Le colpe delle figure tradizionali nella tratta nigeriana

Il 9 marzo 2018 l’Oba di Benin City, l’antica figura di Re risalente ai tempi dell’Impero del Benin, e tuttora molto presente nella vita religiosa della comunità della popolazione di Edo State , ha officiato una cerimonia alla presenza di più di cento juju priests, vietando la somministrazione di riti juju alle giovani donne che sono in procinto di partire, e revocando quelli già posti in essere.

Il rito juju rappresenta una forma di giuramento – alla presenza di un native doctor, figura tradizionale di medico guaritore erborista – che nei casi di tratta viene utilizzato per soggiogare le ragazze alla volontà del trafficante: il prete juju, dietro compenso e su richiesta del trafficante, in un santuario (Shrine) fa giurare la vittima che mai tradirà la persona che la sta “aiutando” a partire, pena la morte o la follia. La ragazza inoltre deve giurare di ripagare il debito di viaggio, una cifra che non corrisponde mai al reale costo della traversata, e che dovrà restituire una volta giunta in Italia, attraverso lo sfruttamento della prostituzione. Per vincolare al pagamento e alla fedeltà, il native doctor si serve di alcune parti fisiologiche della ragazza – peli pubici o delle ascelle, unghie, sangue mestruale, ecc. – conservati negli Shrine e usati come minaccia e dimostrazione di poterla raggiungere, ovunque lei si trovi.

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Nella cerimonia del 9 marzo, l’Oba di Benin City, Ewuare II, ha espresso una posizione di netta condanna della tratta, offrendo la sua totale collaborazione al NAPTIP (National Agency for Prohibition of trafficking in Persons), coinvolto nell’organizzazione di questa cerimonia. Ha emanato una sorta di amnistia per chi lo ha praticato in passato, ma ha ribadito che la punizione degli dei si abbatterà su quelli che dopo l’editto continueranno a eseguire tali riti nei casi di tratta di esseri umani; ha poi esortato le ragazze a sentirsi libere dal vincolo del giuramento e a svelare l’identità dei trafficanti. Alla fine della cerimonia ha inviato i suoi collaboratori a diffondere il messaggio presso tutti gli Shrines della città, perché nessuno potesse dire di non esserne a conoscenza.

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Il gesto dell’Oba è di estrema importanza, anche perché tali figure tradizionali conservano comunque una forma di potere giuridico che consente ai cittadini di rivolgersi a loro per la risoluzione di problemi o conflitti tra persone della stessa comunità.

Dal confronto con giovani donne nigeriane seguite dalla cooperativa Be free e dalle testimonianze raccolte da altri enti antitratta italiani, si possono delineare una serie di possibili ripercussioni dell’editto. Alcune pensano che saranno ora le madam a diventare pazze o a morire, se trasgrediranno gli ordini dell’Oba. La figura della madam, o maman, è peculiare della tratta nigeriana a scopo di sfruttamento sessuale: si tratta di “donne che, ex vittime di tratta e schiave a loro volta, quando finiscono di pagare il debito, lavorano per comprare una ragazza per poi farla diventare loro schiava e costringerla al pagamento del debito, esattamente come loro erano state costrette in passato”. Spesso ultima catena dello sfruttamento, le madam sono quelle deputate alla gestione delle ragazze nella quotidianità, dopo averle comprate o gestendole per conto di terzi. La loro mobilità sociale passa attraverso lo sfruttamento delle altre donne. Sono quelle quindi che hanno il contatto diretto con le donne prostituite e che hanno un ruolo essenziale nel loro soggiogamento: nel caso dell’editto dell’Oba, sono le madam infatti a perseverare nella coercizione, imponendo alle donne di continuare a pagare il debito: nei messaggi vocali sui telefoni delle donne raggiunte da Be free le maman affermano che quello che dice l’Oba ha validità solo per chi è di Benin City. Anche chi è di Benin City ma ha fatto il giuramento in un altro Stato non può appellarsi all’editto.

Alcune Ong hanno pero’ rilevato che il ricatto dei trafficanti è più pericoloso dell’editto e che le organizzazioni stanno attuando altre tecniche tra cui la celebrazione di riti juju direttamente in Italia, l’aumento delle violenze fisiche (poiché non funzionano più quelle psicologiche) o il ricorso a nuovi mezzi di ricatto.

Oltre alle eventuali ripercussioni dell’editto dell’Oba, molte altre sono le sfide a cui le Istituzioni nigeriane devono far fronte nel combattere il fenomeno. Secondo alcuni attivisti delle ONG intervistate, le donne sono considerate come le prime da sacrificare per il benessere della famiglia, e si fanno carico della sopravvivenza dell’intero nucleo.

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Una ricerca condotta dalla prof.ssa Kokunre Eghafona, del Dipartimento socio-antropologico dell’Università di Benin City, mette in luce come, relativamente a donne e ragazze provenienti per la maggior parte da Edo State:

“La tratta di membri della famiglia è stata vista come una strategia di sopravvivenza e le aspettative di diventare ricchi sono alte. Le vittime della tratta vengono spesso trafficate con il pieno consenso del proprio padre, madre, fratello, fidanzato o addirittura marito.[…] Molte famiglie sono pronte a sacrificare una figlia o anche una moglie per realizzare il sogno di una vita migliore per la famiglia rimasta in Nigeria. Le famiglie coinvolte sono disposte a pagare il prezzo e sacrificare un membro della famiglia fino a quando ci sono soldi da guadagnare.”

Si tratta di una grave degenerazione dei valori familiari africani che va combattuta sia a livello culturale sia promuovendo sviuppo economico e sociale.

Sine Plambech, antropologa sociale presso l’Istituto Danese di Studi Internazionali, conferma nell’ambito delle sue ricerche il ruolo delle donne come breadwinners all’interno della loro famiglia, dove la migrazione è una ricerca di opportunità di business tanto che “al loro arrivo in Europa, tutte sono diventate il principale sostegno della loro famiglia attraverso le rimesse”. La migrazione infatti rappresenta una possibilità per chi intraprende il viaggio, e in particolare per le donne che possono anche in essa trovare una forma di emancipazione da dinamiche familiari o di contesto spesso oppressive. Fattori fondamentali nell’alimentare la migrazione delle donne sono violenza criminale e domestica; non a caso generalmente “la migrazione è stata stimolata da uno specifico evento critico nelle loro famiglie, come ad esempio divorzio, o la morte di un padre, marito o fratello.”

Si può pertanto affermare come il ruolo prescritto alle donne all’interno della società nigeriana costituisca un fattore di rischio determinante nell’analisi del fenomeno della tratta di esseri umani: mancanza di eque opportunità tra uomini e donne, femminilizzazione della povertà, necessità per le donne di prendersi cura delle loro famiglie, in un Paese in cui il 62% della popolazione vive in una condizione di estrema povertà, non fanno che rappresentare un terreno fertile in cui questo fenomeno attecchisce in maniera preoccupante.

tratto in parte da
Rapporto Actionaid “Mondi Connessi, la migrazione femminile dalla Nigeria all’Italia e la sorte delle donne rimpatriate”