Lettera sulla povertà (Sant’Ignazio di Loyola)

Peter Paul Rubens, Public domain, via Wikimedia Commons

A GIAN PIETRO CARAFA – Venezia, 1536 – MI Epp I 114-118

IHS Considerando che la nostra tanto desiderata vita ed eterna beatitudine ha la sua solida consistenza nell’intimo e autentico amore di Dio, nostro Creatore e Signore, e che essa ci lega e obbliga tutti quanti ad un amore sincero, senza finzione, vero nello stesso Signore, da cui attendiamo la salvezza, che vien meno solo per la nostra fiacchezza o colpa o grande miseria, ho pensato di scriverle questa lettera. Non lo farò con quel fasto comune a molti – che io non condanno, se è ordinato nel Signore -, per ché chi esce dal mondo, disprezzando dignità e altri onori temporali, si suppone che non voglia essere onorato né stimato con complimenti: sarà infatti più grande chi in questa vita si fa più piccolo. La sciando dunque da parte tutto quanto potrebbe allontanarci dalla vera pace interiore ed eterna, per l’amore e la riverenza di Cristo nostro Creatore, Redentore e Signore, domando che la presente sia letta con lo stesso amore e la stessa volontà con cui è stata scritta. Questa volontà è tanto sana e sincera e che, senza fare alcuna differenza, con tutte le forze concessemi senza mio merito, prego e domando alla sua infinita e somma bontà che mi voglia accordare tanto bene in questa vita e nell’altra quanto per la sua persona ne desidero; chiedo e imploro sia per l’anima sia per il corpo come per tutto quanto riguarda il santissimo servizio che gli è dovuto.
Così, con questa volontà disposta a servire tutti quelli che sento essere servitori del mio Signore, parlerò di tre cose con quella semplicità e quell’amore con cui parlerei a me stesso. Non già per dare parere o consiglio, poiché è sempre meglio prendere con umiltà che dare senza di essa, ma per avvertire e spingere a ricorrere sempre al Signore, da cui viene ogni parere buono e ogni sano consiglio.

1) Credo di avere abbastanza argomenti, ragioni probabili e congetture sufficienti per temere o pensare in vera pace, amore e carità che la compagnia affidatale da Dio N.S. non possa espandersi, mentre, se fosse più numerosa, potrebbe servire e lodare il Signore maggiormente. Certo non esprimo quanto sento su questo argomento. Chiedendomi tuttavia la causa di ciò, dopo essermi raccomandato spesso e molto a Dio N.S., mi è sembrato bene scrivere quanto segue, come gli inferiori sogliono fare con i superiori, se possono consigliarli o essere loro utili in qualche occasione diretta o indiretta di servizio nel Signore.

2) Che una persona di elevata condizione, di grande nobiltà, dignità e stato, vada un po’ meglio vestita e abbia una stanza meglio attrezzata degli altri membri della compagnia, specialmente per i visitatori, non posso scandalizzarmene né restarne male impressionato: è giusto sottostare alle necessità e convenienze del tempo e una cosa che non sia perfetta non si può prendere in considerazione. Tuttavia sembra molto utile tener presente il ricordo dei santi, di un s. Francesco, di un s. Domenico e di molti altri, per apprendere come si comportavano con i loro nell’istituire la regola e nel dare l’esempio alle loro compagnie. È bene ricorrere alla vera e somma sapienza per domandare e ottenere maggiore luce e maggiore chiarezza allo scopo di ordinarsi totalmente al suo maggior servizio e lode. Molte cose intatti sono lecite che non sono però convenienti, come s. Paolo dice di se stesso1. Gli altri non devono prendere occasione di rilassamento, bensì esempio per andare avanti, specialmente i domestici, che sempre fanno attenzione alle parole e alle azioni, quando sono parole e azioni del loro superiore e maestro.

3) Ritengo come verità generale che Dio N.S. ha creato tutte le cose della vita presente per le necessità umane, il servizio e la conservazione degli uomini, specialmente dei migliori. Che il suo Istituto sì pio e santo sia una via verso la perfezione e uno stato perfetto, non ne dubito. Credo pure chi tutti quelli che vivono una vita irreprensibile sotto l’ubbidienza, sebbene non predichino né si vedano esercitarsi molto nelle altre opere di misericordia corporale, perché consacrati maggiormente ad altre opere spirituali e più importanti, debbano essere forniti di vitto e vestito come lo richiedono l’amore e la carità cristiana ed essi lo ricevono per progredire nel servizio e nella lode del loro vero Creatore e Signore. Tuttavia sembra abbastanza giusto e più sicuro sottolineare molto un punto, raccomandandolo totalmente al Signore, per mezzo del quale tutto si compie, per la maggiore edificazione di tutti e perché meglio possa conservarsi e svilupparsi il già iniziato e tanto pio e santo Istituto vostro. Si tratta delle ragioni che con qualche apparente fondamento possono opporre quelli che sono più deboli o più preoccupati delle cose di questo mondo e delle necessità della vita. È cosa assai difficile per loro perseverare lungo tempo in un simile Istituto religioso per tre cause o ragioni bene evidenti.

La prima è che non questuano il necessario pur non avendo di che vivere; la seconda, che essi non predicano; la terza, che non si esercitano molto nelle opere di misericordia corporali, come seppellire i morti, celebrare messe per loro, ecc. Mentre, anche se non mendicassero, le loro opere, come ho detto, apparirebbero agli occhi del popolo con la predicazione, ecc. Supposto che per questo non ci sia facoltà o disposizione opportuna, si potrebbe aver cura di avvertire le parecchie perché, quando vi fossero dei morti, li chiamassero per aiutarli a seppellirli, pregare per loro e celebrare messe gratuitamente.
Così essi, sembra, servirebbero meglio Dio N.S. in opere pie; il popolo sarebbe maggiormente spinto a sostentarli e lo farebbe con molto maggiore carità; gli altri chierici, venali, sarebbero spinti maggiormente al rimorso; quelli infine che vivono giustamente sarebbero maggiormente incoraggiati a perseverare e progredire. Posso ben dire che non già mendicare, ma servire Dio N.S. e sperare nella sua somma bontà basta per essere sostentati.

A questo i più deboli o i più preoccupati, come ho detto, delle necessità terrene, potrebbero opporre l’esempio di s. Francesco e di altri santi: questi speravano e confida vano molto in Dio N.S., ma senza trascurare i mezzi più adatti a conservare e sviluppare le loro famiglie religiose per il maggior servizio e la lode della sua divina maestà. Diversamente avrebbero creduto tentare il Signore cui servivano anziché seguire la via conveniente al suo servizio.
Ometto altre cose di troppa importanza per affidarle allo scritto. Non sono io che le ho sentite o immaginate, ma sono portate da altri o intese o affermate. Tutte queste cose, ben ponderate, a me basta presentarle ed esporle come farei con me stesso. E poiché non può seguire danno alcuno, ma piuttosto vantaggio dal raccomandarsi sempre più a Dio N.S., voglia egli, nella sua infinita e somma bontà, darci e comunicarci nuovi rimedi per i nuovi travagli. Gli piaccia, per la sua abituale pietà e per la sua somma grazia, e voglia egli in ogni cosa porre la sua santissima mano, perché tutto avvenga per il suo maggior servizio e la sua lode come lo desidero, chiedo e supplico sempre per le mie cose personali.
Colui che desidera essere servitore di tutti i servitori di Dio N.S.

(Sant’Ignazio di Loyola 1536)

Preghiere di Sant’Antonio da Padova a Dio Padre

Testamento spirituale di Sant’Ignazio di Loyola