituibile.
Ogni famiglia sia dimora accogliente
di bontà e di pace per i bambini e per gli anziani,
per chi è malato e solo, per chi è povero e bisognoso.
Gesù, Maria e Giuseppe voi con fiducia preghiamo,
a voi con gioia ci affidiamo.
papa Francesco – Giornata della Famiglia

La mia patria è l’Occidente

sabatina-ev.de_0Nata in Pakistan nel 1982, all’eta’ di dieci anni Sabatina James si trasferi’ con la famiglia, musulmana, a Linz, in Austria. Al ginnasio per Sabatina l’integrazione fu rapida, e tuttavia problematica. Subito si scatenò il conflitto tra le imposizioni dell’islam, così come le viveva tra le mura di casa, e la sua aspirazione alla libertà personale. Oggi Sabatina non esita a definire «violenza psichica e fisica» quella subìta già in quegli anni in famiglia. Un incubo che culminò quando, con il pretesto di mandarla in una scuola coranica, all’età di 17 anni i genitori la rispedirono in Pakistan. «Lì mi veniva insegnato l’odio verso l’Occidente. Ho sperimentato sulla mia pelle, ancor più di quanto non avessi già provato in famiglia, l’assoluta mancanza di valore della donna nella società islamica: subii continue violenze e sevizie». Questo finché Sabatina non venne a sapere del matrimonio combinato che l’attendeva: avrebbe dovuto sposare un suo cugino. Così, a 19 anni, Sabatina fuggì dal Pakistan per tornare in Europa, fino a diventare cittadina tedesca: «Questo ora è il mio paese», dice. In seguito alla sua conversione pubblica al cristianesimo, nel 2001, il padre e un’autorità musulmana emisero una sentenza di morte nei suoi confronti. Da allora questa ragazza, che nel 2003 è stata battezzata cristiana-cattolica (con il nome di Sabatina, appunto), è costretta vivere nascosta in una località sconosciuta della Germania. È pubblicista (il suo ultimo libro s’intitola Devi morire per la tua felicità. Prigioniera tra due mondi, Knaur 2007), ambasciatrice di “Terre des Femmes” e ha fondato l’organizzazione “Sabatina e. V.” (www.sabatina-ev.de) a difesa dei diritti delle donne musulmane. Signora James, lei è stata battezzata nel 2003. Perché ha deciso di seguire Cristo e la sua Chiesa? Cosa ha a che fare la sua forte aspirazione alla libertà e alla felicità con quel passo? Ciò che mi ha convinto della fede cristiana è Gesù Cristo stesso come persona. Pensi al Vangelo, al colloquio di Gesù con la samaritana, al fatto che Lui ha rischiato la propria reputazione e il proprio nome per salvare la vita di un’adultera, dicendo: «Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra!». Indipendentemente da ciò, ho riconosciuto il Dio della Bibbia come colui che attraverso segni straordinari e miracoli mi indica sempre la giusta via. In Gesù ho trovato la risposta alla mia ricerca di libertà. Ha mantenuto contatti in Pakistan? Come vivono i cristiani nel suo paese d’origine? Sono stata in Pakistan alcuni mesi fa, ma non l’ha saputo nessuno della mia famiglia, altrimenti per me sarebbe stato troppo pericoloso. I cristiani in Pakistan vivono come schiavi. Molti di loro vengono portati in prigione e torturati, o addirittura vengono giustiziati senza motivo. Le giovani cristiane vengono stuprate se non si convertono all’islam. Tempo fa era venuta da me una di loro che era stata venduta a un latifondista. Mi ha chiesto aiuto. Purtroppo ho saputo qualche giorno fa che è stata sequestrata da alcuni musulmani e di lei non c’è più traccia da oltre venti giorni. Questa è la quotidianità dei cristiani in Pakistan. Nel 2001 suo padre ha emesso una condanna a morte nei suoi confronti, e da allora lei deve vivere nascosta. Ha paura? Guardo alla vita come il re David, che diceva: «In migliaia cadono alla mia sinistra, a decine di migliaia alla mia destra, ma io non sarò colpito». Io vivrò! Lei ha sperimentato – lo ha scritto lei stessa – la famiglia come una prigione. Ora ha una nuova famiglia? Che significato ha per lei la parola educazione? No, fino a questo momento non ho costruito una nuova famiglia, e non ho bambini. In ogni caso è fin d’ora mio desiderio, quando sarà il momento, insegnare ai miei figli che hanno un Padre in cielo che non li abbandona mai e che ha un grande progetto per la loro vita. Inoltre, so già che dovrò dedicare ai miei figli tutto il tempo necessario e che mai anteporrò ai miei bambini il lavoro, la carriera, gli hobby o gli amici. Lei un tempo era islamica: che rapporto ha oggi con l’islam e coi singoli musulmani? Naturalmente osservo con attenzione le diverse tendenze presenti all’interno di ciò che chiamiamo islam. Certo, di musulmani radicali ce ne sono in tutti i paesi, tuttavia, se penso a quello che ha detto Gesù, cioè che dobbiamo amare i nostri nemici e pregare per chi ci perseguita, allora so che in questo insegnamento trovo i migliori presupposti per pormi di fronte a quelle persone. Che cos’è l’islam per lei, oggi? L’islam per me è semplicemente la religione nella quale sono nata e cresciuta, ma oggi credo in Gesù Cristo! Cosa pensa della società multiculturale così com’è progettata e realizzata in Europa? Sostanzialmente concepisco l’idea del multiculturalismo come una bella cosa. Tuttavia, molti dei nostri politici spesso elaborano leggi che riguardano anche i musulmani senza avere mai avuto neppure un colloquio con loro, per esempio con le donne costrette al matrimonio combinato. Non hanno idea di che cosa significhi vivere tra due culture che non sono paragonabili tra loro. Se questi sono i presupposti, come potranno elaborare progetti d’integrazione? A proposito di politici, che cosa pensa di quelli che sono disposti a cedere su tutto pur di venire a patti con i musulmani? Sono quelli che temono per la loro vita e per la possibile perdita di consenso alle elezioni. Non si pongono il problema se il loro popolo va a rotoli. Hanno paura di essere etichettati come razzisti, ma non si rendono conto che qui non si tratta di razzismo, piuttosto di rispetto dei diritti umani. Il problema è che molti dei nostri politici non hanno alcuna fede e dunque mancano del presupposto per entrare in dialogo con i musulmani, i quali invece sanno bene ciò che Allah vuole da loro. Lei ha fondato un’associazione d’aiuto al riconoscimento della parità delle donne musulmane. Che cosa fa in concreto? Cerchiamo di aiutare le donne che in Germania, in Austria e in Pakistan sono costrette al matrimonio forzato o che sono minacciate di morte. Cerchiamo di mettere a loro disposizione case dove rifugiarsi e offriamo loro assistenza legale. Oltre agli aiuti diretti cerchiamo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla sofferenza che spesso devono subire le donne musulmane. di Vito Punzi

Le cause che ostacolano le famiglie ad aprirsi all’adozione

adozioni2Sono davvero allarmanti le statistiche che riguardo il mondo delle adozioni, e questo scenario assume una maggiore gravità proprio nel contesto di crisi internazionale che attanaglia con maggior durezza i paese più poveri e emarginati. Riportiamo una parte di un articolo proposto dall’associazione AIBI (Associazione Amici dei Bambini) che combatte da anni l’emergenza dell’abbandono: ”Le famiglie italiane stanno aspettando che finalmente qualcosa si muova, vogliono ancora adottare. Ricordiamo che il 50% delle coppie sposate non ha figli, ma non ha più fiducia nell’adozione perché scoraggiato dall’eccessiva burocratizzazione del sistema, dall’alto costo dell’iter, dai tempi di attesa infiniti e dall’ostacolo rappresentato da parte dei tribunali dei minorenni. Una situazione esasperata che porta le coppie italiane a scegliere canali alternativi-

Ad esempio, ogni anno, circa 4000 di loro, volano in Ucraina per ricorrere a procedure di fecondazione eterologa o di “affitto dell’ utero”. 4000 bambini nati attraverso una pratica che nel nostro Paese non è legale, 4000 minori che avrebbero potuto essere adottati tramite l’adozione internazionale e che invece rimangono tristemente chiusi nei loro orfanotrofi.”   E’ interessante analizzare la cause per cercare di individuare alcune possibili soluzioni a questa triste situazione.   Il primo punto riguarda le famiglie. Esiste una scarsa cultura dell’adozione che influenza notevolmente quelle famiglie che sono chiamate ad operare una scelta davanti alla scoperta della loro infertilità.  Il primo ostacolo da superare è quella relazione carnale con il figlio.

Ancora oggi, il pensiero comune è quello di ritenere la genitorialità connessa alla procreazione. “Io ho messo al mondo quel figlio, e pertanto quel figlio mi appartiene”. “Io sono mamma, perchè sono stata io che ti ho portato nel grembo nove mesi”. Tutte espressioni non esaustive.  La visione dell’adozione supera la limitazione del legame “carnale”.

Davanti alla sterilità biologica, il desiderio di maternità e paternità non viene affievolito, ma ne risulta rafforzato. E per capire questo, è sufficiente vedere la determinazione e la tenacia di quelle mamme e papà adottivi, che sono disposti a sottoporsi a colloqui con psicologici e assistenti sociali, a lunghe attese. e a stravolgere la loro vita pur di accogliere i loro figli.

Davanti alla condizione della sterilità biologica, l’adozione diventa la via più naturale per diventare genitori. Ma non tutti la pensano in questo modo. Tantissime famiglie che si sono aperte all’adozione, prima sono passate per il tentativo della procreazione assistita.  Questa scarso risultato della procreazione assistita è poco pubblicizzato. In questi anni sono sorte tante cliniche mediche che si occupano di queste pratiche procreative. Se una famiglia sapesse davvero a cosa va incontro, ai fallimenti, alle delusioni che questo comporterebbe, sceglierebbe subito un’altra via.  E la procreazione con i suoi fallimenti, crea inevitabilmente delle ferite sull’animo delle mamme. E questo i medici non lo dicono, essi nascondo completamente l’impatto sulla sull’animo della donna quando si registra l’insuccesso della tecnica della procreazione artificiale.

Ma ora concentriamoci sui bambini. Una famiglia che sceglie l’adozione spesso è scoraggiata per il lungo tempo che è necessario attendere. Questo è uno dei fattori più importanti che spingono la famiglia a scartare la scelta del cammino adottivo. Su questo punto è necessario lanciare un forte appello alle istituzioni nazionali ed internazionali, affinchè regolamentino più adeguatamente il mondo dell’adozione, tutelando sempre il diritto dei bambini, e compiendo ogni sforzo affinchè ogni bambino possa rimanere nella sua famiglia di origine. Ma laddove questo non sia possibile, è doveroso favorire l’inserimento del minore in una nuova famiglia disposta all’accoglienza, cercando di snellire quella burocrazia eccessiva che conduce le coppie senza figli a percorrere vie alternative per diventare mamma e papà, come possono essere la procreazione assistita o la maternità in affitto.

Nella speranza che la sensibilità dei governi possa  produrre aggiustamenti alle procedure nazionali ed internazionali, esistono alcune soluzioni che possono essere prese in considerazione già da subito.  Oggi si assiste al fenomeno di famiglie avanti con l’età, per essere concreti madri e padri che hanno superato i quarant’anni, e chiedono di adottare bambini appena nati, o in età prescolare. Per questa ragione si crea un sovraffollamento di famiglie richiedenti di “bambini piccoli”, e questo comporta un ritardo nell’attesa.  Ma se l’adozione significa prima di tutta prendersi cura di un essere umano abbandonato, se l’adozione significa dare la centralità al bambino e al servizio amorevole dell’accoglienza, anche l’età passa in secondo piano. Allora sarà possibile aprirsi ad accogliere bambini più grandi anagraficamente, ma che in realtà da un punto di vista comportamentale dimostreranno molti meno anni.

In genere, per bambini più grandi si intendono quelli che hanno oltre otto anni di età. Ma esiste anche un’altra possibilità, quella di accogliere nuclei di fratelli, dove per nucleo si intende da tre in su. Anche questa è una scelta che può apparire impopolare, che richiede sicuramente coraggio e anche un pizzico di incoscienza. Ma quanta soddisfazione e pace comporta questa scelta, che presenta sicuramente situazioni di difficoltà, ma anche tanti momenti di gioia.  L’adozione è un disegno di pace prima di tutte per le famiglie, perchè la pace deriva ogni volta dal “toccare la carne di Cristo” che vive soprattutto nei più poveri ed abbandonati, come dice tante volte Papa Francesco. E’ una scelta che trasforma la vita, perchè non ci si sente solo genitori adottivi, ma si avverte la  consapevolezza di essere diventati figli adottivi di Dio. E’ un adottare per essere adottati.  L’adozione non è solo un azione dei genitori verso i figli, ma è anche un accoglienza dei figli verso i genitori. Per questo si chiama cammino adottivo, perchè ognuno va incontro all’altro. Nessuno deve rimanere fermo, ma ognuno cammina per accogliere l’altro.

Fonte: sito internet dell’AIBI

I rischi di una genetica selvaggia: una visione riduzionistica dell’uomo

geneticaLa storia della diagnosi prenatale e’ una storia recente che va di pari passo con lo sviluppo della tecnologia, da una parte, e con le nuove scoperte genetiche, dall’altra.

E’ dagli anni ’70 del XX secolo che la diagnosi prenatale si e’ diffusa a macchia d’olio fra il grande pubblico, permettendo a molte coppie di conoscere il corredo genetico del proprio figlio molto prima della nascita e spesso anche molto prima dell’insorgenza della malattia stessa. Il Progetto Genoma Umano ha inciso enormemente sulle possibilità della diagnostica prenatale, modificando da un lato l’offerta delle tecniche diagnostiche prenatali, dall’altro il vissuto della gravidanza per medici e gestanti. Quando il 7 aprile del 2000 fu annunciato il completamento del sequenziamento dell’intero genoma umano, in molti avevano creduto che finalmente si fosse giunti alla possibilità non solo di riconoscere e diagnosticare precocemente molte malattie genetiche ma che soprattutto si sarebbe stati in grado a breve anche di curarle. Sfortunatamente non fu considerato che la mappatura del genoma rappresentava solamente il primo passo di un lunghissimo percorso che era ben lungi dal vedere il traguardo della terapeutizzazione di molte malattie.

Il gap tra diagnosi e terapia si è andato ampliando enormemente lasciando medici e genetisti in una condizione particolare e pericolosa: sapere, conoscere di prossime o future malattie attraverso la diagnosi senza la possibilità di curare l’individuo risultato affetto. Questo “sapere senza poter fare” ha di fatto sollevato numerose questioni etiche e sociali, le quali avrebbero dovuto indurre i soggetti coinvolti – medici, scienziati, genetisti, istituzioni – a porsi delle domande non solo sull’immediato ma anche sulle conseguenze future, sulle ripercussioni a medio e lungo termine che alcune pratiche potevano far emergere. Sarebbe stato opportuno cioè invocare quel “principio di precauzione” che in altri ambiti è stato non solo evocato ma anche applicato in maniera incondizionata e che invece in ambito genetico prenatale è stato ritenuto limitante la libertà personale delle coppie e la possibilità di autodeterminazione della donna. Il principio di precauzione è una sorta di principio del sospetto rispetto a qualcosa da cui non so se potrò aspettarmi che ne venga qualcosa di buono per me, per la mia generazione e per le generazioni future, e pertanto nel dubbio mi comporto come se da ciò ne dovesse conseguire qualcosa di male per me.

Tale atteggiamento, una volta assunto, avrebbe permesso di riflettere sulle conseguenze che una tecnologia diagnostica come quella genetica può avere sulla natura dell’uomo, sulla dignità che ciascun uomo possiede e sul rapporto di pari e incondizionata libertà fra esseri umani. Non si è capito insomma – come invece fa argutamente riflettere Hans Jonas – che il possesso di una facoltà o di un potere non significa necessariamente il suo impiego. Siamo stati vittime di quello che sempre Jonas chiama “l’inevitabilità dell’applicazione”, ossia l’idea fondamentale della nostra cultura e della nostra società che sia necessaria “una continua applicazione  del suo potenziale tecnologico”. Se ci si fosse invece fermati a riflettere sulle conseguenze che le tecniche di diagnosi prenatale, senza una risposta terapeutica, avrebbero comportato, si sarebbe forse scoperto che esse in questo modo finiscono per essere altamente discriminatorie perché differenziano i soggetti umani in relazione a delle loro caratteristiche fisiche e biologiche, creando un nuovo tipo di razzismo genetico, e riportando in auge tutti i princìpi classici dell’eugenetica passata. Avendo però, grazie alla tecnologia e allo sdoganamento di una serie di pratiche quali l’aborto, anche uno strumento di sistematica eliminazione del soggetto malato.

La diagnosi genetica prenatale, quindi, quando non inserita in una prospettiva di presa in carico e cura del paziente, diventa un facile strumento di rifiuto che si limita a verificare se ciascun soggetto possiede quelle caratteristiche qualitativamente adatte per poter essere accettato.  Il rifiuto del soggetto portatore del difetto genetico porta all’eliminazione fisica dello stesso. L’avversione nei confronti della malattia – che entro certi limiti è giusta e comprensibile – finisce per avere il sopravvento e annientare la grandezza dell’essere umano che non viene più accettato nemmeno dalla sua famiglia. L’individuo, singolo di anima e corpo, e la grandezza e l’incommensurabilità della sua dignità che gli deriva semplicemente dal suo appartenere al genere umano, vengono schiacciati dal piccolo difetto genetico. L’uomo è ridotto alla somma dei suoi geni che non permettono, nella loro visuale microscopica, di guardare nell’uomo la sua grandiosa natura trascendente che travalica i suoi limiti e i suoi difetti fisici. Questa visione riduzionistica dell’uomo ha inciso profondamente sul vissuto della gravidanza, la quale non riesce più a seguire il suo andamento naturale scandito, nel corso dei nove mesi, dalla trasformazione della donna che protegge il figlio nel suo ventre preparandosi ad accoglierlo.

La gravidanza e i suoi tempi, invece, sono stati sottoposti a delle inesorabili scadenze diagnostiche che rappresentano piuttosto delle tappe per il “controllo qualitativo del prodotto”, secondo una logica che prevede il rifiuto e l’eliminazione dell’oggetto se risultato difettoso ai controlli.  Ciò non vuol dire che la diagnosi prenatale di per sé sia eticamente sbagliata. Quando essa infatti è calata in un contesto medico-assistenziale che prevede la presa in carico, la cura, la terapia – quando possibile – e infine l’accompagnamento dei feti affetti da patologie terminali fino alla loro fine naturale, essa si trasforma in ausilio medico e speranza di amore, vita e accoglienza incondizionata per quel determinato feto e per la sua famiglia. Ad essere rifiutata non è pertanto la diagnosi genetica prenatale in toto, ma solo quella prospettiva che la utilizza per stanare il feto affetto da patologia o malformazione ed eliminarlo al più presto in gravidanza. Quella che va rifiutata è perciò la riduzione dell’essere umano, a prescindere dal suo stadio di sviluppo, alla somma dei suoi geni, al suo pedigree genetico come si farebbe per qualsiasi animale da allevamento.

Di Martina De Nicola

Zenit

Dolce morte o amara verita’?

dolcemorteSi chiama eutanasia e il suo nome viene dal greco, letteralmente e’ la “buona  morte”, ma ora la chiamano anche “dolce morte”. Nel nostro tempo non siamo  piu’ abituati alla sofferenza, ci siamo fatti di anestesia, non sappiamo  convivere con il dolore o meglio non lo mettiamo nei conti di una vita che  immaginiamo perfetta, non solo perche’ non contempla le difficolta’, ma anche  perche’ e’ pluripotenziata: non moriamo per la febbre, ma possiamo anche  lavorare durante la malattia e guarire in poco tempo e facilmente, sta tutto  in una pillola. Ma quando la pillola non c’è? Quando non bastano neppure le  ormai desuete cure chirurgiche invasive? Se il male che porto dentro mi sta  portando verso la morte? Vale la pena vivere e soffrire?    L’esperienza del magistrato calabrese andato in Svizzera per sottoporsi ad  eutanasia, di cui si è parlato qualche tempo fa, di certo non ci deve  portare a giudicarlo, ma ci dà la possibilità di riflettere sul suo gesto,  su quel viaggio. Quello da cercare di capire è se sia stato un viaggio di  speranza o di disperazione. Io opto per la seconda opzione, forse anche solo  per il luogo comune che “dove c’è vita, c’è speranza” e quindi dove c’è la  morte non può che esserci una ferita di disperazione.  A nessuno di noi viene di certo di mettere in conto la sofferenza nella  vita, ma quando questa arriva? Quello che entra in gioco è di certo il  concetto che abbiamo di vita, ma non della altrui, si parla della nostra.  Fino a che punto posso spingermi a soffrire? Qual è il limite che mi spinge  a tirare il freno, fino a spegnere il motore che mi anima? Di certo sapendo  che la malattia di quell’uomo non solo era curabile, ma addirittura non c’è  mai stata, viene da chiederci se vale la pena morire così, se si possa  permettere di scegliere se morire anticipatamente. Qui siamo in gioco tutti  noi perché probabilmente presto in Italia ci pronunceremo  circa questo  tema.    Penso quanto sia difficile per una famiglia convivere con un membro malato,  paragonando la famiglia al corpo potrei dire che è come vivere senza la  vista, oppure senza le gambe: nessuno di noi farebbe morire una persona solo  perché paralitica o cieca. Eppure pensiamo di permettere alle persone di  andare a morire per un male, giustificando questo con l’aggettivo  “incurabile”. Se dobbiamo aiutare un cieco, cerchiamo di potenziare gli  altri sensi, penso ad esempio ai musei tattili che si stanno diffondendo in  tutto il mondo. Se dobbiamo aiutare un paralitico gli diamo una carrozzina o  un’auto con i comandi manuali. Così bisogna fare con gli ammalati che  diciamo incurabili. Io preferisco il termine “importanti”, perché penso che  la cura, più che fisica, sia affettiva. Quello che mi chiedo è: perché, se  quando abbiamo un corpo che soffre in una parte potenziamo tutto ciò che gli  sta intorno, quando abbiamo un ammalato importante, non potremmo potenziare  lui con tutto l’amore – soprattutto l’amore! – e la scienza possibili e la  sua famiglia in modo che possa vivere relazioni solide e felici? Potrebbe  essere un’idea pagare le nostre tasse per progetti di potenziamento come  questo, piuttosto che per aprire cliniche per l’eutanasia?    Ogni vita è degna di essere vissuta: chi di noi passando di fianco ad un  uomo che si sta gettando da una finestra continuerebbe sulla sua strada  senza intervenire? Eppure tanti di noi continuano le loro faccende  quotidiane, senza pensare che tanti si tolgono la vita cercando una dolce  morte, forse per nascondere un’amara verità. 

Leonardo Arca  http://cogitoetvolo.it/dolce-morte-o-amara-verita/

Chiara Corbella Petrillo: la seconda Gianna Beretta Molla

A volte Dio come un buon giardiniere scende nel suo orto per controllare i fiori che ha piantato e se trova uno particolarmente bello, lo prende con Se’ e lo porta nella Sua casa.

E’ successo proprio questo con la “nascita al Cielo” della giovane Chiara Petrillo, dopo una sofferenza di circa due anni provocate da un tumore. Il suo funerale è stata una grande festa a cui hanno preso parte circa mille persone che hanno occupato la chiesa fino ai suoi balconcini più alti, cantando, suonando, applaudendo e pregando dall’ingresso della bara fino alla sua uscita.

Non si può restare impassibili di fronte a questa storia di santità dei nostri giorni. Una storia che merita di essere conosciuta e raccontata, come hanno scritto molti utenti nei loro commenti, perché è una dimostrazione di come sia possibile realizzare oggi le parole di Giovanni Paolo II quando disse: “Tutti possono aspirare alla santità, la misura alta della nostra vita quotidiana”.

Soprattutto è la prova che, nonostante siamo immersi oggi in una società egoista che insegna a salvaguardare il proprio benessere prima di ogni altra cosa, c’è ancora chi, con la forza della fede, è capace di morire per l’altro, di sacrificare la propria vita pur di permettere ad una nuova di nascere.

Questa ragazza romana di soli 28 anni, bella, solare, con il sorriso sempre sulle labbra, è morta, infatti, per aver rimandato le cure che avrebbero potuto salvarla, pur di portare a termine la gravidanza del suo Francesco, un bambino atteso fin dal primo momento del suo matrimonio con Enrico.

Non era la prima gravidanza di Chiara. Pochi mesi dopo le nozze, la ragazza era rimasta incinta di Maria, una bimba a cui sin dalle prime ecografie, era stata diagnosticata un’anencefalia, ovvero una malformazione congenita per cui sarebbe nata priva totalmente o parzialmente dell’encefalo.

I due giovani sposi accolsero senza alcuna esitazione questa nuova vita come un dono di Dio, nonostante i medici avessero tentato più volte di farli desistere. E gioirono per tutti i 30 minuti di vita della piccola, celebrando il battesimo e accompagnandola nella sua «nascita in cielo».

Alcuni mesi dopo, una nuova gravidanza. Anche in questo caso, però, la gioia della notizia venne minata dalle prime ecografie che non facevano presagire nulla di positivo. Il bimbo, un maschietto di nome Davide, sarebbe nato senza gli arti inferiori.

Armati dalla fede e dall’amore che ha sempre sorretto il loro matrimonio, i due sposi decisero di portare a termine la gravidanza. Una scelta “incosciente e ostinata” ha scritto qualcuno sul web, ma sicuramente una scelta di fede, frutto della convinzione che le chiavi della vita e della morte sono custodite solo da Dio.

Verso il settimo mese, una nuova ecografia rivelava delle malformazioni viscerali con assenza degli arti inferiori per il piccolo Davide. “Il bambino è incompatibile alla vita” era la sentenza. Incompatibile forse alla vita terrestre, ma non a quella celeste.

La coppia infatti ha atteso la nascita del bambino, il 24 giugno 2010, e dopo aver celebrato subito il suo battesimo, ha accompagnato con la preghiera la sua breve vita fino all’ultimo respiro.

Sofferenze, traumi, senso di scoraggiamento, ma Chiara ed Enrico non si sono mai chiusi alla vita, tanto che dopo qualche tempo arrivò un’altra gravidanza: Francesco.

Questa volta le ecografie confermavano la buona salute del bimbo, tuttavia al quinto mese a Chiara i medici diagnosticarono una lesione della lingua che dopo un primo intervento, si confermò essere la peggiore delle ipotesi:  un carcinoma.

Da lì in poi una serie di combattimenti. Chiara e il marito, però, non hanno perso la fede e “alleandosi” con Dio decisero ancora una volta di dire sì alla vita.

Chiara difese Francesco senza alcun ripensamento e, pur correndo un grave rischio, rimandò le cure portando avanti la maternità. Solo dopo il parto, infatti, la giovane potè sottoporsi a un nuovo intervento chirurgico più radicale e poi ai successivi cicli di chemio e radioterapia.

Francesco è nato sano e bello il 30 maggio 2011; ma Chiara, consumata nel corpo fino a perdere anche la vista dell’occhio destro, dopo un anno, non ce l’ha fatta. Mercoledì, verso mezzogiorno, circondata da parenti e amici, ha terminato la battaglia contro il “drago” che la perseguitava, come lei definiva il tumore, in riferimento alla lettura dell’Apocalisse.

Come, però, si legge nella medesima lettura – scelta non a caso nella cerimonia funebre – una donna ha sconfitto il drago. Chiara, infatti, avrà perso il suo combattimento terreno, ma ha vinto la vita eterna e ha donato a noi tutti una vera testimonianza di santità.

Con Chiara “stiamo vivendo, quello che 2000 anni fa visse il centurione, quando vedendo morire Gesù disse: Costui era veramente figlio di Dio” ricorda frate Vito, giovane francescano, conosciuto ad Assisi, che ha assistito spiritualmente Chiara e la sua famiglia nell’ultimo periodo, trasferendosi anche nella loro casa.

“La morte di Chiara è stata il compimento di una preghiera” ha proseguito. La giovane, difatti, ha raccontato il frate, “dopo la diagnosi medica del 4 aprile che la dichiarava ‘malata terminale’, ha chiesto un miracolo: non la guarigione, ma di far vivere questi momenti di malattia e sofferenza nella pace a lei e alle persone più vicine”.

“E noi – ha detto ancora frate Vito, visibilmente emozionato – abbiamo visto morire una donna non solo serena, ma felice”. Una donna che ha vissuto spendendo la sua vita per l’amore agli altri, arrivando a confidare ad Enrico “forse la guarigione in fondo non la voglio, un marito felice e un bambino sereno senza la mamma rappresentano una testimonianza più grande rispetto ad una donna che ha superato una malattia. Una testimonianza che potrebbe salvare tante persone…”.

A questa fede Chiara è arrivata pian piano, ha precisato frate Vito, “seguendo la regola appresa ad Assisi dai francescani che tanto amava: piccoli passi possibili”. Un modo, ha spiegato, “per affrontare la paura del passato e del futuro di fronte ai grandi eventi, e che insegna a cominciare dalle piccole cose. Noi non possiamo trasformare l’acqua in vino, ma iniziare a riempire le giare. Chiara credeva in questo e ciò l’ha aiutata a vivere una buona vita e quindi una buona morte, passo dopo passo”.

Un grande passo, però, ora Chiara l’ha compiuto: il matrimonio celeste con il suo Sposo “pronto per lei” – come cantavano i giovani del suo gruppo parrocchiale – tanto che per l’occasione nella bara era vestita con il suo abito nuziale.

Chiara, ora, potrà “accudire i suoi Maria e Davide” e “pregare per Francesco” come scriveva nella lettera lasciata a suo figlio, letta oggi da Enrico.

E tutti noi, così come questa mattina abbiamo portato via dalla Chiesa una piantina – per volontà di Chiara che non voleva fiori al suo funerale, ma che ognuno ricevesse un dono – portiamo nel cuore un “pezzetto” di questa testimonianza, pregando e chiedendo la grazia a questa giovane donna che forse un domani chiameremo Beata Chiara Corbella.

di Salvatore Cernuzio

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San Domenico, o parlava con Dio, o parlava di Dio

Domenico era dotato di grande santità ed era sostenuto sempre da un intenso impeto di fervore divino. Bastava vederlo per rendersi conto di essere di fronte a un privilegiato della grazia.
V’era in lui un’ammirabile inalterabilità di carattere, che si turbava solo per solidarietà col dolore altrui. E poiché il cuore gioioso rende sereno il volto, tradiva la placida compostezza dell’uomo interiore con la bontà esterna e la giovialità dell’aspetto.
Si dimostrava dappertutto uomo secondo il Vangelo, nelle parole e nelle opere. Durante il giorno nessuno era più socievole, nessuno più affabile con i fratelli e con gli altri. Di notte nessuno era più assiduo e più impegnato nel vegliare e pregare.
Era assai parco di parole e, se apriva la bocca, era o per parlare con Dio nella preghiera o per parlare di Dio. Questa era la norma che seguiva e questa pure raccomandava ai fratelli.
La grazia che più insistentemente chiedeva a Dio era quella di una carità ardente, che lo spingesse a operare efficacemente alla salvezza degli uomini. Riteneva infatti di poter arrivare a essere membro perfetto del corpo di Cristo solo qualora si fosse dedicato totalmente e con tutte le forze a conquistare anime. Voleva imitare in ciò il Salvatore, offertosi tutto per la nostra salvezza.
A questo fine, ispirato da Dio, fondò l’Ordine dei Frati Predicatori, attuando un progetto provvidenziale da lungo accarezzato.
Esortava spesso i fratelli, a voce e per lettera, a studiare sempre l’Antico e il Nuovo Testamento. Portava continuamente con sé il vangelo di Matteo e le lettere di san Paolo, e meditava così lungamente queste ultime da arrivare a saperle quasi a memoria.
Due o tre volte fu eletto vescovo; ma egli sempre rifiutò, volendo piuttosto vivere con i suoi fratelli in povertà. Conservò illibato sino alla fine lo splendore della sua verginità.
Desiderava di essere flagellato, fatto a pezzi e morire per la fede di Cristo. Gregorio IX ebbe a dire di lui: «Conosco un uomo, che seguì in tutto e per tutto il modo di vivere degli apostoli; non v’è dubbio che egli in cielo sia associato alla loro gloria».

Dalla «Storia dell`Ordine dei Predicatori»  (Libellus de Principiis O.P:; Acta canoniz. sancti Dominici; Monumenta O.P. Mist. 16, Romae 1935, pp. 30 ss., 146-147)

La malattia che ha trasformato Joaquin

“L’Opus Dei mi ha fatto scoprire che il mio lavoro è la mia malattia”

E’ la prima volta che il giornalista intervista una persona che giace a letto. Però è bene che l’intervistato stia a suo agio. Joaquín Romero, barcellonese, un architetto di 35 anni, è stato colpito dalla sclerosi multipla irreversibile. Ed ha sempre il sorriso sulle labbra… Intervista pubblicata sul “Diari de Tarragona” (Spagna).

A. Coll // Diari de Tarragona
12 Novembre 2003

Joaquín Romero è stato colpito dalla sclerosi multipla, una malattia incurabile, progressiva e degenerativa. Ogni tanto ha bisogno di abbandonare la sedia a rotelle, nella quale rimane tutto il giorno, per cambiare un poco di posizione. L’intervistato, sorridente, commenta con l’allegria che non lo abbandona mai: “Mi sembra di stare davanti a uno psichiatra”. E il giornalista sta al gioco, facendo una prima domanda classica:

Chi è Joaquín Romero?
Ogni tanto me lo chiedo anch’io. Mi dico: “Dio mio, chi è questa persona che ora cammina nella sedia a rotelle? Io studiavo, giocavo al calcio, facevo una vita normale. E questo della sedia sembra un’altra persona. Allora metto i piedi a terra e mi dico: sei lo stesso, Joaquín, solo che è cambiata la situazione”.

Che cosa si sente quando la malattia bussa alla porta?
E’ come se ti arrivasse in casa un invitato di riguardo, che si presenta senza essere stato invitato. Non sai se dirgli: “Che gioia!” oppure “Per te non c’è niente da mangiare”. Poi devi accettarlo, perchè non si può mandarlo via di casa; bisogna saperlo trattare, parlargli, ascoltarlo, per sapere che cosa vuole, che cosa gli si addice.

Si finisce col voler bene all’invitato imprevisto?
Sì, ma non per lui stesso. La sofferenza non è un bene in sè, come una casa, un’automobile, un amico. Il dolore non lo si ama e basta; bisogna appoggiarsi a qualcosa, alle stampelle. E allora il dolore è lo stesso, ma il modo di sopportarlo è diverso.

Dove hai trovato queste stampelle?
In Dio. Nel mio caso, attraverso l’Opus Dei, secondo il quale gli ammalati sono un tesoro. Io pensavo che non avrei potuto lavorare, che non avrei potuto avere una vita sociale, ma l’Opera mi ha fatto scoprire che il mio lavoro dovrà essere la mia malattia e che avrei avuto la possibilità di cercare di essere migliore io stesso e di avvicinare altre persone a Dio, per esempio, col sorriso. Sono stato a Roma, alla canonizzazione del Fondatore dell’Opus Dei. Il giorno prima ero a letto, a Barcellona, prostrato dall’effetto prodotto dal cortisone che mi avevano dato per una recente recrudescenza della malattia. Il giorno seguente, però, ero in Piazza San Pietro, con la mia sedia a rotelle che, come tante altre, si apriva il passo fra tanta gente. Sono stato felice, ma mi sono stancato molto. Il mio invitato era con me, come sempre.

Quando è arrivato l’invitato?
Quando avevo 22 anni. La mia vita fino allora aveva avuto due momenti particolarmente magici. Il primo è stato quando avevo 14 anni e ho terminato la scuola dell’obbligo con buoni voti. Sono andato in vacanza a Minorca con la mia famiglia, poi in Italia con alcuni amici. Giocavo a calcio, mi piaceva molto. Il secondo, quando ho cominciato i corsi di architettura. Avevo grandi progetti per la mia vita: riuscire a essere un buon professionista, sposarmi e avere molti figli.

E d’improvviso irrompe la malattia…
Non tanto improvvisamente. Il primo anno l’ho passato in mano ai medici che mi studiavano. Ho terminato gli studi, ma gli esami scritti finali non sono riuscito a farli perchè le mani si paralizzavano.

Quando è arrivata la sedia a rotelle?
Quando non ne ho potuto più farne a meno. Prima ho utilizzato una stampella; poi, due; e un giorno, la sedia. Volevo andare al funerale del padre di un amico e sentivo di non avere la forza di camminare per 50 metri dal parcheggio alla chiesa. Un amico mi portò in macchina, e mise dentro anche una sedia a rotelle nel caso ne avessi avuto bisogno. Tentai di farcela con l’aiuto delle stampelle, ma non ci riuscii. Allora chi mi accompagnava tirò fuori dalla macchina la sedia, mi ci misi su, e arrivato in chiesa mi sentii morire. Tutti mi guardavano; mi sentivo pugnalato da tanti occhi.

Ci si abitua?
Sì; quello a cui uno non si abitua mai è che certe volte la gente, vedendoti su una sedia a rotelle, ti tratti come se non fossi normale. Invece, noti il desiderio di aiutare che hanno molti. Credo che anche noi li aiutiamo ad essere migliori, ad avere buone disposizioni verso gli altri.

Che cosa vuoi fare in questa situazione?
Vorrei mettermi a lavorare. Con mio fratello Borja, ingegnere di telecomunicazioni, dieci anni più giovane di me, abbiamo ristrutturato la casa perchè possa essere autosufficiente, andare dal letto al bagno e alla doccia o possa aprire la porta, le finestre, accendere il televisore, parlare al telefono, scrivere al computer, ecc.

Ci siete riusciti?
Sì; e poi abbiamo fondato una ditta con le nostre iniziali – “B & J Ristrutturazioni” – e abbiamo cominciato a cercare clienti, persone diventate paraplegiche o tetraplegiche a causa di una malattia o di un incidente. Siamo in contatto con l’istituto Guttmann, il più famoso, e con altri centri di riabilitazione, con assistenti sociali… e ci offriamo di adattare la casa o l’appartamento dell’invalido, di fargli un vestito commisurato alle sue necessità concrete dovute alla situazione in cui si trova. E lo facciamo con l’aiuto delle nostre conoscenze tecniche e della mia esperienza personale.

Hai clienti?
Sì, anche se non è facile. Bisogna vincere, da parte loro, la tentazione dello scoraggiamento. Mi favorisce il fatto che posso parlare loro da sedia a sedia, e non come quelli che dicono di mettersi nei loro panni a distanza.

Che cosa dice a un cliente il quale, fra quelli che vengono a vederlo, si ribella domandandosi perchè Dio permette la sua sofferenza?
Comincio dicendogli che è molto positivo che si sia fatta questa domanda, perchè a qualunque domanda si deve cercare una risposta. Poi gli dico che io posso dargli una mano per tentare di trovare la risposta. Un motivo potrebbe essere quello di ricordarci di più di Dio, che forse avevamo dimenticato. Se così fosse, è un’occasione in più per stargli vicino, per cominciare a trattarlo, chiedergli perdono, dargli un bacio attraverso la confessione.
Gli direi anche: vallo a trovare davanti al Tabernacolo, lamentati, parlagli e quando non ti viene in mente niente, vattene e ritorna un altro giorno. Non pretenderai di conoscerlo in due giorni. Per avere un amico bisogna trattarlo.

Che cos’è il dolore per lei? Come lo definisce?
E’ la chiave, la risposta a molti interrogativi di una persona credente. Non ha nessun senso se non passa per la trascendenza. Ti insegna a conoscerti di più, a mettere ogni cosa al suo posto. E a conoscere meglio gli altri, ad essere comprensivo con i loro limiti.

Guerra al porno, male oscuro

Lottare contro la dipendenza dalla pornografia che inquina la mente, schiavizza le persone e disgrega le famiglie, è difficile ma non impossibile. Il primo passo è quello di informarsi, capire quanta ingiustizia e quanta sofferenza esiste in questo mercato che si alimenta innanzi tutto con la fragilità delle persone. Lo spiega lo psicoterapeuta americano Peter Kleponis, che ha messo a punto un metodo psicologico capace di armonizzare scienze umane e spiritualità cristiana.

Perché tanto impegno nella lotta contro la pornografia?
Ho deciso di specializzarmi nel trattamento della dipendenza sessuale perché ho visto una grande emergenza e una grande sofferenza. Ormai da una decina d’anni incontro nella mia professione tanti uomini che mi chiedono di aiutarli a combattere contro questa dipendenza. Spesso sono le mogli che mi pregano di sostenere i mariti. Allora ho studiato il problema, ho frequentato corsi di specializzazione e ho esaminato i metodi più opportuni per trattare questa dipendenza sessuale. Ho anche sviluppato il primo programma per la dipendenza dalla pornografia con un approccio coerente con la fede cattolica.

Quali sono le industrie che ottengono profitto da questo mercato? Una lista lunghissima: mass media, prostituzione, giocattoli sessuali, traffico di esseri umani, negozi porno, tecnologia informatica (social media, videogiochi, app). Oltre ai profitti ricavati dai consumatori, queste industrie guadagnano milioni di dollari dagli inserzionisti. Si tratta di un’industria che fattura miliardi di dollari e che prospera sulle ferite psicologiche delle persone.

Possiamo tentare un identikit delle vittime?

Le prime vittime – capisco che può sembrare strano – sono i protagonisti stessi, cioè attori porno, donne e uomini. Sono persone che accettano di entrare in questo mercato perché, per la maggior parte, profondamente fragili e ferite. Molti sono dipendenti dal sesso, dalla fama e dal denaro. La maggior parte, almeno negli Usa, ha trascorsi di abusi. Spesso lottano anche con la dipendenza da droga e alcol. La loro aspettativa di vita media è di 37 anni, perché logorate da sovradosaggi di farmaci, da malattie sessualmente trasmissibili e purtroppo anche dai suicidi.

Attori a parte, quali persone cadono in questa dipendenza?
La maggior parte delle persone che ricorrono alla pornografia presenta profonde ferite emotive. Il tentativo di fuggire da varie forme di sofferenza li porta a diventare dipendenti. Ma anche i familiari di queste persone sono vittime, soprattutto mogli e mariti di coloro che vivono questa dipendenza, e che sperimentano la delusione del tradimento. Molti di loro lottano con disturbi da stress post-traumatico.

Con quali conseguenze?
Negli Stati Uniti, la dipendenza da pornografia risulta tra i fattori determinanti nel 56% dei divorzi. Tanti perdono il lavoro. C’è una dipendenza compulsiva che induce il ricorso alla pornografia anche sul posto di lavoro. E le aziende oggi hanno politiche rigorose, per cui scatta spesso il licenziamento. Come difendere i giovani da questo rischio? Sono le persone più vulnerabili. Soprattutto i giovanissimi. L’età media dei bambini che incontrano per la prima volta la pornografia hard-core sulla rete è di otto anni. La più grande popolazione di utenti di pornografia via Internet è costituita da adolescenti tra i 12 e i 17 anni.

E i genitori come possono intervenire?
Devono innanzi tutto tenere conto che i giovanissimi sono nativi digitali. Espertissimi nell’uso di computer, tablet, telefoni cellulari, sistemi di videogiochi, applicazioni e tutte le forme di social media. L’industria della pornografia è consapevole di questo e ricorre a tecnologie sempre più avanzate per attirare i giovani verso la pornografia e per renderli poi dipendenti. Ciò assicura clienti permanenti. Sanno bene che questi ragazzini andranno alla scoperta di tutto quanto ha sapore di novità tecnologica.

Pensa che sia veramente possibile elaborare una strategia per spezzare il dominio della pornografia su Internet?
Credo che le persone possano contrastare in modo efficace il loro bisogno di ricorrere alla pornografia e liberarsi da questa dipendenza. Attualmente negli Stati Uniti ci sono diversi programmi di aiuto. Il successo degli interventi richiede da parte delle persone che vi ricorrono totale onestà e trasparenza. Ma anche senso di responsabilità e disponibilità di aprirsi a una dimensione valoriale e di spiritualità. Lei parla spesso di un programma di recupero coerente con una visione cristiana della vita.

Possiamo capirne qualcosa in più?
Sì, il programma che ho messo a punto intende contrastare la dipendenza dalla pornografia attingendo anche dalla spiritualità e dalle virtù della fede cattolica. Li chiamo i sette punti di recupero. Proviamo ad elencarli Sì, il primo punto riguarda onestà, conoscenza e impegno. E cioè assumere la responsabilità della propria dipendenza, e riconoscere le proprie debolezze. Gli altri punti, in estrema sintesi, riguardano la necessità di purificare cuore e mente anche con un’informazione approfondita del male rappresentato dall’industria pornografica; lasciarsi aiutare dai terapeuti, ma anche dai familiari e da un direttore spirituale; seguire con impegno il programma di counseling: non trascurare la preghiera; riscoprire il valore dell’educazione e di virtù cristiane come speranza, umiltà, onestà, pazienza, perseveranza, sacrificio, fiducia.
Luciano Moia – Avvenire

Piccola guida agli assegni per la nascita di un figlio

bambino_salvadanaio_Gli assegni alla nascita di un figlio spettano in generale a cittadine italiane, comunitarie o non comunitarie (con regolare carta o permesso di soggiorno) residenti in Italia al momento del parto.
In questa pagina, le risposte essenziali a tre domande:
1 – Quali sono le condizioni per averli?
2 – A chi bisogna fare la domanda e quando?
3 – Di quale entità sono gli assegni?

Assegno di maternità dello Stato [1]
Può richiederlo la madre lavoratrice o con almeno 3 mesi di contribuzione tra i 18 e i 9 mesi prima del parto (lavoro subordinato, parasubordinato, autonomo). [1] Bisogna fare la domanda all’INPS entro sei mesi dalla nascita. Sarà erogato entro 120 giorni dalla data della domanda. [1] L’ammontare della misura intera è di circa 1.900 euro.

Assegno di maternità dei Comuni (erogato dall’INPS) [1]
La madre ne ha diritto in presenza di determinati requisiti di reddito e patrimonio (indicatore ISEE). Non è cumulabile con altri trattamenti previdenziali. La domanda deve essere presentata al Comune di residenza entro 6 mesi dalla nascita del bambino. [1] L’ importo complessivo è di circa 1.545 euro.

Assegno per nucleo familiare con tre figli minori (erogato dall’INPS in due rate semestrali) [1]
Ne hanno diritto le famiglie con almeno 3 figli minori e con redditi e patrimonio limitati (verifica valore ISEE). [1] La domanda deve essere presentata al Comune di residenza entro il 31 gennaio dell’anno successivo a quello per il quale si chiede l’assegno. L’importo è di 141 euro mensili per 13 mensilità annue, e se ne ha diritto fino a quando il nucleo ha tre figli in minore età.

Assegno di natalità (Bonus Bebè)
È previsto per ogni bambino nato o adottato tra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017 se l’ISEE del genitore richiedente è inferiore ai 25.000 euro. L’importo dell’assegno è raddoppiato se l’ISEE è inferiore ai 7.000 euro. [1] La domanda deve essere presentata telematicamente all’INPS entro 90 giorni dalla nascita o dall’adozione (altrimenti si perdono delle mensilità). [1] L’assegno consiste in 80 euro al mese dal mese di nascita fino al compimento del terzo anno di età o dal mese di ingresso nel nucleo familiare se il bimbo è adottato. La cifra è raddoppiata (160 euro) se l’ISEE è inferiore a 7.000 euro

Premio alla nascita (800 euro)
Il premio alla nascita di 800 euro (bonus mamma domani) viene corrisposto dall’INPS per la nascita o l’adozione di un minore, a partire dal 1° gennaio 2017, su domanda della futura madre al compimento del settimo mese di gravidanza (inizio dell’ottavo mese di gravidanza) o alla nascita, adozione o affido.