Sindone: le prove della sua veridicità

Sulla Sacra Sindone ci sono pollini della Palestina di 2000 anni fa, di piante oggi estinte, nonchè pollini di piante presenti in tutte le tappe intermedie da essa percorsa prima di approdare a Torino; alcune tracce risalgono ai primi secoli dopo Cristo.
Ma la Sindone esiste certamente da almeno 300 anni PRIMA che i suddetti pollini venissero scoperti e classificati.

Sulla Sacra Sindone il sangue ha un gruppo sanguigno (AB+), identico a quello riscontrato su TUTTE le altre Reliquie della Passione (Oviedo, ecc…) e in TUTTI i miracoli eucaristici (Lanciano, Bolsena, ecc….). TUTTI risalenti a molti secoli PRIMA che si scoprisse che esistono i gruppi sanguigni. Fra l’altro, tale gruppo sanguigno è presente solo in pochi % della popolazione, se si volesse azzardare la ipotesi della casualità di questo riscontro.

AIUTA CON UN PICCOLO CONTRIBUTO:

La macchia di sangue sul polso ha dimostrato di avere una concentrazione di ferro emoglobinico molto più forte in corrispondenza di un’area quadrata centrale del lato di 8 mm, esattamente la forma e le dimensioni del chiodo conservato tuttora in Santa Croce di Gerusalemme, a Roma.
Questo dettaglio è invisibile ad occhio ed è stato ottenuto con strumenti di analisi disponibili solo dopo il 1980.

Sulla Sacra Sindone si trovano le impronte di due monete rarissime, una su ciascun occhio, battute da Ponzio Pilato durante il sedicesimo anno del regno dell’imperatore Tiberio (29 d.C.). Tali impronte sono state decifrate dal 1954 e studiate a fondo solo dopo la scansione 3D di fine anni ’70. Se si tiene presente che Cristo verosimilmente nacque tra il 6 e il 4 a.C., i conti tornano in maniera impressionante.

Esistono vari disegni, molte icone e addirittura una moneta, oltre a numerose testimonianze storiche, tutti risalenti a ben prima del 1500, che mostrano inequivocabilmente il Sacro Lino. Fra l’altro molti artisti del tempo scambiarono per un ricciolo il rigagnolo di sangue a forma di 3 sulla fronte e presero pure per una menomazione fisica l’impronta del piede destro (molto meno distinta dell’altra, visto che i due piedi furono trafitti da un unico chiodo): tutto ciò è riflesso nelle loro opere e dimostra che furono tutte tratte da un unico originale, ad esse per forza di cose antecedente e non interpretato correttamente, il che depone per la sua autenticità.

Sulla parte esterna della Sacra Sindone è stata trovata la scritta Jesoy Nazoreus, fatta con un pigmento rosso in uso in Palestina in epoca romana e rilevata solo tramite radiazioni al di fuori del visibile.

Sulla Sacra Sindone, in corrispondenza delle ginocchia, del naso, della pianta dei piedi, della barba e dei polsi, si trovano tracce di un’argilla particolarissima, caratteristica della zona di Gerusalemme. La conoscenza della composizione chimica e la capacità di dosare le terre rare presenti in tale argilla risalgono a oltre 400 anni DOPO la data di esistenza certa del Lino.

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Sulla Sacra Sindone le bruciature sono incredibilmente superficiali, eppure in grado di fornire un’informazione contemporaneamente di negativo fotografico e tridimensionale, così complessa da non consentire a nessuna tecnologia nota OGGI di riprodurre un’immagine con tali caratteristiche.

Le bruciature che compongono l’Immagine non seguono nessun percorso riconducibile a pennellate, neppure a livello microscopico. Non esistono tracce di pigmenti, mentre sono state trovate tutte le sostanze tipiche di una lunga agonia.

Le bruciature scompaiono completamente in corrispondenza delle macchie di sangue, con una precisione superiore al micron. Anche supponendo di aver sormontato gli ostacoli precedenti, occorrerebbe ricorrere alle più recenti tecnologie di puntamento industriale laser. Nessun artista medievale/rinascimentale avrebbe potuto ottenere tale risultato, neppure lontanamente.

Sulla Sacra Sindone sono state trovate tracce di vari unguenti per sepoltura usati in Palestina in epoca romana, tracce non rilevabili scientificamente fino al ventesimo secolo.

La celebre, inspiegabile e non riproducibile impronta del piede fusa nel blocco di porfido dell’Appia Antica all’altezza del Quo Vadis, corrisponde per forma, dimensioni, posizione e sezione quadrata della ferita, a quella riscontrabile sulla Sacra Sindone, i cui dettagli sono stati scoperti solo nel secolo scorso, mentre il blocco di porfido è conosciuto da quasi 2000 anni.

Ci sono circa 120 segni di flagrum taxillatum, identico a quello tuttora visibile a Roma, in dotazione alle truppe di conquista in epoca imperiale. Molti di questi segni sono stati evidenziati solo con tecnologie di oggi. I due flagelli avevano tre strisce con doppi terminali piombati ciascuna, per cui è verosimile che si sia svolta una flagellazione che rispettasse i 39 colpi della legge ebraica, ma che contemporaneamente, aumentando a 117 il numero di frustate effettivamente inferte, corrispondesse anche alla legge romana, che non prevedeva limitazioni di colpi.
La distribuzione delle ferite, inferte da due flagellatori, uno più alto e debole, sulla sinistra e l’altro, più basso, più forte e mancino, dimostra che il condannato si trovava in piedi, ma agganciato per i polsi in posizione curva, grosso modo all’altezza di una settantina di cm. E ciò corrisponde alla colonna della flagellazione conservata in Santa Prassede a Roma, che misura 64 cm.

Le ferite delle circa trenta spine della corona (più un casco che una corona, in realtà), sono compatibili con i rovi di Paliurus Spina-Christi, tuttora presenti a Gerusalemme e identici a quelli conservati nella basilica romana di Santa Croce.

La prova del C-14 del 1988, con le sue datazioni che crescono in maniera inspiegabilmente lineare e proporzionale all’ampiezza dei 4 campioni prelevati, man mano che ci si sposta verso destra e con analoghe variazioni di peso specifico dei campioni stessi, dimostra inconfutabilmente non solo che il Lino originale risale al primo secolo dopo Cristo, ma anche che la contaminazione dei 4 campioni e’ cinquecentesca ed infatti di poco posteriore all’incendio che la danneggiò nel 1532, come la storia documenta ampiamente.

Come avrebbe potuto un “falsario medievale” tenere conto di tutti questi fattori, non solo per la estrema complessità nel riprodurli, ma addirittura perchè molti di essi non erano neppure noti alla scienza dell’epoca?

Esiste poi ancora una quantità sovrabbondante di considerazioni di medicina legale che corroborano ulteriormente l’autenticità del Lenzuolo, che vi risparmio, perchè quello che vi ho riportato sarebbe di gran lunga sufficiente per risolvere qualsiasi caso di polizia in qualunque Paese della Terra.
(da Facebook di Enrico Priotti)