
Tra i gruppi religiosi contemporanei che negano la tradizionale crocifissione di Gesù, i Testimoni di Geova sostengono che Cristo sia morto non su una croce, ma su un semplice palo. La teoria, formulata nel 1928, si basa soprattutto sull’interpretazione del termine greco staurós, che può indicare un oggetto di legno e, nel suo significato più antico, anche un palo. Il Vocabolario greco-italiano di L. Rocci e il Greek-English Lexicon di Liddell-Scott registrano l’ampiezza semantica del termine.
Analogamente, il termine greco xýlon, «legno», può indicare genericamente il legno utilizzato per l’esecuzione e, nel Nuovo Testamento, viene riferito anche alla Croce (At 5,30; 10,39). Staurós viene inoltre costantemente tradotto con crux, cioè «croce», e non con palus, «palo». Il termine non determina quindi, da solo, la forma dell’oggetto.
Per stabilire quale fosse la forma della Croce di Cristo è pertanto necessario considerare non soltanto il significato originario delle parole greche, ma anche il loro uso nel Nuovo Testamento, la pratica della crocifissione romana, le prime traduzioni latine e le testimonianze degli scrittori cristiani e pagani.
La crocifissione nel mondo romano
La crocifissione, originaria della Persia e praticata anche da popolazioni semitiche prima di Cristo, fu adottata dai Romani come pena di morte, soprattutto nei confronti degli schiavi ribelli e dei condannati ritenuti particolarmente pericolosi. La pena della croce rimase in uso fino al IV secolo, quando fu abolita da Teodosio il Grande.
Per i Romani le esecuzioni sulla croce erano frequenti e i pali verticali potevano essere già piantati nel luogo dell’esecuzione. Cicerone ricorda di averne fatto rimuovere uno dal Campo Marzio durante il proprio consolato e rimprovera Labieno di aver ordinato di «conficcare e stabilire la croce per il supplizio dei cittadini» (Pro Rabirio 3,10; 4,11).
I Romani utilizzavano diverse forme di croce, tra cui la crux immissa o capitata (†) e la crux commissa (T). La forma della croce è documentata anche negli autori classici, tra cui Plauto nella Mostellaria (v. 56), Plutarco in An vitiositas ad infelicitatem sufficit (499 D) e Luciano di Samosata ne Il giudizio delle vocali (12).
Gli autori latini distinguono inoltre la semplice applicazione a un palo dalla vera e propria crocifissione. Espressioni come ad palum alligare indicano il legamento al palo, mentre tollere e le formule in crucem tolli, crucem ascendere e in cruce excurrere richiamano l’innalzamento del condannato sulla croce.
La procedura romana ordinaria prevedeva che il condannato portasse sulle spalle il braccio trasversale della croce, il patibulum. Giunto sul luogo dell’esecuzione, gli venivano inchiodate le braccia alla trave trasversale, che veniva poi sollevata e fissata al palo verticale già predisposto. Il condannato poteva essere assicurato anche mediante corde e, quando necessario, con l’impiego di scale.
L’attaccatura a un unico palo verticale poteva verificarsi in circostanze particolari, per esempio per mancanza di legname, per ragioni di rapidità o durante esecuzioni di massa e sommarie, soprattutto in tempo di guerra.
La Croce e la condanna di Gesù
Per i cristiani la Croce è segno di redenzione, sintesi della fede e, nello stesso tempo, «segno di contraddizione». La condanna di Gesù fu eseguita dalle guardie del governatore secondo la procedura romana, come egli stesso aveva preannunciato: «Il Figlio dell’Uomo sarà consegnato ai pagani perché sia schernito, flagellato, crocifisso» (Mt 20,18-19).
Anche il Vangelo di Giovanni collega esplicitamente l’innalzamento del Figlio dell’Uomo alla sua morte: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo saprete che Io Sono» (Gv 8,28) e «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’Uomo» (Gv 3,14). Altro riferimento è quello in cui Gesù uscì dal pretorio «portando la croce» (Gv 19,17).
Le testimonianze cristiane dei primi secoli sviluppano ulteriormente questo linguaggio dell’innalzamento e descrivono la Croce attraverso immagini che implicano una struttura costituita da elementi verticali e trasversali.
L’Epistola di Barnaba, redatta tra il 96 e il 130 circa, collega la Croce alla forma della lettera greca tau (T). A metà del II secolo Giustino descrive la croce come costituita da una trave verticale intersecata da una trave trasversale e la collega simbolicamente a diverse realtà della Scrittura.
Negli Atti di Andrea, testo del II secolo, la Croce viene descritta come costituita da una parte verticale che si eleva verso il cielo, da una parte trasversale che si estende a destra e a sinistra e da una parte piantata nella terra:
«Una parte di te si eleva nei cieli […] un’altra parte si spiega a destra e a sinistra […] e una parte è piantata nella terra […] O croce, trofeo della vittoria di Cristo sui suoi nemici!».
Nel III secolo Ippolito paragona la Croce all’albero di una nave, intersecato dalla vela trasversale. L’immagine dell’albero della nave costituisce una delle metafore utilizzate dalla tradizione cristiana per rappresentare la struttura della Croce.
Anche Paolo, in Ef 3,17-18, utilizza il linguaggio dell’«ampiezza, lunghezza, altezza e profondità» dell’amore di Cristo, interpretato dalla tradizione cristiana anche in rapporto alla forma della Croce.
I simboli cristiani prima della raffigurazione del Crocifisso
Prima che la figura di Cristo sulla Croce si diffondesse nell’arte cristiana, le prime comunità utilizzarono diversi simboli per esprimere la fede nella morte e risurrezione di Cristo, tra cui l’Agnello immolato e l’ancora. Quest’ultima, oltre a richiamare la speranza e la salvezza, poteva evocare graficamente la forma della Croce. Wilpert ne individuò circa duecento esemplari nelle aree cimiteriali comprese tra II e V secolo.
Un altro importante simbolo cristiano del II secolo era il pesce. La parola greca ichthýs fu interpretata come acronimo della formula: Iesoûs Christòs Theoû Hyòs Sotér, cioè «Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore».
In alcune iscrizioni compaiono inoltre la T, associata alla Croce, e la X, iniziale greca di Christós. Giustino, nella Prima Apologia (60), mette in relazione la X presente nella filosofia platonica con il simbolismo della Croce e sostiene che Platone avrebbe conosciuto indirettamente le tradizioni mosaiche senza comprenderne pienamente il significato.
Tali simboli consentivano alle comunità cristiane di esprimere la fede nella Croce anche quando la raffigurazione diretta del Cristo crocifisso non era ancora comune.
Le testimonianze pagane e la derisione della Croce
La Croce era difficile da rappresentare apertamente anche per il carattere infamante che la crocifissione conservava nella cultura antica. Rappresentare un Messia crocifisso poteva infatti suscitare scandalo presso gli ebrei e disprezzo presso i pagani. Paolo stesso definisce Cristo crocifisso «scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1 Cor 1,23).
Una testimonianza significativa è il graffito del Palatino, databile all’inizio del II secolo, che raffigura un personaggio crocifisso con testa di animale e una figura in atteggiamento di adorazione, accompagnata dalla scritta «Alessameno adora Dio». La testa è stata interpretata come quella di un asino o di un mulo.
Un altro graffito, realizzato a Cartagine poco prima del 197 d.C., raffigura una figura umana con caratteristiche asinine e contiene una frase derisoria riferita al Dio dei cristiani.
L’accusa secondo cui i cristiani venerassero un dio dalla testa d’asino è riportata anche da Tertulliano, nell’Apologetico (XVI,1-3). Minucio Felice, nell’Ottavio (IX,3-4), riferisce analogamente questa accusa e collega esplicitamente il culto cristiano a «un uomo punito per un delitto con il sommo supplizio» e ai «ferali legni della croce».
Queste testimonianze mostrano che, già tra II e III secolo, la Croce e il Crocifisso erano oggetto di derisione e di accuse da parte degli avversari del cristianesimo. Come ha osservato Vittorio Messori in diversi suoi studi, se i primi apostoli e gli evangelisti avessero voluto costruire una storia falsa sulla vita di Gesù, difficilmente avrebbero scelto proprio la morte in croce, una delle forme di esecuzione più infamanti e disonorevoli dell’antichità. La crocifissione, infatti, non era un elemento che potesse facilmente favorire la credibilità della predicazione cristiana, ma costituiva piuttosto uno scandalo per il mondo antico.
La venerazione della Croce
La venerazione della Croce venne talvolta associata dai pagani all’idolatria. La concezione cristiana, tuttavia, distingue l’adorazione dovuta a Dio dalla venerazione rivolta alla Croce in quanto segno e immagine di Cristo. Il secondo Concilio di Nicea stabilì questa distinzione tra l’adorazione riservata a Dio e la venerazione tributata alle immagini sacre. Teodoro Studita la sviluppò ulteriormente, spiegando che la venerazione della Croce è relativa e si riferisce a Cristo, non al materiale di cui l’oggetto è composto.
Tertulliano testimonia inoltre, agli inizi del III secolo, l’uso del segno della Croce e dello sphragis, cioè il segno della Croce tracciato sul capo dei battezzandi.
Le prime raffigurazioni della Croce e del Crocifisso
La figura del Crocifisso rimase a lungo relativamente rara nell’iconografia cristiana. Prima del IV secolo, e soprattutto prima della liberalizzazione del cristianesimo, la Croce poteva essere rappresentata in forma simbolica attraverso l’ancora, il monogramma, la T, l’Albero della Vita e altri segni.
Con Costantino e la progressiva libertà concessa al cristianesimo, la Croce poté essere rappresentata pubblicamente e acquistò un nuovo significato. Con l’abolizione della pena della croce da parte di Teodosio il Grande, essa perse progressivamente il carattere infamante che aveva avuto nella società romana.
L’immagine dell’Albero della Vita, come nel mosaico di San Clemente a Roma, contribuisce allo sviluppo della simbologia della Croce.
Le testimonianze archeologiche
Tra le testimonianze della diffusione del simbolo della Croce nei primi secoli si ricordano:
Palmira e Dura Europos
Tra i primi esempi di croce cristiana senza figura umana vengono indicati la croce di Palmira e l’iscrizione di Dura Europos, datata al 163.
Ercolano e Ipogeo degli Aurelii
In Occidente compare la croce di Ercolano. Nell’Ipogeo degli Aurelii a Roma, databile circa al 253, è raffigurato un personaggio che indica la Croce.
Cimitero di San Callisto
Nel cimitero di San Callisto a Roma è conservata una croce su una lastra sepolcrale marmorea dedicata a Rufina Irene, databile al III secolo.
Gemma di Gaza
Una gemma di diaspro rosso, descritta nel Dictionnaire d’archéologie chrétienne et de liturgie di F. Cabrol e H. Leclercq, è stata interpretata come una delle più antiche raffigurazioni della Crocifissione. La gemma, rinvenuta a Gaza, in Siria, viene attribuita dal dizionario agli ambienti gnostici.
La raffigurazione presenta il Cristo crocifisso in modo realistico e drammatico, in contrasto con le rappresentazioni simboliche e gloriose della Croce.
Cornalina del British Museum
Una cornalina trovata a Costanza, in Romania, insieme ad altre gemme datate tra I e III secolo, è stata attribuita al II secolo. Raffigura Cristo nudo, con le braccia distese sulla traversa della Croce e sovrastante i dodici apostoli. Le lettere presenti sullo sfondo sono scritte al contrario, elemento compatibile con l’utilizzo dell’oggetto come sigillo.
Seconda cornalina
Una seconda cornalina, datata al III secolo, presenta Cristo con aureola e braccia distese, sostenuto dal suppedaneum. Sullo sfondo compare la scritta «Gesù Cristo».
Sarcofago del Museo Lateranense
Un sarcofago del IV secolo conserva una raffigurazione di Cristo crocifisso ed è indicato come testimonianza della progressiva diffusione dell’iconografia della Croce dopo la liberalizzazione del cristianesimo.
La Porta di Santa Sabina
Uno dei più importanti esempi antichi di raffigurazione della Crocifissione è il pannello della porta lignea di Santa Sabina a Roma, datato al V secolo.
Cristo è rappresentato frontalmente al centro del riquadro, più grande dei due ladroni ai lati. Ha gli occhi aperti, il volto barbato e i capelli lunghi; è cinto del perizoma e presenta le braccia allargate. Le mani sono inchiodate, mentre i piedi poggiano a terra.
La testa è lievemente volta verso destra, in direzione del Buon Ladrone, al quale sono riferite le parole:
«Oggi sarai con me in Paradiso».
Il corpo di Cristo è rappresentato senza un accentuato senso di peso e il volto conserva le sembianze di un vivente.
La scena è ambientata davanti a un muro, interpretato come riferimento alle mura di Gerusalemme, fuori dalle quali sorge il Golgota. Sul muro compaiono tre frontoni; su quello di destra è presente una finestrella, interpretata come possibile allusione alla salvezza accordata al Buon Ladrone.
Al principio del V secolo risale anche un avorio conservato al British Museum raffigurante Cristo sulla Croce.
Dalla Croce gloriosa al Cristo sofferente
Dal IV secolo compare nelle absidi delle basiliche paleocristiane la Croce Gemmata, simbolo dell’apoteosi finale di Cristo. Un esempio particolarmente significativo si trova nei mosaici di Ravenna, come nel Mausoleo di Galla Placidia, dove la Croce è collocata al centro di una decorazione stellare.
Nella Croce Gemmata Cristo è evocato come vincitore e la Croce diviene simbolo dell’apoteosi e della vittoria sulla morte.
Con il tempo, invece, l’arte cristiana sviluppa una rappresentazione sempre più diretta della sofferenza del Crocifisso. La Croce di San Damiano presenta ancora Cristo come Christus Triumphans, cioè trionfante sulla morte. Nel XIII secolo, anche per l’influsso della spiritualità francescana, si afferma progressivamente il Christus Patiens, il Cristo sofferente sulla Croce.
Il Concilio Trullano, tradizionalmente indicato come Concilio Quinisesto o Trullano, viene inoltre ricordato nella tradizione iconografica per aver favorito la rappresentazione diretta della Crocifissione, che si diffonderà ampiamente nei secoli XII e XIII, soprattutto nelle cattedrali romaniche e gotiche.
Sintesi finale
Le testimonianze letterarie, linguistiche, archeologiche e iconografiche dei primi secoli mostrano che la Croce occupò progressivamente un posto centrale nella fede e nella simbologia cristiana.
La questione della forma esatta della Croce di Cristo non può essere risolta esclusivamente a partire dal significato originario del termine staurós. Occorre considerare l’uso del termine nel Nuovo Testamento, la procedura romana della crocifissione, le prime traduzioni latine, le testimonianze degli scrittori cristiani e le evidenze archeologiche.
Già tra I e II secolo, autori cristiani come Barnaba, Ignazio e Giustino descrivono la Croce attraverso immagini che implicano l’intersezione di elementi verticali e orizzontali. Nei secoli successivi la Croce compare attraverso simboli, iscrizioni, graffiti, gemme, sarcofagi e, infine, nella raffigurazione diretta del Cristo crocifisso.
La progressiva trasformazione della Croce da strumento di supplizio romano a simbolo della redenzione cristiana rappresenta uno dei più importanti processi della storia religiosa e artistica dell’antichità cristiana.
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La Croce nelle iscrizioni e nell’arte dei primi secoli, materiale tratto dal sito InfoTdGeova.
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F. Cabrol – H. Leclercq, Dictionnaire d’archéologie chrétienne et de liturgie, Paris, 1907-1953.
Paolo Botti
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