Educare alla vita: un percorso laico

“Dare un senso alla vita può condurre a follia, ma una vita senza senso è come una barca che anela al mare aperto e rimane attaccata alla riva” (Antologia di Spoon River)

Il senso è l’investimento affettivo, la costituzione del desiderio e delle passioni che permettono di costruire obiettivi e mete ideali. Il senso è sempre una relazione fra l’io e il mondo delle persone e delle cose. La domanda di senso è ciò che spinge fuori da se stessi alla ricerca dell’amicizia e dell’amore, è ciò che ci spinge a conoscere noi e gli altri, ad apprendere a pensare e guardare oltre la superficie degli eventi. È giusto mettere il problema del senso in rapporto con l’educazione, cioè con la capacità di investire affettivamente sulla conoscenza di se stessi e del proprio tempo. La formazione maieutica di Socrate altro non è se non l’interrogazione sul senso della vita, su ciò che fa di un uomo un essere consapevole e riflessivo. Il senso intrattiene anche uno stretto rapporto con la verità, giacché lo sviluppo della capacità critica e del dubbio metodico non è oggetto di ricerca appassionata, ma mezzo per raggiungere la verità senza la quale ogni discorso e scelta di vita sarebbero solo un calcolo delle probabilità. Fra il dogmatismo fondamentalista e lo spirito critico, che dubita di ciò che afferma, la differenza sta appunto nel metodo, ma non nel risultato che è sempre l’affermazione della verità. Problematizzare, rappresentare la complessità del mondo non significa arrestarsi al dubbio, giacché altrimenti si cadrebbe nel nichilismo e nel relativismo, che sono forme di dogmatismo mascherato e non già di apertura e disponibilità all’ascolto. Chi insegna ha il dovere di esplicitare i propri valori e le proprie verità, spiegando i percorsi attraverso i quali è pervenuto alla loro conquista, ma deve anche spiegare che la verità non è oggetto della signoria di nessuno e che nessuno può conferire significati assoluti alla propria esperienza e al proprio punto di vista. Se l’orizzonte si modifica a seconda dell’altezza del punto di osservazione, non significa che le pianure e le valli che si scorgono siano prive di realtà, ma appaiono solo da prospettive diverse. Un’idea, ad esempio, della laicità della scuola è quella che tradizionalmente si fa coincidere con la “neutralità”, ovvero con l’indifferenza verso i valori di quella che Weber chiamava la “razionalità formale” (ovvero la “procedura” e il metodo per argomentare correttamente che prescindono dai contenuti politici sociali). Ebbene, è questa nozione della laicità come neutralità e avalutatività che andrebbe in prima istanza messa in discussione, giacché è ormai una conquista del sapere scientifico contemporaneo la convinzione che ogni punto di vista esprima una presa di posizione e un giudizio di valore, che è anzi la premessa di ogni argomentazione. La giusta esigenza dell’onestà intellettuale implica, perciò, che chiunque parli, dichiari in principio le proprie credenze e sia disponibile a metterle in discussione. È l’apertura all’altro, che garantisce la laicità e non il vecchio paravento della “neutralità”. Alcuni anni or sono, Carlo Sini (che fra l’altro è autore di manuali e antologie per i licei) scriveva in un saggio sulla scuola che il compito dell’insegnamento dovrebbe tendere a produrre negli studenti la capacità di riflettere sui significati delle pratiche sociali in cui siamo immersi: ad esempio che rapporto c’è fra i nostri programmi scolastici e i modi dell’apprendimento e l’organizzazione economica della nostra società secondo il principio del mercato? E già Foucault, commentando lo scritto di Kant sull’illuminismo e la rivoluzione francese, sosteneva che il sapere serve anzitutto a fare una diagnosi dell’attualità. Educare alle virtù civiche e alla democrazia è un compito che richiede il coinvolgimento dei docenti nella vita sociale collettiva e la disponibilità a confrontarsi con le domande del proprio tempo. «Che si sbrogli la logica per dar conto alla vita!». Avevo sedici anni quando lessi queste parole di Saint-Exupéry in un testo intitolato Wind, Sand und Sterne (trad. it. Terra degli uomini), regalatomi da un amico tedesco di Monaco di Baviera. Il brano continuava più o meno così: se le arance crescono nei giardini del Mediterraneo, questa è la verità delle arance; se la vite produce uva nei terrazzi di pietra, questa è la verità della vite; se un uomo timido e introverso, vedendo qualcuno annaspare nell’acqua, si butta a mare per salvarlo, questa è la verità di quell’uomo. In quegli anni cominciavo al liceo le lezioni di filosofia, ma mentre il professore illustrava il sillogismo di Aristotele e la geometria di Euclide, io continuavo a pensare al senso di quelle frasi: con quali parole si può afferrare la vita nella sua sfuggente complessità? Oggi, dopo quasi mezzo secolo di varie attività e impegni, quelle frasi mi risuonano nella mente come uno struggente messaggio. Dov’è finita la vita in queste nostre città dilatate senza centro e periferia, intasate di automobili e di abitanti frettolosi? Che ne è dei nostri boschi devastati dal fuoco e dalle costruzioni abusive? Che ne è della vita nelle aule universitarie o nei rituali dei nostri convegni? E chi siamo noi che ci agitiamo come vermi in un movimento senza senso, né scopo? Siamo gli esponenti di quella specie che si è autodefinita Homo Sapiens, per sottolineare che a differenza degli altri esseri viventi ci facciamo guidare nelle nostre azioni dalla Ragione e dalla Conoscenza. L’uomo ha usato la sua “ragione” per descrivere, analizzare i fenomeni del mondo e anche se stesso. Ha isolato, mediante la capacità di astrazione, le funzioni di ogni particella della natura e del corpo per studiarne la composizione e cercare di riprodurle secondo i suoi scopi. La sua ossessione è diventata il dominio della natura e la sua illimitata riproducibilità. È mutato il linguaggio con cui si “rappresenta” il mondo, e con esso muta anche la maniera di intendere la nostra stessa identità di “soggetti”. Che significa oggi dire che siamo soggetti, uomini liberi e consapevoli, capaci di progettare il futuro, come si continua a ripetere nelle aule universitarie? In realtà, noi continuiamo a usare il linguaggio della identità storica del soggetto, delle biografie e della narrazione che si fonda sull’articolazione del tempo in passato, presente e futuro. Ognuno di noi continua a pensare che la propria storia e la propria vita hanno un senso perché esprimono la continuità dei nostri vissuti. Noi adulti formati sulla lettura di libri e giornali, abbiamo acquisito una memoria storica fondata su un’intelligenza alfabetica. Noi pensiamo la successione delle lettere come successione di fatti (a, b, c, d, ecc.) e perciò ragioniamo in termini di causa ed effetto, di volontà e di progetti che determinano l’accadere degli eventi. Nella contemporaneità in cui siamo immersi, invece, l’intelligenza alfabetica, fondata sulla logica della sequenza causa-effetti, è stata sostituita dall’intelligenza della contestualità delle immagini, che non consente di articolare il prima e il dopo dell’accadere. Nell’istante dell’immagine mediatica le cose sono così come sono e non si pone neppure la domanda se potrebbero essere altrimenti. La logica alfabetica, legata alla lettura, è una maniera di porsi di fronte al mondo e all’accadere degli eventi come un processo che viene dal passato e va verso il futuro. La logica simultanea esclude ogni idea di processo e di storia e riduce la comprensione alla mera registrazione della contemporaneità delle immagini trasmesse, sicché produce una “comprensione” della simultaneità degli eventi, ma non legittima alcuna domanda sulle loro relazioni e sul perché del loro accadere. La contestualità delle immagini è un’evidenza, la sequenza delle proposizioni è un’argomentazione plausibile. Il tipo di mondo in cui ci troviamo a vivere si traduce per ciascuno di noi in un linguaggio che lo rappresenta: il linguaggio alfabetico trasmette il linguaggio storico della tradizione; il linguaggio dei media audiovisivi trasmette il linguaggio dell’immediatezza e dell’istantaneità. Quando parlo coi miei studenti del Patto Costituzionale so purtroppo di usare termini che per loro non significano niente. Se il sapere “scientifico” è inadeguato a comprendere il mondo reale, figuriamoci la difficoltà del discorso politico. Se il discorso pubblico registra la frantumazione istantanea del mondo, non è certo la politica che può produrre sintesi dell’agire individuale e collettivo. Gli intellettuali alla moda si compiacciono della “frantumazione istantanea” come liberazione dell’agire da ogni modello o paradigma, salvo poi accusare i politici di incapacità di decidere, ignorando il dato elementare che ogni decisione è sempre una proposizione sintetica che unifica i frammenti. La società non è corporativa a causa della politica, ma, al contrario, la politica è indecisa a causa della frantumazione corporativa. Passare da un linguaggio a un altro implica, dunque, un diverso modo di funzionamento dell’intelligenza e una diversa configurazione della personalità di ciascuno di noi: la personalità storica è strutturata dalla logica consequenziale; la personalità mediatica è strutturata dalla logica istantanea. Non c’è dubbio che oggi ci troviamo di fronte a un mutamento radicale del funzionamento mentale e della configurazione lessicale del mondo, che richiederebbe un approccio completamente nuovo alla strategia d’analisi della realtà e dei modi dell’apprendimento. Non riesco a parlare con un giovane immerso nella logica dell’istantaneità sui temi della tradizione storica, della lettura per successione di eventi. C’è uno scarto linguistico che rischia la rottura della comunicazione fra generazioni. In realtà noi non parliamo coi nostri figli perché essi vivono in un altro universo linguistico, perché la società si è disintegrata sotto l’azione dei mutamenti epocali che vengono rappresentati come globalizzazione e pensiero unico, ma che ancora non sono compresi in una adeguata rappresentazione del mondo. La personalità istantanea, educata nel rapporto con il mondo degli audiovisivi e nell’adesione immediata al godimento effimero e momentaneo, non riesce ad elaborare i propri vissuti nelle forme della durata e stabilità del desiderio e della passione: vive in una sorta di universo gelato dove non può esserci lo spazio-mentale per una coscienza critica e per un progetto di cambiamento. L’uomo ha dimenticato di essere un granello infinitesimale rispetto all’immensità sconosciuta dell’universo e si è arrogato il potere di creare la vita senza la vita. Certo, i frutti del sapere razionale sono enormi e le tecnologie consentono prestazioni prima inimmaginabili. Il progresso scientifico è stato il traguardo di sforzi inauditi e in esso sono state riposte le speranze di un mondo migliore. Il prezzo pagato per questo vero e proprio delirio di onnipotenza è, però, che la razionalità si è trasformata in una macchina costruita secondo principi logico-matematici che consentono di calcolare funzioni e prestazioni producendo continuamente strutture idonee a operare secondo impulsi codificati in appositi programmi operazionali. Il mondo è sistema e gli uomini sono inclusi nella logica sistemica: macchine per sopravvivere senza vivere. La ragione ha disintegrato l’uomo e ne ha fatto oggetto di studio. La psicologia, l’economia, la politica e via via il cuore, il fegato, i polmoni, il pancreas, gli occhi, sono diventati oggetto di sapere, guidati dall’unico metodo scientifico che si conosce: il riconoscimento della stessa comunità degli scienziati. Sono nati gli esperti e gli specialisti come delegati permanenti e autorizzati a decidere al posto nostro, ma poiché la catena degli esperti è una serie senza limiti, alla fine anche gli esperti sono diventati funzionari di un sistema senza centro e senza direzione di marcia che non sia quella di riprodursi ed espandersi. Umberto Veronesi, sul Corriere della Sera di qualche mese fa, ha scritto che nel giro di qualche generazione la differenza sessuale fra uomini e donne perderà ogni significato, che l’umanità si riprodurrà senza bisogno dell’accoppiamento di un uomo e di una donna, ma attraverso l’inseminazione artificiale e la clonazione, che l’evoluzione naturale della società ci porta oltre i confini dei tradizionali comportamenti sessuali e ci destina a nuove forme di relazioni interpersonali. Così, in una qualsiasi pagina di giornale, viene annunciata senza alcun clamore la fine delle leggi che hanno fin qui governato il problema della riproduzione sociale, del ruolo della generazione, della responsabilità verso il futuro.

Nel proclama di Veronesi, di un’umanità senza differenze, è lo spazio, lo spazio della memoria e del sogno, che viene negato e distrutto. Nell’universo indifferente ciascuno vive per se stesso, per il proprio godimento immediato che è garantito dalle nuove possibilità offerte dalla scienza, dalle biotecnologie, dalla chimica, dalla fisica e dalle neuroscienze. Veronesi non annuncia il futuro della libertà umana, ma la morte dell’immagine dell’uomo che è stata faticosamente costruita nella storia dell’occidente. L’indifferenza sessuale non è un progetto di umanizzazione della società e della natura, non è un progetto di sviluppo della consapevolezza del significato del nostro essere al mondo, ma la cancellazione di ogni spazio mentale, non riducibile a sinapsi e a neuroni, dove possa svilupparsi la domanda umana sul senso della vita, sul valore squisitamente umano del sogno di un futuro diverso, sulle speranze di un avvenire di salvezza dall’ingiustizia e dalla sofferenza. Nell’universo della scienza manipolativa non c’è posto per l’interrogazione sul senso della vita e sulla verità dei nostri pensieri. L’uomo è un puro organismo in un universo che non ha altra meta che sopravvivere senza comprendere. Dopo la morte di Dio, la fine delle ideologie, si compie l’ultimo atto: la morte dell’uomo. L’obiettivo della scienza di cui Veronesi è un eminente esponente tende a un solo risultato: disumanizzare l’esistenza umana. Le rappresentazioni concettuali di questo mondo fornite dai media sono ormai concordemente orientate verso la cancellazione della componente umana, sia che si tratti del pensiero scientifico, sia di quello filosofico. Il trionfo della Ragione occidentale ha prodotto la mutilazione dell’esistenza reale, del corpo, delle emozioni, dei sentimenti, ha creato un nuovo tipo di patologia: l’uomo senza sentimenti. Tutti i commentatori dei crimini più atroci continuano a ripetere che sono compiuti da persone lucide, ma anaffettive. L’intelligenza cognitiva si vanta di non partecipare alla vita emotiva, anzi la neutralizza. Il mondo delle emozioni è un mondo irrazionale, caotico, appartiene alla contingenza ed è vittima di illusioni. Oggi la scienza e la filosofia non sopportano il mondo delle passioni e dei sentimenti (a meno che non si riducano a formule chimiche o a errori logici) perché esso ci porta dentro una dimensione che non riesce a conciliarsi con la loro pretesa di assoluto e di eternità: la temporalità caduca e divoratrice. Per la scienza come per tutti gli assoluti non esiste il tempo, il tempo della nascita né il tempo della morte, il tempo della gioia né il tempo del dolore. Ciò che accade, accade per caso o per necessità. Non c’è spazio per le motivazioni umane, per l’amore e per l’odio, per la vendetta e per il perdono. O tutto è determinato o tutto è puro caso. Le spiegazioni scientifiche e le spiegazioni filosofiche tagliano corto sui “perché”. Le ingiustizie della vita che accompagnano il lamento delle vittime, da Giobbe a Cristo che chiede al Padre perché lo abbia abbandonato, sono lussi di coscienze attardate. Questa terribile vita che ci fa nascere, soffrire, sperare, amare, morire, non appartiene all’eternità dei concetti scientifici o filosofici, non ha alcuna dignità per porre domande. Qual è lo spazio che rimane alla partecipazione collettiva, all’assunzione consapevole di responsabilità, alla vecchia idea che ogni persona ha il diritto di costruirsi un progetto di vita autonomo, di fronte a un processo scientifico che distrugge il significato della libertà e della responsabilità nella generazione? Non è un problema di coscienza, né una questione che riguarda soltanto ogni singolo individuo, ma la stessa domanda del chi siamo e del perché viviamo. Non si tratta soltanto di rievocare le grandi storie che ci hanno appassionato e formato: le passioni terribili che hanno scatenato le guerre antiche e moderne, gli amori tragici di Paolo e Francesca, di Tristano e Isotta, di Giulietta e Romeo, ma l’intero clima culturale in cui si è venuto sviluppando nell’occidente lo spazio specifico dell’essere umano combattuto fra le forze primordiali della natura, fra la implacabile legge dell’Eros senza limiti, e il bisogno di un ordine che sanzioni anche la responsabilità verso la progenie chiamata a raccogliere il testimone della vita. Gli dei greci, il Dio del cristianesimo, hanno reso possibile agli uomini istituire lo spazio mondano dell’interrogazione sulla verità come domanda sul senso della vita mobilitando tutte le energie spirituali per dare un significato alla loro storia, un orizzonte alle loro origini. In questo spazio sono apparse “figure” che non hanno nulla a che fare col divino, né col naturale: la tenerezza dei corpi che si stringono, la bellezza di un neonato dalla pelle rosata, la coscienza del tramonto del vigore giovanile, la nostalgia e la memoria, il sapere e la speranza, la sofferenza e la gioia, l’estasi e il tormento. Attraverso di essi l’uomo ha cercato di sfuggire ad ogni statuto di necessità e di assumere sempre più la responsabilità della propria esistenza. Nell’uomo, la vita è diventata sapere della vita, vita che pensa se stessa e che, di fronte all’abisso del nulla, sa costruire piramidi e poemi, storie e religioni, sa pronunciare parole che vincono il silenzio del tempo, trasmette e ispira progetti. L’attacco a questa specificità della condizione umana è l’effetto del sonno della ragione e della sua trasformazione in razionalismo assoluto, in negazione di ogni enigma, in immediatezza senza scopo. Tutti sono bravi a descrivere la globalizzazione, i mercati finanziari, il problema delle borse, i nuovi orizzonti interculturali, la scoperta delle cause di tutte le malattie, ma nessuno è più capace di parlare a un bambino mutilato da una bomba americana caduta per caso su un villaggio pacifico o ai superstiti di un attentato kamikaze che ha stroncato la vita di giovani in festa in un piccolo centro israeliano. Perché abbiamo perduto il senso della vita, le domande tragiche che nascono dal dolore senza spiegazioni? Perché abbiamo confuso, forse intenzionalmente, la ragione con il pensiero e la conoscenza con la comprensione. Questa è un’epoca in cui la ragione ha distrutto il pensiero e la cognizione ha soppresso l’intesa affettiva. È inaudito come sia potuto accadere che, specialmente negli ultimi secoli, il dominio della razionalità logico-matematica abbia cancellato ogni traccia dell’intelligenza emotiva che è alla base della costituzione degli esseri umani e delle loro spinte affettive. Ciascun uomo, venendo al mondo, sperimenta le potenze psichiche, che lo spingono ad agire attivando le esperienze sensoriali e la loro trasformazione, prima in pensieri, in immagini e figure, e poi in parole, simboli che lo legano al mondo. Questo bacino di sensazioni e affettività separa profondamente il suo futuro e il suo destino nel mondo. Quante volte, guardando un bambino appena nato, siamo stupefatti nel vedere le piccole dita articolarsi in movimenti, in esplorazioni dell’ambiente, in tentativi di afferrare qualcosa. E quante volte proviamo a sollecitarne l’attenzione, provocando piccoli suoni vicino alle sue orecchie. E quale enorme sorpresa è il renderci conto che comincia a riconoscere il volto umano fra le mille cose che si aprono al suo sguardo. E poi il primo sorriso e, più tardi, il primo emergere della parola “no” e, infine, dopo il primo anno, il passaggio dalla terza persona alla prima. Cosa muove questi percorsi verso la “comunicazione”, se non l’esplosione contraddittoria, ma potente, del primo amore per la vita, che è la madre, il proprio corpo, gli oggetti che si afferrano, i volti che si riconoscono? Perché questi primi mesi e anni di vita, che segnano così profondamente il futuro di ogni persona, che sono allo stesso tempo ricapitolazione della storia universale e formazione degli strati della memoria personale, sono relegati nella sfera della contingenza senza senso e non, invece, assunti come la vera protostoria di ogni persona, come il vero fondamento di ogni vita? Nessuno si preoccupa di interrogare il legame profondo fra questa formazione simbolico/affettiva e il futuro di essere razionale che costringerà l’individuo a farsi riconoscere entro i codici tipologici della normalità condivisa, ripartita fra modi e funzioni socialmente “utili”. Ci accorgiamo dell’infanzia solo quando compaiono le patologie degli adulti, la depressione, la paranoia, il delirio, e non potendo fare altro le classifichiamo, in base ai canoni della medicina ufficiale, come anomalie, disordine mentale, turbe organiche, tare ereditarie. È proprio una rarità mal sopportata dagli scienziati la tesi di Vegetti, che vede, anche nel terribile morbo di Alzheimer, l’espressione di un disastro affettivo in cui i sintomi più drammatici segnalano un’intenzione e una logica comunicativa che ha a che fare con la potenza psichica e con il problema dell’amore. In realtà, il senso comune, sostenuto dai saperi dominanti, continua tenacemente a rimuovere ciò che appartiene alla sfera della passionalità e dell’affettività e ad imporre stili di comportamento misurabili unicamente sulle classificazioni logico-matematiche delle capacità intellettuali. Si dimentica che la passione di vivere, la resistenza alle potenze distruttive che ci assediano, è l’unica risposta ai contraddittori impulsi del venire al mondo, miscela di disperazione e gioia, di morte e vita, provata da ciascun essere vivente. La passione di vivere può nascere solo dall’amore e non dalla logica, o meglio, dalla logica dell’amore, che non è la logica astratta che cancella la vita. Il pensiero è lo spazio dove questa esperienza si struttura come desiderio e rappresentazione dell’oggetto; è la straordinaria occasione di vedere con gli occhi dell’anima aprendosi alla differenza. Il pensiero è rapporto generativo che si autorappresenta in un miracoloso distanziamento dall’immediatezza delle sensazioni che inaugura l’apertura della mente verso le diverse forme che il sapere dei fenomeni viene assumendo all’interno di ogni cultura. Il vero universale resta, a mio parere, questo codice vivente che attraversa storia e cultura e che dà all’avventura umana le tonalità di una proiezione verso il futuro. Il pensiero è un mistero, che si è sviluppato come spazio affettivo relazionale, nato nel rapporto fra un piccolo d’uomo e la madre, quando nei primi giorni della sua esistenza ha cominciato a sperimentare la differenza fra il proprio corpo e quello della madre. Il grande mistero del pensiero è quello della nascita dell’essere umano e la sua progressiva costituzione in un io che chiede alla madre di elaborare il senso delle sue pulsioni, il suo bisogno di fusione e il suo bisogno di autonomia. Il pensiero come produzione di rappresentazioni di “oggetti” del mondo esterno non sarebbe possibile se non si istituisse lo spazio mentale in cui ogni piccolo d’uomo riesce a immaginare la relazione fra il sé e l’altro (la madre) come spazio affettivo dove si riceve e si trasmette sentimento. Il pensiero è questo spazio inaudito, in cui l’essere appena nato si orienta verso l’oggetto primordiale della sua esistenza, per apprendere a regolare le proprie pulsioni sul ritmo dell’assenza e della presenza del seno. Anni di psicoanalisi hanno mostrato la centralità cruciale di questa esperienza, eppure nessuna filosofia o scienza si è occupata dell’enigma dello sviluppo dell’essere umano che si realizza dalla nascita da una donna. Il pensiero è la pelle dell’Io, ciò che permette l’insorgenza del soggetto parlante e l’inizio della rappresentazione mentale degli oggetti esterni. Il mondo esterno esiste perché la madre lo “rivela” al figlio. Quando ciò non accade, l’incapacità di rappresentare gli oggetti del mondo produce difficoltà e patologie per tutta la vita. Questa genealogia affettiva e relazionale del pensiero è negata dalla scienza e dalla filosofia, che considerano l’uomo una componente semplice del sistema e non già il risultato di una lunga gestazione del genere umano. Il pensiero “crea” la coscienza di sé, ma non rientra negli schemi della logica matematico-deduttiva. Se io dico: “sono triste perché non mi ami”, non esprimo alcuna verità logica, ma sicuramente una verità esistenziale. Com’è possibile l’accesso alla verità esistenziale senza il registro dell’affettività? Ritengo che lo specifico spazio umano si sia costruito sulla base della relazionalità fra un sé alla ricerca di un’identità e un “altro” che ne ha saputo mettere in scena le emozioni e i sentimenti. Il soggetto delle pulsioni diventa il soggetto del linguaggio attraverso l’amore e l’educazione di un altro. Se l’uomo accecato dall’onnipotenza della scienza distrugge lo spazio delle relazioni affettive, il mondo rischia di diventare un deserto. La prosecuzione della vita, dopo la rottura della simbiosi con la madre, è resa possibile da questa originale e specificamente umana costituzione dello spazio psichico, dello spazio mentale che unisce e separa il piccolo d’uomo dalla donna che lo ha partorito. Questo è lo spazio della rappresentazione, in cui gli oggetti del mondo esterno vengono investiti dall’affettività del piccolo d’uomo, attraverso la mediazione della madre come oggetto di piacere e di dolore. L’apprendimento del piacere e del dolore avviene per il tramite di queste rappresentazioni affettive, che segneranno le vie per districarsi nel mondo delle pulsioni e nel caos delle spinte pulsionali. Questo processo, indescrivibile nei termini della razionalità logica, è l’inaugurazione della condizione esistenziale dell’essere umano, della sua dimensione temporale, del suo discorso e della sua capacità di interrogare il mondo esterno. Il motore dell’istituzione dello spazio umano è l’amore della madre per il figlio, che apre la monade psichica alla ricerca del mondo esterno. In esso è depositato il segreto della nostra civiltà, che né la scienza, né la filosofia hanno cercato di cogliere nell’esperienza della nascita. Lo spazio umano sottrae il destino della specie al determinismo della mera evoluzione e alla necessità di un’eternità senza divenire. La nascita è l’esperienza umana che inaugura la storia di ciascuno di noi e che chiede di essere interrogata per dar senso e significato al nostro essere al mondo. Come dice Maria Zambrano, la nascita è la condizione che fa di un uomo un essere speciale e unico, destinato a riflettere sulla vita come sulla propria carne. Oggi si sta verificando una sorta di sfaldamento dello statuto antropologico tradizionale dell’individuo; è venuto meno quello che caratterizza una società, ossia il legame sociale. L’esperienza concreta è fatta di vincoli, di una trama di rapporti, è un’esperienza di doverosità, ma anche di temporalità: vi è un inizio e una fine. C’è una storia del legame. La modernità, che invece si pensa come pura forma, non può immaginare di dipendere dal legame, perché non può neanche immaginare la sua storia; essa nasce con l’idea che tutto sia già incluso nelle proprie premesse, che vanno sviluppate e attuate. Se ci pensassimo in relazione al legame, ci dovremmo pensare mortali, esseri naturali, all’interno di uno spazio e di un tempo. La modernità, invece, non si può pensare superabile, ha come unico vincolo la realizzazione di una libertà senza limiti e senza legame sociale. Il legame sociale è una cosa indicibile, appartiene al fondamento sacro della coesistenza umana, è la consapevolezza, la comunione che si determina quando si attivano le relazioni umane. Una madre non potrebbe parlare a un bambino se non all’interno di un discorso collettivo, che esprime la storia, gli affetti, le stratificazioni del gruppo umano al quale appartiene. Se non ci fosse questo non ci sarebbe niente in comune. Basterebbe ragionare sul linguaggio: c’è una lingua, che non a caso si chiama madre, perché è la madre della comunità, è quella lingua con la quale ci si riconosce, di cui non dobbiamo di volta in volta cercare di spiegare faticosamente i significati e che rimanda oltre le parole che si pronunciano. In questo senso è sacra, perché sancisce tutti i rapporti tra le generazioni. Una madre che parla a un bambino è insieme una società che sta occupandosi del proprio futuro. Perché l’uomo possa trovare pace nel suo essere al mondo senza spiegazioni assolute, bisogna smascherare la menzogna dell’attuale delirio di onnipotenza.

di Pietro Barcellona (Ordinario di Filosofia del Diritto, Facoltà di Giurisprudenza, Università di Catania), da “Quaderni di Scienza e Vita n.5”.