Le parole non dette dell’amore quotidiano

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Mia nonna era bellissima, come sua madre, sua nonna, sua sorella e zie, con la sua crocchia di capelli sempre uguale e sempre in ordine che era un frammento di lei, della sua identità, la gonna lunga, scura , il grembiule bianco. Erano donne, tutte, senza nessuna esclusione, che avevano qualcosa di regale. Non credo che abbia mai detto a mio nonno le parole “ti amo”, e non credo che abbia mai ascoltato queste parole. L’amore era negli oggetti. Nella scodella posata sul tavolo, nelle calze riposte nel cassetto.

Mio nonno metteva quello che mai avrebbe pronunciato nei pomodori che coltivava nell’orto. Li metteva sulla tavola e quello era il suo messaggio. Le parole non dette e non dicibili erano nascoste nelle melanzane, nei polsini delle camice. Poi è venuta la televisione, Sanremo, i rotocalchi, fiumi di parole hanno mangiato le cose reali. A 80 anni molto mal portati mio nonno si trascinava nell’orto perché se non avesse avuto i pomodori da portare a lei, avrebbe perso le parole. Il medico lo minacciò. Se non si levava da lì, sotto il sole al picco del meridione, tra quei filari ci sarebbe morto.
“E dove altro dovrei morire?” ha chiesto lui.
E’ morto lì, tra i filari. Sono stati la sua trincea. Lì è stato il guerriero di un amore silenzioso. Noi, storditi dalle parole, annegati in un cicaleccio continuo e insulso, ne abbiamo perso il ricordo.
E dato che noi parliamo di elfi e nani, ma in realtà raccontiamo gli affari nostri, il Rankstrail e soprattutto in Arduin ho messo il mio amore per gli amori silenziosi (<—-LEGGI IL LINK).
Silvana De Mari

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