La famiglia della Murgia

Bisogna premettere che deve essere rispettato ogni legame affettivo indipendentemente dal nome che gli si dia. Per settimane Michela Murgia, prima della sua morte, in vari post e interviste ha parlato della sua famiglia definendola queer.

Una famiglia che per lei era un insieme di persone cui si era affezionata e che lei definiva la sua famiglia acquisita. Scelta per affinità o per comune sensibilità, al di là dei legami di sangue, anzi in contrapposizione alla famiglia tradizionale, che riteneva una forma antiquata e ingiusta.

La Murgia forse stava combattendo una sua battaglia ideologica a seguito delle sue sofferenze interiori, non sappiamo e non possiamo giudicarla. Possiamo però dare un giudizio sui suoi pregiudizi sulla famiglia tradizionale. La famiglia queer della Murgia, dai suoi racconti, era una sorta di comunità di affetti e amicizie profonde, di cui il mondo è pieno. Quante volte diciamo di un amico ‘è come un fratello per me’ o di un’amica più giovane di noi ‘è come una figlia’. Nulla di nuovo.

Nuovo (e insensato) è il voler codificare e suggerire di dare visibilità e manto giuridico a questi legami affettivi e amicali. Dovremmo indignarci che si contrapponga la famiglia tradizionale con quella ‘del cuore’, opporre i legami di sangue a quelli ‘queer’ è sbagliato.

Prima cosa: nasciamo dal sangue, siamo fatti di carne e le nostre origini fanno parte di noi. Anche un figlio adottato, per quanto amato dai genitori adottivi, va alla ricerca delle sue origini, della sua madre e del padre naturali. Per capire come erano, come mai è stato adottato, come erano fatti, come vivevano, da dove venivano, ecc.

Seconda cosa: pensare alla famiglia come a qualcosa che si basa sulla volontà e non sul legame di sangue in realtà non dice qualcosa di diverso dalla famiglia tradizionale. La famiglia tradizionale è basata sulla volontà, ancora di più oggi proprio perché è stato messo in discussione l’indissolubilità. L’indissolubilità è permeata di volontà. Una volontà d’amore. Però, se davvero i legami di sangue non contassero, allora un figlio avrebbe tutta la libertà di abbandonare il genitore malato e viceversa anche il genitore potrebbe abbandonare il figlio ribelle o poco incline a seguire l’educazione o i valori della famiglia di origine. No. La volontà supplisce perfino al desiderio di fuggire e di fare i propri affari. E anche la consanguineità dona al legame familiare qualcosa di unico. È un legame non scelto e indissolubile, che educa alla gratuità, alla perseveranza nel bene.

Ci piacerebbe scegliere tutto, poter decidere su tutto. Ma nasciamo con un DNA e quello è. Un DNA che arriva proprio da mio padre e da mia madre. Possiamo voler bene a tutti, a tanti, anche fuori dalla famiglia. Ma abbiamo le origini nel nostro padre e nella nostra madre. E i nostri figli sono sangue del nostro sangue.
Paolo Botti



Spiritualità e cure palliative

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