Transumanesimo, eugenetica e trisomia 21

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Il transumanesimo si riferisce a una corrente di pensiero che postula che gli esseri umani possano trascendere i propri limiti biologici naturali attraverso i progressi scientifici e tecnologici. Questa idea affonda le sue radici in una lunga riflessione sull’evoluzione dell’umanità. Nel 1957, il biologo Julian Huxley, fratello dello scrittore Aldous Huxley, adottò il termine “transumanesimo” per descrivere il potenziamento della specie umana attraverso il progresso scientifico.

Prima dell’emergere del transumanesimo, il concetto di potenziamento umano si era già sviluppato attraverso l’eugenetica: una dottrina che mira a migliorare le caratteristiche genetiche di una popolazione umana attraverso la selezione di individui o la modifica del loro patrimonio genetico.

Il transumanesimo solleva una questione fondamentale: la scienza dovrebbe essere utilizzata solo per curare e supportare gli esseri umani, oppure può anche mirare a trasformare e selezionare determinate caratteristiche dell’umanità?

Lo sviluppo delle tecniche di procreazione assistita (ART) ha segnato un passo significativo in questa evoluzione. Inizialmente concepite per aiutare le coppie che affrontavano l’infertilità, le ART hanno anche permesso nuove forme di selezione degli embrioni, in particolare attraverso la diagnosi genetica preimpianto (PGD). Questa tecnica permette l’analisi degli embrioni prima dell’impianto e la selezione di quelli da trasferire, sollevando la questione dei criteri con cui alcune vite vengono salvate e altre scartate.

Come estensione di queste pratiche, si è sviluppata la diagnosi prenatale. Tuttavia, è importante distinguere tra screening prenatale, che valuta il rischio di anomalie, e diagnosi prenatale, che mira a confermare o escludere la presenza di un’anomalia mediante esami più precisi. Lo screening non è di per sé problematico: può informare i genitori, preparare al trattamento medico o adattare il monitoraggio della gravidanza. La difficoltà sorge quando questo screening diventa quasi sistematico per tutte le donne in gravidanza, indipendentemente dall’età, e quando il suo obiettivo primario è identificare anomalie per portare all’interruzione di gravidanza piuttosto che offrire assistenza medica. In diversi paesi, la legge obbliga i medici a offrire lo screening per la sindrome di Down. Molte famiglie riferiscono di essersi sentite sotto pressione per il modo in cui le informazioni sono state presentate: “Volete davvero continuare la gravidanza?” o “Non è ancora un bambino”. Quando la sindrome di Down viene confermata, la risposta principale offerta rimane spesso l’interruzione volontaria di gravidanza.

La nostra attenzione, quindi, si concentra meno sulla tecnica in sé e più sul suo utilizzo e sul confine tra prevenzione medica e selezione degli individui. Da questa prospettiva, alcune persone con sindrome di Down vengono talvolta descritte come “le prime vittime del transumanesimo” o degli eccessi eugenetici legati ai progressi della biomedicina. Tuttavia, potrebbero anche essere tra i primi beneficiari dei futuri progressi in medicina e neuroscienze, a condizione che tali progressi siano orientati alla cura, al supporto e al miglioramento della loro qualità di vita, piuttosto che a una logica di selezione.

È quindi necessario trasformare la nostra cultura del rifiuto in un’autentica cultura della vita. In concreto, alcune famiglie potrebbero essere meno propense a scegliere l’aborto se avessero accesso a soluzioni di supporto più solide e personalizzate per tutta la vita delle persone con disabilità, soprattutto considerando che la loro aspettativa di vita, in particolare quella delle persone con sindrome di Down, così come quella di molte persone con altre disabilità, continua ad aumentare.

Questo sviluppo rappresenta un importante progresso, ma solleva anche nuove sfide. Molti genitori si interrogano sul futuro dei propri figli quando non ci saranno più e sulle soluzioni di supporto a lungo termine. La società deve quindi ripensare i propri sistemi di supporto per garantire un’inclusione autentica e permettere a ogni persona di vivere con piena dignità.

La migliore risposta al transumanesimo è un umanesimo autentico, in cui la scienza rimane al servizio della persona umana, e non viceversa. Perché il valore di una persona non deriva dalle sue prestazioni, dalle sue capacità fisiche, intellettuali o morali: essa possiede una dignità intrinseca che deve essere riconosciuta e tutelata in ogni circostanza.

Paolo Botti

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