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Perchè è meglio avere preti non sposati

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Image by Robert Cheaib from Pixabay

Nel dibattito attuale sull’eventuale superamento del celibato per i sacerdoti della Chiesa cattolica di rito romano, vengono portate motivazioni teologiche e spirituali profonde e valide a conferma del valore del celibato: un valore aggiunto, una forza, una scelta e una chiamata bellissima e indispensabile. Teologicamente, la Chiesa cattolica vede nel celibato sacerdotale una particolare conformazione a Cristo, che si è donato totalmente al Padre e alla Chiesa. Il sacerdote celibe può così esprimere con tutta la sua vita una dedizione indivisa a Dio e al servizio del suo popolo. Il celibato è quindi un dono e una testimonianza del Regno di Dio, un modo concreto di anticipare già nella vita presente la realtà futura della comunione con Dio.

Le ragioni spirituali e teologiche a favore del celibato sono dunque profonde e tutt’altro che superate. Ma esistono anche ragioni molto concrete, legate alla vita quotidiana e al modo stesso di esercitare il ministero sacerdotale, che spesso vengono trascurate da chi propone l’abolizione del celibato e l’accesso al sacerdozio di uomini sposati.
Il matrimonio, infatti, introdurrebbe nel servizio sacerdotale una serie di nuove responsabilità, vincoli e problematiche che non possono essere ignorati. Non si tratta di questioni teoriche: basta guardare alle difficoltà che già vivono i preti ortodossi e i sacerdoti cattolici di rito orientale, o, in maniera ancora più evidente, i pastori delle comunità protestanti, nei quali il ministero si intreccia con la vita matrimoniale e familiare.
Ne suggeriremo alcuni esempi.

SOLDI E BENI?
Pensiamo al caos che può provocare un fallimento matrimoniale nella vita di un parroco. O alle problematiche abitative: chi sosterrebbe la famiglia? La Chiesa? I parrocchiani? E che uso potrebbero fare i familiari dei beni e degli spazi della parrocchia? Quali problematiche sorgerebbero nel confronto con i parrocchiani? L’Est Europa ha migliaia di esperienze negative di questi casi. E, in caso di morte del parroco, chi si prenderebbe cura dei familiari?

MOBILITÀ E DISPONIBILITÀ?
Un parroco dovrebbe essere disponibile (e, se perfino da celibe non lo fosse, non sarebbe un buon sacerdote) e disposto ad andare dove c’è bisogno.
Chi ha figli e famiglia non può dare la stessa disponibilità.
La scuola, trovare lavoro ai figli, mantenere il lavoro della moglie.
Problemi concreti. Non ci si può trasferire facilmente.
E quando ciò accadesse, i costi potrebbero essere troppo alti, sia economicamente sia a livello di disagio familiare.

UN LAVORO O UNA VOCAZIONE?
Quante persone sarebbero tentate di usare la Chiesa per mantenere la propria famiglia e vivere il sacerdozio come un lavoro?
Non pensiamo solo ai Paesi ricchi: pensiamo alle periferie del mondo.

RICATTABILITÀ?
Pensiamo ai preti in contesti di frontiera: Asia, Sud America, Africa, metropoli, periferie occidentali, quartieri-ghetto, quartieri mafiosi.
Un prete che, nella sua predicazione, debba denunciare il male, proporre il bene, spiegare l’insegnamento della Chiesa e operare per il bene, lottare contro le ingiustizie o contro strutture che minacciano la Chiesa anche solo a livello spirituale o culturale, quanta libertà avrebbe di parlare e di operare se avesse una famiglia di cui tutti conoscessero il volto, la casa, la vita?
Poca. Molto poca.
Un marito pensa alla famiglia. (Giustamente.)
Un magistrato o un poliziotto ha gli stessi rischi, ma almeno i suoi familiari non sono visibili.

DOMENICA, CAMPI ESTIVI, RITIRI
Il sabato pomeriggio e la domenica sono i giorni clou di ogni sacerdote… ed è anche forse l’unico momento in cui le famiglie hanno più tempo per stare insieme.
L’esempio dei preti ortodossi è inadatto perché nell’Ortodossia non esiste l’oratorio, quasi non esistono le missioni, i gruppi di preghiera e il catechismo e le parrocchie spesso fanno solo Messa e sacramenti e poi chiudono…
Per non parlare dei campi estivi, delle vacanze, dei ritiri.
Può un marito lasciare moglie e figli per tanto tempo?

CONFESSIONE E GUIDA SPIRITUALE
Vi piacerebbe affidare i vostri peccati o chiedere consigli spirituali a un uomo che ha una moglie? Vi sentireste così liberi?
Inoltre, come influenza il rapporto del fedele con il parroco lo stile di vita della moglie e dei figli?

CASTITÀ E TONACA
È davvero diverso, rapportarsi con una persona che sa essere casta e che porta una tonaca (a proposito, perché troppi preti si vergognano di essere identificati come preti?) rispetto a chi veste come tutti e a chi ha una moglie.

CASTITÀ E FEDELTÀ
Una classica obiezione al celibato è: «Meglio che siano sposati, piuttosto che abbiano l’amante».
Ma un uomo che non sappia essere fedele al celibato non sarà fedele nemmeno a sua moglie.
Avremo preti sposati e pure infedeli alla loro sposa.

LA FALLIMENTARE ESPERIENZA DEI PROTESTANTI
Nelle librerie protestanti di lingua inglese potete trovare intere sezioni di libri sui problemi delle mogli, dei figli dei pastori e sulle difficoltà di gestione della «comunità» e della «famiglia».
San Paolo vedeva lontano: «Chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!» (1 Cor 7,32-34, CEI 2008) , per potersi dedicare anima e corpo al servizio.
Potremmo andare ancora avanti.

Oltre alla questione spirituale e teologica, ci sono mille altri motivi per preferire che i preti siano casti e celibi.
Anche se in futuro fossero meno di quanti sono oggi, per la Chiesa e per noi cattolici è importante solo che siano tutti di Dio, che spendano il loro tempo a pregare, ad annunciare il Vangelo e ad amministrare i sacramenti.

Di preti sposati non ce ne facciamo nulla: ci bastano i diaconi. Chi vuol servire la Chiesa può comunque farlo nelle mille altre forme di servizio di cui c’è immenso bisogno ovunque.
Ci servono preti ancora più casti. Celibi che amino solo Dio. Che abbiano solo a cuore le anime. Preti che desiderino portare le persone in Paradiso.
Il resto è propaganda.
Paolo Botti

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